[Questo articolo anticipa uno dei temi centrali del prossimo numero di "Alfabeta2"  in uscita questo mese, il tema del lavoro intellettuale nell'odierna società del terziario avanzato.]

Augusto Illuminati

Adieux au travail come il gorziano Adieux au prolétariat? Il premuroso affidamento implicito nel termine neolatino (adieu, adiós, addio, adeus) si trascina dietro un’aura di speranza spesso fuori luogo. Meglio si esprime la separazione nell’italiano commiato o congedo, che rimanda nel primo caso direttamente al latino commeatus, nel secondo passando per il provenzale comjatz-conjatz e l’antico francese congiet (moderno congé) –licenza di lasciare un servizio per qualche tempo o per sempre. Alla radice sta il verbo meare, che significa andare e venire, passare, attraversare, condurre (cfr. anche migrare) –vedi meato, tra-mite, per-meabile. Del pari esente da consolazione è l’Ab-schied tedesco, separazione secca, al massimo ricomponibile in via dialettica. Nell’ultimo numero, che così s’intitola, del ciclo mahleriano Das Lied von der Erde il congedo dalla vita è incamminamento verso la luce del tramonto, ritorno a casa, amore nietzschiano per la terra e la fuggevolezza, svuotamento taoista e acquiescentia spinoziana nell’eterno –il settemplice ewig della battuta conclusiva. A brevissimo intervallo ritorna un’etica del tramonto nella figura-chiave trakliana dell’Abgeschiedene, il dipartito, lo straniero alla dispersione egoistica, chi si segrega e distacca avviandosi verso la terra della sera, occiduo Abend-Land: la ricomposizione, secondo Heidegger, si compie nel suo trattenersi sulla soglia pietrificata, nel dolore della dif-ferenza (Unter-Schied) che spezza e riunisce creando intimità fra le cose e il mondo. Schmerz versteinerte die Schwelle. E infine, 1970, l’Abschied di Nico, dove nel sogno si oblia l’impulso vitale (im Traume sich endlich sein Zwingen vergisst). Qui, musicalmente, sulla scia di Mahler-Berg più che di Trackl-Webern. La scissione rende però problematica la sostanziosa complicità heideggeriana con il mondo. Congedarsi dagli enti non è rimettersi all’Essere.

Come si prende allora congedo dal vecchio ordine del lavoro, sfasciatosi durante l’estate ? Marchionne ha infatti deposto una pietra tombale sul vecchio sistema di relazioni industriali, compresi i vincoli associativi confindustriali e la validità dei contratti collettivi. Un sigillo formale alla fine dello Statuto dei diritti dei lavoratori (1970) e alla concertazione fordista, la presa d’atto del dissolvimento in una generale precarietà della divisione fra garantiti e non garantiti avviata nel postfordismo dalla seconda metà degli anni ’70. Un taglio netto padronale, un divorzio (Scheidung) sovrapposto al va-e-vieni fra lavori diversi e non-lavoro (attesa di lavoro) che caratterizza l’inoccupazione giovanile nel nostro Paese. Quel meare, il va-e-vieni, non è affatto turismo o flânerie, ma comporta sofferenza; una soglia di dolore che marca l’uscita come l’entrata e l’incerta permanenza nella prestazione lavorativa. Il soggetto ne è il precario: chi ottiene un lavoro per preghiera (prex) e dunque lo esercita per permesso altrui, fin quando vuole il concedente. Un tratto aleatorio per nulla eccitante, in quanto associato alla dipendenza arbitraria e a una provvisorietà raramente determinata dall’interessato. Per 4-500 € al mese, grasso che coli. E parliamo del giovane –dai, pure ultra-trentenne– cittadino nazionale, perché seguendo scrupolosamente la catena etimologica meare-migrare arriviamo al migrante e qui svaniscono non solo i minimi salariali ma pure i diritti e l’uscita anche temporanea dal lavoro apre subito la via alla revoca del permesso di soggiorno e all’espulsione amministrativa, sottomettendolo a ogni arbitrio di caporalato e polizia. Lo status di migrante è il limite e il nucleo razionale (la ricattabilità) della condizione precaria. A dimostrazione che una Provvidenza esiste, notiamo di sfuggita che la fertilità delle migranti controbilancia la caduta delle nascite autoctone, dato che le precarie italiane, non godendo di periodi retribuiti per gravidanza e puerperio e sentendosi, chissà perché, insicure del futuro, non contribuiscono abbastanza alla demografia.

Cielo, ma siffatte banali constatazioni richiedevano quella pomposa convocazione di Trakl, Heidegger, Nico e Mahler? Le tonalità emotive, su cui si è per tradizione esercitato il dispositivo dell’addio, hanno qualcosa a che fare con la soggettività precaria e la brutale dinamica del lavoro flessibile? Ebbene sì. Pigliamo due attitudini molto frequenti in alcune tipologie di lavoro precario –proprio quelle dove si parla con insistenza di femminilizzazione del lavoro, intendendo l’utilizzo, indipendente dal sesso, di caratteristiche presunte femminili nell’attività (e nella retribuzione più esigua). Ne hanno scritto con efficacia le ragazze di Diversamente occupate. Penso al lavoro cosiddetto di cura e ad altre modalità operative in cui viene richiesto e offerto un qualche tipo di riconoscimento che integra un salario modesto o addirittura (nel caso degli stages) lo sostituisce. Cura e riconoscimento, termini che hanno a che fare con pulsioni emotive volte verso l’altro e verso se stesso, termini di illustre ascendenza filosofica (Sorge, Anerkennung) ma imbrigliati in pratiche ben più umili. La cura, appunto, è immaginata quale prerogativa femminile (da amante o madre), sottintendendo un po’ il fatto che non sempre viene ricambiata, sia rozza irriconoscenza maschile o egoismo dell’infante, ma che comunque è tanto bello dare senza ricevere. Ottima scusa per stare sotto il minimo salariale e sopra l’orario lavorativo di legge. Che poi sia intrinseco all’animo femminile cambiare pannolini e pannoloni, sgrassare stoviglie, lavare pavimenti, fare il bagno ai vecchi –lasciamole giudicare alle interessate, tenendoci a distanza di sicurezza. La Sorge puzza e dopo bisogna sciacquarsi bene. Né va meglio per l’Anerkennung, già mirabilmente esposta nella Phänomenologie hegeliana, dove tutto andava a parare nel rapporto servo-padrone, con il primo riconosciuto e soddisfatto per un’indefinita sottomissione al secondo. Oggi si tratta piuttosto di un’esigenza psicologica che matura in chi almeno temporaneamente si trova in una condizione di inferiorità da cui spera di uscire, appunto, mediante il riconoscimento da parte dell’altro e superiore. Fase adolescenziale che viene cinicamente messa al lavoro sotto padrone tradendone le originarie tonalità di iniziazione al mondo. Sfumatura “femminile” in quanto convenzionalmente riporta al sesso quanto è connesso invece alla debolezza di una generazione inoccupata o di una quota migrante.

La gratificazione della cura e l’ansia del riconoscimento costituiscono allora una trappola per estorcere lavoro a basso prezzo, quando non gratuito: la cura nell’ambito familiare, il riconoscimento nel precariato universitario e per estensione in varie strutture di formazione. La gravosità non remunerata che contrassegna tali settori agisce in senso depressivo su tutto il mercato del lavoro precario, come la paga dei raccoglitori africani di pomodori dove si fa appello al crudo bisogno, senza passare per le ipocrisie della cura e dell’approvazione. Sono forme più o meno sofisticate di sfruttamento secondo il grado di complessità dell’opera e lo status degli addetti, dentro una tendenza sistemica a ridurre tutto il lavoro a una modalità precaria anteriore alle conquiste sindacali del Novecento e adeguata alla flessibilità globale. Una modalità tecnicamente “servile” nella misura in cui assoggetta l’intera sfera vitale ed emozionale, senza separarla dall’oggettività della prestazione regolamentata. Qualcosa cui si adatta alla perfezione l’autosacrificio dello stagista e l’illimitata elasticità della badante. Qualcosa da cui invece dovremmo risolutamente congedarci se vogliamo davvero uscire dalla crisi.

Share →

14 Risposte a Abschied

  1. Luigi B. ha detto:

    Il lavoratore è visto come precario anche quando fosse assunto a tempo indeterminato. La cultura della nostra classe dirigente (occidentale in genere) non prevede la “valorizzazione del capitale umano” al di fuori dei confini del profitto. L’economia non ha sostituito solo la politica, ma anche l’umanità dei nostri gesti, financo quelli quotidiani.

    P.S.: “mear” in spagnolo significa letteralmente “pisciare”.

  2. carmelo ha detto:

    mi fa molto piacere che l’autore sottolinei
    … dissolvimento in una generale precarietà della divisione fra garantiti e non garantiti avviata nel postfordismo dalla seconda metà degli anni ’70.
    E’ proprio in quegli anni che accanto a un mercato del lavoro, centrale, tutelato, nasceva un mercato del lavoro perifirico, flessibile (precario) non tutelato e spesso calndestin.
    Sarà sempre più difficile nel XXI secolo parlare, proporre modelli inetrpretativi e proporre delle soluzioni, prendendo come base di riferimento”la nazione”. Non esistono piu’ le nazioni, esistono delle comunità locali, sempre piu’ piccole che si confrontano con il mondo.
    I paesi specializzati nei settori maturi, a basso valore aggiunto, come il nostro, hanno due alternative, credo: delocalizzare oppure abbassare brutalmente il costo del lavoro. Cosa che è sempre avvenuta e avviene da molti anni. La novità è che ora il fenomeno viene formalizzato, imposto ed esteso a tutti settori.
    il sistema alla lunga non regge, perche’ deprime la domanda dels ettore privato che si aggiunge ai forti tagli della domanda del settore pubblico (qui ci sarebbe molto da dire…) . La domanda estera contribuisce sempre meno alla formazione del pil.
    uno studente del liceo sa che l’unica strada, stando in una logica di mercato, sarebbe quella di fare massicci investimenti nella ricerca e nella scuola per puntare sulle tecnologie avanzate che significa alto valoro aggiunto, lavoro qualificato, terziario bla bla.
    Ma in questo paese è tutto bloccato, chissa’ solo la percezione della catastrofe puo’ salvarci.
    Io vorrei che si discutesse se ancora nel XXI secolo si puo’ usare il paradigma dello sviluppo quantitativo del pil a fondamento di tutti i discorsi di sinistra e di destra che cercano di proporre modelli di economia compatibile.
    Possiamo ancora pensare come nel XX secolo di produrre per realizzare profitti e lavorare per consumare ?
    Nel XX secolo un quinto della popolazione mondiale consumava 4 quinti delle risorse del globo.
    Possiamo immaginare che questo modell ovenga applicato in Cina India E Brasile tanto per fare dei nomi?

  3. andrea inglese ha detto:

    a carmelo

    da solito francofono che sono – quanto tu sei ispanofono – posso segnalare un saggio di Patrick Viveret (Aube, 2004) intitolato “Reconsidérer la richesse”. C’è tutto un settore della sinistra radicale francese che in modo assai approfondito lavora da tempo sul cambio di paradigma strettamente economicistico quanto alla definizione della ricchezza. Sinceramente non so in Italia chi sta battendo queste strada (ignoranza mia).

  4. carmelo ha detto:

    @andrea
    purtroppo per me non conosco il francese.
    mi piacerebbe che la rivista ospitasse contributi di autori stranieri e, se posso suggerire, che venissero forniti dei percorsi di lettura, delle indicazioni bibliografiche utili ai lettori.
    Sono ansioso di leggere il secondo numero.

  5. Domenico ha detto:

    E se il problema fosse l’immigrazione? Non quella denunciata dai camiciai verdi, come invasione dello straniero brutto e cattivo però, se il problema del costo del lavoro fosse nato in seno all’entrata del mondo del lavoro degli stranieri appunto, presi per disperazione dagli imprenditori senza scrupoli, che in cambio di quattro lire e pochi diritti, si garantiscono dei profitti maggiori rispetto al lavoro tutelato? Terra terra: se ad un cittadino italiano devo pagare un fisso mensile, un buono pasto giornaliero, ferie, malattie, e le varie tutele previste dai contratti collettivi, se ad uno straniero invece, posso pormettermi di pagare esclusimante il fisso mensile ed abbattere tutti gli altri costi, cosa mi conviene fare?
    Chi doveva controllare, in modo che tutto ciò non avvenisse?
    Se lo straniero, venisse visto come forza lavoro alla pari di un cittadino italiano, non avremmo forse un paese a due marce?

    Scusate la pochezza del lessico.

  6. carmelo ha detto:

    @andrea
    il manifesto di oggi ha ascoltato le tue richieste
    infatti vengo a sapere che sul sito sbilanciamoci si puo’ scaricare gratis il libro
    dopo la crisi, proposte per un’economia sostenibile
    bisogna registrarsi ecco l’indirizzo
    http://www.sbilanciamoci.info/Dopo-la-crisi/Scarica-il-libro-4793

  7. andrea inglese ha detto:

    Visto carmelo; grazie della segnalazione, che spero incuriosisca altri lettori

  8. Domenico ha detto:

    Carmelo, Andrea

    la prima parte del libro, quasi arabo per me, per questo vi chiedo:

    -dov’erano prima della crisi, queste persone che adesso propongono tali cambiamenti e soluzioni?

    – Dicevo che per me e come se leggessi un testo in arabo, data la complessità di alcuni passaggi e termini, pertanto vedo molto lontano il campo di azione di tali regole e andamenti; sicuramente è una mia lacuna ma ai miei occhi questo tipo di economia sembra un “gioco privato” a cui partecipano pochi potenti, i rischi di questi “giochetti” sono le crisi economiche mondiali alle quali si chiede di far fronte alla gente che di tali regole e andamenti non conosce nemmeno l’esistenza. Non credete che alle volte la complessa macchina economica sfugga dalle mani del suo creatore, l’uomo in se?

  9. carmelo ha detto:

    @DOMENICO
    non ho avuto ancora il tempo di leggere il testo;
    in ogni caso, il fatto che un testo sia complesso non vuol dire di per se che sia destinato ai potenti.
    daltronde tu che hai citato marx dovresti saperlo.
    la conoscenza richiede umiltà, metodo, rigore, studio.
    Il dramma di oggi è proprio questo: che le dinamiche che muovo capitali ingentissimi, superiori al bilancio di qualsiasi stato, si ripercuotono immediatamente sulla “gente che di tali regole e andamenti non conosce nemmeno l’esistenza”
    E il fatto che tu abbia scaricato e iniziato a leggere i testi ti fa onore.
    Infine quello che tu dici alla fine è molto condivisibile e attuale: ci sono molti studiosi che hanno teorizzato come l’economia prima e la tecnica siano una variabile indipendente e inerziale, che sfuggono ad ogni tentativo di controllo e di indirizzo.

  10. carmelo ha detto:

    scusa volevo aggiungere:
    la cosiddetta autonomia della tecnica dimostra, secondo me, che stiamo correndo a folle velocità contro la catastrofe.
    Il problema è che ci sono delle forze extra-territoriali che agiscono a livello planetario (il capitale, la finanza e il crimine) che si sottraggono ad ogni vincolo di legalità di controllo e di rispetto dei diritti (faticosamente conquistati nel secolo scorso), cui si contrappone la moltutudine degli oppressi che non è in grado di oppore una strategia altrettanto globale e che finisce per confinare la sua resistenza in ambito locale, cercando di scaricare le contraddizioni e le giustizie nelle periferie del globo dove si concentra maggiormente la poverta e lo sfruttamento.
    Di fronte al volore di scambio di un notebook o di un paio di scarpe che noi compriamo, non riflettiamo mai sul fatto che quella merce è frutto dello sfruttamento di bambini o di persone che vengono pagate 2 dollari al giorno .
    Insomma il nostro benessere (falso) si basa sullo sfruttamento di una multitudine di oppressi di cui non sapppiamo nemmeno l’ubicazione.

  11. Domenico ha detto:

    Scusate se dirigo i discorsi verso la politica e abbasso il livello delle discussioni a chiacchiere da bar ma sono si ritorno da Mirabello. Non faccio parte dell’elettorato della festa tricolore, ma ero partito da casa con l’idea e la speranza che avrei assistito ad un discorso politico che avrebbe potuto cambiare o perlomeno dare uno scossone forte alla situazione politica italiana. Il risultato: niente. Anzi, dopo due lunghi anni, la presa di coscienza che la fusione di An e Fi è stata un errore. Il risultato una fase di stallo. Adesso si corre ai ripari o meglio si ritorna indietro di due anni…proprio nel momento in cui sarebbe stato necessario correre più forte.

    è possibile correre solo ai ripari o si può giocare d’anticipo?

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il tuo commento dovrà essere approvato prima di apparire.

Iscriviti alle notizie da alfabeta2 e alfapiù

* = campo richiesto!

Archivi