Andrea Inglese

Cinismo

Non c’è arma contro il cinismo dell’intelligenza. Nulla si può controbattere. Così come non ci sono argomenti contro l’atto violento, allo stesso modo nulla può essere preservato dalla derisione cinica: nessuna idea, nessun gesto, nessuna precauzione stilistica. In Italia sembra che l’intelligenza critica non possa dispiegarsi prevalentemente che in questi termini sterili e castranti. Sarebbe utile delineare una storia del cinismo italiano nei secoli. Verificare come, in corrispondenza di snodi politici particolarmente disastrosi, lo stile di pensiero cinico abbia raccolto, nel popolo e nelle élites, particolare successo. Inoltre il cinismo circola naturalmente sia a destra che a sinistra: non è privilegio dei conservatori, ma anche arma ordinaria di certi contestatori arrabbiati. È importante, però, operare una distinzione fondamentale. La ritrovo in un articolo di Palo Fabbri, uscito proprio sul primo numero di “alfabeta2”. Scrive Fabbri: “Ci sono due tipi di cinismi: quello di chi non ha il potere di cambiare le cose e constata rassegnato che «sarà sempre così»; e quello di chi sarebbe tenuto a farle le cose, ma che arriva ugualmente alla stessa conclusione”.

C’è un cinismo di chi sta sotto, e un cinismo di chi sta sopra. Ma in entrambi i casi, la prospettiva cinica ha a che fare con il tempo, ossia con l’impossibilità non tanto del cambiamento, ma di un cambiamento orientato in senso politico, che sappia cioè coinvolgere non solo l’interesse del singolo, ma i bisogni e i desideri dei molti. Di primo acchito, il cinismo nega la possibilità di un mutamento dei destini collettivi, in quanto vede dietro qualsiasi ambizione di questo genere l’insorgere della vecchia natura avida ed egoista dei singoli, che ha semplicemente mutato di maschera. Il tempo scorre sì, ma in maniera amorfa e, in definitiva, ciclica: è l’eterno succedersi degli usurpatori, ognuno dei quali emerge come autorità legittima, responsabile dell’interesse pubblico, per poi realizzare a sua volta piani fraudolenti e tirannici. In quest’ottica, qualsiasi proposta d’emancipazione, di correzione, di miglioramento dell’esistente è vista con sospetto, come l’ennesima, anzi la più raffinata arma del dominio.

Il cinismo dal basso ha un indubbio vantaggio psicologico: deresponsabilizza nei confronti della lotta politica, che è sempre rischiosa e non di rado destinata al fallimento. Poiché tutto è perso in partenza e non c’è nulla che valga la pena di fare perché cambino le più generali condizioni di vita, ci si limita alle lotte private e secondarie, in cui qualche vantaggio si riesce alla fine a strappare. (Ed è pur vero che oggi, chi parte sfavorito socialmente, ha di fronte a sé prove durissime se soltanto vuole raggiungere qualche posizione di prestigio. Sollecitato da un qualsiasi appello alla mobilitazione e alla solidarietà, sarà sempre tentato di dire: la mia dose di calci in faccia e umiliazioni l’ho già presa, grazie! Ora lasciatemi godere il frutto di una così sudata mobilità sociale.)

Il cinismo dall’alto ha vantaggi non solo psicologici ma anche materiali: non assumere alcuna responsabilità nei confronti dell’interesse generale è un modo indubbiamente più facile di godere del proprio status sociale e dei privilegi annessi, senza mai doverne pagare pegno. L’irresponsabilità ultima di chi sta sopra è, ovviamente, l’impunità. E non a caso l’impunità nei confronti delle proprie malefatte molteplici e multiformi è il capolavoro politico che proprio l’attuale presidente del consiglio da quasi vent’anni sta cercando di realizzare. Non potrebbe esserci monumento più adeguato a rappresentare la cultura italiana del cinismo: la politica, ossia l’ambito del comune interesse, legittima e celebra in forma ufficiale la sua antitesi, ossia il più disinibito, immorale, interesse privato. È il progetto – per ora costantemente abortito – delle varie norme salva-premier. Progetto che, come Franco Cordero ricorda, implica la violazione dell’articolo 3 della Costituzione (“Tutti i cittadini… sono eguali davanti alla legge”), e quindi la retrocessione dell’Italia “all’ancien régime, quando alti gradi militari erano conseguibili solo dai nobili”.

La cultura del cinismo, dunque, a ben guardare non offre soltanto una scarna filosofia di dominanti o un alibi psicologico per medusizzare lo stato di degrado esistente. Essa costituisce anche una macchina di arretramento temporale e civile: sogna il ritorno ad un società in cui il sopruso non sia solo un fatto da constatare remissivamente, ma anche una norma collettivamente istituita. “Ciò che subiamo è davvero ciò che vogliamo.” E liberaci dalla civiltà… Amen.

Il cinismo è però anche un diffuso strumento euristico. In questa veste, esso funziona come un genere narrativo grazie al quale ordiniamo fatti ed azioni all’interno dell’universo sociale. Il criterio narrativo tipico della narrazione cinica è innanzitutto l’abbassamento e la semplificazione dei motivi che guidano le scelte degli attori sociali in questione. Ciò che davvero conta non è la varietà delle azioni e dei progetti che gli individui cercano di realizzare, ma la possibilità di ricondurli ad un medesimo teatrino di passioni indegne, come l’avidità, la sete di successo, la ricerca del vantaggio personale, l’invidia, la boria, ecc. Nulla si salva di fronte a questo scenario di eterna commedia dei costumi: la rivendicazione di un valore, di un qualsiasi ideale, suscita immediatamente sospetto e incorre nel rovesciamento coatto. Chi predica virtù è per ciò stesso un impostore; chi celebra il vero, lo fa per inconfessabili motivi; la giustizia è un’illusione agitata da potenziali tiranni. La conseguenza di questa forma di racconto diviene alla fine un’intollerabile restrizione della visuale, in cui perdono senso le configurazioni collettive, le istituzioni, le norme impersonali, in quanto esistono unicamente degli individui dominati dalle loro basse passioni.

Il filosofo francese François Châtelet, studiando l’emergere della mentalità storica nell’antica Grecia, ha individuato nella commedia di Aristofane il principio di questa antistoria. Per Châtelet Aristifone incarna una visione miope della democrazia ateniese coinvolta nella guerra del Peloponneso: “Così come il personaggio è ridotto al suo essere individuale, allo stesso modo l’avvenimento, invece di essere situato e pensato all’interno di un contesto – storico, come in Tucidide, o filosofico, come in Platone – è ricondotto alla decisione di un uomo che agisce sotto il dominio di una passione meschina” (La naissance de l’histoire, 1962). Tutto il crudele e il tragico della storia, essendo riconducibili a sentimenti miserabili, evacuano il peso della necessità: un sano buon senso potrebbe riportare la pace e l’armonia in società. “Anche la difesa della pace acquista, in tale prospettiva, un tutt’altro aspetto che quello che aveva in Platone. Si tratta, l’abbiamo già sottolineato, di ritrovare un tempo dove non accade nulla, dove i rischi scompaiono, dove le stagioni si succedono alle stagioni come le feste si succedono alle feste. Non è più una «storia», è una calendario rurale”.

Il cinismo euristico si pone per certi versi agli antipodi della mentalità del complotto, ma sono entrambi diffusi sistemi di comprensione del reale, ed entrambi pienamente antistorici. Sia per il cinico che per il sostenitore dei complotti onnipotenti e omnipervasivi, i rapporti di forza costantemente cangianti e dagli esiti imprevedibili tra gruppi sociali sono facilmente risolti a favore di singoli individui, le cui volontà onnipotenti o le cui basse passioni tutto determinano. La storia è una commedia o un noir di cui conosciamo fin dall’inizio lo sviluppo. Prima ancora di chinarci sulla complessità e l’ambiguità dei fatti, un buon complotto o un motivo indegno ci hanno fornito una risposta certa.

È ben vero che la commedia degli avidi e ingordi, degli asini e dei banditi, oltre che il complotto perpetuo delle logge e dei servizi guasti e nocivi paiono essere chiavi di lettura perfettamente adeguate alla realtà del nostro paese, ma forse questo dipende meno dai fatti così come sono e molto più dalle convinzioni che hanno le persone in Italia, sia ai vertici che alla base della scala sociale. La realtà, poi, più che ad un paese capillarmente manipolato o in una farsesca festa di predoni, assomiglia ad un disastro sociale crescente, violento e sempre più incontrollabile. Vorremmo che le maschere rassicuranti dell’eterna commedia perdurassero in scena, ma sono i crimini sanguinosi del tragico che cominciano a intravedersi dalle soglie.

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