Andrea Inglese

Parigi versus Milano

Parigi. L'idea di Parigi, il fatto di Parigi, il sapere che c'è Parigi, che si arriva a Parigi, che si può andare in giro a Parigi – usciti dalla stazione, uno può andare in giro, camminare liberamente, senza piani precisi, poiché le vie sono tante e lunghe e la città è grande, c'è spazio per tutti. E una volta che uno è a Parigi, e ha passato un intero pomeriggio nella città, cercando di capire che cosa è meglio fare, che cosa è meglio mangiare, con chi scambiare una parola, per quale quartiere gironzolare, a quel punto ci si accorge che c'è anche la possibilità di passare la notte in città, al riparo, dormendo in un letto, o distesi comunque su qualcosa di non troppo scomodo, semplicemente rivolgendosi a uno dei tanti hotel aperti, oppure piantando la tenda nel campeggio di Joinville-le-Point, o magari perché si è invitati, c'è persino questa evenienza rara ma non del tutto improbabile, essere invitati da qualcuno che abita a Parigi a dormire a casa sua, per poi svegliarsi a Parigi, nell'appartamento privato di un parigino, e quindi guardar fuori dalla finestra, e fuori ci sono le strade, gli alberi, le biciclette, i vecchi, gli africani, le panchine, i rompicoglioni di Parigi.

Il bello di Parigi è che non è Milano, e anzi Parigi dista centinaia di chilometri da Milano, per andare a Parigi devo veramente andarmene via da Milano, abbandono la mia città, addirittura abbandono il mio paese, per andare a Parigi devo andarmene dall'Italia, e ogni volta gusto nuovamente questo piacere, andarmene via dal mio paese, che significa avere qualche buona probabilità di dimenticarlo, di scordarmi per un po' come funziona, come funziono io quando sono laggiù, in Italia, a Milano, dimenticare come la gente cammina per Milano, e sopratutto dimenticare quello che si pensa non solo a Milano, ma in tutto il paese, non farci più caso, che sono anch'io italiano, e che passo la vita a combattere nella mia testa ciò che una gran quantità di miei concittadini pensano, e che vengono anche a dirmi, per strada, o sui mezzi pubblici, o per mezzi più sofisticati, alfabetizzati, come la stampa, o per mezzi più ipnotici, come la televisione. Quando vado a Parigi, io me ne vado via. Non sono più a Milano, non sono più in Italia, smetto di sentir parlare l'italiano, smetto di ascoltare gli italiani.

Non è per un'indole snob, per l'amore delle cose lontane, non è solo per il fastidio o lo schifo della vicinanza, non è per via di Milano, che è una città che odia la cultura, che poi non è vero neppure, sarebbe ingiusto dire “odia”, Milano è una città che ha ben altro da fare, altre gatte da pelare, ma non la cultura, non parlate ai milanesi di cultura, ancora ancora a Milano esistono donne con cui parlare di cultura, donne che leggono, amano leggere, vedono film, cercano di capire come la vita cambia cambiando certe condizioni, il mutare delle ragioni e delle abitudini, l'intensificarsi dell'idiozia, il farsi legge della crudeltà, le donne a Milano ragionano, con strumenti forniti dalla cultura alfabetica, mettono in contatto nomi con cose, parole con sentimenti, migliorano le proprie parole, rendono più tersi i sentimenti, ma gli uomini di Milano hanno altro da fare, e non per via delle palestre, non è neppure vero che gli uomini di Milano spendono il meglio della loro vita, quella fase di piena maturità intellettuale, e di audacia del carattere, a sollevare pesi, a correre su tappeti avvolgenti, ma gli uomini di Milano sono persone di grande concretezza, conoscono esattamente chi sono le persone importanti nel loro ambiente, e come si fa leva sulle persone importanti, in modo da averne un ritorno finanziario, per poter poi pagare la rate di un'automobile che abbia come minimo quattro ruote motrici, dire che molti milanesi, se visti dentro le loro automobili, con i paraurti antibufalo, e i vetri oscurati, come fossero tanti gangster in carriera, dire di queste persone, senza voler mettersi nella loro testa, senza dover per forza censire i loro sogni di grandezza autostradale, vedere questi uomini di Milano, e dire che Milano è una città da dimenticare, non perché sia tutta merda quella che circola a Milano, non si fa neppure riferimento alla classe politica milanese, all'arte di spolpare la carogna, di buttare cemento in ogni angolo, di sventrare quanto rimane di una cosa sobria, di un quartiere popolare, dalle fattezze ancora cittadine, ossia rispondente ai diversi bisogni umani degli uomini e delle donne di città, andar via da Milano, non perché le mafie qui non sparano ma scavano, amministrano ospedali e cliniche per anziani, non perché non sai di che parlare al milanese che incontri ogni giorno, e infatti non parli, non parla neppure lui, non parla nessuno, tutti si spingono da parte zitti per andare oltre, per essere ancora più schiacciati dentro la cupa crosta di Milano, nella sua aria triste, moribonda, uno non va a Parigi perché la città in cui abita rappresenta bene il paese di merda in cui abita, ci va solo per starsene lontano, per non dover più maledirlo, va via vigliaccamente, per scordare tutto quanto è capace di scordare, la fisionomia di Milano, i suoi orrendi tramonti, la coltre grigia, la sua poca erba sciupata, la neve sporca, le sue ricchezze così poco attraenti, che scintillano nei locali dove si servono dei cocktail fatti da culo, perché neppure sbronzarsi per bene è possibile a Milano.

°

[Immagini (Milano) dell'autore]

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11 Risposte a Sillabario plumbeo 4

  1. furlèn ha detto:

    estere o non estere, questo è il di-lemma. effeffe

  2. gianni montieri ha detto:

    splendido e pienamente condiviso da me

    ciao

  3. paolod ha detto:

    Sembra scontato parlare male di Milano… E’ un automatismo in certi ambienti. Non condivido affatto, pur essendo di quelli che leggono gli interventi su Nazione Indiana o qui. Io non abito a Milano e, francamente, mi dispiace. Dove si può vivere decentemente, in questo paese se si è, ad esempio, gay? Forse a Bologna, o Torino, ma non lo darei per scontato. Quanto alla cultura, ci sono a Milano realtà che pochi conoscono e che sono molto vitali. Purtroppo non possiamo avere Parigi, ma Milano dobbiamo tenercela cara…

  4. andrea inglese ha detto:

    caro paolod, vivo a Milano da una vita, e di essa ho conosciuto diversi ambienti… il disprezzo che ho nei confronti di Milano non è un automatismo, al massimo è un sistema difensivo; ogni città è sotto questi cieli di capitalismo brado per certi versi invivibile; il lato invivibile di Parigi è secondo me preferibile a quello di Milano. Milano sconta decenni di governo e cultura di centrodestra. Ha visto un progressivo spegnersi di quel movimento legato ai centri sociali. Ormai anche i circoli Arci sono nel mirino del comune, che fa tutto per chiuderli. E potrei continuare così a lungo. Sul leghismo diffuso dei ceti popolari, sul berlusconismo della classe media.
    Ma detto questo, è anche vero – e non ho difficoltà a riconoscerlo – che sono poche le città italiane in cui potrei vivere oggi. Milano ha un grande vantaggio su moltre altre città italiane dal carattere più marcato (Napoli, Roma, Parlermo, Bologna, ecc.), è sempre di più una città “provvisoria”, con un’identità instabile, indefinita, specchio di mode effimere, ma almeno per questo cangiante, liquida, come direnbe Bauman, e quindi più vivibile per molte tipologie di persone.

    • paolod ha detto:

      “Più vivibile per molte tipologie di persone”. Già, è questa la chiave. E non potendo emigrare in massa a Parigi…è già molto. 🙂

  5. Marco ha detto:

    (da un italiano che, dopo un anno a Parigi, sta per tornare a Bologna).

    Partirei da un luogo comune, l’italiano torna. Questa è la cosa che mi ha sempre affascinato e continua tuttora. Ricordo, ormai dieci anni fa in Australia, in un posto che sia chiama Coober Pedy (dove hanno girato Mad Max, per darvi un’ idea della desolazione), dove si dorme sottoterra perché fa troppo caldo, uno dei due posti in cui mangiare era una pizzeria, gestita da un siciliano. Quando ha scoperto che anche io, unico cliente della serata, ero italiano, l’espressione che ha avuto non la riesco a dimenticare. Da trent’anni agli antipodi della sua isola, e ancora non riusciva a trattenere gli occhi lucidi. La sua terra, diceva. E viene in mente il Pavese de La Casa in collina, dove nel bel mezzo della sua fortunata esperienza in America il protagonista realizza che è tempo di tornare a “casa”. Al ritorno, tutti lo accolgono come uno che ha fatto fortuna, che ha visto il mondo. Beh, facce simili incontra l’italiano quando torna, ad esempio da Parigi. E allora, sarà per una reazione umana a quelle facce, la voglia di non sminuire le vite altrui o di non imbellettare troppo la mia, piuttosto che cantare le virtù della mia vita parigina, cerco di capire la loro realtà, la realtà di quelli che restano. Magari spiegando anche che Parigi è, certo, al centro di Europa, e lo si sente. Ma anche che il fascino della marginalità esiste, così come esistono persone che sanno trasformarlo in qualcosa di più di un giustificatissimo lamento. Penso a Luigi Ghirri, che mi ha insegnato a guardare con stupore un tragitto emiliano che vivevo con la noia di un pendolare. E poi guardo le immagini di Cartier-Bresson, Depardon e altri che hanno lavorato qui a Parigi e non li preferisco. Non voglio criticare Andrea Inglese, anche io sono caduto e cado nelle lamentationes, ed è vero che dopo un anno devo molto a Parigi. Vero però che avrei una lista lunga anche di aspetti che mi fanno dire che non vorrei passare il resto della mia vita qui – ben volentieri altri anni, certo. Ne scelgo uno su tutti, che è un po’ la formula che uso per spiegarmi agli amici. Qui a Parigi si trova tutto, ma non succede niente. Ora potrei forse aiutarmi con un paragone berlinese piuttosto scontato, tutti o molti descrivono Berlino come una fucina, ma non la conosco bene, affatto, quindi torno all’Italia. In Italia molti arrancano, chi per soldi chi per ideologie decadute, chi per entrambi gli aspetti. Questo è terribile, impoverisce persone di talento, sfianca i deboli, crea finti forti che altro non sono che accattoni o sciacalli.Però, in tutto questo c’è una tale gavetta che chi riesce a sopravvivervi ne esce con uno sguardo incredibilmente creativo, e riesce a trasformare l’attrito in spinta. Uno su mille ce la fa, cantava Morandi, e non è una percentuale di cui gioire. Ma ho amici che hanno vissuto in quella conca che è Urbino, ad esempio, e che partoriscono immagini, video e racconti che hanno il respiro archetipico e internazionale dei lavori di Lynch, ad esempio. Non so, quello che mi colpisce è come l’indiscutibile precarietà italiana, la sua populista provincialità in cui la crescita leghista non è che una sorta di deduzione ovvia e logica, mi appaia un bivio di formazione. Da una parte chi, non riconoscendosi in nulla di ciò che viene offerto come modello sociale, guadagna una propria libertà. E chi invece non riesce, e per vari motivi, si fa schiacciare. Vero è che, in molti anche amici che lamentano, non riconosco quella determinazione e motivazione che rivedo ancora nelle parole di mia madre, quando mi spiega come, entrata in fabbrica a 14 anni, a 21, contro genitori e statistiche, ha deciso di fare un corso di formazione in radioterapia – cosa che ha permesso ai miei di averi due figli, di cui io il secondo, e quindi capite bene come la cosa sia state per me letteralmente di vitale importanza! Finisco col dire che certo, a Parigi si trovano tracce di persone come Beckett (che Andrea Inglese ha studiato a fondo) , che di qui non era e che qui ha deciso di restare (la cosa, ancora oggi, per certi versi mi stupisce). Ma se si scorre la sua biografia, verrebbe da dire che molto semplicemente qui aveva buoni, ottimi amici, e una casa umile fuori Parigi. Beckett è stato il motivo per cui sono venuto, e uno dei motivi per cui non potrò restare in Italia – un giro in libreria è sufficiente a spiegare la cosa (merito a Gabriele Frasca di avere compensato fino a dove poteva). Busserò negli Stati Uniti o in Inghilterra e speriamo bene. Ma come per lui l’Irlanda, così per me l’Italia, so destinata a un rapporto ambivalente, conflittuale fino alla contraddizione, speriamo non per sempre, di certo per un po’. Scusate la lungaggine, ma il topic era veramente perfetto rispetto al mio momento attuale. Saluto con piacere questa Alfabeta2, una buona notizia per chi come me sta per tornare!

  6. andrea inglese ha detto:

    a marco,

    ti ringrazio del lungo commento, che porta anche il racconto di un’esperienza…
    alcune osservazioni: qui più che cantare le virtù della vita parigina si raccontano i vizi della vita milanese (Parigi è usata in chiave polemica non esterofila); qui più che lamento, c’è rabbia, a volte odio, anche se poi bisogna sapere cogliere la dimensione ironica e iperbolica di questa scrittura; questa rabbia e questo disprezzo sono pose, sono vezzi? non si direbbe: basta leggera Le Cecla per rendersi conto che alcuni se ne sono andati per vivere meglio, sono fuggiti, verso forme di vita più degne; l’immigrato italiano con i lucciconi agli occhi, lo capisco benissimo; nel mio caso però non c’è il rischio di mantenere vivo il mito della terra natale; in un’ora di aereo ci sei di nuovo nella terra natale, dalla Francia, e il mito crolla di nuovo;
    su una cosa concordo: a tratti invidio-ammiro la mia compagna, che è francese, e pur essendo critica nei confronti del proprio paese, ne è anche molto spesso orgogliosa; io purtroppo – e non solo io – questo orgoglio l’ho perso, o meglio faccio davvero fatica a suscitarlo; e in questo senso credo che il tuo discorso tocchi una questione importante, che è l’importanza di avere un rapporto in termini di fiuducia, amore e orgoglio con il proprio paese e la propria cultura, e non solo d’odio e disprezzo

  7. Marco ha detto:

    Centro. Direi che la questione è energetica, e nasce, come dici, dall’esperienza. Non so se esistano esperimenti empirici a livello cognitivo, ma ho visto amici spegnersi nei cortocircuiti della lamentazione e, sia chiaro, i motivi non mancavano. Tuttavia, la sensazione è che tanto a livello politico quanto personale, se vivi in Italia, oggi, devi essere “creativo”. Non vuol dire dipingere o aspirare alla poesia o al romanzo, ma avere la capacità di trasformare. A qualunque livello e a qualunque, sottolineo qualunque, condizione. Decidere cosa butti nel circuito. E’ una bella sfida, per chi ce la fa. Poi capisco la funzione iperbolica delle tue parole, per certi versi è catarsi, per altra nient’altro che buon senso. Brodski però scriveva “non dare tempo ai tuoi nemici, è prolungarne l’eco”, ma non tutti siamo premi Nobel – io di certo men che meno. La domanda che mi pongo è di cosa c’è più bisogno in Italia? Se non abbiamo fatto saltare le cose dopo le ultimi manomissioni del governo, forse non servono altri forum al negativo, ma pensieri di produzioni, magari anche più silenziosi, ma produttivi, con segno più. Tanto più che quando vedi lamentarsi chi ha posizioni di potere (in Università, aziende. e affini) e stipendi di potere, oppure soldi e case di famiglia, a me passa la voglia di lamentarmi, perché penso che a quei pensieri così grigi perché immotivati, posso opporre la fantasia creativa di un precario. O almeno sperare di riuscire a farlo, o che qualcuno riesca a farlo se io non riesco. Che dici? Grazie comunque della risposta, e da Parigi, ad esempio, invidio i 10 gradi in più di Bologna.

  8. andrea inglese ha detto:

    Io starei attento a non confondere critica con lamento. La critica non per forza dev’essere antitesi a creatività – nel senso allargato che tu dai al termine. Il lamento è monotono e improduttivo. Poi io non confonderei discorsi e discorsi. Un pezzo diaristico, da un’analisi politica, da un progetto politico o sociale. Se in quanto scrittore, mi si chiede, come fa Berlusconi con gli italiani, di infondere ottimismo alla gente, allora siamo davvero fuori bersaglio.
    Infine: è vero, è irritante vedere persone ben inserite in società, che godono di quelli che ormai sono divenuti privilegi – la cosidetta “posizione”, come si diceva una volta – fare dure critiche. E’ importante sottolineare la contraddizione, ma la soluzione non può essere dire soltanto: zitti voi, che avete un tenore di vita molto migliore del mio. Questo ancora una volta finisce per delegittimare le voci critiche, che possono sorgere anche all’interno di contesti protetti. Conta di più entrare nel merito delle critiche, delle proposte di mutamento, delle strategie alternative.
    Un esempio solo. Come si è già detto: la rete in questi anni, anche in Italia, ha costituito una risorsa fondamentale, e in particolar modo per la società civile. In un periodo di duro monopolio dell’informazione, questa scelta è stata importante, e non lo è solo in Italia. Naturalmente l’informazione e il dibattito in rete non possono sostituire l’agire politico, al massimo possono preparare il terreno per esso.

  9. Marco ha detto:

    Con la distinzione tra critica e lamento sollevi un punto importante, certo. Poi devo ammettere che ero uscito dal seminato della replica al tuo scritto, per portarlo un po’ sul pragma dell’esperienza, e così forse ho dato l’impressione di confondere i discorsi. In sintesi però, mi sento di chiudere con due cose. La prima riguarda i contesti che definisci protetti. Mi spiace ma su questo la rabbia è forte, poiché chi ha tempo, soldi e ruolo per costruire nuovi percorsi e riempie quel tempo con lamenti-critiche (qui, a parer mio la distinzione non è chiara) sulle proprie sfortune, proprio non deve essere ascoltato, ma combattuto. Un esempio su tutti. Qunado ci fu la riforma universitaria (3+2) gli studenti sui quali la riforma veniva a pesare, non solo non sono stati orientati o consolati del fatto che dovessero pagare quasi il doppio di prima, per la metà dei contenuti, ma si sono pure dovuti sorbirsi le lacrime o gli umori neri dei docenti, tristi perché la “loro” università non era più di qualità. Secondo, quando parlavo di creatività mi riferivo all’immaginario e ai mondi possibili. Werner Herzog dice che “senza un immaginario adeguato, ci estingueremo come i dinosauri” – vale a dire che se qualcuno non trasforma in modo “indiretto” quello che succede, ricollocandolo in immaginari più produttivi, la critica, anche se ben motivata, rischia di farsi lamento. La grossa carenza, insomma, mi pare che sia negli strumenti, negli utensili con cui aprire e indagare mondi possibili, controfattuali rispetto al nostro, che non ci piace. In Beckett, ad esempio, non c’è una tematizzazione esplicita della critica che porta alla letteratura, ma c’è un percorso da compiere, strutturato su nuovi strumenti linguistici, sintattici e narrativi. Questo credo vada nel senso anche del tuo linguaggio iperbolico, ha a che fare con la tua ironia, e solo ora mi rendo conto di averti troppo letteralizzato e tematizato. Mentre mi scuso, allora., spero comunque nell’utilità dello scambio. Grazie ancora delle risposte.

  10. andrea inglese ha detto:

    Sul lamento degli universitari, sono d’accordo con te. Si sono tenuti per anni un’univesità feudale, e adesso di colpo piangono. Non hanno mai fatto nulla politicamente per migliorare la conidizione dei precari, e ora che sentono le falle aprirsi ovunque si mettono a far battaglia. Anch’io, come tanti altri, l’ho viussuto sulla mia pelle. Nonostante ciò, la battaglia che si sta giocando adesso ha rimesso tutti i temi, anche quelli scomodi, all’ordine del giorno. Nel momento in cui hanno detto: salviamo l’università, già parecchi sono intervenuti a dire: ma quale università? quella dei concorsi pilotati, quella del feudalesimo, quella dell’illegalità (gente che svolge, sottopagata, funzioni che non gli spettano), ecc. ecc.

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