Gherardo Bortolotti

L'opera di Hans-Peter Feldmann, che vedo alla mostra, è composta da una teiera da supermercato e da un cartoncino sagomato che ne riproduce l'ombra e su cui la teiera è appoggiata. A fronte della semplicità dell'installazione, quello che colpisce è la sua capacità di fare collassare un numero significativo di elementi, dando all'insieme una dinamica veramente coinvolgente. Elenco brevemente, di seguito, quelli che mi sembrano i concetti che l'installazione compone.

Il primo concetto è che l'intervento dell'artista trova l'ombra delle cose, il lato oscuro, misterioso, opaco allo sguardo distratto e quotidiano. Un passo ulteriore, in questo senso, è riconoscere che è nelle cose banali, negli oggetti di tutti i giorni (la teiera), che questo mistero si cela. Sembra che si debba concludere che l'infraordinario è una terra magica, inesauribile allo sguardo perché opaca, sfuggente: un buco nero in cui lo sguardo si disfa nell'assenza di luce. È interessante, in questo senso, vedere come l'ombra nasca dalla basa dell'oggetto che vi si appoggia, come se l'inconsistenza, l'opacità sia la vera natura e, nello stesso tempo, la fondazione degli oggetti, della realtà - e che l'operazione artistica stia proprio nello svelare questo abisso originario.

In effetti, però, l'ombra che ci invita a queste considerazioni è finta, è un pezzo di cartone sagomato. La considerazione successiva, allora, è che l'arte non solo è finzione, eventualmente anche triviale come una sagoma di cartone, ma per di più lavora per aggiunta e non certo per scavo, ribadendo un elemento del mondo, facendo saltare gli equilibri della realtà in nome del realismo. L'arte, a conti fatti, è quello spazio opaco che non riusciamo a leggere, un negativo del mondo, quella specie di stupidità dell'occhio che si insinua tra le cose e che mina la base della realtà, del quotidiano.

Allo stesso tempo, però, riprendendo le logiche che la metafora dell'ombra introduce, l'arte sgorga naturalmente dalle cose e sta loro attaccata perché ne condivide le radici, come la loro ombra, appunto. Inoltre, quel cartoncino sembra proprio implicare un'ideologia debole dell'arte, per la quale la stessa è solo l'imitazione di una debole traccia di deboli cose. E per di più è interessante notare che in questo caso la finzione è certa (anche in modo ironico: la silhouette di un'ombra!) eppure coesiste con l'oggetto reale, non permettendoci di rispondere in modo semplice alla domanda: dove inizia la finzione e dove finisce la realtà? La teiera, per magia, come si dice, si affaccia in un universo finzionale ed il cartoncino, allo stesso modo, poggia i piedi sulla terra che calpestiamo. Noi dove siamo in rapporto ad entrambi?

Un'ultima cosa. L'installazione è facile: chiunque riuscirebbe a riprodurla a casa propria: ci vuole una teiera, un foglio di cartoncino, una lampada molto forte per proiettare l'ombra, una matita ed una forbice. La bravura dell'artista è obliterata, come il suo tratto personale. Il patrimonio dello stile come capacità artigianale, fine a se stessa o subordinata alla rappresentazione, è accantonato. Rimane da chiedersi se avrebbe senso rifare a casa propria quest'installazione: forse no, forse sì. L'unica certezza è che qualcuno si è assunto il compito e la responsabilità di mettere insieme una teiera ed un cartoncino e, così facendo, di dare a quell'incontro un valore e, quindi, uno o più sensi in cui siamo, necessariamente, implicati.

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12 Risposte a È un pezzo di cartone sagomato

  1. Luigi B. ha detto:

    Da quello che descrivi, deduco si stia parlando di un prodotto della cosiddetta arte “ready-made”, pratica iniziata dalla fontana-pisciatoio di Duchamp e da allora mai interrotta.
    Questa incontestabile tendenza dell’arte contemporanea ad essere arte concettuale (vedi anche la natura delle tue riflessioni) mi vede piuttosto scettico.
    Per quanto mi riguarda, l’arte è principalmente forma. Io in questa arte del mio tempo ne vedo sinceramente molto poca, ma mi rendo conto di non essere un esperto del settore.
    Una domanda però mi sorge spontanea: se la stessa installazione tu, Gherardo, l’avessi vista a casa di un tuo amico o conoscente avresti fatto le stesse riflessioni o ti saresti al massimo limitato a dire/pensare che ti sembra originale? Cosa è arte e cosa non lo è? chi decide chi è artista e chi non lo è? non sta diventando anche qui una questione mediatica e di pubbliche relazioni? Quanto il giudizio estetico è influenzato dall’effetto museo?
    La stessa domanda, traslata alla letteretura potrebbe forse trovare una posizione nel mondo ai poeti della domenica?
    (Ho imbrogliato: la domanda era più d’una)

    Luigi B.

  2. me la cavo però con una sola risposta (e una domanda): tu poni un problema di essenza/e (cos’è l’arte, dov’è il suo quid, etc.) che un’installazione come questa elude in gran scioltezza, come si usa dire.
    non ti sembra di aver sbagliato atteggiamento? intendo: ti stai già dando delle risposte da solo, delle risposte che obliterano completamente la questione che ti pone l’artista, quindi perché porsele? (è la stessa domanda con altre parole 😉

    ps: il discorso varrebbe anche per la letteratura della domenica.

  3. fabio teti ha detto:

    cosa sia arte e cosa non lo sia può non configurare un problema. sono “arte”, per dire, le Delocazioni di Parmiggiani? o non è più fruttuoso chiedersi “quanti fasci e vettori di senso, di acquisto conoscitivo ed estetico, sanno aprire?”, e: “quanto e come ci riguardano?”

    credo che ormai ogni risultanza e oggetto estetico vada affrontato senza residui interpretativi ontologici. il sempre necessario giudizio di valore, voglio dire, dovrebbe scaturire da altre implicazioni (penso ad esempio alla recente mostra romana di Elisabetta Benassi, ”All I remember”, di cui dà sapiente resoconto interpretativo Cortellessa) http://www.nazioneindiana.com/2010/07/28/all-i-remember-crediti/

    Hail

  4. carmelo ha detto:

    Non sono esperto nè di arti figurative, nè purtroppo per me, ne conosco il linguaggio. Le tue osservazioni Lugi, mi spingono a fare questa considerazione:
    Le stesse e identiche domande che tu ti pone di fronte a un oggetto di Duchamp, si potrebbero fare di fronte a una poesia, a un romanzo o a un’opera musicale. Parafrasando la tua domanda:
    se la stessa ( musica di john cage) tu, Gherardo, l’avessi (ascoltata) a casa di un tuo amico o conoscente avresti fatto le stesse riflessioni o ti saresti al massimo limitato a dire/pensare che ti sembra originale?
    Il valore di un opera, penso, si valuta nel contesto storico in cui viene prodotta ed emerge dall’interazione con il lettore e i critici. Non solo, a volte per capire il valore di un opera occorre guardarla con la giusta distanza, ovvero puo’ succedere che l’opera sia talmente “rivoluzionaria” da non essere capita nè dai critici ne’ dai lettori e nemmeno dagli operatori del settore (editori etc).
    Esempio Roberto Bolano: per venti anni ha vissuto ai margini della societa’ letteraria, totalmente ignorato, vivendo dei concorsi letterari di provincia che a volte vinceva (a volte). I suoi primi libri vendevano 150 copie. All’inizio ci ha creduto l’editore poi i critici poi è esploso diventato un mito e rischiando la msitificazione.
    Nel 2003, che io sappia, in Italia oltre a sellerio e al traduttore ora scomparso, solo Massimo Rizzante e raul schenardi avevano capito la garndezza di questo autore.
    per concludere e prescindendo da questa installazione di cui si parla, io credo che ci sia un problema di “educazione linguistica” alla base della fruizione dell’arte.
    Non si puo’ “leggere” e apprezzare un’opera lirica se non si conosce il linguaggio della musica.
    Si resta in balia del gusto dominante e della moda.

  5. carmelo ha detto:

    scusate, scrivo rubando tempo al lavoro e faccio degli svarioni di sintassi e di ortografia vergognosi

  6. @carmelo: sono certamente d’accordo sulla natura contingente e in fieri di buona parte di ciò che capita “attorno” a un’opera d’arte (anche solo per essere d’accordo sul fatto che sia tale, per dire). mi riferisco alla complessità sociale (non strettamente sociologica) della nostra relazione con ciò che, prima o poi, consideriamo arte e, quindi, anche alla questione della comunità che la produzione artistica genera o mantiene. nell’ultimo passaggio, però, non mi ritrovo completamente: secondo me, non c’è solo una dimensione cognitiva in gioco (cioè: non si tratta solo di capire) ma anche una dimensione antropologica. mi sembra che l’artista si muova in uno spazio legato alla dimensione di un piacere particolare, ovvero quello del senso (del senso delle cose, del senso delle forme, del senso di sé, etc.) e che non riesce ad esaurirsi nella “semplice” comprensione degli strumenti messi in gioco. necessita sempre dell’accettazione e dell’esplorazione del dato esperienzale, del rapporto con ciò che l’opera, qualunque cosa sia, mette sul piatto.

  7. carmelo ha detto:

    credo che tu abbia ragione. Se ho capito bene il tuo pensiero, l’artista ha uno sguardo piu’ ampio (vede oltre l’orizzonte) e più acuto (vede la realtà e la mostra al lettore, in forme e dimensioni che non si vedono ad “occhio nudo”) e quindi in qualche modo ricrea le cose e il mondo restituendo un senso nuovo delle cose, del senso delle forme, del senso di sé, etc., come tu dici. Si, sono d’accordo credo, non basta conoscere la grammatica e la sintassi per leggere (invece di sfogliare come dice Biagio Cepollaro nel suo saggio qui proposto:
    https://www.alfabeta2.it/2010/07/29/amleto-dopo-wittgenstein-la-poesia-letta/) . Ma io che non ho cognizioni di pittura, di fronte alla Gioconda di Leonardo e a tutto il bene che si dice non posso che rimproverarmi la mia ignoranza che mi impedisce di apprezzare (non solo capire) la bellezza di un simile capolavoro.

  8. Luigi B. ha detto:

    Si, l’opera stessa elude in gran scioltezza (forse troppa) le mie domande. Il problema è che non lo fa da casa di un tuo amico ma dal pulpito in un museo. È solo per questo che mi pongo le domande che ti ho fatto, altrimenti mi sarei limitato a leggere.

    Io, nell’immediatezza del risultato e nella povertà della tecnica, ci vedo il rischio di un impoverimento dell’arte in quanto segno più che significato. A questo punto siamo tutti artisti, basta avere un paio di forbici, un cartoncino e aver avuto una infanzia felice in compagnia dell’Albero Azzurro?

    Per quel che mi riguarda, un’opera è tale se lascia il segno in quanto essa è tale. Poi il significato lo troverò da me quando mi sarò ripreso. Se mi colpisce più una speculazione concettuale che l’opera stessa allora mi insospettisco.

    Luigi B.

  9. carmelo ha detto:

    capisco il tuo punto di vista!
    vorrei osservare che il tuo giudizio sull’opera implica una conoscenza del linguaggio artistico; come si potrebbe dire altrimenti che la tecnica dell’artista in questione è, dal tuo punto di vista, povera?

  10. @carmelo: in effetti, non credo che ci siamo capiti. per conto mio è sufficiente saper leggere per leggere, ovvero per entrare nel campo d’esperienza di un testo. è ovvio che quell’esperienza è tanto più fruttuosa quanto più sono attrezzato, se vuoi. però non è detto che non mi “attrezzi” proprio a partire da quell’esperienza più o meno fortunata.
    allo stesso modo non credo che l’artista abbia un “in più” di sguardo o comprensione ma, forse, un “in più” di esigenza rispetto alla formulazione di un senso.
    per finire: il caso gioconda è un po’ particolare, nel senso che il tuo sguardo è già pieno degli sguardi degli altri quando guardi un’opera come quella.
    @luigi: però non è che quell’installazione è arrivata nel museo (in una galleria, in effetti, ma è lo stesso) per caso. ci è arrivata e ci è rimasta perché evidentemente è riuscita a “intercettare” i significati, i desideri e quant’altro di una comunità. una comunità di cui, evidentemente, non ti senti parte ma questo non è un argomento.
    e poi: il punto non è che siamo tutti artisti se sappiamo ritagliare un cartoncino (uno scenario che, comunque, sarebbe anche interessante esplorare); piuttosto è che qualcuno ha deciso di esserlo limitandosi a quello. la cosa pone un problema: i termini del problema mi sembrano quelli esposti nel pezzo di cui sopra.

  11. Luigi B. ha detto:

    Capisco. Resta comunque ancora qualcosa che non mi convince e che mi fa pensare che la dimensione antropologica da te giustamente tirata in ballo sia in realtà molto più sociologica di quel che sembra. Ma mi posso sbagliare.

    Luigi B.

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