Giuseppe Caliceti

Avendolo conosciuto abbastanza bene, ho motivi di credere che a Edoardo Sanguineti sarebbe interessato non poco il libro di Massimo Panarari, docente di Analisi del linguaggio politico all'Università di Modena e Reggio Emilia. Titolo: “L'egemonia sottoculturale “. Sottotitolo: “L'Italia da Gramsci al Gossip”. Editore: Einaudi. Se non altro perché Edoardo Sanguineti, qualche anno fa, sulle pagine di Liberazione e del Corriere, suscitò scalpore esortando gli intellettuali italiani a riflettere e a studiare un fenomeno mediatico di quei tempi: la Lecciso. A sporcarsi le mani con la realtà, insomma. E' ciò che fa Panarari nel suo libro che, come l'articolo di Eco sul redivivo “Alfabeta2”, riflette sull'inattualità e il ruolo di una delle figure più bistrattate degli ultimi decenni: l'intellettuale.

Panarari ci ricorda come in Italia si sia velocemente passati da un'egemonia culturale della Sinistra, ad una sottocultura prevalentemente di destra che rispecchia quella del cosiddetto libero mercato: una sorta di plancton popolato da un asfissiante esercito di veline, tronisti, iene, grandi fratelli, vip o aspiranti tali. Pubblicità e pubblicità della pubblicità, sembrerebbe. Culla naturale del fenomeno Berlusconi. Si passa così dalla nozione di “nazional popolare” gramsciana, a quella di un Paese nazional popolare affollata di “mezzi di distrazione di massa” che permettono ai politici di praticare politiche sempre meno democratiche. Il paradosso? Molte delle tecniche di comunicazione dell'attuale, diffusa e invadente comunicazione della politica-spettacolo, - rileva Panarari, - sono nate negli anni Sessanta e dalle riflessioni sul post-moderno degli anni Ottanta. E leader e testimonial più rappresentativi di questa nuova era dell'ignoranza provengono, spesso e volentieri, proprio da sinistra; riciclati poi in una destra populista e di mercato. Panarari ne identifica alcuni: i situazionisti Antonio Ricci, Alfonso Signorini, Maria De Filippi. Manca solo Giuliano Ferrara, per rendere completo il quadretto di famiglia.

Parallelamente al trionfo del berlusconismo, l'acuto e coraggioso libro di Panarari - che dovrebbe essere letto ad alta voce alle Feste dell'Unità e in ogni sezione di partito del cosiddetto centrosinistra, almeno finché esistono, - racconta la desolante storia del centrosinistra italiano, la sua completa e drammatica disfatta. Non tanto o solo elettorale, ma assolutamente e, prima di tutto, culturale: è questa la triste e scottante verità difficile da digerire. Un centrosinistra con leader ingenui, ignoranti, supponenti e/o idioti. Un centrosinistra che ha completamente perso la bussola. Un centrosinistra di orfani di un Pci in cui i capetti, che erano soprattutto gli esecutori diligenti di una ideologia nata altrove, dopo la caduta del muro di Berlino nell''89 non sa letteralmente che pesci prendere. Perché abituato a eseguire, più che inventare. Tanto che, incapace di immaginarsi – ancora prima di lottare per, - una seria e alternativa opposizione, con i loro comportamenti riescono solo a legittimare il berlusconismo.

Uno dei clou di questo spappolamento del centrosinistra, secondo Panarari, avviene con l'atto di presenza di Fassino nella trasmissione tv “Uomini e donne” di Maria De Filippi: “E' un'egemonia esemplarmente vittoriosa”, - scrive l'autore, - “se alla sua fascinazione non riesce a sottrarsi neppure la sinistra ex (ma proprio molto ex) comunista in cerca di riferimenti alternativi rispetto alla sua tradizione”. E infatti Pietro Fassino, tra fiumi di lacrime, riabbraccia dopo un tempo immemorabile la vecchia tata dell'infanzia sabauda.

Oggetto di qualche critica, lo stesso Fassino si difende sdegnato: “Io dico che c'è un atteggiamento un po' diffidente e un po' snobistico verso trasmissioni popolari come quelle che, invece, sono uno strumento per conoscere il Paese, il suo modo di pensare, il suo modo di parlare e guardare alla vita”. Bingo!

Questo l'italico andazzo, insomma. E se il leader dell'opposizione è così ottuso, non c'è da stupirsi troppo se il suo esempio viene seguito anche da nuovi ex intellettuali organici. Si possono rintracciare assonanze tra le parole di Fassino e le parole di Paolo Nori, per esempio, che invitato a collaborare con le pagine culturali di Libero, di fronte alle critiche ricevute dal critico letterario Andrea Cortellessa, risponde candido che chi scrive, non è detto che approvi le idee del direttore o del proprietario di un giornale: e cita Pasolini e Paese Sera, non a caso. Ma si potrebbe parlare anche di quel genio letterario assoluto di Aldo Busi, maestro di “Amici” e di “Isole dei famosi”, che potrebbe aggiungere: “Né del proprietario di una tv”. Troppo poco?

Dipende dai punti di vista, naturalmente. Certo siamo distanti anni luce dal motto di quasi quarant'anni fa di un certo McLuhan: “Il medium è il messaggio”, ossia: il mezzo è il messaggio. Insomma, come è possibile non rendersi conto che si parla anche attraverso gesti e comportamenti, oltre che con le parole? Come non rendersi conto che proprio questi comportamenti hanno sdoganato definitivamente l'ideologia unica berlusconiana fino a farla diventare la “realtà italiana”?

E' vero, il libro di Panarari sembra dimenticarsi che qualsiasi cultura o sottocultura, è qualsiasi impalcatura o costruzione dell'immaginario – o, potremmo dire, senza scandalizzare o scandalizzarci troppo, qualsiasi ideologia – non avrebbe potuto avere così presa nel nostro Paese senza la potenza di fuoco delle reti tv berlusconiane. Cioè senza la costante e duratura non risoluzione del conflitto di interessi tra politica e informazione che in Italia perdura tranquillamente da decenni. Voglio dire: al valore di un Signorini, per esempio, bisognerebbe almeno togliere la “tara” della potenza di fuoco del sistema editorial-televisivo berlusconiano. Ma “L'egemonia sottoculturale” di Panarari ha il merito di tratteggiare un nuovo ruolo di intellettuale, a suo dire indispensabile, specie oggi, che avrebbe prevalentemente una funzione di mediatore culturale tra la recita di una pseudodemocrazia nazionaltelevisiva e una possibile democrazia reale. Panarari conclude evocando addirittura, a Sinistra, la ripresa di un ruolo pedagogico: qualcosa che assomiglia molto poco alla pseudo democratizzazione culturale di massa di un Walter Veltroni direttore de L'Unità che allega videocassette di film al quotidiano, e molto di più a ciò che avevano in mente i dirigenti del Pci subito dopo la fine della guerra: un nuovo mondo, che bisogna riuscire prima di tutto a immaginare, prima di porsi il problema di come realizzare. Una possibile via d'uscita alla crisi che oggi impantana il centrosinistra? Forse.

Certo, leggendo questa raccolta di brevi e affilati saggi, viene da chiedersi dove erano Sinistra e Centrosinistra mentre Berlusconi e adepti nascevano, fiorivano, si ramificavano, creavano più o meno genialmente narrazioni della realtà e sfornavano ideologia. Ecco, quello che adesso sarebbe interessante, credo, - se possiamo permetterci un consiglio all'autore, - sarebbe un'analisi altrettanto spietata di Panarari anche su quelli che sono stati i testimonial e gli intellettuali del cosiddetto centrosinistra negli ultimi vent'anni. Perché c'erano anche loro. Gente che, personalmente, credo abbia grandi responsabilità. E tutto sommato continua a pontificare o a lamentarsi come se il mondo fosse cambiato a loro insaputa. Come se loro, semplicemente, fossero invecchiati guardando alla finestra che tempo faceva. Alcuni nomi? Fabio Fazio, per esempio; in particolare il suo fortunato programma “Anima mia”. Michele Serra. Nanni Moretti. Ma anche Michele Santoro. E il bravissimo Aldo Busi, si capisce. E certamente tanti altri comici tanto ironici e scrittori- sceneggiatori sempre più sceneggiatori. E registi, editor e curatori di collane editoriali e di palinsesti tv. Tutti assolutamente di Sinistra, ci mancherebbe.

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35 Risposte a L’ideologia berlusconiana e il flop del centrosinistra

  1. Domenico ha detto:

    Dato che ci stiamo accorgendo adesso del disastro avvenuto fino ad oggi, non sarebbe ora di cambiare nettamente rotta?
    Diamo all’intellettuale il timone del cambiamento, l’unica figura a mio avviso in grado di illuminare con il suo lanternino il cammino verso una nuova epoca riformatrice, l’unica figura in grado di liberare le menti dal torpore e dalla staticità, sentimenti che vagano nell’aria da ormai troppo tempo. è arrivata l’ora di unire in cooperazione le menti brillanti e consegnare al mondo intero un’umanità migliore.

    L’intellettuale ha però bisogno di scendere a patti con l’uomo della strada, ovvero l’intellettuale deve spogliarsi del suo linguaggio forbito e delle citazioni lettararie ed assumere un linguaggio ” maccheronico” in modo da smuovere e acchiappare tutte le coscienze aggrappate lungo tutta la scala gerarchica?

    Dal sottobosco in cui siamo piombati saremo mai in grado di riemergere? Il Popolo Italiano è pronto per una nuova ed innovativa ERA creatrice? Oppure mafie, scandali, giochi di palazzo, favoritismi sono parte integrante di ciò che chiamiamo Stato Italiano? è ancora possibile consegnare questo paese alle persone Meritevoli e degne di governare o ci dobbiamo accontentare di questa classe dirigente che rappresenta i furbetti che a scuola facevano fuga e marachelle varie ma che nonostante tutto a fine anno raggiungevano gli stessi, se non migliori risultati, di chi aveva sgobbato un’anno intero?

    Siamo giunti all’anno zero? Possiamo rinascere sulle orme di una passato che ci insegna come non ricommettere i soliti errori ed iniziare una Riforma Mondiale?

  2. Luigi B. ha detto:

    “si sia velocemente passati da un’egemonia culturale della Sinistra, ad una sottocultura prevalentemente di destra”

    Ma perché il termine cultura è sempre associato alla sinistra? Intellettuali di destra ce ne sono.

    L’errore è stato sottovalutare. L’errore è stato costruire una cultura a misura di massa piuttosto che il contrario. Esattamente ciò che suggerisce Domenico qui su. Gli intellettuali non devono smettere di utilizzare linguaggio forbito e citazioni (smettere di sbandierarlo per nascondere il vuoto che c’è dietro si, volentieri). Piuttosto è la “platea” che deve imparare lo stesso linguaggio, abituarsi ad esso. Se è vero che uno parla come pensa, allora credo sia importante. Il grosso del lavoro che c’è da fare è interrompere quel processo di acculturazione sotto le mentite spoglie di cultura.

    Aldo Busi- io credo – non si è confuso affatto, anzi. Anche io mi sono sorpreso vedendolo sull’Isola. Ma quando poi è andato via polemizzando (come tutto il tempo sull’isola, era quello il suo scopo) e affermando “non c’è più racconto”, in quel momento l’ho amato ancor più se possibile. Certo, è stato un po’ ambiguo, ma non ha perso la mia stima.

    Luigi B.

    • Domenico ha detto:

      Alfabetizzare la platea al linguaggio dell’intellettuale mi sembra un compito abbastanza arduo. Io vengo da una città del sud, in alcuni quartieri di periferia degrati e abbandonati l’unico lingaggio comune oltre al dialetto è il linguaggio televisivo. Non sarebbe più facile “far scendere di un gradino” gli intelletuali in modo da incuriosire anche la massaia più esclusa dal dibattito?

  3. Luigi B. ha detto:

    (una nota stupida: si parla di sottocultura televisiva del libero mercato. Si noti che il titolo dell’articolo riporta un inglesismo tipico del mondo televisivo – flop – con una valenza mediatica altissima. Nessuno è salvo.)

  4. “Panarari conclude evocando addirittura, a Sinistra, la ripresa di un ruolo pedagogico”

    beh, proprio quello che stanno aspettando le masse 😉

    sul ruolo dell’intellettuale secondo me è veramente interessante quello che dice arrighi nella sua ultima intervista alla new left review (e di cui dovrebbero apparire dei brani credo nel prossimo alfabeta) . il contesto è quello dell’autunno caldo:

    <>

    ecco. niente pedagogia. piuttosto bisogna stare attenti ad evitare il ruolo dell’ “esperto”, che è un altro modo di essere irrilevanti.

  5. mmm… direi che ho fatto un pasticcio con la citazione. eccola qua:

    La gente voleva sapere su che basi stavo partecipando alla lotta. La mia posizione era: ‘”Non ho intenzione di dirvi che cosa fare, perché voi conoscete la vostra situazione molto meglio di quanto potrò mai fare io. Ma sono in una posizione migliore per capire il più ampio contesto in cui si sviluppa. Così il nostro scambio deve essere basato sul fatto che voi mi dite qual è la vostra situazione e io vi dico in che relazione si trova con il contesto più ampio, che non potete vedere o che vedete solo parzialmente, nel quale operate”.

  6. Fabrizio ha detto:

    Il discorso forse è troppo… campato in aria. A livello puramente teorico e ideale non fa una grinza ma poi nella realtà dei fatti le cose cambiano parecchio. E’ formalmente inutile evocare cambiamenti che coinvolgano l’intellettuale e stabgilire se sia il caso o meno che cambi linguaggio espressivo per rivolgersi alla massa per essere capito meglio o peggio. Se vi ricordate qualche tempo fa Mino Damato condusse la Domenica In meno seguita della storia e tutto perchè gli diede un taglio troppo culturale e tecnico e quelli erano ancora gli anni di una TV non ancora contaminata dal virus del riduzionismo culturale che poi è scoppiato alla fine degli anni ’90 per arrivare a quello che vediamo oggi.
    Purtroppo destra e sinistra giocano alla stessa partita cioè ridurre culturalmente il paese a un branco di cerebrolesi cui poter vendere ognuno il proprio prodotto, berlusconi la carta igienica e le sue fandonie governative, la sinistra e/o il centro sinistra le proprie incapacità di creare un sistema di governo che non sia l’applicazione di una dottrina politica che viene da lontano. E dalla sua la massa ha che un sistema di questo è molto meno “faticoso” da sopportare: meno scuola, più consumi anche se non ci possiamo permettere il tenore di vita che manteniamo, più divertimento per tutti, meno sforzi mentali per capire e accettare o rifiutare il sistema che ti governa e perchè no più tette e culi in televisione che non guasta mai.
    In questo contesto all’intellettuale forse spetta solo la scelta di restare fedele a se stesso e di vendere 5 libri che scrive oppure piegare la testa e farsi coinvolgere dal sistema (vedi Busi all’isola per esempio) e vendere 5 milioni di libri….

  7. Domenico ha detto:

    Allora come scritto da qualcuno in altri post, è giusto che l’intellettuale non scenda mai dal suo eremo e rimanga a guardare dall’alto il disastro che si compie sotto di lui?

  8. Luigi B. ha detto:

    @Domenico:
    “Non sarebbe più facile “far scendere di un gradino” gli intelletuali in modo da incuriosire anche la massaia più esclusa dal dibattito?”
    Va bene, d’accordo. Poi però non rompiamo i coglioni se Fassino va dalla De Filippi.
    Continuo a pensare che ciascuno parla come pensa e di conseguenza si comporta ed agisce. Dunque, non disprezzo un tentativo di mantenere una certa formalità testuale ed ipertestuale che contribuisce (forse) ad una migliore costruzione del pensiero.
    La massaia non va attratta con uno specchietto per le allodole, altrimenti qui diamo per scontato che le massaie siano stupide.
    Questa azione è importante anche per evvitare eventuali e possibilissimi espertismi: uno che sa come parli e di cosa parli ti dice anche quando stare zitto, altri pendono dalle tue labbra.
    @Fabrizio: lapalissiano – sembra un articolo di Repubblica: spieghi tutto, critichi ciò che si pensa di fare e poi ti dimentichi di dare la soluzione. A meno che tu non sottintenda che non c’è nulla da fare.
    Vorrei anche sottolineare che Busi non ha “casualmente” pubblicato un romanzo diopo l’isola e che non credo sia un autore da 5 milioni di copie (ti confondi con Paolo Giordano).

  9. carmelo ha detto:

    la sinistra….incapace di immaginarsi – ancora prima di lottare per, – una seria e alternativa opposizione
    Io direi che in questo paese non solo non c’e’ la sinistra ma nemmeno c’e’ una destra;
    è stata completamente annullata, sterilizzata e banalizzata la politica, la capacità cioè di immaginare e progettare una società sulla base di valori condivisi e su tale base costruire alternative.
    l’deologia televisiva del basso ventre personificata dal Volgarissimo è ciò che rimane della politica di questo paese bloccato, corporativo, che ha smarrito il senso del bene comune.
    Non c’e’ solo un problema di sinistra, ma c’e’ anche un problema della destra come aveva ben capito Montanelli, c’e’ un problema di uno stato debole, preda delle mafie, delle clientele, delle cricche.
    E i cittadini, esausti, rassegnati e disillusi, si adeguano nel loro piccolo, si arrangiano, con i favori, le raccomandazioni, gli abusi, le furbizie quotidiane; si tengono stretto i loro piccoli patrimoni, l’ulotima risorsa per sostenere il disagio e la disoccupazione dei figli.
    la sinistra hai ragione, gioca di rimessa, invade goffamente il linguaggio vuoto del Volgarissimo.
    Se vogliamo cambiare, ma cambiare davvero, ci vuole uno sforzo, un garndissimo sforzo collettivo, il coraggio di rinunciare agli interessi immediati e deleteri per una societa0′ che vuole essere alternativa, la consapevolezza che ogni nostra azione di resistenza e di opposizione al modello dominanti, puo’ essere vana ma deve essere necessaria.
    E coloro che a sinistra hanno più visibilità, i giornalisti, gli scrittori, i conduttori televisivi, possono dare una speranza una volonta di lotta e di resistenza con i loro piccoli gesti, di resistenza e di lotta, piccoli ma simbolicamente grandi.

  10. Domenico ha detto:

    @ Luigi B.

    quindi alternative zero? Continuamo a tenerci questa classe dirigente che fra una leggina e un’altra si tira le torte in faccia, continuamo a vivere in questa società di furbi e costringiamo le menti piene di polpa a traslocare?

    Allora Magic Italy!!!!

  11. carmelo ha detto:

    l’alternativa la costruiiamo noi dal basso, modificando i nostri comportamenti privati e pubblici, nel nostro rapporto con il mondo e nelle nostre relazioni relazioni, private e pubbliche.
    Ben sapendo che corriamo il rischio di lottare contro i mulini al vento;
    non vedo altra strada se non quella della resitenza tenace, seria, convinta. E senza rinunciare al sogno e all’immaginazione.

  12. Fabrizio ha detto:

    @ Luigi B.
    Lungi da me il voler infilare Busi in un discorso così melmoso. Ho detto di lui per generalizzare e non per accusarlo nel particolare. Va da se che la popolarità di Busi è sicuramente schizzata in alto dopo l’esperienza televisiva.
    Per le soluzioni…. non sta a me dirle o proporle anche se ahimè forse inconsciamente sono consapevole che di soluzioni all’orizzonte se ne vedono ben poche…. questa discussione nasce da uno scritto che si intitola “l’ideologia berlusconiana e il flop del centro sinistra”, x cui come tutte le ideologie anche di recente passato… morto l’ideologo… è la sola speranza…

    • Luigi B. ha detto:

      “Per le soluzioni…. non sta a me dirle o proporle”

      Ecco, forse è per questo che abbiamo un problema.

      • Fabrizio ha detto:

        Senza voler banalizzare credo che il problema vero sia proprio il fatto che le soluzioni ai problemi siano state fatte cercare da chi non era in grado di farlo e non ha avuto l’umiltà di ammetterlo…

  13. Domenico ha detto:

    @ Carmelo,

    Carmelo ho letto nei precedenti post che come me vieni dal sud. Nella mia città regna l’anarchia e puntualmente ad ogni tornata elettorale il mafioso di zona propone la sua candidatura e per pochi voti non rischia di riappropriarsi della poltrona più comoda e decisiva. Converrai con me che la sola resistenza faremo poca strada. L’Italia intera ha accettatto che il berlusconismo si diffondesse e prendesse piede su tutto il territorio. L’Italia intera dopo le camicie nere, ha permesso a quelle verdi, a mio avviso molto simili alle precedenti, di “governare” un paese, con il rischio che lo si ri-frammenti dopo le milioni di vite perse per l’Unità e la libertà di tutti.

    Prima di ripiombare nell’oblio più totate, io chiedo alle poche persone di intelletto di prendere la gente per le spalle e squoterla fino al punto di svegliarla dal sonno in cui è piombata. Ma a quanto pare siamo i soliti quattro gatti a discutere di cambiamento, non credi?

  14. Fabrizio ha detto:

    @ Domenico

    Scusa se mi intrometto nel dialogo fra te e Carmelo… ne puoi prendere per le spalle e scuoterne quanti ne vuoi… poi tanto quelli che hai scosso tornano a casa e ci mettono un attimo ad essere bombardati da una stampa una televisione che li riporta a pensare come prima della tua scossa!!
    Il mafioso che si presenta alle elezioni e la spunta o meno per pochi voti è un dilettante… un dilettante credimi. Il nostro governo ha istituito un ministero ad hoc per salvare le chiappe ad un amico del premier accusato di ogni ben di dio dalla legge!! E noi popolo caprone che cosa abbiamo fatto…? Nulla!!!!
    Quando esisteva un’opinione pubblica, cioè un insieme di persone che ragionava con propria testa e di conseguenza si schierava da una parte piuttosto che da un’altra un fatto del genere scatenava una rivoluzione!!!
    Lo SCANDALO MONDADORI per cui un’azienda non versa allo stato milioni di euro di tasse dovute (!!!!!) perchè si appella ad una legge tirata fuori dal cilindro in tempi anche non troppo lontani avrebbe scatenato polemiche interrogazioni dibattiti… La Repubblica gli articoli li ha pubblicati a pagina 10…. a provvedimento già approvato e a pagamento della sanataria già avvenuto…
    ma che cosa possiamo fare noi o cosa possono fare gli intellettuali davanti a queste cose..?? la situazione è molto peggio di come la vediamo anche noi

  15. carmelo ha detto:

    #domenico
    si le mie radici sono siciliane anche se ne son ostato sradicato all’eta’ di 13 anni.
    Se sei meridionale allora puoi ben comprendere qualla sensazione di impotenza e a volte di rassegnazione che ti spinge a non credere piu’ in niente e che ti spingere ad aguzzare l’ingegno (la famosa e maledetta arte di arrangiarsi emblema di questo straccio di paese) per sopravvivere.
    E non sto qui a dire come.
    io penso che il veleno che questi 15 anni di governo del basso ventre hanno messo in circolo esisteva gia’ sia pure dormiente. Le cose non vengono per coincedenze astrali.
    Io dico che bisogna avere il coraggio di rifiutare i comportamenti i piccoli ocmportamente che di fatto si adeguano allo stato delle cose. Bisogna partire da se stessi dai propri fratelli padri amici figli fratelli cugini, a scuola nel lavoro, negli uffici pubblici, nei bar.
    Io l’unico modello che vedo è quello di Don Chisciotte, folle ma mai arrendevole chye imperterrito continua acoltivare il suo sogno nonostanbte le risa e gli sberleffi.

  16. Domenico ha detto:

    Sarò ripetitivo ma resta il fatto che nessuno dei ” padri fondatori” di questo spazio di discussioni, si è preso la briga di intervenire.
    Forse siamo andati fuori tema?

  17. carmelo ha detto:

    @domenico
    condivido la tua protesta e il tuo siappunto.
    Per la verità alcuni intervengono e altri no.
    Andrea Inglese ha gia’ detto che lui non puo’ imporre agli autori di partecipare attivamente alle discussioni che aprono con i loro interventi.
    E io m isono permesso di dissentire.
    Se chi dopo aver aperto una discussione con il suo intervento, non interviene, snatura il blog e lo trasforma nella pagine 3 dei quotidiani, dove firme piu’ o meno eccellenti si esibiscono con i loro articoli.
    E’ un controsenso.
    Ogni mezzo di comunicazione ha un suo linguaggio delle funzione e delle regole.
    Cosi’ come i lettori quando intervengono sono tenuti ad essere pertinenti e a rispettare le regole del rispetto delle altrui opinioni, gli autori che hanno il potere di pubblicare i loro articoli sono tenuti a partecipare alla discussione.
    Altrimenti questo non è un blog. e’ solo una vetrina esibizionistica che da visibiltà a degli autori che compiuto il loro atto narcisistico se la svignano. Questa si chiama mancanza di rispetto nei confronti dei lettori.

  18. andrea inglese ha detto:

    Mi dispiace Carmelo, ma non sta scritto da nessuna parte che gli autori di un post sono tenuti ad intervenire. Le regole si costruiscono secondo i contesti, le esperienze e il buon senso.

    Come già ti dissi è auspicabile, che un autore intervenga nel dibattito sotto il suo post. Io cerco di farlo sempre. Ma non è una regola universalizzabile. Dopodiché uno può aprire un blog imponendosi di rispettare questa regola. Ma qui ogni autore si prende la responsabilità di intervenire o no, secondo la sua volontà o possibilità. Una regola come la tua semplicemente limiterebbe drasticamente i materiali che la gente ha la possibilità di leggere in rete.
    Su questo punto avevamo già discusso, e mi sembra che grosso modo ci eravamo capiti.

    Aggiungo un ulteriore elemento, e anche qui basandomi sull’esperienza in Nazioneindiana (dal 2003). Il numero dei commentatori rappresenta sempre una piccola percentuale dei lettori. In termini chiari, quando Nazioneindiana realizza un migliaio di accessi individuali, i commentatori – in genere affezionati, nel bene e nel male – sono certamente inferiori a cento.

    I blog è una realtà complessa, volerla ridurre secondo il proprio punto di vista individuale è fuorviante.
    Dopodiché ognuno di voi è libero di pensare che chi pubblica in rete un suo pezzo senza discuterlo sia un esibizionista, così se sei convinto che questo blog ti manchi di rispetto, sei libero di depennarlo dai tuoi indirizzi web.

    Ma, ripeto, mi sembra che ci sia una grand maggioranza di lettori che viene qui perché è interessata ai diversi materiali che trova sul sito, e ci viene proprio perché questi materiali sono resi disponibili (in vetrina, come dici tu).

    Quanto all’intervento dei “padri fondatori” cui accennava domenico, posso solo dire che ci sono stati diversi post e discussioni che, personalmente, ho seguito con particolare interesse. Ma non sempre avrei avuto qualcosa di opportuno o così importante da dire nella forma commento. Si può a volte anche ascoltare e rimuginare in tempi più lunghi.

    Io posso solo ripetere quello che già ti dissi: sono contento che dei lettori si mettano in gioco, e intervengano. Lo hanno fatto anche alcuni autori, ma non tutti. Per me, tirando le somme, è un buon inizio, visto che siamo molto molto giovani.

  19. andrea inglese ha detto:

    Aggiungo un’ultima cosa. Io stesso ho fatto delle osservazioni relative a un pezzo precedente di Caliceti, che non hanno nell’autore sollecitato risposte. Poco male. Magari le prossime osservazioni su di un suo pezzo me le terrò per me o le discuterò con altri, ma non per questo ritengo che i suoi pezzi siano privi d’interesse.

  20. carmelo ha detto:

    caro andrea
    sono daccordo che le regole si costruiscono secondo il buon senso, un po meno secondo le esperienze (da una rivista come alfabeta2 mi aspetto un’azione sovversiva e corsara che mette in discussione anche l’esperienza) e ancora meno
    secondo il contesto

    se questo vuole essere uno spazio di discussione e di confronto aperto, dove come dice italo testa
    qui in effetti cio’ che possiamo chiamare orizzontalita’, reticolarita’, trasversalita’ della rete, potrebbe dare un contraccolpo dialettico, esibendo la crescente pluralita’ e frammentazione delle competenze, e insieme rendendole comunicabili.
    allora questo contesto impone una circolarità della comunicazione autore (che mette in gioco le sue competenze)
    e lettore ( il quale può anche decidere di non intervenire essendo lui il referente e non l’agente).
    Altrimenti, il rischio è che questo spazio sia una replica di una rivista. Se questo vuole essere, va bene, ma temo che non sfrutti le potenzialità della rete, che non abbia nessun interesse a quello che italo testa definisce sovvertimento del canone.
    Tu fai l’esempio di Nazione indiana e sai bene quanto io apprezzi quel sito per la qualità dei testi che produce, e per la possibilità che da ai lettori di conoscere autori importanti ma noti solo agli specialisti purtroppo, ignorati dai media tradizionali. Quindi viva nazione indiana

    Ma io pensavo che questo blog voleva essere non una replica di nazione indiana ma qualcosa di diverso.
    Poteva essere un laboratorio di sperimentazione di nuovi linguaggi e nuove forme di comunicazione nel contesto specifico della rete.

    un’ultima cosa:ti prego di non considerare le mie modeste opinioni di lettore, come una manifestazione di disprezzo e sottovalutazione dell’importanza del lavoro che state facendo, nè come una posizione preconcetta che critica per il gusto di criticare.

  21. carmelo ha detto:

    un’ultima cosa anch’io cui tengo molto:
    non sono mai entrato nel merito dei testi, non ho mai voluto dire che i pezzi qui pubblicati siano privi di interesse o screditato gli autori.
    il mio discorso è riferito solo all’uso, alla comunciazione e alla circolazione del sapere in rete.

  22. andrea inglese ha detto:

    a carmelo, che scrive

    “allora questo contesto impone una circolarità della comunicazione autore (che mette in gioco le sue competenze)
    e lettore ( il quale può anche decidere di non intervenire essendo lui il referente e non l’agente).
    Altrimenti, il rischio è che questo spazio sia una replica di una rivista. Se questo vuole essere, va bene, ma temo che non sfrutti le potenzialità della rete, che non abbia nessun interesse a quello che italo testa definisce sovvertimento del canone.”

    una delle cose che purtroppo le discussioni in rete (amplificando quelle esistenti altrove, su carta) amplifica, è la confusione, e mai come oggi, sopratutto in ambiti diciamo “culturali”, la confusione regna;
    per dissipare la confusione che io vedo, dovrei in realtà scrivere un saggio; per questo a volte non intervengo; perché in poche frasi non ce la farei a rendere chiaro ed efficace il mio ragionamento;

    ma ci provo, ora, lo stesso; il discorso di Italo sul sovvertimento del canone riguarda i cosidetti valori letterari, e implica certo anche un’idea di società e letteratura, ma non può essere sovrapposta a quella relativa al pregio dell’orizzontalità della comunicazione; sono delle questioni diverse, una di natura critico-estetica, l’altra di natura politica. Nell’ambito dell’estetica io difendo la gerarchia di valori (la grande arte è rara, esiste, ed è un patrimonio da difendere, perché è uno dei nostri beni, delle nostre chances di felicità, in termini individuali e collettivi); nell’ambito della presa di parola, io difendo l’orizzontalità contro le gerarchie rigide.

    Quindi su questo punto ti seguo, e credo che la rette effettivamente ampli le possibilità di presa di parola, indebolendo gli statuti della cerchia ristretta degli specialisti e immettendo punti di vista, esperienza, dati e saperi che possono arricchire l’esperienza di ognuno.

    Detto questo, la rete siamo noi, quello che la fanno. I suoi limiti sono i nostri. Non solo, ma la rete stessa è per certi versi punto di forza, e manifestazione della nostra incapacità di essere presenti politicamente sul territorio, nei contesti di lavoro, ecc.

    ecco, ora scappo che i compiti domestici attanagliano

  23. carmelo ha detto:

    beh come vedi siamo d’accordo sul discorso che riguarda le gerarchie e le competenze, un po’ meno per quanto riguarda l’uso della rete.
    per esempio trovo molto belli e utili gli interventi di franco buffoni su nazione indiana perche’ oltre ad esprimere contenuti di alta qualità riesce anche a comunicare saperi e comnpetenze di un ambito cosi’ complesso 8per me) come quello della poesia.
    e con molta disponibilita’ dialoga con i lettori.
    ora io ti chiedo, queste potenzialita’ positive che emergono nel contesto specifico della rete (impossibili in altri contesti) perche’ restano solo degli accadimenti isolati, legati all’intuizione e alla disponibilita di singole persone e non diventano prassi generalizzata?

    se scrivi il saggio mi farebbe molto piacere perche’ l’argomento mi appassiona.
    buon pranzo a todos

  24. Domenico ha detto:

    Ad Andrea

    Io sogno una società gestita da chi è in grado di farlo, pertanto ritengo opportuno che le figure preposte a tale compito, debano essere di elevato spessore. Abbiamo messo il nostro futuro, nelle mani di una cricca che non sa far altro che pensare alle proprie tasche e proclamare ai quattro venti raggiungimenti di traguardi che se guardati attentamente non sono nemmeno all’orizzonte. La forza di questi personaggi qual’è: il linguaggio spiccio e diretto.
    Perchè quindi le persone dotate di intelletto non possono adottare lo stesso sitema per cambiare le regole e far funzionare le cose? Non è un’occasione sprecata lanciare una discussione sensata dalla finestra e poi restare a guardare dall’alto quel che succede?

  25. andrea inglese ha detto:

    domenico, che io sappia, tre quelli che scrivono qui, nessuno ha intenzione di gestire la società; non è il sito di un partito politico; non è il sito neppure di un gruppo omogeneo di scrittori o studiosi o intellettuali; e poi, per favore, non generalizzare! molti degli autori qui presenti sono intervenuti nelle discussioni;

  26. Domenico ha detto:

    Nessuno si sveglia la mattina con l’intenzione di cambiare il mondo. Io credevo che questa fosse un’opportunità per discutere di cambiamento, senza per forza appartenere a nessun schieramento politico.

    A quanto pare il Don Chisciotte è destinato soltanto ad andare a zonzo con il suo cavallo e guardare i morti della palude.

    Buona giornata.

  27. […] Caliceti fa un paragone (qui) tra il fatto che Fassino è andato in una trasmissione televisiva di Maria De Filipppi e il fatto […]

  28. Francesco ha detto:

    Scusate, non so se ho capito bene, magari non ho le coordinate per capire, ma davvero Signorini e Maria De Filippi provengono da sinistra?!

  29. Mario Grella ha detto:

    Non esiste nessuna “ideologia berlusconiana”; l’ideologia è un sistema e qui non c’è nessun “sistema”. Berlusconi rappresenta (o, meglio ha rappresentato), solo un’idea di concretezza di fronte ai gruppi parolai della sinistra (nella quale per tanti anni ho militato).

  30. maria rosaria ha detto:

    Buongiorno, mi sono ritrovata per caso in questo sito da un artioclo di Massimiliano Panarari su ‘ Repubblica’ nell’era dei blog è sparito il dubbio, al di là del consiglio a tutti di leggerlo, mi sono ritrovata a leggere i commenti al suo libro (che andrò sicuramente a leggere) con i quali mi trovo d’accordo credo ch quella che manca nel nostro Paese è l’azione coesa dal basso come dite voi, semplice, vicina alla gente, riavviare un dialogo non strillato ma fatto di picocle riunioni nelle case insieme alle persone di cultura, appuntamenti fissati nel web, autotassazione per fissare delle sale per parlare alla gente, creare un elenco di obiettivi e la strada per raggiungerli, passare alle vie di fatto, raccogliere, come voi avete ben detto, le persone di cultura e oneste affidargli la lampada e avviarci verso il sentiero che ci porta fuori dal sottobosco. Ognuno nei propri posti di lavoro può farsi portavoce di questa nuova energia e se si vuole si può cambiare. Tiriamo su la testa da tutto ciò che non ci piace e cambiamo sul serio basta volerlo e… incontrarci!! Io e altri mie colleghi siamo pronti!! E Voi??

  31. Ermes Dorigo ha detto:

    ermes dorigo

    L’OMOLOGAZIONE PSICOFARMACOLOGICA DEGLI ITALIANI

    I miei ritmi d’apprendimento sono quelli che sono, esordisce, essendo stato allevato con un farmaco, non chimico ma psicologico, il TiStaBen (che nell’area friulana non significa ‘Ti sta bene, che so?, il vestito’, ma ‘Peggio per te’; ‘Te lo sei meritato a credere che ragione e intelligenza sarebbero sempre prevalse sull’acefalia e la stupidità’; “Chi è causa del suo mal pianga se stesso”); è questo un farmaco, mostra una sorridente scatola, che può essere acquistato senza prescrizione da chiunque, genitori, educatori, politici…, ed è micidiale, perché somministrato con costanza riduce il paziente in uno stato di anonimia, di perdita d’identità e d’amor proprio, per cui, per colmare carenze affettive, uno è disposto a fare qualsiasi cosa possa gratificarlo, anche il leccapiedi, mimava, il paraculo, il cortigiano, il lecchino… Dunque, benché intorpidito da tale farmaco, non riuscivo ad impedirmi di chiedermi: “Cosa sostiene, come un background, l’acquiescenza passiva di milioni di italiani alla omologazione culturale della televisione e al conformismo piccolo borghese della scuola dell’obbligo denunciati da Pier Paolo Pasolini? “. Poi, con ragionamenti pur tardi e lenti, scoprii, non senza traumi, che l’ur-omologazione, che sosteneva e garantiva tutte le altre omologazioni settoriali e decerebranti, era garantita da quella droga di Stato, legale e pubblicizzata: ma che differenza faceva col Roipnol o col metadone? continuavo a chiedermi. In effetti la differenza c’era: i drogati poveri sono trasgressivi, indicava le immagini che scorrevano alle sue spalle, pericolosi per l’ordine costituito, mentre, ad esempio, i tavoriati rientrano appieno nella strategia politica di omologazione psicofarmacologica degli italiani in una identità nazionale non coesa su valori e norme consapevolmente accettate, ma su singole individualità autistiche, chiuse in se stesse, accostate l’una all’altra, unite dall’inerzia e dalla impossibilità e incapacità di lottare e pensare: torpidi e vuoti, riempiti unicamente dal miraggio del denaro facile: volere è potere!, mostra una onorevole sorridente dentiera.
    Di tale svolta epocale presi coscienza, dolorosamente, quando, sfogliando un prontuario farmaceutico degli anni ‘90, è voluminoso, lo regge a stento, lessi che il presidente dell’Ordine dei Farmacisti si chiamava Giacomo Leopardi, proprio così, lo avvicina al pubblico e indica col dito in basso a destra. Allora, se pur amareggiato, rivisitare un classico è pur sempre un dovere, cominciai a leggere i nuovi Canti, una serie di inni, appunto, al nuovo potere dei farmaci, come strumento per sanare la transizione psicologica, individuale e collettiva, degli italiani, dalla società contadina a quella industriale e postindustriale non con una rivoluzione culturale, che ne rafforzasse il carattere, l’autostima sempre carente nel Paese, la comprensione del mutamento e l’intervento attivo in esso, ma con la debilitazione della volontà, il distacco dalla realtà, la passività, che venivano contemporaneamente rinforzate dalla televisione: la biblioteca, dove c’era, venne progressivamente sostituita da armadietti, armadi, armadioni per le medicine, le cui scorte aumentavano a dismisura, se ne vedevano alcuni stracolmi di medicinali.
    In premessa, lo sfoglia, sono riportate alcune liriche del nuovo Leopardi, di cui ricordo solo alcuni titoli e frammenti di esse: Sopra il monumento alla Bayer costruito col colesterolo; A Gianfranco Fini, quand’ebbe trovato i libri di Mussolini del “Bastone e carota”; A un vincitore nel raccontare palle, Brutto maggiore, Il pirla solitario, A Silvio (Silvio, rimembri ancora/ quel tempo della tua vita mortale;/ quando Beatino splendea/ negli occhi tuoi furfanti e furtivi,/ e tu lieto e danaroso, la scalinata/ del potere salivi?), Canto notturno di un democristiano errante, Afàsia, Palinodia al cavalier Ciapaminchioni, Il tremonti della luna…
    Comunque, che si trattasse di una strategia autoritaria me lo confermò la lettura di parole come: “distretto e presidio medico, brigata medica, commissariato medico”: basti pensare che dopo l’assunzione di un semplice broncodilatatore simpaticomimetico, poliziotti infiltrati?, erano “vietate le manifestazioni di piazza”, in quanto poteva provocare ipertesi, cui veniva garantita con un prodotto americano una certa serenità, purché si assumessero almeno vent’otto, 28, enfatizza, pillole al giorno.
    I nuovi Canti si presentavano in ordine cronologico e logico, dalla culla alla tomba, in un crescendo con trombe sulla potenza delle medicine e del progresso farmaceutico, un epinicio dell’Organizzazione Mondiale della Stupidità; ma, leggendo attentamente tra le righe, quasi che lo spirito luciferino del vero Leopardi e il taglio corrosivo delle Operette morali si fossero infiltrati di nascosto nel prontuario, mi accorsi che in realtà la scienza medico-farmaceutica era puramente ipotetica, in quanto, leggeva i fogli illustrativi, prevaleva questa fraseologia preoccupante: “raramente rappresentano la scelta terapeutica ottimale; con possibilità di crisi convulsive; rischio di trombosi e di spasmi arteriosi; probabilmente; non è stata accertata l’innocuità di questi preparati; in nessuno dei farmaci considerati esiste a tutt’oggi una documentazione accettabile di efficacia”?! Allora, perché sono posti in commercio e somministrati? mi chiedevo. Ancora una volta intervenne il vecchio Giacomo ad affilarmi lo sguardo, spingendomi a stendere uno zibaldone di appunti,lo mostra, un po’ più sistematici dei suoi, sui vari prodotti e a fare un calcolo delle occorrenze, finché la mente si illuminò improvvisamente: la medicina benefica e materna si rivelava, dietro il bel velo della confezione del prontuario, proterva e matrigna.
    Apparentemente volta a curare, in realtà contava soprattutto sugli effetti collaterali di gran lunga più presenti, quantitativamente e qualitativamente, rispetto agli effetti curativi, per creare una catena di malesseri e di malanni, una rete di malattie dalla quale i malcapitati non sarebbero più sortiti. E la cattiveria consisteva nel fatto che il condizionamento e l’abitudine alla malattia e alla medicalizzazione perpetua veniva instillata già nell’età perinatale: dalle droghe leggere alle pesanti, e il risultato di non avere più municipi e cittadini ma solo farmacie e catatonici era ottenuto. Ad esempio, legge: gli analettici possono provocare “crisi convulsive” ed effetti collaterali neurologici, cardiovascolari, gastrointestinali, genitourinari, magari tutti insieme; i sedativi della tosse “cefalea, agitazione”, per eliminare la quale si consiglia uno psicofarmaco; “incoordinazione dei movimenti”, e si va dal neurologo; “allucinazioni transitorie”, e si finisce sul lettino dello psicanalista: tutta questa catena, si badi bene, solo per aver assunto un antitossigeno, uno sciroppo per la tosse, capito? Diceva rivolto ai bambini in sala. Continua: i balsamici “ anoressia”, e si va dallo psicologo; “eruzioni cutanee”, e si va dal dermatologo; “lacrimazione”, e si va dall’oculista; “rinite”, e si va dall’otorino; antiallergici “eccitazione paradossa”, e si ricorre ai pornovideo; un antinfettivo, ad esempio per curare il favismo, che non riguarda, ammicca, la… fava, “può causare con una certa frequenza danni ai polmoni”, e ci si ricovera in pneumologia; il PEN-AM, che non è la compagnia aerea americana, ma un antibiotico a forma di pene americano, appunto, dopo somministrazione può provocare “ansia, confusione, agitazione, depressione, allucinazione, paura di morte imminente”, tutti sintomi riscontrati in forma evidente nella minoranza politica italiana dopo l’entrata nella Nato. Come antibiotico, però, incontrai anche la MICINA, che lì per lì mi ispirò, per reazione all’ansia che mi aveva preso, una poesiola farmaceutica, in piedi recita con enfasi, : “Vale! Micina/ pelosina oftalmina/ euforiarina sodica/ fosforosa pasticchina/ topina topica/ masticabile?/ compressa nei jeans/ apriti fiala/ …” ed altri slogan, per pubblicizzare il SSN (Sistema Sedativo Nazionale) sui quali, pensai, fosse meglio stendere un velo pietoso, se non che il sarcasmo è forse l’anticorpo più efficace o il solo rimasto; POESYN, per i poeti, facilita la secretopoiesi e la mucopoiesi!; PAIDOFILIN: dose, dosaggio, posologia doppi, per stimolare adeguatamente la pedofilia; il prolungamento della vita media ha aumentato i disturbi del decadimento cerebrale: SCHIZOFREN, stimola i sintomi della decadenza mentale! Siringa Plurimpiego, per una maggior sicurezza nella contrazione dell’AIDS; SCHIAVO, il farmaco che ti rende libero!; CONFORMIL, garantisce una biodisponibilità totale! HANDY, facilita perdita di concentrazione, confusione, disturbi della memoria, irritabilità, claudicatio intermittens…
    Dopo aver chiosato, continuai sempre più interessato la lettura, sono un amante dei gialli: sorrisi, leggendo che il PENARYL era una crema vaginale; sorvolai su alcuni effetti collaterali trascurabili “paralisi respiratoria e necrosi tubulare”; scoprii che nel 1970 un farmaco dal nome lunghissimo, sillaba, iodocloroidrossichinolina, aveva provocato, solo in Giappone, una grave sindrome che forse spiegava l’accentuarsi dell’ovalità dei loro occhi: “neuropatia mielo ottica subacuta”. Arrivai, infine, ai farmaci del sistema nervoso e all’inizio, leggendo di certi effetti collaterali, ne dedussi, ricordando le riprese televisive di certe sedute parlamentari, si vede sulo schermo l’odierna stalla di Montecitorio, che i nostri onorevoli ne abusassero o rivelassero spesso sindromi da astinenza acuta: “ sbadiglio frequente, lacrimazione, rinorrea, inquietezza, irritabilità, scorrono primi piani di onorevoli nani, brividi alternati a rossori, depressione, crampi addominali, spasmi intestinali, difficoltà nel mettere a fuoco, disorientamento, cefalea, stipsi, laringospasmo, episodi convulsivi, euforia e letargia, apatia, confusione mentale, spasmi sfinterici, sonnolenza, stupor, cianosi, coma, alitazione, alterazioni dei movimenti oculari. deficit mnestici, palpitazioni”: il tutto sotto gli occhi soddisfatti del Ministro della Sedatività.
    Il climax del plot arrivò a pagina 436: PSICOFARMACI, sullo sfondo fuochi artificiali di pillole colorate, “una delle novità terapeutiche di maggior rilievo degli ultimi trent’anni”: sedativi (ipnotici), tranquillanti minori (ansiolitici) e maggiori (neurolettici, antipsicotici), antidepressivi (favoriscono i disturbi affettivi), psicostimolanti, nootropici (esplicano la loro distruzione a livello di funzioni cognitive), allucinogeni… “L’Italia è una burocrazia, fondata sulle farmacie”, conclusi, leggendo il foglio illustrativo del TAVOR, ostenta a destra e a manca la confezione: 4 righe dedicate alla ‘Composizione’; 2 alla ‘Presentazione’; 2 alle ‘Indicazioni’ (stati di ansia o di tensione nervosa, insonnia nervosa e depressione ansiosa); 3 alle controindicazioni (grave insufficienza respiratoria, grave insufficienza epatica, sindrome da apnea notturna, glaucoma ad angolo stretto !?); 31 righe alle ‘Precauzioni’; 16 alle ‘Interazioni’; 50 alle ‘Avvertenze speciali’: particolarmente significativo il paragrafo sulla ‘Dipendenza’, che provoca, tra l’altro, ‘derealizzazione’ (che ha colpito molti filosofi teorizzatori del pensiero debole), depersonalizzazione (la crisi del soggetto trova una spiegazione nei profitti dell’industria farmaceutica), allucinazioni (con estrinsecazione di comportamenti di onnipotenza), alterazioni percettive, influenza negativa sulla capacità di guidare e utilizzare macchinari…; 23 righe agli ‘Effetti indesiderati’: ottundimento delle emozioni, riduzione della vigilanza, confusione, visione doppia, disorientamento, cambiamenti della libido, amnesia (della storia, soprattutto, vedi il revisionismo becero in atto), aggressività (sembrano i risultati di un sondaggio sul ‘new italian style’); alla fine, non manca il senso dell’ironia: ‘Controllare la data di scadenza sulla confezione’, quasi che la ‘dipendenza’ avesse una scadenza! La vera battaglia da combattere per la salute non è, secondo me, quella contro il fumo (che ci protegge dall’inquinamento atmosferico), ma quella contro gli psicofarmaci, droga legale della middle class (rinforzata un po’ dall’ecstasy), mentre i ricchi usano impunemente la cocaina e i poveracci, perseguitati ed emarginati (i ricchi cocainomani non si trovano per le strade), rimangono ancora schiavi del buco e della démodée eroina. Prima, però, eliminiamo dall’armadietto farmaceutico di casa almeno il TiStaBen.

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