Paolo Febbraro

Nel 1815, appena tornati a Milano dopo la lunga parentesi napoleonica, gli Austriaci chiamarono Ugo Foscolo e gli offrirono ‒ dietro lauto stipendio ‒ la direzione di un periodico culturale che chiamasse a raccolta gli scrittori volenterosi di dare un sapiente contributo al ritorno del “buon governo” asburgico. Foscolo rispose di sì; ma la notte del 30 marzo partì per la Svizzera, esiliandosi.

Propongo di eleggere questa storia a emblema del rapporto fra intellettuali e potere, almeno in Italia. Sul primo numero di «Alfabeta 2», uscito lo scorso 8 luglio e dedicato alla figura dell’intellettuale militante, Umberto Eco e Andrea Cortellessa hanno scelto invece il celebre J’accuse con cui Émile Zola diede inizio al caso Dreyfus: scelta non indifferente, poiché solo rievocare quel titanico episodio conduce a chiedersi sconsolatamente dove mai saranno, oggi, gli scrittori della caratura di Zola. La parabola foscoliana, invece, ci fa cogliere perfettamente l’incrocio fra i difetti possibili del tipico ‒ anche se grande ‒ intellettuale italiano e quelli del tipico ‒ anche se straniero ‒ regime italiano: occupazione dall’alto, proposta di complicità, persecuzione.

Gli intellettuali militanti, in Italia, sono stati fascisti e antifascisti, persino “fascisti di sinistra”; e poi organici al Partito operaio di massa, o compagni di strada, o utili idioti, o coscienze critiche. C’è stato anche chi, come Leonardo Sciascia, dal fondo di un pessimismo ragionato, non ha mai smesso di spendersi per la rottura della continuità italiana, facendo della propria Sicilia una metafora pervasiva, almeno quanto lo è la sua mafia. Ma se prendiamo come archetipo il nostrano Foscolo invece che il francese Zola ‒ lontano figlio di un 1789 che in Italia non si è mai dato ‒, la nostra visione dell’intellettuale cambia, e cambia forse anche il nobile ricatto che oggi cade sulle nostre spalle. In Italia, l’intellettuale è uno che si adopera, lotta e poi va in esilio, disgustato di tutto e di tutti. E se volessimo affiancare a Foscolo, troppo artista, un intellettuale privo di ogni romanticismo alla Jacopo Ortis, basterebbe ricordare Carlo Cattaneo, morto a Lugano e, deputato, mai entrato in Parlamento per non giurare fedeltà ai Savoia.

Se si ha ancora la mente a Zola, Foscolo e Cattaneo sembrano dei traditori. A me invece sembrano un emblema forse non obbligato, ma certo efficace. E lo si capisce da un’altra data, a noi più vicina ma non meno decisiva: la primavera del 1994.

È un momento perfetto, una provetta trasparente che può far osservare un procedimento chimico col minimo possibile di incrostazioni e deviazioni ottiche. L’Italia si è scrollata di dosso almeno vent’anni di malgoverno democristiano e di corrotto modernismo craxiano; le imprese hanno individuato nella magistratura lo strumento per liberarsi dalle tangenti loro imposte dai partiti, da tempo incapaci di contraccambiarle con le necessarie riforme; caduto il muro di Berlino, non esiste più lo spauracchio del PCI e la sinistra è smarrita ma immensamente più libera; in Sicilia è stato arrestato Totò Riina, segno che i vecchi equilibri di potere stanno cambiando; il sistema elettorale è in buona parte maggioritario, e dunque sfugge al dominio delle segreterie di partito, esaltando lo scontro fra persone e storie individuali; negli Stati Uniti governa il democratico Clinton, che non ha pregiudiziali. E cosa accade, in questa Italia in libera uscita, meno ricattabile, non ancora sommersa dallo strapotere televisivo di un solo uomo, bruscamente risvegliatasi dall’edonismo degli anni Ottanta grazie a una crisi economica severa, che induce alla riflessione e all’autocritica?

Questa Italia dà la maggioranza dei seggi a Berlusconi, già appartenente alla loggia eversiva P2, amico di quel Craxi sfuggito alle inchieste con la fuga, sorridente propagatore di imbonimenti mediatici. Con questo, la Storia italiana giunge al punto di non ritorno. Proprio quando con l’attivismo delle procure ogni italiano mediocremente informato può riprendere il celebre Io so di Pasolini e aggiungevi e ho anche le prove, la maggioranza degli italiani si consegna alla più smagliante, miracolistica, corrotta e corruttrice continuità.

È stato ribadito ‒ da Andrea Inglese, sempre su «Alfabeta2» ‒ che l’incisività dell’intellettuale sulle vicende pubbliche contemporanee è caduta non tanto per la minore qualità degli intellettuali odierni, quanto per la maggiore potenza guadagnata nel frattempo dai media dell’urlo e dell’intrattenimento. In altre parole, il J’accuse di Zola, apparso sulle trecentomila copie dell’«Aurore», non può competere, oggi, con i trenta milioni di utenti che a fine giornata si sintonizzano su uno qualunque dei telegiornali di regime. Tutto giusto. Ma è giusta anche un’altra cosa: che l’intellettuale ha compreso che non vale più la pena di lottare. Privo dell’orizzonte ideologico che spinga per una palingenesi socio-politica universale, privo anche ‒ lo ha sottolineato ancora Andrea Inglese ‒ dei decorosi stipendi universitari, chi pensa e scrive, oggi, sente che il popolo italiano, giunto vent’anni fa al massimo grado di democrazia e di alfabetizzazione della propria Storia, non è stato ingannato, non si è dovuto neppure “turare il naso” per scampare a un male peggiore: ha scelto, consapevole e felice, ciò che gli assomiglia, delegando ai propri astuti servitori l’esercizio di quel potere che altrimenti implica estenuanti azioni di controllo e un rigore morale, prima che amministrativo, estremamente oneroso sul piano dei comportamenti.

Compreso tutto ciò, l’intellettuale ha capito anche che il proprio J’accuse, oggi, non si riferirebbe più a una casta di privilegiati, arroccata e feroce, ma a qualche decina di milioni dei propri pari, quei “pari” che sono tali grazie agli irrinunciabili diritti civili e politici che egli stesso, cento o sessanta anni fa, ha contribuito ad estendere. E dunque, fa come Foscolo e Cattaneo. Abbagliato dall’altrui libertà, quasi ammirato da come la democrazia, nella sua piena e prevedibile esplicazione, si risolve nella negazione dei propri presupposti, si autoesilia nella piccola, miserrima Svizzera che gli viene concessa, e mantenendo in buona forma la propria potenza fantastica, la chiude sdegnato in messaggi diretti a cinquecento persone. Lottando strenuamente affinché diventino cinquemila.

Così facendo, sfugge a due cattive ingenuità. La prima è quella di Umberto Eco, che nell’articolo di apertura di «Alfabeta 2» ha parlato dell’intellettuale «libero e disorganico», capace di «ficcare il naso in questioni che non dovrebbero riguardarlo». Quando proprio Eco, però, ha contribuito in maniera determinante alla liquefazione della differenza fra alto e basso, fra apocalittici e integrati, fra critica e infinita aneddotica semiologica, trascinandoci nell’euforia postmoderna del riuso. La seconda, evocata e implicitamente combattuta nell’articolo di Cortellessa, è la posizione di Emanuele Trevi, secondo cui «l’artista è colui che incarna al massimo grado questa condizione di essere singolo e irriducibile, incapace di venire a patti con la vita intesa come fatto collettivo, convivenza, responsabilità etica. […] Ed è proprio in questa incomprensione radicale […], è proprio in questa idiozia senza rimedio che si annida (come una malattia mortale, non come un privilegio) la sua capacità di visione, di allucinazione, di decostruzione del reale». Col che siamo in pieno decadentismo. Non a caso Trevi parla di artista, e non di intellettuale, figure che possono coincidere o meno. L’artista di Trevi dovrebbe per coerenza esimersi dal pubblicare alcunché, e condurre una vita vagabonda, da “spostato” o suicidato della società, verso solipsismi stupefacenti, e allucinazioni provocate, più che provocatorie. Con la sua vecchia aureola romantica, Trevi parla dell’idiozia (secondo etimo, il far parte per sé stessi) come di una malattia mortale. In realtà, se l’idiota non capisce le più convenzionali menzogne dell’esistenza collettiva, è perché non vuole capirle, e in quel non volere le ha già capite benissimo. Peraltro, solo vivendole le si comprende: altrimenti si guarda il mondo dei cattivi da una nuvola, con una purezza che non esiste, se non come ricatto morale. L’esilio di Foscolo e Cattaneo non è un partito preso en artiste: è una precisa azione, rigorosamente post factum.

La soluzione è solo nel lavoro quotidiano, pur ormai proletarizzato e marginale, come quello dell’insegnamento, o ridotto a catena di montaggio per il successo, come quello editoriale. Lavoro che consente vittorie parziali e compagnie impreviste: quando l’intellettuale (tutt’altro che singolo e irriducibile) sposa persone morte da secoli, o da decenni, trovate vive sulla via di una propria tradizione.

°

[Questo articolo è apparso in una versione leggermente diversa su "il manifesto3 del 27 luglio]

Share →

4 Risposte a Intellettuali ed esilio

  1. Luigi B. ha detto:

    Definire o semplicemente limitarsi a parlare della figura dell’intellettuale oggi e evidentemente complesso.
    Su alcune cose espresse in questo articolo concordo, su molte altre ho dei dubbi.
    Di Zolá ne esistono a bizzeffe – i giornali italiani sono pieni di J’accuse e petizioni e raccolte firme. Ma che effetto fa sulla popolazione? e soprattutto questo effetto come ci viene raccontato?
    Nemmeno i nostri intellettuali moderni potrebbero scegliere l’esilio come Foscolo, al massimo la loro verrebbe descritta come una “fuga di cervelli”.
    Il mondo è cambiato e ce ne siamo accorti tutti. Anche gli intellettuali che ci sono e lavorano bene. Ma non hanno ancora capito come fare ad essere presenti ed “influenti”.
    Un tempo gli intellettuali erano dei miti a modo loro. Oggi, vuoi per l’elevata alfabetizzazione, vuoi per l’acculturazione che ha sostituito di gran lunga la cultura, vuoi per la libertà di parola molto male interpretata, gli intellettuali vengono visti spesso solo sotto il loro profilo di parassiti della società (e lo sono ma questa non è una colpa, Sartre lo spiega bene).
    Il peso di ció che dicono viene erlativizzato. Lavorano soli come eroi sfigati vittime del sistema e se lavorano con gli altri non sono capaci di evitare le lobbies. Insomma, oggi il lettore medio di giornale (o quello che ci pare) si chiede perché dovrebbe fidarsi di più di un mondo che in effetti contrasta o giudica qualcosa che funziona allo stesso modo.

    Luigi

  2. carmelo ha detto:

    avevo letto questo articol osul manifesto e mi fa piacere che venga riproposto qui.
    Perchè affronta delle questioni concrete con cui l’intellettuale oggi deve fare i conti.
    1): gli intellettuali non fanno più paura; bisogna prenderne atto,
    non importa un fico secco a nessuno delle invettive e delle denuncie e delle prese di posizione di uno scrittore o del direttore della normale di Pisa. Anzi, qualcuno li dileggia in modo anche volgare e aumenta il suo bottino elettorale (vedi la Lega)
    2) Il problema non è quello di denunciare la classe politica o le ingiustizie sociale, l’economia inquinata dalla mafia o dagli affaristi
    il problema è che la metà e forse più di questo paese si riconosce nelle pratiche piu’ abiette di questo sistema di potere la maggioranza degli italiani si consegna alla più smagliante, miracolistica, corrotta e corruttrice continuità.. Pur avendone le prove.
    L’altra metà assite impotente a questo degrado e il piu’ delle volte è costretta d adeguarsi se vuole sopravvivere, e si cerca un padrino, una clientela.
    3) c’e’ un progressivo declassamento degli artisti e degli intellettuali al ruolo di tecnici. E qui c’e’ poco da essere creativi. Il mercato alla fine questo richiede: un prodotto standard (non importa se un libro o un film) pensato e costruito per il consumatore. Nel frattempo lo Stato procede con tagli pesantissimi alla cultura e alla ricerca che fanno accapponare la pelle.
    4)la progressiva scomparsa dei lettori. Sarà che non ho capito bene come va il mondo, ma io penso che questo sia il punto.
    Se scompare il lettore, cioè il cittadino attento, critico ed esigente, esigente nell’apprendere e capace di altrettanto severità nel controllo permanente riguardo alle pratiche degradate di potere, allo scempi odell’ambiente, del paesaggio e del territorio, per niente preoccupato di accapparrare e negoziare utilità e tornaconti cinicamente egoisti e individuali, sia pur a danno della comunità..
    dicevo se scompare questo lettore allora scompoaiono pure gli intellettuali o artisti o autori.
    manipolare il pensiero i bisogni e le nsie dei consumatori è cosa fin troppo facile, se poi si crea un monopolio come qui è avvenuto allora ancor megli osi capisce la situazione attuale.
    (di passaggio mi chiedo come quei coglioni di bertinotti e co. invece di imporrre a prodi una legge sul conflitto di inetresse e le telecomunicazioni, si sono prestati come utili idioti all’edificazione della macchina di consenso e rimbecillimento e e degrado delel coscienze del nostro amico silvio.

    Per finire, per quanto mi riguarda, forse sono un po ‘fissato, l’unico modello artista intellettuale che riesco a concepire è l’intellettuale extraterriotoriale e sradicato, senza patria e nemmen osenza lingua, l’intellettuale sradicato che vive ai margini e si sottrae alle lusinghe del mercato e del potere e persino ai privilegi degli artisti accrditati; lo scrittore che riesce a parlare sempre da un altrove e ti fa vedere il mondo che noi non riusciamo a vedere. Capace di fare il lavpiatti per 5 10 o 15 anni se i libri nessuno glieli legge.
    Anche per questo mi piace Roberto Bolano, eppure persino lui i nordamericani son oriusciti a mistificare
    (http://www.archiviobolano.it/Bol_prima.html#bolanofalso )

  3. Domenico ha detto:

    Un quesito: ma l’intelletuale, con la sua mole di idee, ragionamenti, teorie, visioni, nella vita reale e concreta trova riscontro?
    Nel mondo odierno, la figura dell’intelletuale è poi in grado di radicarsi nell’immaginario popolare. Il panettiere, il fabbro, il facchino extracomunitario, possono giovare della visione del mondo dell’intelletuale? L’intelletuale non rischia di confinarsi in una nicchia fine a se stessa che produce idee e soluzioni in maniera industriale ma che poi data la complessità, non trovano il giusto riscontro nella vita aimé reale di tutti i giorni?
    Quando un’intelletuale è costretto a fare i conti con i dispiaceri disseminati lungo il percorso della vita, è costretto a dismettere i panni del pensatore e iniziare a “zappare” o può farsi forte delle proprie teorie?

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il tuo commento dovrà essere approvato prima di apparire.

Iscriviti alle notizie da alfabeta2 e alfapiù

* = campo richiesto!

Archivi