Giuseppe Caliceti

Caduto una volta per tutte Berlusconi e il berlusconismo, bisognerà riflettere a fondo sull'atteggiamento degli intellettuali italiani in questo ultimo ventennio. In primis gli scrittori. Se è vero che non solo nell'informazione ma anche nella cosiddetta letteratura, - ridotta oggi, nel nostro Paese, a sorella minore dell'Arte dello Spettacolo, - si è assistito a un conflitto di interessi senza precedenti. Voglio dire: ben poco si è detto e si è scritto sull'anomalia italiana di un Silvio Berlusconi padrone non solo dei media, ma editore della maggior parte degli scrittori italiani. Al contrario, in più di una occasione si è assistito a casi come quello di Paolo Nori: si dichiarano senz'altro antiberlusconiani, ma poi finisce che scrivano sul Giornale. Non è mistero, d'altra parte, ricordare che in questi anni le pagine culturali di giornali legati al centrodestra paghino di più e con più regolarità degli altri. Carla Benedetti, in un suo recente intervento, affermava: “è soprattutto a sinistra che si concentra il maggior numero di "operatori culturali" rassegnati, (…) ma è difficile negare che nell'ultimo decennio gran parte della sinistra sembra aver fatto di tutto per consegnare la vita culturale a una mediocrità di mera sopravvivenza. Ha persino agito in senso contrario all'idea di egemonia, chiudendo spazi alle voci più "abrasive", mentre i giornali di destra si affrettavano ad accoglierle”. La sensazione è, a parte qualche eccezione, gran parte del mondo culturale italiano abbia riprodotto, nel suo piccolo, l'infausto spettacolo mostrato in questi anni dall'opposizione: litigiosità e guerre tra poveri, senza mai riuscire fare gruppo e disturbare seriamente il conducente. Non certo un grande spettacolo. Ci si indigna sempre dei cambi-casacca e dei riciclaggi dei politici. E di quelli di scrittori e intellettuali?

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40 Risposte a Scrittori italiani dopo Berlusconi

  1. Luigi B. ha detto:

    Una riflessione che è ancora presto per poterla approfondire. Tra l’altro sono convinto che il berlusconismo non è iniziato con Berlusconi che gli ha solo dato un nome.

    Riguardo alla tua domanda finale: vedi l’irrispettosa (nei confronti del “pubblico”) autoreferenzialità del lungo dibattito sugli intellettuali.

    Luigi B.

    • andrea inglese ha detto:

      a luigi B
      che scrive: “vedi l’irrispettosa (nei confronti del “pubblico”) autoreferenzialità del lungo dibattito sugli intellettuali.”

      Ora, è divenuto costume linguistico associare l’aggettivo “autoreferenziale” ai vari sostantivi: l'”intellettuale”, in primis, poi “lo scrittore”, poi eventualmente il “poeta”… Io proibirei questi automatismi lingustici, che purtroppo creano automatismi del pensiero.

      Se dobbiamo distribuire, a ragion veduta, patenti di autoreferenzialità: il mondo televisivo è in assoluto quello più autoreferenziale che ci sia, seguito a poca distanza da quello dei politici. Ma chissà come mai è usanza dire “intellettuale autoreferenziale” e non “presentatore autoreferenziale”, “conduttore autoreferenziale”, “vip televisva autoreferenziale”, “portavoce del governo autoreferenziale”…

      quanto al “dibattito sugli intellettuali” di cui parli, a quale ti riferisci… ce ne sono stati parecchi in rete e su carta, in questi mesi. Bisognerebbe almeno capire quello a cui fai riferimento. Di intellettuali si è parlato in modo approfondito anche sul primo numero di “Alfabeta2” e su questo sito…

      Tutti i dibattiti in cui compare il termine intellettuali si equivalgono, tutti sono autoreferenziali?

      • Luigi B. ha detto:

        Purtroppo non abbiamo il piacere di conoscerci di persona, quindi non puoi sapere se il termine “autoreferenziale” lo accosto solo agli intellettuali oppure no. È certo comunque che i dibattiti li ho seguiti, ma qualcuno mi sarà sfuggito: dunque è stato un errore generalizzare. Sospetto comunque che la natura e la radice di questi dibattiti, il motivo per cui sono nati, sia il medesimo. Ed è a tali ragioni che io mi riferisco quando parlo di autoreferenzialità.

        Un intellettuale impegnato (e che impegna pagine e pagine di diversi strumenti di comunicazione scritta), da ormai troppi mesi, a definire la propria figura, il proprio ruolo e – diciamolo pure – il proprio status; un intellettuale vittima di una società che ormai se ne sbatte le palle delle sue menate frikkettone perché impegnata a sopravvivere con 600 euro al mese in un call centre 12 ore al giorno, un mutuo e qualche figlio; un intellettuale che pensa a sé più che alla società che dovrebbe servire (visto che vive a spese di questa – per qualsiasi polemica a riguardo rimando al parassitismo degli intellettuali di Sartre su Cos’è la letteratura); ecco: per me un intellettuale così non è un intellettuale. Se lo è, è autoreferenziale. Proprio come la TV.

        Quando gli intellettuali smetteranno di chiedersi della loro funzione nel mondo senza svolgerne alcuna e abbandoneranno gli allori delle colonne delle terze pagine, delle quarte di copertina e delle conferenze ostriche e champagne e cominceranno a preoccuparsi molto più umilmente di salvare il salvabile lavorando sull’educazione rachitica del paese, all’interno delle scuole soprattutto, magari restituendo a tale atto quel senso di gratuità (che non vuol dire gratis) che gli appartiene, allora ne riparliamo.

        Luigi B.

        • Simone Ghelli ha detto:

          @Luigi B.

          Secondo me la definizione di intellettuale non è poi così oziosa. Quanto meno sarebbe utile ridefinirne oggi il campo di azione, perché mi sembra di capire che la funzione che tu ricerchi nella figura dell’intellettuale oggi venga praticata anche in altri campi, non per forza all’interno delle università o sulle terze pagine dei quotidiani…

        • andrea inglese ha detto:

          a Luigi B
          allora ti propongo di aggiornare il tuo ragionamento, includendo alcuni elementi che fanno parte di quel dibattito che già c’è stato ed ha avuto diverse voci:

          quando contrapponi l’intellettuale ostriche e champagne al lavoratore di call center, con mutuo e figli stai costruendo un’opposizione che è una caricatura della realtà; gli intellettuali umanisti e scrittori a cui pensi tu sono finiti in due categorie eterogenee, quelli con posti garantiti all’interno di istituzioni come l’università e quelli con posti non garantiti in istituzioni come l’università; quelli con posti solidi e ben pagati nei piani alti dell’industria culturale (editoria, giornalismo) e quelli con posti fragili e sottopagati nei piani bassi di quella stessa industria;
          chi decide che sono intellettuali solo quelli che scrivno sulla terza pagina di un quotidiano e non lo sono quelli che con lauree, dottorati o libri alle spalle correggono le bozze di quello stesso giornale e scrivono liberamente e gratuitamente su un blog?
          quindi: non ci intendiamo, perché tu consideri che gli intellettuali sono una piccola élite, io considero che siano una popolazione molto ampia, e potenzialmente ancora più ampia;
          poi tu parli di ostriche e champagne, che probabilmente spettano ad altre figure connesse con il lavoro intellettuale, ma di certo non riconducibile alla tua idea di intellettuale-umanista, alludo ai grafici, ai designer, ai pubblicitari, agli stilisti, a tutti quei settori ultraredditizi, in cui è presente il lavoro intellettuale…

          per chiudere, Luigi, il pezzo che abbiamo appena postato qui dal sito di “PrecarieMenti”, di cui anche Ghelli fa parte, conforta proprio questa visione più complessa di ciò che oggia possiamo definire un intellettuale – ma stesso dicasi per il pezzo di Giglioli, sempre postato qui

          • Luigi B. ha detto:

            Andrea, io capisco perfettamente le tue ragioni. Vediamo se riesco ad essere più chiaro: gli intellettuali malati di vittimismo che si chiedono “che fare?” senza fare un cazzo per me possono continuare a chiederselo.
            Gli intellettuali ostriche e champagne non sono, per me, solo quelli di una certa “elite istituzionale” ma quelli di una certa “elite in generale” che fanno gli intellettuali oltre ad esserlo (se lo sono); che quando li chiami per farli partecipare ad un progetto che non sia il loro o non sia di un loro “pari” hanno come il timore di infangare il loro nome.
            Ricordo a tutti gli inetllettuali “precari” che l’unione fa la forza. Se davvero sono intellettuali ed hanno voglia e piacere di svolgere il loro ruolo, di cose da fare ce ne sono. Ma non ci si può limitare a fare il lavoro intellettuale. Purtroppo, siccome non c’è una struttura di supporto per determinate iniziative, c’è bisogno che gli intellettuali prima di lavorare come tali devono costruirsi tale struttura da sé. Questo non è giusto e siamo tutti d’accordo, ma se non si vuole rimanere lì a chiedersi che fare bisogna cominciare a fare.
            Detto ciò, bisogna aggiungere due cose: io non credo che la elite sia piccola, ma il contrario. L’elite è grande, piena di persone con i numeri e le carte per farne parte. Il problema è che questo mi sembra disturbi un po’ e invece di unire ed aggregare, separi. A questo va aggiunto che non tutti coloro che sono e si sentono intellettuali possono essere Umberto Eco (solo un esempio qualsiasi, eh!). Come in tutti gli ambiti, oggi abbiamo un surplus anche di intellettuali. Allora io dico: un intellettuale è tale solo se lavora nelle università? se viene riconosciuto a livello nazionale internazionale intergalattico? oppure è intellettuale anche chi i suoi libri alle spalle li usa per cercare di formare nelle scuole, magari elementari? Ricordo a tutti che Pavese, così come Calvino (credo) o il tanto amato Pasolini prima di essere degli intellettuali erano dei maestri. E prima di essere dei maestri erano degli uomini.
            Sinceramente, tranne la poca organizzazione la molta competizione, il vittimismo e la mancanza di iniziativa non vedo una ragione che giustifichi sufficientemente un discorso sugli intellettuali che si protrae da mesi.
            Il paragone con i lavoratori di call centre (tra cui possono esserci intellettuali) non era per sminuire la posizione degli intellettuali, al contrario era un modo per suggerire che a questa gente serve una presenza concreta degli intellettuali sul territorio, non certo abbonarsi al primo numero di Alfabeta e trovare un articolo di 10 pagine che di loro se ne sbatte altamente (provocazione 🙂 ).
            Ma questo è solo un parere.

            Luigi B.

          • Simone Ghelli ha detto:

            @Luigi B.
            Cerco di capire la tua critica contro gli intellettuali. Da come la intendo io parte dal presupposto che tu hai un’idea di intellettuale che corrisponde bene o male a chi (professori, opinionisti, scrittori, etc) oggi si trova a vivere in una situazione “di rendita”. Posso o meno concordare sulla tua opinione in merito a questo tipo di intellettuale, ed ha senz’altro una sua importanza la tua riflessione, perché si tratta di una tipologia che tutto sommato ha ancora oggi voce in capitolo su molte questioni, non fosse altro perché ha ancora l’accesso a determinati spazi dai quali parlare. Altra cosa sono poi tutte quelle persone uscite dalle università negli ultimi 10-15 anni (che diciamo costituiscono quel mucchio dal quale dovrebbero uscire gli intellettuali e i professori futuri) che di questi spazi ne hanno trovati sempre meno. Questo è un primo problema, e bada bene, parlo apposta di problema perché non la si intenda come scusante (in fondo, un problema pone delle domande, e quella di porsele nella maniera corretta è già una prima funzione dell’intellettuale). Queste persone si sono però trovate ad affrontare una situazione atipica rispetto al passato dei loro maestri (oggi direi che la possiamo tranquillamente definire una fase di rottura su cui non possiamo glissare tanto facilmente), quella di una realtà che ha teso a svalutare sempre di più il lavoro intellettuale: da una parte capiva sempre più spesso di dover accettare condizioni inaccettabili pur di restare all’interno del sistema-università; dall’altra ci si ritrovava a fare i conti con un mondo del lavoro che non rispondeva a certe aspettative. Tu mi fai l’esempio del call center, benissimo. Hai idea di quanti laureati e dottorati trovino impiego in tale ambito? Te lo dico perché uno di questi è il sottoscritto, e ne conosco tanti, troppi come me. Dunque il paragone che hai fatto non sminuisce certo la figura dell’intellettuale (né, al contrario, quella dell’operatore di call center), perché molte di quei potenziali intellettuali è lì che finiscono. Questo non significa che questi precari (in doppia veste: sia di lavoratori che di intellettuali), non trovino il modo di riorganizzare degli spazi e costruire dei discorsi. Ora, la mia idea è che gli uni e gli altri si organizzino per forza a partire da condizioni materiali. Insomma, se solo oggi cominciamo a conoscere alcune esperienze del genere (nel nostro piccolo, con “Precariementi” e “Scrittori precari” cerchiamo di fare questo) è perché c’è voluto quel tempo necessario (di riflessione) che segue a ogni rottura, il tempo di rifarsi quegli occhiali in grado di aiutarci a leggere meglio la realtà…

  2. Vincenzo ha detto:

    La presenza invasiva ed ingerente del berlusconismo (e delle sue proprietà) non deve scoraggiare una professione coerente del pensiero intellettuale. Anche se è molto difficile.
    Alla lunga, gli scrittori “con il cuore a sinistra e il portafoglio a destra” mostreranno riconoscenza ed ingrosseranno le fila di un esercito che ha, non solo il portafoglio, ma anche il cuore a destra.

  3. andrea inglese ha detto:

    Il breve pezzo di Caliceti, mi sollecita diverse osservazioni.

    La prima è che – posto che Berlusconi prima o poi cadrà – o dal governo dell’Italia o per terra, per un malore dovuto all’età che fra non molto sarà venerabile – non sappiamo bene che cosa sia un dopo-berlusconismo. Visto che, dice bene Luigi B, il berlusconismo è prima di misterB e continuerà dopo misterB.

    Caliceti scrive:
    “bisognerà riflettere a fondo sull’atteggiamento degli intellettuali italiani in questo ultimo ventennio.”
    Ecco, vorrei che si prendesse almeno atto che questa riflessione è già in atto. Ricordo tre momenti di essa: uno, anche citato da Calicetri, è relativa al cosidetto caso Nori; nata su Nazioneindiana è rimbalzata sul “manifesto” e più episodicamente su altri quotidiani. Di questo dibattito, ne ha parlato anche Cortellessa, nel suo articolo “Intellettuali anno zero”, sul primo numero di alfabeta2. Secondo momento, Nazioneindiana ha approfittato del “pretesto”, per avviare un’inchiesta sulla “responsabilità dello scrittore”, che ha acoinvolto diversi romanzieri e poeti, dando luogo ha un certo dobattito sul blog. Un terzo momento, del tutto indipendente dalla figura dell’intellettuale-scrittore, si è sviluppato sul sito di cui qui abbiamo linkato già due pezzi, alludo a “PrecarieMenti”, dove ci sè concentrati sulla figura del lavoro intellettuale diffuso (dalla ricerca universitaria al lavoro nell’editoria).
    Naturalmente, questi sono solo degli esempi. Esempi importanti, ma non certo gli unici su una riflessione critica sul ruolo degli intellettuali e degli scrittori in un’epoca di emergenza politica come la nostra.
    Sarebbe dunque buona usanza, cercare di fare patrimonio – per quanto è possibile ad ognuno – di ciò che pubblicamente si sedimenta.

    Uno delle attuali debolezze del cosidetto “dibattito pubblico” non è che questo dibattito sia assente, o manchi di elementi di criticità, ma che non riesce mai a sedimentare, ad essere davvero “condiviso”, tale per cui qualche passo avanti sia realizzabile. Ogni volta infatti vi è come l’oblio di tutto quanto è stato detto solo qualche settimana o mese fa. Tutto sembra ricominciare da capo, con le domande formulate allo stesso modo, le stesse premesse, ecc.

    Infine, un’osservazione sulla citazione da Carla Benedetti, che sostiene che le voci più abrasive ricevono accoglienza nei giornali di destra ma non in quelle di sinistra.

    Ma dove? Anche questo mi sembra un luogo comune infondato. Posto che le voci abrasive hanno vita difficile nei giornali di sinistra, non vedo come avrebbero vita più facile sui giornali filogovernativi, ammesso che l’abrasione non sia confinata a giudizi puramente estetici o ad esternazioni sulla miseria degli intelletuali di sinistra.

  4. guido caserza ha detto:

    A margine, e come impressioni fugaci: annoterei che il berlusconismo è un epifenomeno, ovvero uno specchietto per le allodole. Può essere di qualche consolazione la caduta del berlusconismo, ma non cadrà un certo capitalismo che continua a fare, meglio e più di prima, i suoi affari, mentre gli intellettuali continuano a sparacchiare contro il berlusconismo (e magari continueranno a sparacchiare conto il suo fantasma, dopo la sua caduta). Voci abrasive: ce ne possono essere, ma nessuna voce può essere abrasiva in mancanza di un orizzonte culturale nitidamente delineato. Resta l’esibizione individuale, magari quella del proprio corpo (il caso Saviano); per il resto, nulla abraderà alcunché finché persisterà l’incantagione per i grandi mezzi tradizionali di comunicazione. Propenderei a pensare che ciò che passa in televisione, o sulla carta stampata, non fa opinione, o lo fa solo fugacemente. Inutile insistervi. Temo, altresì, a questo punto, che saranno i grandi capitalisti ad apporpriarsi in tempo dei nuovi mezzi di produzione delle idee e, dunque, a costituire, attraverso essi, una ancora più robusta egemonia.

    • Luigi B. ha detto:

      “Temo, altresì, a questo punto, che saranno i grandi capitalisti ad apporpriarsi in tempo dei nuovi mezzi di produzione delle idee e, dunque, a costituire, attraverso essi, una ancora più robusta egemonia.”

      scusa Guido, ma chi credi che sia in possesso, oggi, dei mezzi di cui parli? 🙂

  5. carmelo ha detto:

    Berlusconi non governa per volontà divina. Ha semplicemente, grazie alla potenza di fuoco di cui dispone, solleticato il bassoventre di questo paese e dato cittadinanza ai vizi di questo paese. Lasciamo perdere e non nascondiamoci dietro i massimi sistemi e le massime astrazioni applicabili in francia come in germania o in qualsiasi altro paese del cosiddetto primo mondo. L’italia è molto peggio
    Berlusconi è lo specchio di questo paese. Dovremmo cominciare a riflettere sulla “cultura” (o chiamatela mentalità ) che sta alla base e regola i nostri comportamenti, le relazioni di potere e la convivenza (in)civile del nostro paese. Tanto per semmlificare ed essere concreti. Sul fatto che non abbiamo il senso del bene comune (tutti dico tutti accettiamo di pagare senza fattura, ci rassegniamo al fatto che il nostro vicino – o noi stessi – compie un abuso edilizio, o non paga le tasse, o sporca per strada, o parcheggia in doppia fila, o fa nomiare docente suo figlio, oppure il figlio dell’amico del nostro collega docente….) tutti accettiamo o ci rassegniamo alla logica corporativa o clientelare o familiare, che regola i rapporti economici e sociali in questo paese. Persino la classe operaia. Non è forse vero che negli ’70 mentre si celebravano le conquiste sul lavoro ( quell oche si chiamava il mercato centrale, tutelato e sindacalizzato) nella generale indifferenza concretamente si creava un mercato secondario, irregolare semiclandestino non tutelato e di sfruttamento da terzo mondo che ha fatto la fortuna di quella che allora veniva definita la terza italia?
    che palle con questa parola “intellettuali” ambigua elastica che dice tutto e non dice niente. Prendiamo ad esempio i docenti universitari, quelli impegnati, quelli in prima fila: perche’ pur sapendo del sistema feudale di cooptazione dei ricercatori non si sono mai idnignati, non si sono mai opposti concretamente ma anzi si sono adeguati cercando di ritaglairsi la loro fetta di potere?
    Per quale assurdo motivo privo di ogni logica dobbiamo illuderci di pensare che le centinaia di migliaia di abusi edilizi, lo scempio del territorio, siano opera solo di persone cattive e reazionarie?
    E perchè mai non dovremmo indignarci se alla Tv lavorano persone che portano nomi illustri anche se i loro padri sono “rivoluzionari” e di sinistra ? questo sistema orribile e schifoso per cui in italia i mestieri non si conquistano con il lavoro e il talendo ma solo per diritto dinastico è un sistema che ci coinvolge tutti. O che comunque accettiamo o tolleriamo anzi e’ talmente incorporato nel nostro modo di essere che non ci facciamo piu’ caso. Abbiamo talmente perso non solo il senso del bene comune ma della convivenza civile che abbiamo un tasso di litigiosita’ (sfogliare le statistiche sulle liti di condominio fa ridere e paingere) .
    Questo è l’humus anzi il fango per non dire la merda su cui il Berlusconi ha costruito il su oconsenso e il suo potere. Questo è il paese dove pagare le tasse significa ” mettere le mani in tasca ai cittadini” e dove un mascolzone se riesce a non pagare un multa per divieto di parcheggio o di parcheggio in doppia fila, se ne puo’ vantare con i compagni o con gli amici che sorridono bonariamente. quel compagno incazzato perche’ deve pagare la multa è lo specchio di quel mafioso che se ne sta al senato ben pagato facendosi beffe dei giudici che l’hanno condannato. E non m isi dica che questa è demagogia perche’ mi incazzo pure. Qui non c’entra il capitalismo, nessuno paese capitalistico contemporaneo potrebbe tollerare lo schifo che succede da noi.

    • Luigi B. ha detto:

      @ Carmelo:
      “Berlusconi è lo specchio di questo paese.”

      Ecco perché il berlusconismo sopravviverà a Berlusconi.

      Luigi B.

  6. andrea inglese ha detto:

    a guido c.,

    a me sembra che esista comunque una particolarità italiana, una versione italiana dell’ondata neoliberista; e Berlusconi la incarna efficacemente; ha aperto la strada a personaggi diversi in contesti politici diversi, come Sarkozy in Francia;

    sono ben d’accordo che molta sinistra non avendo proposte alternative al capitalismo e alla sua ideologia liberale si possa concentrare agevolmente nella lotta contro berlusconi, per raddrizzare i torti che questi fa al capitalismo “correttamente inteso”; ciò nonostante, in Italia, il nemico concreto è lui e la sua banda, la sua retorica e i suoi media, il suo stile gansteristico e autoritario; Berlusconi è il volto italiano, strapaesano, del capitalismo. E’ certo però che caduto lui, non cadrà certo il capitalismo in Italia.

  7. carmelo ha detto:

    @andrea
    Sui mali e sul disastro incombente cui ci sta conducendo il sistema capitalistico occidentale e globalizzato ho già avuto modo di esprimermi piu’ di una volta qui. Sulla perversione profitto (che i odefinisco extra-territoriale e che ha raggiunto livelli di sfruttamento dell’umo e della natura inauditi) /consumo cui questo sistema ci condanna pure.
    Non so a chi ti riferisci quando parli devo dire con un po’ di snobbismo , a “molta sinistra che non avendo proposte alternative al capitalismo bla bla bla” nè tantomeno, per contrappunto, a quale sinistra che invece ha idee alternative (mi farebbe piacere se me la presenti questa sinistra che sottintendi); io mi sforzo di essere critico e di avere un pensiero libero e indipendente.
    e osservando la realtà dico che certi comportamenti feudali e corporativi della popolazione di questo paese (anche quella che presume di essere rivoluzionaria) non hanno niente a che vedere con “l’ondata neoliberista” di cui parli, ma sono una costante della nostra cultura.
    Io dico anche la necessità, l’urgenza, il pudore, il senso di giustizia e di decenza che ci dovvrebbe spingere tutti a sconfiggere la mafia, ha che vedere con la sopravvivenza di questo paese
    io dico che la “banda” di cui parli e’ una moltitudine di milioni e milioni di persone, professionisti, fornai, precari, ioperai, impiegati giornalisti, d0centi, disoccupati, che vota questo governo ben sapendo chi vota.
    io dico che se Berlusconi ha potuto sviluppare tutta la sua potenza di fuoco, tirando fuori il peggio di questo paese, tutto cio’ e’ stato possibile grazie alla lungimiranza della sinistra cosiddetta radicale di bertinotti & company, che non si e’ preoccupata di imporre al primo governo prodi una legge sul conflitto di interessi e sui media.
    io dico che il fatto che il mio collega comunista e attivista rivoluzionario che con passione lotta contro berlusconi, e che ha fatto assumere il figlio grazie alle sue influenze, non e’ diverso da chi faceva assumere il figli odella cricca, anzi è ancora piu’ ripèugnante.
    io dico che al rivoluzione comincia nel momento in cui rifiuti non solo le idee del sistema dominante ma ti sottrai ad ogni comportamento che giustifica quel sistema di valori e di relazioni economiche e sociali.

  8. guido caserza ha detto:

    Il probelma, a mio avviso, è che il nemico concreto (se vogliamo parlare di nemici) non è solo Berlusconi. Credo, in sostanza, che sia una questione di mira. Non credo neppure che Berlusconi parli al basso ventre e rappresenti l’aspetto strapaesano del capitalismo. In un momento in cui, in Italia, il liberismo è stato rappresentato da Forza Italia, ovvero da Berlusconi, l’elettorato liberista (spesso anche turandosi le nari) ha votato in quella direzione. E’ ancora un problema, molto classico, di rappresentatività. L’ondata liberista viene da lontano, come sappiamo, e molto prima, nel tempo, del nostro Berlusconi. Ma tornando alla questione della rappresentatività, mi pare erroneo considerare, un po’ sloganisticamente, inebetito, imbambolito, stregato, l’elettore di Berlusconi. Una sacca di coatti c’è sempre stata, d’altronde, sia a destra sia anche a sinistra. Io sono dell’avviso che il grosso dell’elettorato voti in considerazione dei propri interessi; e Berlusconi rappresenta interessi solidi (discutibili, se vogliamo) e persino razionale di una precisa, o precise classi sociali. In sostanza, continuare a interpretare il berlusconismo come una mattana strapaesana, a un bassoventrismo con tendenze abusivistiche non porta da nessuna parte. Se è vero che Berlusconi parla al bassoventre, bisogna anche aggiungere: Berlusconi SA parlare al bassoventre e SA come utilizzarlo elettoralmente. Aggiungerei ancora che la distruzione della coscienza di classe parte da prima: prima c’è stata la Fiat e sono stati gli Agnelli a picconare la coscienza di classe. Berlusconi arriva a giochi fatti, con il tavolone apparecchiato: si è semplicemente seduto a capotavola

  9. carmelo ha detto:

    @ciao duido piacere di conoscerti.
    cerchiamo di intenderci con le parole cosi’ comunichiamo meglio
    io non so cosa intendi quando usi la parola liberista. Per molti versi questo è un paese feudale. Le professioni si ereditano, le farmacie pure, vogliamo parlare dei tassisti? al di la di ogn i giudizio di valori tutto questo è poco liberista.
    Non mi pare che ai tempi dei democristiani le cose fossero diverse. Non so quanti anni hai. Ti assicuro che i guasti, le corruzioni, le ingiustizie, le immense speculazioni edilizie, (vogliamo parlare della stagione delle bombe?) erano di dimensioni molto ma molto piu’ garndi di ora.
    Solo che il sistema si potema permettere tutto ciò facendo debito. Siamo cresciuti facebndo debito scaricando cioè alle future generazioni, ovvero ai nostri figli.
    Nessun rivoluzionario si opponeva al fatto che un professore andasse in pensione dopo 15 anni mentre l’operaio dopo 30. “tanto pagava lo stato” (mancanza di senso del bene comune.
    La mafia e le clientele al sud si sono arricchiete con miliradi e milierdi sottratti alla collettività, ma in compenso venivano tollerati i falsi invalidi, i falsi braccianti (bastava aggregarsi a una clientela anche di sinistra).
    Si potrebbe discutere, fare un’analisi socioeconomica delle cause che hanno prodotto un capitalismo straccione nel nostro paese, un capitalismo che e’ sempre dovuto venire a patti con le rendite e con la mafia per governare.
    Ma l’humus culturale dove e’ stato possibile sviluppare particolari rapporti di produzione quel modello di comportamento ha preso il sopravvento e ha contagiato tutta la popolazione. E’ illusorio pensare che ci sia una moltidune di popolo pura e innocente e una classe politica che se ne approfitta.
    I socialisti hanno alzato la posta le possibilita’ di fare devbito si riducevano e le necessita’ per consolidare il potere il proprio potere aumentavano.
    Berlusconi ha sancito l’impossibilita che in questo paese si possa governare per i lbene comune.
    Non pagare le tasse, cotruisci abusivamente, cerca di non andare in galera anche se sei colpevole.
    Una parte di questo paese, una larga parte ha aderito a questa ideologia di vita, un’altra parte, minoritaria si è rassegnata e alla fine si e’ adeguata. e da qui che dobbiamo partire.
    Tutti sanno che berlusconi, e’ un ladro, corruttore di giudici, che si fa le leggi per sfuggire alla giustizia, che nomina gl iavvocati, e le donne che aprono le gambe, lo sanno e lo votanpo.
    LO SANNO E LO VOTONO.
    o perche’ si specchiano nei suoi comportamenti, o perche’ si rassegnano a comportarsi allo stesso modo altrimenti affondano. bisogna partire da qui e non rimuovere il problema parlando di ondata neoliberista che non ho capito bene cosa sottintende nei vostri discorsi. Forse la perdita di diritte da parte dei lavoratori ?
    Ma ragazzi i lavoratori tutelati in questo paese rappresentano una quota minima, il lavoro nero e irregolare e senza tutela a 12 ore al giorno c’e’ dagli anni 70. Forse voi che immagino lavorate nell’universita’ o comunque avete contratto con enti pubblici (sia chiaro non l odico con ironia) sentite di piu’ la distruzione di futuro di cui i giovani (ho due figli di 21 e 25 anni che sanno che devon ocavarsela da soli senza l’aiuto di papi) son ovittime

  10. guido caserza ha detto:

    @Luigi B.: è che parlavo dei “nuovi” mezzi di produzione; ovvero quelli su cui il grande capitale non ha ancora messo definitivamente le mani.

  11. guido caserza ha detto:

    @Carmelo: assolutamente d’accordo sul fatto che non esista una moltitudine pura e innocente e una classe politica che se ne approfitta! Non sono d’accordo sul rispecchiamento: insomma, non esiste una maggioranza di elettori che si rispecchia in un Berlusconi ladro, corruttore, chiavatore e via discorrendo. Esistono dei coatti che si rispecchiano in questo modo, ma questo non spiega nulla

  12. carmelo ha detto:

    @guido
    sono d’accordo con te solo in parte. Vorrei aggiungere che c’e’ di peggio.
    Vorrei aggiungere che una parte della popolazione di questo paese che vive al Nord e sono milioni, vota Berlusconi , ben sapendo che è quello che è e anzi se ne compiace perchè convinta che lo sfacio istituzionale economico e civile di questo paese aumenta la possibilita’ che la parte “più ricca se ne possa avvantaggiare.
    i leghisti vorrei farti notare, non sono solo borghezio, ma anche quelle barvissime e oneste madri che vogliono cacciare dalle scuole i bambini i cui genitori non pagano la mensa.
    sono meridionale ma sono abbastanza lucido per vedere l’orribile indecente vergognoso e indegno sfruttamento cui vengono sottoposti i lavoratori africani nelle zone dove si raccolgono i pomodori. In nessun paese civile e’ consentito che cio’ avvenga sotto gli occhi e l’indifferenza di tutti: poeti,spazzini, fascisti, comunisti e troskisti.
    la nostra situazione di degrado morale e civile vista dall’esterno fa paura. Un paese (una parte di questo paese) ridotto a concentrare in un solo uomo i mali di cui e’ afflitto, e a sperare che sparisca e sparendo lui spariscono tutti i mali, e’ un paese che sta morendo. Se non prendiamo atto di questo non andiamo lontani

  13. andrea inglese ha detto:

    a carmelo,
    scrivi: “Non so a chi ti riferisci quando parli devo dire con un po’ di snobbismo , a “molta sinistra che non avendo proposte alternative al capitalismo bla bla bla””
    io intendevo semplicemente la magior parte dei rappresentanti politici del PD, il maggior partito d’opposizione in Italia
    e una cosa ulteriore, carmelo, nessuno ha l’obbligo di discutere con un altro, né di condividere le sue idee; allora io ti chiedo di non utilizzare la parola “snobistico” o “autoreferenziale” solo perché ho scritto qualcosa che non ti è chiaro o non ti aggrada; “snobistico” è un altro di quegli aggettivi che si possono usare ovunque e non vogliono dire nulla (tipo “autoreferenziale”, di cui sopra).

    a guido,
    condivido quasi tutto, tranne questo:
    “Io sono dell’avviso che il grosso dell’elettorato voti in considerazione dei propri interessi; e Berlusconi rappresenta interessi solidi (discutibili, se vogliamo) e persino razionale di una precisa, o precise classi sociali.”
    L’elettorato di centrodestra include, lo si può constatare empiricamente, diverse classi sociali: oltra alla borghesia degli affari e dei liberi professinisti, include la classe media fino alle sue frange piu’ popolari e povere (dal punto di vista salariale e culturale). Se Berlusconi soddisfa razionalmente ed efficacemente gli interessi di un così ampio spettro sociale, allora:
    1) è un grande statista
    2) io mi ritrovo nella stessa fascia sociale di quelli che lo votano per aver soddisfatti i propri interessi, quindi io voto contro i miei stessi interessi
    3) berlusconi fa legittimamente tutto ciò che fa, in quanto realizza pienamente il suo mandato di soddisfare i bisogni della maggioranza degli italiani
    4) hitler fece probabilmente lo stesso, in quanto fu votato da una maggioranza di tedeschi, quindi avrò soddisfatto i bisogni di una maggioranza di tedeschi
    5) quando parlo con gli elettori di berlusconi, viene fuori però che egli non ha soddisfatto “ancora” i loro interessi, ma essi lo votano perché gli altri gli stanno ancora più sui coglioni, e poi a berluscono non lo fanno lavorare, ecc.

    Provo a riassumere le mie obiezioni, con un motto che mi disse una volta un amico, che mi sembra assai pregnante:
    il capitalismo è un sistema che una minoranza di persone, per soddisfare i propri interessi, riesce ad imporre ad una maggioranza di persone; il comunismo, qualsiasi cosa possa voler dire – al di fuori di catastrofiche esperienze totalitaria – è sostanzialmente un sistema che tende a soddisfare gli interessi di una vera maggioranza.

  14. carmelo ha detto:

    @andrea
    prendo atto del tuo disappunto; non sono obbligato ne’ sono interessato a discutere con chi non accetta il confronto garbato. Quindi puoi stare tranquillo da qui all’eternità;
    Ho notato, non è la prima volta, che in questo spazio coloro che aprono le discussioni e che comunque sono i responsabili del blog si sottraggono poi al confronto e alla discussione che sono gli elementi che danno valore al blog stesso. Ovviamente non lo fanno per snob perdonami se uso per l’ultima volta questo termine, sinceramente non l’ho capito, sinceramente per fare un esempio, nella discussione su Saviano, m isono chiesto se per caso non fossi affetto da una specie di peste telematica.
    Ci tengo a precisare un’ultima cosa: Io non ho mai usato la parola autoreferenziale parola che non m ipiace; ma trovo davvero infantile, per niente da intellettuale impegnato quale tu ti sforzi di apparire, pretendere di stabilire tu quali sono le parole che offendono e non vanno dette, invece di accettare il confronto e spiegare il tuo punto di vista, con garbo e rispetto che sei tenuto a avere nei confronti di chi interviene e non solo a pretendere.
    Bene, anzi male, malissimo. tanti auguri !!!!!

    • andrea inglese ha detto:

      a carmelo,
      cerchiamo di intenderci: in uno spazio per il commento come questo, che è tendenzialmente aperto, le modalità molto generali del discorso sono esplicitate dalla redazione – vedi la finestrella regole d’uso – e in genere si tratta di modalità largamente condivise in rete (basate sul buon senso); per il resto, non esistono gerarchie nella discusione e ognuno non porta l’autorità che dei propri argomenti; quindi se io e te entriamo in dialogo, io devo essere libero di dirti quanto non condivido del tuo discorso; mi sembra di averlo fatto in maniera franca ma non offensiva; se questo è sufficiente a interrompere ogni dialogo, pazienza; in ogni caso, è tra noi due che si definisce paritariamente se il dialogo continua o no;
      poi tu dici: “sono i responsabili del blog che si sottraggono al confronto”… anche qui, vale il discorso di cui sopra; i reposnabili del blog raccolgono e organizzano i materiali perché ci sia anche una discussione; ciò non può obbligarli ad intervenire su ogni tema e pezzo;

      per chiudere: io ho seguito fin dall’inizio i tuoi interventi; per altro condividendo molte tue posizioni; e sono ben contento che ci siano persone come te che hanno voglia di esprimersi su vari post, da quello letterario a quello più politico;
      quindi davvero mi dispiace della tua impressione di “peste telematica”….

  15. erica ha detto:

    @carmelo
    a costo di venir contagiata a mia volta e ulteriormente dalla peste telematica ti dico e ti scrivo che concordo con tutto tutto tutto quanto hai scritto, compresi gli errori di battitura che testimoniano l’urgenza e la passione del tuo discorso. Ma, c’è un ma. Il succo spremuto dal tuo discorso è acido e corrosivo, toglie la pelle, rende più che nudi quindi suscita l’esigenza di mettersi sulla difensiva. E stare perennemente sulla difensiva è esattamente il “ruolo” che “l’intellettuale” , almeno in Italia, e non certo e non solo negli ultimi vent’anni, si è ritagliato. Per forza poi questo ruolo non incide, non fa opinione, e si scinde, come ha scritto Inglese, nei due rametti dell’intellettuale garantito, vezzeggiato e vezzeggiatore nei salotti-redazioni-talkshow-studioli e intellettuale sfigato che arranca nei retrobottega, verosimilmente e comprensibilmente attanagliato dalla doppia morsa della frustrazione e del risentimento da una parte e della volontà di resistenza-cambiamento-spaccamondo dall’altra . Ora, fatta salva e ampiamente compresa l’umanità di chiunque, e quindi la fallacia la debolezza l’imperfezione bla bla nonchè i più che legittimi bisogni materiali, l'”intellettuale” , se tale è, trova la sua ragione d’essere proprio in quanto ha la capacità di fare propria la scorticatura, l’esistenza “senza pelle”. Questo è il prezzo che si paga mentre si scommette sull’incisività della propria azione intellettuale. Invece, anche basandosi sull’osservazione di quanto succede da sempre nelle discussioni in rete, si nota un’enorme difficoltà ad agire in profondità, ad abradere, a lasciare che le parole vadano sottopelle. Di solito, ci si mette sulla difensiva e si ricorre a garze e cerotti linguistici. E’ proprio questo continuo tentativo di parata e riparata emotiva, questa schermaglia che impedisce la sedimentazione dei contenuti dibattuti di cui parla Inglese e che di solito finisce per suggerire giudizi stereotipati come “autoreferenziale” o “snobistico”. Si tende a difendere piccole-grandi rendite di posizione (ognuno ha le proprie) e sembra di giocare con le parole come a Trivial Pursuit. Senza sangue non c’è possibilità di rilevare la VES.
    Il tuo discorso, Carmelo, chiama in causa le piccole scelte quotidiane di ciascuno e non solo nella generica quotidianità ma nel qui e ora delle risposte nel blog. Le tue parole hanno il sapore dell’esperienza, nel senso di cui ha parlato un giorno Scurati, le cui opinioni, posizioni e scrittura di solito non apprezzo affatto ma che in quell’articolo (quale? non me lo ricordo e adesso non ho voglia di gugolare a cercarlo) mi colpì positivamente.

  16. alcor ha detto:

    @ Carmelo

    «Sul fatto che non abbiamo il senso del bene comune (tutti dico tutti accettiamo di pagare senza fattura, ci rassegniamo al fatto che il nostro vicino – o noi stessi – compie un abuso edilizio, o non paga le tasse, o sporca per strada, o parcheggia in doppia fila, o fa nomiare docente suo figlio, oppure il figlio dell’amico del nostro collega docente….)»

    Beh, andiamoci piano, smettiamola di dire TUTTI, usiamo le parole con attenzione, io mi faccio sempre fare la fattura, mi faccio sempre fare lo scontrino, ho sempre pagato tutte le tasse e purtroppo per me ho anche obbligato la madre di un bambino a raccattare da terra il tetrapak vuoto che suo figlio aveva lanciato per terra, eccetera…
    Detto questo vedo una sempre interessante (anche se vecchia) contrapposizione nella rete tra l’autore del post – o i gestori del sito – e i molti commentatori che li vedono come «potere» e chiedono loro ragione non solo di quello che hanno scritto, cosa legittima e anzi doverosa, ma anche dei mali del mondo.
    Essendo gli autori dei post e i gestori del sito degli intellettuali che si interrogano tra le altre cose sulla perdita di ruolo e di senso degli intellettuali, questa postura dei commentatori dà un senso di vertigine. O anche di ottimismo, chissà.

  17. giuseppe caliceti ha detto:

    Caro Andrea, sono a conoscenza dei pezzi usciti a proposito dell’intellettuale, collaborando sia con manifesto che con Unità. E del dibattito dentro e fuori la rete. Tuttavia, ritenevo importante riprendere questo tema qui. Per altro sollecitato dal bel pezzo si Eco sul primo numero di Alfabeta2. Rispetto alla riflessione in atto sull’atteggiamento degli intellettuali italiani in questo ultimo ventennio, nei vari post non credo ci si sia soffermato su quanto accennavo al termine dell’intervento: “La sensazione è, a parte qualche eccezione, gran parte del mondo culturale italiano abbia riprodotto, nel suo piccolo, l’infausto spettacolo mostrato in questi anni dall’opposizione: litigiosità e guerre tra poveri, senza mai riuscire fare gruppo e disturbare seriamente il conducente”. Accennavo, insomma, a questa incapacità delle cosiddette nuove generazioni “a fare gruppo”. E al suo valore sottinteso. Come riuscirono altre generazioni in passato. E’ vero, i tempi sono diversi, ma credo che uno dei punti cruciali sia quello. Mi pare, insomma, che lo scrittore, il poeta, l’intellettuale, nella loro splendida individualità siano semplice carne da macello per l’industria culturale. Soprattutto i più giovani, come ricordava Sanguineti all’ultimo convegno di Ricercare a Reggio Emilia.

    non sia confinata a giudizi puramente estetici o ad esternazioni sulla miseria degli intelletuali di sinistra.

  18. erica ha detto:

    “di ottimismo” dici, alcor?
    non ci avevo mai pensato in questi termini ma in fondo sì, la tua può essere una prospettiva davvero ragionevole e fruttuosa. C’è, nella “discussione su Saviano” (chiamiamola così) di qui sotto, una parte di un intervento di Cortellessa che mi piace molto e che definisce il ruolo dell’intellettuale: “Se hai una certa tensione a leggere la contemporaneità come un sistema connesso, nel quale tutte queste singole attività – ciascuna coi suoi problemi specifici e le sue specifiche responsabilità – sono fra loro collegate, sei un “intellettuale”: grande o piccolo o microscopico in questo contesto non ha alcuna importanza. E dovrai dunque comportarti come tale. Il che non vorrà dire, ovviamente, che comincerai a tenere comizi invece che fare lezione (come sul serio pensa, invece, qualche funzionario ministeriale in quota Lega), ma che cercherai di trasmettere a chi ti ascolta la tua stessa visione interconnessa; eviterai di considerare e “trattare” le nozioni che impartisci come lettera morta, mero archivio inerte. Cercherai di attivare ogni parola che pronunci. ” Ecco, a me sembra che il “potere” (che è in primis la facoltà e la capacità di fare questo) a cui i commentatori si rivolgono in chiave a volte polemica sia proprio questo: se sei un “intellettuale”, e per di più di “professione”, sei tenuto a leggere le connessioni e a saperle trasmettere. Questo è il ruolo che viene richiesto a chiunque (e in qualunque momento) ricopra una funzione intellettuale. In questo saper fare risiede il potere dell’intellettuale e quindi la sua capacità di agire e la sua possibilità di incidere. Siamo sempre qui a interrogarci sul ruolo dell’intellettuale ma non è il ruolo, forse, a essere in discussione, quanto i modi di essere intellettuale. E i modi sono tutti quelli in cui questa funzione di lettura interconnessa può essere attivata: nulla è estraneo alla lettura, compresi gli interventi più apparentemente sprovveduti, ingenui, maleducati e off topic. La contemporaneità è ovunque e comunque (tanto più, poi, in rete), è pure il qui e ora che va in continuazione riposizionato nel là e allora in cui il tempo ci immerge. Certo è difficile operare costantemente in modalità di interconnessione (per via delle scorticature di cui sopra e non solo) ma dove sta scritto che il “potere” non si paga? Forse solo nell’immaginario preadolescenziale (e pre-esperienziale) cristallizzato biecamente dalla messinscena totalitaria berlusconiana. Essere davvero disposti a pagare: in fondo è proprio quanto Carmelo lamenta che, non dico tutti ma certamente i più (compresi gli intellettuali) non sono facilmente disposti a fare. Che tu, alcor, scriva “obbligato” e “putroppo” relativamente all’aneddoto del tetrapak buttato a terra la dice lunga sul fatto che, in Italia, pagare sia un’operazione rischiosa e difficile che si cerca di evitare di fare. Da noi si deve pagare anche un semplicissimo atto di elementare educazione che altrove non costa niente. (l’educazione civile è il grado zero della capacità di vedere connessioni, il grado zero di una modalità intellettuale). Da noi TUTTO ( e lo scrivo volutamente in maiuscolo) quanto ha una funzione critica, di interconnessione e di interrelazione costa tantissimo, figuriamoci una lettura di tipo intellettuale.

  19. andrea inglese ha detto:

    a Luigi B.,
    replicando al tuo intervento delle 9.30; sì, mi sembra che ora abbiamo dissipato alcuni malintesi; poi tu dici due cose:

    1) “Detto ciò, bisogna aggiungere due cose: io non credo che la elite sia piccola, ma il contrario. L’elite è grande, piena di persone con i numeri e le carte per farne parte. Il problema è che questo mi sembra disturbi un po’ e invece di unire ed aggregare, separi.”

    2) “Ricordo a tutti gli inetllettuali “precari” che l’unione fa la forza. Se davvero sono intellettuali ed hanno voglia e piacere di svolgere il loro ruolo, di cose da fare ce ne sono. Ma non ci si può limitare a fare il lavoro intellettuale. Purtroppo, siccome non c’è una struttura di supporto per determinate iniziative, c’è bisogno che gli intellettuali prima di lavorare come tali devono costruirsi tale struttura da sé.”

    Bè qui c’è il grosso nodo ancora non risolto. Il passaggio dalla consapevolezza dei propri bisogni alla lotta politica per realizzarli. Prima domanda, posto che il lavoro intellettuale subisce un duplice destino: è deprezzato, ma è anche più diffuso che nel passato. Ci sarebbero quindi le condizioni per 1) riconoscere una condizione generale e 2) elaborare una forma adeguata di lotta politica. Le due cose vanno assieme, certo, ma hanno anche tempi distinti. Di certo, la tanto vituperata rete (trattata qui sì snobisticamente come una grande masturbazione collettiva) ha permesso, concretamente, di ridurre la dispersione dei più deboli, o degli invisibili sul piano mediatico e istituzionale. La rete quindi -e ne parlo in senso ampio, mondiale – è comunque una condizione indispensabile per il riconoscimento di un comune destino (in questo caso la classe del lavoro intellettuale); ma già in rete, i soggetti – come ovunque altriove – fanno fatica ad aggregarsi e a non dividersi.
    Poi rimane del tutto aperta la questione della forme di lotta politica, che certo ci sono, ma giungono raramente a situarsi su un piano nazionale, di grande fronte comune.

  20. carmelo ha detto:

    @alcor
    con la parola tutti, ovviamente non mi riferivo a 60 milioni di persone, ma a comportamenti individualisti (il mio interesse, lecito, o illecito, buono o malsano che sia viene sempre prima dell’interesse collettivo) e cinici (se tu inquini, commetti un abuso, distruggi i beni comuni, non me ne frega niente finchè non tocchi e metti in discussione i miei interessi privati) che attraversona tutta la societa’ da destra a sinistra dall’alto al basso.
    Mi sono permesso di definre, nel contesto di una discussione, un po’ snobbistica l’affermazione di andrea, ma lungi da me lanciare un’accusa al medesimo andrea o agli intellettuali. Detto per inciso ho avuto modo di leggere gli articoli di Andrea su Nazione indiana e li ho trovati chiari e profondi e anche dotati di quel senso del bene comune di cui parlavo, di una tensione etica prima ancora che politica, che spinge alcune persone a mettere a disposizione il proprio sapere e la propria intelligenza, al servizio del bene comune, e quindi di una societa’ piu’ giusta.
    Io non ho inteso mai attribuire alla redazione i mali del mondo. Ci mancherebbe.
    Per la seconda volta mi sono permesso di fare una critica garbata alla redazione di questo blog, con spirito costruttivo. Veniamo al punto allora
    @andrea
    Ricordo Pasolini che una volta intervistato alla TV disse: chi viene in televisione parla sempre ex-cattedra anche quando non vorrebbe.
    Ma questo è un blog giusto? Allora chi viene qui a scrivere i suoi articoli non parla mai ex-cattedra anche quando vorrebbe.
    Questa non è cioe’ una rivista dove vengono pubblicati degli articoli o dei saggi o dei testi di poesia, di cui i lettori si nutrono per arricchire il loro sapere e appagare il desiderio del bello.
    Questo è uno spazio che consente ad alcune persone (poeti, critici, scrittori e comunque persone dotate di competenze in svariati campi) di poter aprire delle discussioni aperte al dibattito e al confronto di tutti (non e’ previsto nessun filtro).
    E’ evidente, che il dibattito è utile se condotto con buon senso: oltre a scrivere, bisogna avera la capacità di ascoltare e riflettere sulle opinioni altrui, evitare l’esibizionismo e le offese gratuite.
    Ma chi apre la discussione, non ha nessun senso che si sottragga alla discussione medesima. Deve in qualche modo sporcarsi le mani, esporsi, interloquire. Se non ritiene di essere tenuto a fare questo, che senso ha che i lettori esprimano la loro opinioni sul contenuto dell’articolo?
    E se la redazione non vuole o ritiene di non dovere interloquire con i lettori del blog (liberissima di farlo ci mancherebbe) mi costringe a chiedermi: che ci stai a fare qui carmelo? perche’ non usi anche questo tempo per leggerti un bel libro o magari qualche saggio interessante di andrea inglese o magari un libro di poesie di Biagio Cepollaro ( il suo articolo mi è piaciuto moltissimo, tanto quanto mi e’ dispiaciuto il fatto che lui non ha risposto per niente alle mie modeste e magari stupide osservazioni)
    Quindi, caro andrea niente di personale, se dissentiamo sul modo di concepire la discussione su un blog, cio’ non significa che io sia talmente stupido da cambiare il mio apprezzamento su cio’ che scrivi.
    @erica
    ti ringrazio per aver cercato di capire lo spirito con cui sono intervenuto, nonostante gli errori di ortografia e di sintassi dettati non solo dalla apssione ma anche dal fatto che rubo tempo al lavoro.
    Le tue osservazioni sugli intellettuali mi fanno riflettere sul fatto che c’e’ una forte tendenza in tutti gli ambiti della società alla riduzione dei saperi a pura tecnica, dove ognuno mette a disposizione le sue competenze, ma non ne esercita il controllo.
    Io penso che la cosa piu’ grave in questo paese sia ora, la sistematica opera di distruzione della cultura, della ricerca e dell’insegnamento, del nostro futuro cioè.

    • andrea inglese ha detto:

      a carmelo, che scrivi:
      “Ma chi apre la discussione, non ha nessun senso che si sottragga alla discussione medesima. Deve in qualche modo sporcarsi le mani, esporsi, interloquire. Se non ritiene di essere tenuto a fare questo, che senso ha che i lettori esprimano la loro opinioni sul contenuto dell’articolo?”

      Sono d’accordo, ma le cose non sono sempre così semplici. In un blog del genere esistono almeno tre tipi di posizioni: la posizione redazionale: mi occupo di ricevere o di invitare un autore a postare un pezzo; questo è il grosso del lavoro che si fa in quanto redazione; poi posso verificare che le regole generali e condivise siano rispettate da chi interviene; infine posso io stesso avere voglia di interloquire su questo o quest’altro tema; ma la giornata mia è di 24 ore, banalmente, e non tutto si può fare; passiamo ora all’autore del post: io posso auspicare – come tu stesso auspichi – che l’autore del post intervenga nella discussione nata sotto il suo post; ma alcuni autori intervengono poco, altri molto, altri per nulla; e tutto ciò anche in ragione di circostanze biografiche che magari non sappiamo; io in quanto redattore di un blog, ci tengo a postare un intervento anche se so che il suo autore non parteciperà alla discussione; infine ci sono i lettori, che spesso e in vari modi hanno un ruolo anche propositivo; con Claudia Boscolo è successo così; abbiamo discusso, e ne è nato un legame con il blog PrecarieMenti a cui partecipa; insomma quello che voglio dire è che all’interno di uno spazio commenti, sono diverse le forme di comunicazioni che si possono costituire, alcune più povere e alcune più ricche. Sono i limiti della rete, ma anche delle nostre vite, dei diversi caratteri e sensibilità.

  21. carmelo ha detto:

    @andrea
    la descrizione di come funziona il sito, di cui ti ringrazio, mi aiuta a capire meglio.
    Capisco l’enorme fatica e impiego di tempo che comporta il lavoro di selezione dei testi, cura e moderazione del sito. Tanto piu’ e’ apprezzabile se si pensa che questo lavoro e’ mosso dalla passione e non del profitto.
    Non c’e’ dubbio che questo sito assolva a una funzione divulgativa: mette cioè a disposizione dei lettori un sapere non altrimenti fruibile attraverso i circuiti regolati dal mercato. Il che non è poco. E’ grazie a nazione Indiana per esempio che ho potuto conoscere autori che si sono rivelati importanti per la mia formazione.
    Ma io immagino che questo sito vuole essere anche uno spazio per la discussione e il confronto, a partire dalla condivisione di alcuni valori etici e politici.
    Capisco perfettamente il punto di vista di chi per diversi motivi non intende o non puo’ (richiede tempo) partecipare a un dibattito da un suo intervento.
    Ma se mi metto nei panni della redazione, devo pormi il problema se l’obiettivo del sito è pienamente raggiunto. Se vengono sfruttate appieno le potenzialità della rete.
    Mi rendo conto delle difficoltà, ci sto riflettendo molto in questi giorni e mi ripeto spesso le parole di Alfano, su nazione Indiana:
    http://www.nazioneindiana.com/2010/08/04/ancora-sulluniversita-la-poesia-il-gusto/

    Della quale [larete], io resto però un osservatore piuttosto critico e diffidente. Il pensiero deve essere collettivo, per forza. Ma il problema è che un pensiero collettivo, cioè intendo elaborato collettivamente, deve possedere un vocaboloario grosso modo comune e dei procedimenti di individuazione delle priorità logiche (una sintassi) che siano ampiamente condivisi. Altrimenti non si elabora, ma ognuno dice la sua, in maniera più o meno bella, ma comunque senza alcuna efficacia.

    però lo stesso Alfano, nonostante il suo scetticismo ha adottato un metodo che ha il pregio di evitare le perdite di tempo e le discussion isterili ed esibizionistiche:

    Cari commentatori,
    non so bene come funzioni l’etichetta del discorso in un blog, non so cioè se ci si aspetta una risposta a ciascun commento o se invece è più educato tirare le somme da un certo numero di osservazioni. Mi sembra però il caso di riprendere alcune vostre osservazioni, soprattutto per alcuni punti ricorrenti.

    Alfano cioè non ha perso tempo a rispondere a cisucn commento, evitando quelli non pertinenti, o pretestuosi o esibizionistici, ma ha tirato le somme di cio’ che era emerso nella discussione.

    E’ un invito a riflettere il mio, sul come possa essere sfruttanto al meglio questo strumento che al rete ci mette a disposizione.

  22. Luigi B. ha detto:

    @ Andrea Inglese e Simone Ghelli
    Mi rendo conto di essere eccessivo nel giudizio e che la mia allergia a determinati ambienti vissuti in prima persona mi porta a generalizzare forse troppo.
    Però chiedo una cosa, anzi due (sperando che riesca a chiarirmi le idee): Andrea Inglese, se non sbaglio, fa parte di Alfabeta, fa parte di NI, scrive libri che gli vengono pubblicati e lavora (collabora?) con una casa editrice.
    Simone Ghelli ha scritto dei libri che gli sono stati pubblicati, non so che lavoro faccia ed è membro fondatore di Scrittori precari.

    Perché, ad esempio, siete impegnati nel dibattito della funzione dell’intellettuale? Quello che fate non è un lavoro, una attività (meglio) propria di un intellettuale? Il problema vero del dibattito è lo spazio dove far parlare la vostra voce o il numero di orecchi che la ascoltano? L’ordine del problema è distinto: il primo è una questione sociologica e mediatica, risolvibile con l’utilizzo di vie poco istituzionali e metodologie poco istituzionali (e mi pare che già lo facciate). Il secondo problema, gli orecchi dico, non ‘e una questione di spazi ma di cerume da un lato e di obsolescenza delle idee dall’altro. Quindi, se gli intellettuali vogliono accettare un consiglio, mi permetto di dargliene uno: pensare a nuovi modi di dire le cose, nuovi luoghi dove dirle ma soprattutto e prima di tutto ciò fare un lavoro di sturamento delle orecchie al momento assolutamente sorde e indifferenti. Se non si lavora su questo tutto è inutile: in un Pese con al governo Mr B., che al bar litiga sul grande fratello e che avrà letto 3 libri in croce sotto tortura, dire che gli intellettuali non hanno spazio perché il mondo è cattivo è come dire che il mio cane senza zampe non viene quando lo chiamo perché è sordo. Gli intellettuali devono capire che non tutti hanno o hanno avuto il loro medesimo accesso alla conoscenza per varie ragioni. Capito questo, penso proprio che il problema sarà: da dove cominciamo a spalare la merda? Al momento, però, mi pare che siano molto pochi quelli con la pala in mano che umilmente si turano il naso nonostante la quantità di libri letti alle spalle. Internet, che può essere di grande aiuto, per certi versi ha svirilizzato l’azione intellettuale che pare limitarsi a scrivere parole su parole e lamentarsi che nessuno le legge. Per quanto mi riguarda, c’è bisogno che gli intellettuali inizino ad imporsi sul campo e non solo dalle colonne dei giornali etc. etc. Per esempio, quanti intellettuali ci sono a ROMA che si sono uniti per fare breccia nel cuore degli scolaretti casa-scuola-e-cocaina? Magari non è il caso di parlare di fondi pubblici, ma iniziare una presenza costante sul territorio in posti chiave magari vi fa vendere più libri. E chissà che non andiate in pari… So che detta così sembra che io pretenda che gli intellettuali lavorino gratis, ma vista la situazione ed anche la posizione che un intellettuale ha un po’ è costretto e un po’ credo sia la sua funzione.
    Personalmente sto portando avanti un progetto che al momento conta molti silenzi e altrettanti “no”. Si vede che tutti gli intellettuali che ho contattato erano gli unici senza crisi di identità e con qualcosa da fare.
    Vi prego di prendere con le pinze le mie generalizzazioni, che non vogliono essere una offesa a nessuno in particolare ma una pesante critica di una categoria un po’ bizzarra.

    Luigi B.

  23. Simone Ghelli ha detto:

    @Luigi B.
    Naturalmente rispondo per me.
    Riguardo a internet: i collettivi di cui faccio parte non sarebbero mai nati senza la rete, ma il passo successivo, quello che stiamo cercando di fare da un anno a questa parte, è di far tesoro degli strumenti affinati in rete e cercare di farli funzionare nella “realtà”.
    Dici di essere di Roma. Benissimo. “Scrittori precari” è una realtà romana, per quanto costituita da scrittori provenienti da altre parti d’Italia. Se ti va di seguirci, potrai vedere ad esempio che le nostre letture (è principalmente attraverso la scrittura, d’altronde, che cerchiamo di far circolare i nostri pensieri) spesso le organizziamo in luoghi atipici rispetto alle più classiche librerie, proprio perché ci sembra importante gettare germi laddove più difficilmente arriverebbero… non so se ci riusciamo, ma lo facciamo. All’interno della scuola mi piacerebbe tantissimo fare qualcosa, ma al di là delle concrete difficoltà attuali, in un contesto così delicato vorrei arrivarci con la migliore preparazione possibile, proprio perché è lì (con i ragazzi che saranno il nostro futuro, in un paese che del futuro se ne frega da anni) che si gioca la battaglia più importante. In ogni caso, gli esempi che fai tu, d’intervento sul campo, non sono sicuro che appartengano alla funzione intellettuale propriamente detta (questo non toglie che chi si definisca intellettuale non s’impegni anche in questo senso).

    • Luigi B. ha detto:

      Simone, non sono di Roma (io vivo a Madrid al momento e quello di Roma era solo un esempio 🙂 )
      Se gli interventi sul campo che dico io non appartengono alla funzione di intellettuale, allora l’intellettuale che fa? Perché allora non l’ho capito

      • Luigi B. ha detto:

        Aggiungo una cosa: tu e quelli come te che, bene o male, le cose le fanno, non dovrebbero partecipare al dibattito dal lato di quegli intellettuali che non sanno chi sono e che fare, ma dovrebbero dire a questi ultimi quello che potrebbero/dovrebbero fare invece di continuare a porsi la domanda.
        Quello che sto facendo io con altre persone è un progetto sulla diffusione della poesia. Come ti raccontavo, ho ricevuto tanti “no, grazie”. Nessun problema per questo, incasso e porto a casa. Pero tutti questi “no, grazie” sono in lista e la prossima volta che uno di questi riattacca con la solfa della poesia morta o della poesia che non funziona, o che possiamo fare per salvare la poesia; un editore che si lamenta della poca commerciabilità del prodotto o una rivista che si lamenta perché nessuno la acquista, allora ricorderò a tutti loro che una opportunità l’hanno avuta e l’hanno rifiutata, e che rifiutata l’opportunità non li ho visti interessarsi ad altre. Quindi possono pure piantarla di riempire il web e i giornali di estenuanti piagnistei a vuoto. (Non voglio parlare a tutti i costi del mio caso particolare, ma è la maniera più pratica che ho per cercare di spiegare quello che voglio dire.)

        Luigi B.

  24. claudia boscolo ha detto:

    Capisco le perplessità di Carmelo riguardo il fatto che l’autore dell’articolo non intervenga in commentario. Mi associo alla spiegazione che fornisce Andrea Inglese: vi sono persone che non amano particolarmente il mezzo, altri che per questioni strettamente personali non hanno il tempo di intervenire, altri, come il collettivo PrecarieMenti, che articola per lo più in Rete la propria funzione intelletuale, sfruttando al massimo il potenziale del mezzo per creare sinergie e spazi di discussione aperta, visto che la vista culturale del Paese è così asfittica. E’ questo il caso che illustrava Simone e che sta dando frutti sorprendenti con il collettivo Scrittori Precari, i le cui performances, se sei di Roma, per sfatare il mito dell’intellettuale tutto ostriche e champagne, ti inviterei davvero a vedere. E’ anche una questione di temperamenti e di scioltezza col mezzo. C’è anche chi preferisce non aggiungere altro rispetto ai contenuti già espressi nel proprio articolo.
    Ciò che mi sento di dire è che il commentario critico come strumento di amplificazione dei temi, di confronto e quindi di crescita, è tanto più efficace in quanto si può rileggersi, quello che detto è pubblicato, e quindi si impara ad assumersi la rsponsabilità del proprio punto di vista. In sostanza, il commentario modifica di molto la percezione dei contenuti del proprio discorso. Il commentario critico agisce da grimaldello sui discorsi imposti producendo delle mutazioni:
    se il testo è il fatto, il commentario rappresenta il divenire del testo stesso, la sua mutagenità, e quindi il suo essere nomade. Il divenire nomade del concetto non vuol dire che debba per forza andare da qualche parte, però trasforma il testo stesso da una cosa fissa a una cosa mobile, in divenire. Di ciò possono beneficiare anche destinatari sorprendenti, perché il discorso entra nell’agorà.

  25. carmelo ha detto:

    @luigi b.
    vivi a a madrid? uau esa es una buena noticia para mi!
    sto disperatamente cercando di procurarmi una rivista spagnola un numero dediato alla poesia di roberto bolano
    potrei inviarti i soldi per acquistarla (5 euro) + spese spedizioni.
    pensi che si possa fare? se non ti incomoda molto naturalmente.
    ti lascio il mio indirizzo mail
    melines@gmail.com
    se non e’ possibile non c’e’ problema

  26. Simone Ghelli ha detto:

    @Luigi B.
    Io non so se posso definirmi intellettuale. L’intellettuale penso che dovrebbe innanzitutto intercettare dei problemi, fornire delle chiavi di lettura, ma non è chiamato per forza a impegnarsi sul campo. Certo, poi bisogna vedere di quali problemi intende occuparsi. Insomma, non è che può stare ovunque, anche perché si sotituirebbe ai politici o agli operatori sociali in senso stratto. La dimensione politica dell’intellettuale sta innanzitutto nei discorsi che pronuncia, da dove e come li pronuncia.
    Comunque, il fatto che continuiamo a parlarne significa che la dimensione dell’intellettuale ci sfugge, proprio perché, come dicevo più sopra, stiamo rielaborando oggi gli effetti di un periodo storico che ha rappresentato una frattura col passato…

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