Andrea Fumagalli

E’ da qualche anno che si discute del ruolo dell’intellettuale, seppur in ambiti ancora molto ristretti e senza grande enfasi sui media di larga diffusione. Per intellettuale, intendiamo non chi fa lavoro intellettuale (attività oggi tutta da ridefinire), ma chi - per dirla con Eco - “ricopre la funzione intellettuale, svolgendo un’attività critica e creativa”. E’ grande merito del primo numero di Alfabeta2 a domandarsi se nel dibattito culturale contemporaneo abbia ancora senso parlare di funzione intellettuale. Il secolo XX – il secolo degli intellettuali – è terminato, infatti, nel segno di  un strutturale cambiamento sociale, economico e valoriale, al cui interno le categorie sociali, culturali  e antropologiche novecentesche sono in buona parte saltate.  Per rispondere a tale domanda, è dunque necessario partire, direi marxianamente, proprio dalle mutate condizioni materiali e soggettive della produzione e del lavoro.

La crisi del paradigma fordista-industriale è stata anche conseguenza di una nuova soggettività che erompe nella scena della valorizzazione: l’intellettualità diffusa o di massa, prodotta dalle lotte degli anni Settanta. Avrebbe potuto e dovuto (almeno nelle nostre intenzioni)  essere il trionfo della creatività e della coscienza critica, quindi il terreno ideale perché dieci, cento, mille intellettuali fiorissero. Vi erano tutte le premesse perché ciò potesse avvenire, soprattutto dopo l’eruzione del 1977 che aveva definitivamente spazzato via l’idea togliattiana di ”intellettuale organico”.  Invece nulla si è verificato, anzi, la funzione intellettuale si è progressivamente marginalizzata, inizialmente costretta all’esodo per sfuggire alla repressione, successivamente travolta dalle nuove forme di comunicazione, imposte proprio dall’avvento dell’intellettualità di massa.

Nel corso del XX secolo lo “status” di intellettuale che interveniva nella scena pubblica, a partire dal famoso “J’accuse” di Emile Zola sino all’engagement sartriano, è stato giustificato da un riconosciuto accesso al sapere e alla cultura, o tramite il ruolo professionale svolto o tramite la capacità di leggere criticamente la modernità contemporanea. L’elemento critico-creativo è sempre stato fondamentale e ciò può spiegare la forte acredine che le forze reazionarie e conservatrici hanno sempre avuto verso gli intellettuali, pur non mancandone al loro interno.

La netta separazione tra lavoro intellettuale e lavoro manuale, tipica della disciplina sociale fordista, faceva sì che l’accesso alla cultura fosse comunque limitato e che il controllo del processo di valorizzazione capitalistica si attuasse nell’attività di produzione materiale grazie all’espropriazione macchinina del sapere umano (leggi operaio).

Con il passaggio al capitalismo cognitivo, il sapere e il linguaggio diventano funzioni produttive di plus-valore e su di essi si instaura la nuova divisione cognitiva del lavoro. Formazione, competenza, conoscenza, sapere, cultura: parole che solo apparentemente sono sinonimi, ma che indicano precise gerarchie in grado di controllare la funzione di creazione e di diffusione della conoscenza come nuova base della valorizzazione capitalistica. Creatività e capacità critica tendono sempre più ad essere sussunte al processo di produzione, oggi sempre più immateriale.  L’intellettualità di massa, il general intellect, deve essere compatibile con le esigenze imposte dal processo di accumulazione.

L’innovazione comunicativa-linguistica dell’underground sociale degli anni ’70, che tanto fastidio aveva dato agli assetti di potere dell’epoca sino a richiedere l’intervento manu miltare, si trasforma in servilismo acritico tipico dei media contemporanei o in creatività di immaginari idioti e proni: be stupid!  Dall’economia della sovversione si passa all’economia della deficienza.

L’insegnamento universitario – principale, ma non unico, bacino nel XX secolo della funzione intellettuale - diventa oggi il prototipo della normalizzazione e solo pochi gruppi di studenti cercano disperatamente di non farsi fagocitare nel processo di lobotomizzazione /taylorizzazione culturale e cerebrale che oggi caratterizza il ciclo degli studi.

La stessa opera letteraria e artistica con l’inizio del nuovo millennio si trasforma sempre più in merce, sia grazie ai processi di concentrazione editoriale, sia al ripiegamento “individualistico-mediatico” degli stessi scrittori-artisti. Aldo Busi che partecipa all’Isola dei  Famosi, Paolo Nori che accetta di scrivere su qualsiasi testata giornalistica, Alessandro Piperno che teorizza la solitudine dello scrittore e il giusto rifugiarsi nella torre d’avorio sono solo alcuni esempi: ben lontano dai Pasolini, dai Sciascia o dai Tabucchi degli ultimi decenni del secolo scorso!

La digitalizzazione e la standardizzazione delle pratiche di comunicazione e di linguaggio, il loro divenire produttori di valore, svuota la funzione culturale dell’intellettuale sino a farla diventare funzionale e compatibile con il processo di messa a lavoro (e quindi a valore) della vita e delle sue pulsioni più creative. E’ con l’avvento del capitalismo cognitivo e la sua necessità di asservire la conoscenza e la cultura alla logica del profitto e della rendita che la funzione dell’intellettuale si spegne. Se tale funzione viene oggi ancora riconosciuta è solo quando si fa ancella del potere. E non è un caso che oggi siamo in piena egemonia culturale di destra.

Nel capitalismo cognitivo, il mezzo di comunicazione e di linguaggio definisce la potenza pseudo-culturale e ne stabilisce il “diritto di esistere”, a differenza del XX secolo, quando erano la potenza culturale  a definire le modalità e le forme di comunicazione.

Questa trasformazione non è avvenuta solo sul piano culturale. E’ stata anticipata dalle trasformazioni che hanno  materialmente e soggettivamente  interessato il rapporto capitale lavoro. Due sono i punti rilevanti: da un lato, l’emergere della precarietà come condizione generalizzata, esistenziale e strutturale, con il suo carico di ricattabilità ma anche di consenso (indotto dagli immaginari stereotipati forniti dagli stessi mezzi di comunicazione), dall’altro, il controllo dei processi di formazione e di educazione che hanno favorito la segmentazione del sapere a vantaggio della specializzazione codificata (usa e getta) e a danno della capacità critica e culturale vera e propria. Siamo al contempo nell’era dell’intellettualità di massa e dell’ignoranza (nel senso etimologico di “non-conoscenza”).

La funzione intellettuale, a differenza del passato,  è così oggi totalmente alienata, come era ed è alienata la funzione lavorativa. Ma non è morta. Nel XXI secolo, essa presenta comunque quell’eccedenza, pur limitata ma comunque irriducibile, che non può essere totalmente sussunta alla logica della commercializzazione e del servilismo contemporaneo. Di certo, sic rebus stantibus, non si svilupperà nei luoghi dove finora si era diffusa: le università o i salotti. Ma fiorirà in quella moltitudine nomade che ancora resiste e propone.

[Apparso l'11/08/2010 sul sito Global Project]

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22 Risposte a L’alienazione dell’intellettuale

  1. domenico ha detto:

    La funzione dell’intellettuale è nota, in tutti i suoi aspetti, almeno da Socrate. Non occorre arrivare alle idiozie di Eco. E invece: Eco e suoi ‘clientes’ sono sempre lì a friggersi le meningi in idiote chiacchiere col ‘sigaro in bocca’. Addirittura la funzione dell’intellettuale sarebbe oggi ‘tutta da definire’! Vuoi vedere che ‘Alfabeta’ finirà come tutte le cloache e cioè per scoprire che la merda alla fine galleggia? Sarebbe già qualcosa, dopo tutto. Ma è il massimo che può capitarle.
    Eppure, c’è stato l’illuminismo. Eppure, c’è Gramsci… Invece no: il mondo inizia e finisce con Eco, ovvero con l’uomo col sigaro in bocca, che parla e scrive per noia… e che crede di essere un ‘creativo’, ovvero, per farla breve, un ‘berlusconoide’.

  2. Domenico ha detto:

    Siamo giunti al momento della riscossa dell’intelletuale? Alfabeta2 può essere il campo giusto su cui giocare la partita decisiva per gli intellettuali?

  3. andrea inglese ha detto:

    mi sembra di capire dall’insistenza dei suoi interventi che il sig. domenico (vedi I commento) è di quelli che usano i blog per sfogare rivalse nate in altri contesti; perché non usare quei contesti per risolvere le rivalse?

  4. domenico ha detto:

    Domenico non ha rivalse con nessuno, tanto meno con Eco e i suoi clientes. Rivalersi poi di che? Gli fa solo schifo – ma lo fa anche alle pietre – leggere espressioni come ‘capitalismo cognitivo’. Insisto: ci vuole un tasso ‘eccelso’ di idiozia per sbronzarsi con cotali idiozie. Per il resto, sfido andrea e la sua ‘cricca’ a cimentarsi su qualsiasi concetto (dico: concetto, cioè qualcosa che fa pensare, anziché schifare).

    • andrea inglese ha detto:

      Innanzitutto, firmati con nome e cognome, così siamo certi che non c’è alcuna rivalsa in atto. Secondo: argomenta. Il tuo vocabolario va da “fatti una sega” a “questo concetto fa schifo”, e “cricca”, e simili. Non siamo un sito per sfogare frustrazioni. Apriti una pagina fb per questo.

  5. domenico ha detto:

    domenico felice
    facilmente reperibile nei siti dell’Università di Bologna e su ‘www.montesquieu.it’.
    Insisto: ‘capitalismo cognitivo’ è una schifezza e basta.
    Non fare il finto tondo. Io non sono mai stato un frustrato, come te e i tuoi simili. Le teste vuote vanno combattute, in quanto – per essenza – sono ‘berlusconoidi’.
    La vita ha senso solo se ‘pensata’ e solo se non contribuisce alla ‘barbarie’, come invece fa Eco e chi lo segue.
    La merda in cui siamo (culturalmente parlando) non si è prodotta da sola. Qualcuno l’ha prodotta, e io dico che Eco e i suoi simili ne sono i veri protagonisti.

  6. Stefano Lucarelli ha detto:

    Andrea Fumagalli cerca di analizzare la funzione dell’intellettuale nella fase attuale del capitalismo.
    Sostiene che dopo la crisi del paradigma fordista entra in crisi anche la tradizionale separazione fra lavoro intellettuale e lavoro manuale. Dà rilevanza alle mobilitazioni sociali che nel corso degli anni Settanta hanno rivendicato il ruolo del sapere critico e hanno criticato le gerarchie sociali. Infine sottolinea come questa esperienza sia stata oggi riassorbita. Questo “riassorbimento” delle istanze critiche è proceduto di pari passo con nuove forme di organizzazione del lavoro e della produzione in cui il ruolo della comunicazione, della formazione, del sapere ha assunto una centralità crescente. La stessa università è coinvolta in (e sconvolta da) questa grande trasformazione.
    Molti scienziati sociali ha cercato di individuare delle regolarità in questo processo per definirlo: David Harvey ha parlato di regime di accumulazione flessibile; Bob Jessop e la scuola di Lancaster hanno diffuso il termine postfordismo; Gary Becker e la scuola di Chicago hanno parlato di knowledge-based economy, intendendo la conoscenza come un fattore produttivo (gran parte delle riforme del mercato del lavoro che hanno contribuito alla precarietà diffusa sono state disegnate a partire da quest’ultimo approccio). Andrea Fumagalli (insieme ad altri ricercatori italiani e francesi in parte influenzati dalla “scuola della regolazione parigina” e dall’operaismo) propone di usare il termine “capitalismo cognitivo” .
    Il prof. Domenico Felice dell’università di Bologna ricorda con insofferenza che la funzione dell’intellettuale è nota dai tempi di Socrate. Devo dedurne che per il prof. Felice non è corretto interpretare la storia dell’uomo a partire dai modi di produzione che si affermano?
    Il prof Felice offende Andre Fumagalli relegandolo a cliente di Eco. Dopodiché sostiene che “capitalismo cognitivo” è una schifezza e basta. (Schifezza: cosa schifosa, ripugnante, mal fatta o mal riuscita.) Il tentativo di studiare l’attuale regime di accumulazione secondo l’ipotesi del “capitalismo cognitivo” presenta senza dubbio dei problemi (io stesso, che ne ho scritto e continuo a scriverne anche insieme ad Andrea Fumagalli, ho sollevato dei problemi).
    Tuttavia sarà bene sottoporre all’attenzione dei lettori di Alfabeta2 una definizione, così da uscire dalla gabbia del disfattismo e ritornare se mai alla critica: il concetto di capitalismo cognitivo è stato proposto per ribadire la connessione fra sviluppo delle forze produttive e rapporti sociali di produzione. Il termine “capitalismo” designa la permanenza delle variabili fondamentale del sistema capitalistico (il ruolo guida del profitto e del rapporto salariale); l’attributo “cognitivo” pone in evidenza la nuova natura del lavoro, delle fonti di valorizzazione e della struttura proprietaria sulle quali si fonda il processo di accumulazione e le contraddizioni che questa mutazione genera. In questa prospettiva ciò che conta è cogliere la storicità del fenomeno conoscenza. Esistono differenti “modi di regolazione” e “regimi di produzione” della conoscenza che evolvono in relazione alla trasformazione delle forme istituzionali.
    Chiedo al prof. Domenico Felice: non pensa che per interrogarsi sulle funzioni dell’intellettuale possa essere utile uno studio dei modi di regolazione e dei regimi di produzione della conoscenza? Non crede che in questo modo si possa contrastare l’ideologia della formazione permanente, criticare il sistema dei crediti/debiti formativi che stanno devastando le nostre Università, cominciare a dare forza all’indecenza di lavoratori plurilaureati con contratti a tempo determinato di 600 euro al mese (situazione che contribuisce ad indebolire e a rendere muto tutto il mondo del lavoro)?

  7. andrea inglese ha detto:

    Esimio collega (sereno) di Eco,
    con frasi tipo questa:
    “Insisto: ‘capitalismo cognitivo’ è una schifezza e basta.”
    si è molto efficaci in un bel talk-show televisivo, se riesci a urlarla e a ripeterla come fa Sgarbi con frasi simili.
    In un sito, alla fine, ti permette di ottenere solamente un trofeo da troll.

  8. Gibus ha detto:

    Salve a tutti!
    Credo che partire con un numero sulla figura degli intellettuali sia stata una scelta inevitabile e di questo bisogna rendere merito alla nuova Alfabeta.
    Se ci guardiamo attorno, al mondo culturale italiano, vengono in mente alcune pagine del Gioco delle perle di vetro di Hesse, quando lo scrittore parla dell’”era appendicistica o della terza pagina” in cui ogni forma di comunicazione intellettuale “recava l’impronta della merce in serie, prodotta in fretta e senza responsabilità” e dove si era subissati da una miriade di riviste che condussero inevitabilmente a una “spaventevole svalutazione della parola”.
    Penso che oggi il compito degli intellettuali sia ridare voce a una parola che sappia andare oltre il brusio di una comunicazione vuota. E questo rientra in quella “attività critica” di cui parla Eco. In questo senso la rivista Alfabeta può assolvere il compito, aprendo uno spazio fecondo in cui la scrittura critica decide di dire sfuggendo a certi modelli precostruiti, nella speranza che possa esplicare “l’attività intellettuale” di cui parla Gramsci: “Suscitare nuovi modi di pensare”.

  9. Sascha ha detto:

    Più volte mi è capitato di non approvare o anche destestare certe opere o pronunciamenti di Umberto Eco, i cui limiti di scrittore vennero a suo tempo perfettamente identificati da Bellocchio e Berardinelli.
    Poi però penso a i suoi odiatori professionali, al vasto disprezzo nei suoi confronti nelle secche dell’accademia e del culturame italiano e allora me ne sto zitto per non essere confusi con tali figuri…

  10. REM ha detto:

    non apprezzo il capitalismo cognitivo, però diverse affermazioni dell’articolo mi sembrano, oggi più che mai, contestabili.
    Ora, che la funzione intellettuale sia prodotto di valore è una realtà già con l’invenzione della stampa, se non prima; la compatibilità e il servilismo della funzione intellettuale, da Pindaro in poi. Che ancora nel terzo millennio si vagheggi di un intellettuale libero, non sovradeterminato da dimensioni socioculturali, in particolare economiche, per me è ingenuo e fallimentare. (Non è affatto vera l’equazione per cui 40 anni fa si rendeva la cultura economizzabile, ora si economizza la cultura).
    Secondariamente, la condanna tout court dei media contemporanei, anche se di sfuggita, è davvero così necessaria ? Mi sembra che sia una caratteristica comune di chi del ceto intellettuale ritiene di far parte, opponendosi in maniera più o meno esplicita all’utilizzo dei media stessi (puro autolesionismo, a mio avviso) e trovandosi nell’incoerenza di utilizzare un medium (internet) mentre lo si denigra. Mezzo che, al momento, è l’unico ad essere ancora capace di sviluppare ed ospitare dibattito critico e libero. Non capire i nuovi medium, artistici e non, che segnano la svolta del secolo, vuol dire rinunciare a capire il nostro tempo, semplicemente.
    Infine, una piccola nota: riconosciamo le nostre colpe. Se siamo nella situazione in cui siamo, è perché abbiamo sbagliato. Rincorrere un ruolo che crediamo ci spetti di diritto, quando non facciamo nulla per meritarlo né tentiamo di capire quale possa essere un apporto critico significativo a questa società, è sbagliato. Anzichè partire dalla rivendicazione di una importanza negata, dovremmo ammettere che bisogna costruire il merito per fare critica seria e fondata del tempo nostro. Discorsi di questo tipo sono solo un altro modo, seccato e rancoroso quasi, di rintanarsi nella torre d’avorio (dei concetti), quella per cui solo chi vi sta dentro ha ragione, e può guardare da lontano e giudicare (perché negli anni ha accettato senza discutere lo spazio concessogli dal Sistema, di relativa tranquillità, e impotenza).

  11. domenico ha detto:

    A Lucarelli consiglio la lettura dei ‘Grundrisse’ e del ‘Capitale’ di Marx (ci trova tutto, e di più – tranne ‘capitalismo cognitivo’ -, ciò di cui ha bisogno, senza andare a Harward o a Chicago). E lo prego di non intasarmi la posta elettronica.
    Andrea è un ‘caso disperato’ (come avevo capito subito).
    Il bipede verticale (Sascha), infine, che parla di ‘odiatori professionali, al vasto disprezzo nei suoi confronti nelle secche dell’accademia e del culturame’, è per definizione un ‘berlusconoide’. Forse non lo sa, ma le parole che usa appartengono al vocabolario di Goebbels. Prima di parlare, bisogna pensare; per pensare occorre un cervello, ovvero una testa. Cosa rarissima, oggigiorno.

  12. Stefano Lucarelli ha detto:

    Faccio un ultimo tentativo per costruire un dialogo e pongo delle domande sul tema che Alfabeta2 ha suggerito:
    1) per cogliere la funzione dell’intellettuale è corretto far partire ogni ragionamento dall’analisi del modo di produzione in cui ci troviamo?
    2) Se sì, quali sono le caratteristiche del modo di produzione che si è storicamente affermato? Mi pare che non si possa che riconoscere che ci troviamo ancora ad avere a che fare con un sistema capitalistico di produzione? Ma come si è evoluto il capitalismo negli anni ’50, ’60, ’70, ’80, ’90, ’00, ’10? Ci troviamo di fronte sempre ad uno stesso regime di accumulazione? E in che modo sono cambiati i modi di regolazione? Sono gli intellettuali riducibili a funzionari di un modo di regolazione?
    3) Che relazione c’è tra le istanze espresse dai movimenti durante gli anni ’60 e ’70 e l’università di massa? Che relazione c’è tra le nuove modalità di comunicazione, di formazione e di organizzazione delle competenze nei luoghi della produzione, da una parte, e la contestazione dell’organizzazione scietifica del lavoro così come si espresse negli anni’60 e ’70, dall’altro?
    4) Eiste un’intellettualità diffusa, una diffusione del sapere che risponde ad una razionalità sociale cooperativa? Se sì, può l’intellettualità diffusa essere considerata l’esito della democratizzazione dell’insegnamento e dell’elevazione del livello generale di formazione?

  13. andrea inglese ha detto:

    a rem,
    mi sembra che ciò di cui si sta discutendo, qui e altrove, non è: i bei tempi in cui gli intellettuali contavano non ci sono più, ma che cos’è una funzione intelletuale oggi? chi la svolge a destra? chi potrebbe svolgerla a sinistra? chi la svolge male? ; come la realtà cambia, così cambia l’oggetto di cui si sta parlando.
    E’ un argomento ozioso, ridefinire oggi qual è e quale potrebbe essere una funziona intellettuale? Io credo proprio di no. I concetti, di per sé, sono strumenti d’azione e comprensione della realtà. Dopodiché si tratta di discutere su quali sono gli strumenti più efficaci.
    Quanto al tuo discorso sui media, e i nuovi media, sono in parte d’accordo.

    a lucarelli
    sulla domanda 2, non essendo un esperto del campo, posso solo citare un solido studio sull’evoluzione del sistema capitalistico e sui suoi discorsi di autolegittimazione: Luc Boltanski e Eve Chiapello, “Le nouvel esprit du capitalisme”, uscito se non erro nel 1999. Non ancora tradotto in italiano, ma degno davvero di attenzione.

    sulla 4, che mi sembra davvero una bella domanda: l’intelletualità diffusa corrisponde ad una razionalità sociale cooperativa? Riflettevo ad alcune mode nate su fb o più in generale sulla rete, come quella di organizzare coreografie di massa, che vengono poi realizzate all’improvviso in luoghi pubblici. Questo tipo di appuntamenti collettivi hanno un nome, ma ora non lo ricordo. Si potrebbe facilmente dire: volgere una tale pratica nei termini di una forma di lotta politica sarebbe molto efficace e assai necessario oggi. Nello stesso tempo, anche la frivola esperienza di una coreografia collettiva e autogestita non è, a suo modo, una forma di razionalità sociale cooperativa?

    • REM ha detto:

      @ Andrea Inglese
      Mai pensato che sia inutile riflettere sul ruolo dell’intellettuale: soltanto mi pare che in questo, e in altri articoli il buon proposito sia minato da una serie di considerazioni aprioristiche che impediscono di discutere / mettersi in discussione, che ho tentato di segnalare. il Pensiero di Carmelo (che per il resto mi vede completamente d’accordo) riassume la questione quando ritiene che «l’evoluzione capitalistica … ha degradato la funzione creativa a mera “tecnica”, privandola di autonomia»:ora, possibile che si debba tornare sempre alla giustissima ma ormai sterile critica al capitalismo (quando non ci si arma di strumenti capaci di dargli nuovo significato)? Se Fumagalli ritiene che col Capitalismo congnitivo «il mezzo di comunicazione e di linguaggio definisce la potenza pseudo-culturale e ne stabilisce il “diritto di esistere”, a differenza del XX secolo, quando erano la potenza culturale a definire le modalità e le forme di comunicazione» come si trasforma questo in riflessione propositiva e non nostalgica? Non credo si possa.

      @ Carmelo
      è interessante parlare dei luoghi della produzione simbolica:
      da molte parti, specie nelle università, si nota come la concettualizzazione della merce sia ben vista, perché riduce la disparità di capitale/mezzi di produzione e permette di competere con il sistema in maniera meno impari; l’intellettuale che decide di accettare questo paradigma diviene un “produttore di immagini simboliche”, che sfrutta le leggi mediatiche e pubblicitarie, il capitale sociale e la condivisione tecnologica per garantire l’accessibilità al suo messaggio/emblema.
      Il problema è semmai cosa, in mancanza di una coesione di gruppo intellettuale e di un progetto politico-sociale, distingua un tentativo di questo tipo dalla tipica azione di egemonia berlusconiana.

  14. carmelo ha detto:

    l’articolo non mi convince molto per due motivi:
    1) La ricostruzione storica m isembra un po’ approssimativa, soprattutto il ruolo delle cosiddette rivolte degli anni ’70;
    quando si usano espressioni quali
    l’intellettualità diffusa o di massa, prodotta dalle lotte degli anni Settanta o
    l’eruzione del 1977 che aveva definitivamente spazzato via l’idea togliattiana di ”intellettuale organico
    si sta facendo della vuota e inconsistente retorica, simile a quella che si produceva in quegli anni che partiva da un’analisi semplicistica e illusoria della realtà. Per esempio mi ricordo che nel 77 si legavano i professori di sinistra, gli si orinava addosso e si chiedeva il 18 garantito. Il 77 non ha spazzato via un bel niente, è stato solo il colpo di coda di un sogno ormai gia’ da tempo consegnato alla storia.

    1) si usano categorie logore e inadeguate a spiegare la complessità della realta economica e sociale.
    In questo paese, ma non solo, coesistono modelli produttivi pre-fordisti (la realta’ del mercato clandestino, del mercato non regolamentato, a sfruttamento intensivo del lavoro richiama semmai i primordi della rivoluzione industriale), accanto a modelli piu’ avanzati .

    Sono d’accordo invece che l’evoluzione capitalistica (che attraverso la globalizzazione della finanza e delle produzioni, ha restaurato le forme primitive di sfruttamento della forza lavoro – altro che fine del paradigma fordista; basta chiedersi come e dove vengono prodotte le nike, o gli ipod o i nokia o le auto etc-) ha degradato la funzione creativa a mera “tecnica”, privandola di autonomia.
    I luoghi della cosiddetta produzione simbolica, dove si forgia l’immaginario collettivo, non sono piu’ l’università o (anche la famiglia) ma il mercato dei media. Sono i pubblicitari, gli esperti di marketing, di nuove tendenze giovanili (sic!) i responsabili editoriali, i produttori musicali, sono loro che mettono la loro tecnica al servizio del mercato allo scopo di raggiungere uno e uno solo obiettivo. indurre, stimolare spingere a consumare. Quindi tutti i discorsi e le verità che vengono veicolati attraverso i media hanno un solo scopo: addormentare le coscienze e placare le loro ansie e paure attraverso lo stimolo a consumare all’infinito.

  15. Andrea Fumagalli ha detto:

    @Carmelo

    E’ charo che in un articolo di 4000 battute non si può essere esaustivi ne completi. Si è per forza rozzi e superficiali. Ma ciò che conta è il messaggio che si vuole trasmettere. A mio modesto parere, dal 1968 in poi è fortemente aumentato l’accesso al’istruzione in Italia. Certo non si è ancora ai livelli medi europei, ma se oggi abbiamo tassi del 40-50% dei giovani con un titolo di scuola media superiore e un 20% con un titolo di laurea (livello che a livello dell’intera popolazione scende al 10%, tra i più bassi d’Europa), ciò deriva proprio dalla liberalizzazione degli accessi universitari e dalla spinta allo studio come strumento di emancipazione sociale di quegli anni (di cui ho goduto anch’io). Da un decennio a questa parte, si assiste al processo inverso. Il controllo degli accessi all’università è fortemente aumentato così come le iscrizioni ai licei. L’università sta ritornando (o meglio è già ritornata) ad essere d’élite. La nuova segmentazione sociale passa per la divisione della conoscenza. E’ questo l’aspetto che volevo sottolineare, rispetto al quale si modifica la funzione intellettuale. Oggi essa diventa strutturalmete di “servizio” (ciò non c’entra nulla con il servilismo). Un esempio: se vuoi fare carreira accademica, sei perfettamente cosciente che devi pubblicare in alcune riviste e non in altre (è questo il caso di Economia, dove lavoro). Le nuove generazioni di intellettuali sono all’interno di questo meccanismo ricattatorio (e alienante). [Se mi è lecito azzardare un parallelo un po’ forzato, la cappa attuale di ricattabilità (e di consenso, questo sì spesso servile e opportunistico) non è poi così distante da una certa concezione dell’intellettuale organico di stampo pcista-ortodosso]. E tutto ciò è funzionale agli essetti di comando della nuova struttura di accumulazione, che sull’apprendimento (generazione di conoscenza) e sulle reti (diffuzione della conoscenza) sviluppa la sua capacità di vaorizzazione. Ciò non toglie che ci siano sacche di pre-taylorsmo, di schiavismo (ad esempio gli stage dei laureati….), di forza-lavoro migrante rinchiusa nei Cie e schiavizzata.
    Su questi temi, oltre al testo di Boltanki e Chiapello, si può consultare Carlo Vercellone, “Capitalismo cognitivo”, Manifestolibri, 2007 o anche il mio “Bioeconomia e capitalismo cognitivo”, Carocci, 2008.

    P.S: Nel ’77 ne sono successe (ne abbiamo fatto) di tutti i colori, ma ciò che è necessario ricordare non è il tanto il 18 garantito, quanto piuttosto la rabbia che sfocia troppo in atti di violenza eccessiva (certe volte comprensibili, ma non giusificabili) e la forte carica di eccedenza e creatività che ha segnato, che piaccia o meno, i decenni seguenti.

  16. guido caserza ha detto:

    La nozione di capitalismo cognitivo (premetto che parlo pressoché da incompetente) mi pare ovviamente pertinente e congrua nel momento in cui si riferisce a quel segmento del capitalismo che designa, come scrive Fumagalli, “il sapere e il linguaggio” quando “diventano funzioni produttive di plus-valore…”. D’altra parte, in ottica planetaria, non possiamo dimenticare che il fordismo è attivamente vivo e vegeto in Cina. Detto questo, in riferimento alla questione sollevata ottimamente da Lucarelli circa le “caratteristiche del modo di produzione che si è storicamente affermato”, anche stando al capitalismo cognitivo, quindi a una sola porzione del capitalismo tout court, ho l’impressione che le dinamiche in azione siano ancora quelle del capitalismo classico: da una parte lo sviluppo di nuove forze produttive (dalle nuove tecnologie alla Rete, con la potenziale distribuzione gratuita dei prodotti); dall’altra, e in conflitto e in contraddizione con la prima, i rapporti di produzione capitalisti che mirano ovviamente a riprodurre e a imprimere lo statuto di merce alle nuove tecnologie, negandone le potenzialità. In questo senso, capitalismo cognitivo non è altro, come insegna Bonomi, che la “nuda vita” messa al lavoro, ovvero al servizio del capitale. Dunque, varrebbe ancora l’analisi di Marx (“da una parte il capitale risveglia tutte le forze della scienza e della natura…per rendere la creazione di ricchezza indipendente dal tempo di lavoro utilizzato per essa. D’altra parte, esso pretende di misurare le forze sociali secondo la misura del tempo di lavoro, rinserrandole nei limiti stretti, necessari alla conservazione, in quanto valore, del valore già prodotto. Le forze produttive e i rapporti sociali … appaiono al capitale unicamente come mezzi per produrre a partire dalla sua base ristretta”) e resterebbe da capire come gli intellettuali possano, restando al capitalismo cognitivo, restituire al nuovo sviluppo delle forze produttive, tutto il loro potenziale (quello della distribuzione potenzialmente gratuita).

  17. carmelo ha detto:

    @andrea fumagalli
    ti ringrazio per i chiarimento che mi permottono di capire meglio il tuo pensiero;
    hai ragione i temi sono tanti che è difficile essere esaustivi in poco spazio.
    Vorrei soffermarmi su alcuni punti.
    Sono completamente d’accordo sull’effetto rivoluzionario e dirompente del ’68 anche per quanto lo specifico campo dell’istruzione e l’emancipazione delle classi contadine-operaie.
    Ma questo è un paese con una borghesia straccione e un capitalismo straccione.
    La scolarizzazione non ha avuto gli stessi effetti (positivi) dei paesi occidentali a capitalismo avanzato. Come ben sappiamo il titolo di studio, in questo paese, è condizione necessaria ma non sufficiente per accedere al mercato del lavoro. Non parlo di ora ma già negli anni ’80 oltre al titolo di studio per poter ambire a un lavoro gratificante sotto il profil oeconomico e professionale oltre al titolo di studio bisognava avere due requisiti:
    1) capacità di attesa
    2) sistema di relazioni
    requisiti io direi tipici di una società medievale, corporativa e chiusa.

    Il risultato è che la massa degli studenti ripiegava su lavori dequalificati, il piu’ delle volte statali e sottopagati.

    E’ vero quello che tu dici, che in Italia da un decennio a questa parte l’accesso all’universita e’ sottopostoi a maggiore controllo e comunque l ostudio comporta un considerevole esborso monetario (con un perverso meccanismo “made in italy” i dipendenti pagano piu’ tasse dei figli dei professionisti o imprenditori sistematicamente evasori fiscali).
    Ma io non credo che questo straccio di paese voglia creare una scuola elitaria. Credo che questo paese, governato con i lbassoventre, semplicemente ritiene la cultura, l’istruzione, la ricerca, un costo inutile, uno spreco, e taglia taglia la spesa per la ricerca, la cultura e l’istruzione.
    Per il resto sono d’accordo che dagli anni 70, nell’ambito dell’economia un importanza sempre maggiore è stata assunta dalla cosiddetta produzione immateriale.
    Non ho letto i testi che voi citate sul capitalismo cognitivo, ma credo che lo faro’ tantopiu’ che tu citi un libro edito da manifetsolibri e io mi sento legato con il cuore oltre che con i l cervello a Il manifesto, secondo me una delle cose piu’ belle che la sinistra ha saputo creare nell’ultim oscorcio dels ecolo scorso.

  18. Antonio Allegra ha detto:

    volevo proporre questo articolo scritto da una precaria (disoccupata!) della conoscenza: forse può servire alla discussione.

    http://www.ospiteingrato.org/Interventi_Interviste/Dare_fiato_alle_lotte.html

  19. andrea inglese ha detto:

    Grazie Antonio. L’articolo è ben in tema.

  20. Stefano Lucarelli ha detto:

    Credo che possa servire a riprendere il discorso anche l’iniziativa promossa dalla Casa della Cultura “Un’inchiesta tra intellettuali milanesi e italiani sulla crisi del rapporto tra cultura e politica”. Al seguente link
    http://www.casadellacultura.it/site/65/index.html
    è possibile leggere le domande rivolte agli “intelelttuali” ed anche alcune interessanti risposte

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