Simone Pieranni

Una canzone vecchia, con un vestito nuovo: un anno fa alcuni cinesi mi hanno invitato a tenere una lezione all'Università di giornalismo di Wuhan, su Indymedia, informazione e precarietà (roba da non dormirci la notte).

Dopo otto ore circa di treno, da Pechino si arriva a Wuhan, dove scorre lo Yangtze, immaginaria linea di confine tra Nord e Sud del paese. Appuntamento al McDonald così ci si trova, che al solito: le stazioni cinesi sono un inferno, uno dei modi per dire: quanti sono! Trovo M., il ragazzo cinese che mi ha invitato, prendiamo un autobus e ci stiamo per un'ora. Attraversiamo Wuhan o una parte di essa: Pechino al confronto sembra un salotto di un orologiaio svizzero. Wuhan è grande, ma ha la vita di un paese, almeno nelle aree non troppo pettinate: delirio, casino, gente per strada, negozietti, bancarelle, cibo ovunque. E' la città cinese del punk e dell'Lsd, una garanzia. Arriviamo in uno spiazzo in mezzo al niente, dopo avere percorso la strada accanto al fiume: silenzioso e nero. Ci sono alcuni rumori, qualche cane e piccole luci.

Dopo cinque minuti di strada in cui si respira odore di terra e fumi di fuoco: arriviamo davanti a un piccolo portone grigio. Dentro un cortile, alberi, qualche pianta e quattro cinesi attorno a un fuoco scoppiettante. Saluti, che si dice, vuoi da bere, siediti. M. mi porta dentro a mostrarmi il posto. La casa ha tre piani, anche se mi sarei aspettato di trovarci diecimila scalini. Al primo c'è la cucina e un paio di stanze e un cesso. Al secondo piano altro cesso, due stanze e uno stanzone in cui ci sono otto letti a castello. Barre di legno e un piccolo lenzuolo come materasso, coperte e cuscino. Ideale per un ostello, ma obbligo al mio cervello di osservare, senza proporre niente. Al terzo piano un po' di casino ancora da mettere a posto e infine un terrazzo. Dentro fa più freddo che fuori: non c'è riscaldamento.

Mangiamo qualcosa, mentre mostro a M. il video di Serpica Naro [http://serpicanaro.com/videos], la fantomatica designer giapponese che bucò la settimana della moda milanese, tutta posh e fashion, e fingerfood, ma costruita su sudore precario, discutiamo dello speech, ci facciamo due chiacchiere a caso. E' interessato, mi dice, soprattutto alla questione della precarietà. Mi dice che è un argomento di cui si comincia a discutere in Cina. Fremo, parliamo e dopo poco, verso le 23 arriva il resto della compagnia, direttamente da Pechino: siamo la novella banda dei quattro. Mangiamo, beviamo un paio di birre, ci scaldiamo al fuoco e poi a dormire. L'indomani la sveglia è alle sette. Seguono bestemmie di ogni genere. Penso: meno male che ho portato il caffè.

Ci svegliamo alle 8 passate, naturalmente, a meno di un'ora dall'inizio dello speech. Caffè , troppo rapido, freddo e soprattutto: sonno. Prendiamo un taxi e ci stiamo tutti, perché è un piccolo minivan. Percorriamo la strada che costeggia il fiume. Un punto grigio di bruma. Ancora: silenzioso e scuro.

Arriviamo all'università e il taxi si inerpica per stradine in salita, strette e accoglienti: sembra di stare in mezzo al parco. Infatti, mi dice qualcuno: è un parco. Scendiamo e entriamo nell'Università di giornalismo di Wuhan. C'è pure il cartello che annuncia la conferenza. Ci affacciamo nell'aula ed è piena. Il brusio si blocca quando fanno capolino le facce di quattro laowai, stranieri, noi.

Entriamo in aula. Sistemiamo proiettore e tutto e cominciamo. Forse c'è bisogno di tradurre dall'inglese, allora faccio una breve introduzione, chiedo se è chiaro, specificando che in realtà non ho ancora detto un cazzo. Quasi tutti ridono: quindi capiscono. E iniziamo. Partiamo da Indymedia, con una introduzione sui concetti di free software, etica hackers, condivisione dei saperi, progetti comuni, passiamo alla globalizzazione, il potere dei brand, i simboli e la Comunicazione come processo fondamentale della nostra società. Dopo un'ora e mezza, chiedo che si possa fare un po' di dibattito. Cominciano le domande. I cinesi: pratici: dove trovavate i soldi, che effetti reali avete avuto sulla società. E poi: tutto molto bello ma come pensavate però di contrastare problemi reali, che ne so, come la precarietà della vita? Ho le traveggole, non nascondo la gioia per l'esca che mi viene data. Si passa alla seconda parte: un'ora almeno secondo i miei calcoli, da condensare in mezz'ora che le mie due ore sono agli sgoccioli.

La precarietà mi fa infervorare, comincio a parlare troppo in fretta e M. è costretto a tradurre alcune parti in cinese. Sforiamo ma che ci frega. Finisco con San Precario, l'autonarrazione, il brand sociale, arrivo a Serpica, parlo di City of Gods e sono già passate le due ore. Ci sarebbe il video. La ricercatrice che aveva introdotto il tutto, chiede alla classe se si è d'accordo a perdere un'altra mezz'ora a vedere il video si Serpica. Sì. Video, fine, applausi perché il video di Serpica spacca. In un botto arrivano a fare domande, chiedere la mail, libri. Tutte ragazze. Arriva solo un masculo che fa la domanda delle domande: tifi per il Milan o per l'Inter? Genoa, gli dico, Genoa, la squadra più antica d'Italia. Se ne va incazzato.

Poi andiamo a pranzo: la banda dei quattro, una ricercatrice, una studentessa e M. Un pranzo interminabile, si parla della Fallaci, di Umberto Eco, di comunicazione, democrazia, informazione che mi sembrava di essere in una trasmissione di Augias. Poi a un certo punto diventa Porta a Porta e io quasi mi strozzo con un raviolo, quando il professore tutto ridacchiante dice, ah dell'Italia conosciamo Mussolini! A quel punto la studentessa cinese dice: incredibile, in Italia: come potete avere un presidente del consiglio che controlla tutti i mezzi di informazione? Mi verrebbe da dire: è come avere il partito comunista cinese, ma mi trattengo e allora mi sfogo da anti italiano, che dopo tanto non si piange neanche più.

Facciamo un brindisi ogni dieci minuti, la ricercatrice mi dice che mi manderà delle domande: sta facendo una ricerca sulla percezione dei giornalisti occidentali della Cina. Ho già paura. Fine del pranzo.

Andiamo a prendere – finalmente - un caffè e mi ritrovo a fare la strada con la studentessa cinese: a parlare di Chiapas, Sudamerica e io mi sento un po' in trance. Dove cazzo sono? Questi ci conoscono benissimo. Quanto meno: più di quanto noi conosciamo loro.

Passiamo sopra i dormitori, vedo dall'alto tutto il complesso universitario. E' stupendo e brulica vita. Beviamo il caffè, ci rilassiamo andiamo a fare la spesa. Al mercato alcuni di noi scelgono l'ignoranza: cerchiamo carnazza per il barbecue. Una fantastica supercazzola in cinese della laoban del caso, ci rifila per 3 euro circa dieci cose di carne che nutrirebbero un esercito. Joder, que bueno, dice la ragazza spagnola accanto a me. Concordo.

Torniamo indietro, in taxi, costeggiamo il fiume: immobile e deserto. Arriviamo al Social Center, come lo chiamano i cinesi che vivono lì. Sono in tre o quattro, pagano in totale 50 euro al mese per l'affitto e ne vogliono fare un posto dove fare concerti, presentazioni, dibattiti, sala di montaggio audio e sede di progetti di magazine vari. Passiamo una serata a chiacchierare e accennare passi di danza, con la musica portata da casse all'esterno e il fuoco a scaldarci, coadiuvato dalla grappa cinese, bái jiǔ, distillato da sorgo, che è una cosa che ne bevi un po' e dici, che bello, che buono, ne bevi ancora e dici, veramente bello e veramente buono, ne bevi ancora e dici, dove sono le mie ginocchia?

Poi pare non ci si ricordi più niente.

(p.s. Purtroppo il Social Center di Wuhan non esiste più)

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