Fausto Curi

Se non mi sento disorganico, basterà questo a farmi essere organico? E se non mi sento post-moderno, basterà a farmi essere moderno? Diomio, questa “Alfabeta” è appena nata, o meglio rinata, e già scatena queste laceranti interrogazioni. Certo fra “sentirsi” qualcuno o qualcosa e “essere” qualcuno o qualcosa la differenza non è poca. Però se mi sento poco bene, sto poco bene. E in realtà sto poco bene, se provo solo a immaginarmi disorganico e post-moderno. E poi, “sentirmi”. Ma mi rendo conto che già dire che “mi sento” mi fa essere “autoreferenziale” e basta quindi a innescare i sospetti di tre illustri intellettuali quali sono Bondi, La Russa e Verdini? Per fortuna c’è Umberto Eco che (nel primo fascicolo di “Alfabeta”, Alfabeto per intellettuali disorganici) con la consueta lucidità e piacevolezza mi aiuta a capire che cosa è oggi un intellettuale, dicendo, fra l’altro, che “il vero intellettuale è anzitutto colui che sa criticare quelli della propria parte”. Dunque, c‘è una “parte”. Ma se sono di parte, come faccio a essere disorganico? E se sono disorganico, come faccio a essere di parte?

Se sono di parte, non basterà questo a farmi essere organico? Ma organico a che cosa? Può bastare se dico: organico non a un partito, che non esiste più, o, come voleva Gramsci, a un “gruppo sociale”, cui sono legato solo idealmente, ma organico a un’idea di società e di cultura, un’idea ampia, complessa, articolata, non priva di variazioni, di dubbi e forse anche di contraddizioni, ma ferma? Le domande si accavallano e non danno tregua. Altra fortuna: Eco ci informa che il primo intellettuale in senso moderno è stato Zola con il suo J’accuse durante l’affare Dreyfus. Qualcosa sapevamo, ma non ci avevamo mai pensato in modo preciso. Per fortuna davvero ci sono gli intellettuali a chiarirci le idee intorno agli intellettuali. E se non sono loro, chi diavolo potrebbe essere? Qualche intellettuale potrebbe risentirsi per il fatto che Eco, interrogandosi intorno agli intellettuali, non nomini mai Antonio Gramsci. Gran bontà o ingenuità degli intellettuali. Ma vi pare che un intellettuale raffinato come Eco, parlando degli intellettuali, si comporti come un ripetitivo, banale intellettuale organico citando Antonio Gramsci? Tanto più che Eco ci informa che l’intellettuale organico è uno “pseudo-intellettuale”. Fatti tutti i conti, alla fine risulta che “sono intellettuali anche Bondi, La Russa e Verdini”, mentre l’intellettuale organico, pur se ha o potrebbe avere il nome di Antonio Gramsci, è uno “pseudo-intellettuale”. Siamo però grati a Eco perché, oltre alla chiarezza e alla precisione con le quali ci fornisce certe notizie, ci fa sapere che, in Francia, durante l’affare Dreyfus, i socialisti erano antisemiti. Guarda guarda. E noi che ingenuamente pensavamo che fosse una novità il razzismo dei socialisti presenti in massa nella destra di Berlusconi, i quali ricacciano in mare o spediscono nelle galere della Libia gli extracomunitari che non hanno la pelle bianca.

Difficile credere che, a proposito di intellettuali, ci sia stato una sorta di accordo preventivo fra Umberto Eco e Andrea Cortellessa. Se, d’altro canto, accordo ci fosse stato, non vediamo quale male ci sarebbe. Fatto sta che anche Cortellessa, in Intellettuali, anno Zero, un lungo articolo sugli intellettuali affidato al primo fascicolo di “Alfabeta”, insiste su Zola e non cita Gramsci. Cortellessa, senza fare torto ad altri giovani meritevoli, è probabilmente, con Cecilia Bello Minciacchi, il critico più intelligente che le nuove generazioni ci hanno fornito (Massimo Raffaeli è pur sempre un giovane, che però appartiene a un’età di poco più tarda). Sul “verri” è comparso un suo saggio, Morire per Sanguineti, che a me pare memorabile. E l’articolo di “Alfabeta”, posto che altro mancasse, conferma una capacità interpretativa di rara acutezza. Cortellessa compie un’indagine nella quale, per campioni, cerca di distinguere non gli intellettuali disorganici da quelli organici, ma gli intellettuali postmoderni da quelli moderni. L’indagine, folta di citazioni e di nomi, tutti strettamente contemporanei (e già questo, come si comprenderà meglio in seguito, è per me è un segno non trascurabile), non tanto rappresenta quanto mette con le spalle al muro certi intellettuali postmoderni italiani. Che si tratti di italiani, va precisato, è significativo, perché, spiega Cortellessa,

"E’[...] soprattutto da noi che l’etichetta di “postmoderno”  ha equivalso ad apologia del presente, edonismo narcisista, azzeramento del passato e della memoria. In una parola, insomma, a disimpegno: compiaciuta impoliticità, relativismo morale, chiusura nel più squisito individualismo (antistoricamente, magari, presentato come anarchico)."

Aggiunge Cortellessa:

"Ogni idea di senso comune  e condiviso, di cittadinanza, di partecipazione umana – se non letteraria – alle vicende della specie umana è rigettato come fatuo cicaleccio, vanitas mondana se non losca “consorteria”. [...] L’unica verità accessibile è, nel migliore dei casi, l’integrità della propria opera."

Ne consegue che per l’intellettuale postmoderno le parole:

"hanno valore unicamente in quanto espressioni singole e irriducibili: come tali, magari, perfettamente condivisibili. Mentre la parola dell’intellettuale del passato era certo quella di un singolo, il quale però si rivolgeva a una comunità della quale intendeva far parte. E la cui partecipazione a detta comunità, anzi, proprio in quelle parole consisteva."

Non si poteva dir meglio. Anche se, a mio avviso, l’indagine di Cortellessa è carente perché tace su un punto capitale: la potente, dominante suggestione esercitata dal mercato sui narratori postmoderni. Riusciamo a immaginare Joyce, o Kafka, prestare orecchio alle richieste mercantili?

La parte più discutibile (nel senso letterale e neutro della parola), ma probabilmente la più geniale della riflessione di Cortellessa è quella in cui egli individua in Pasolini, e più precisamente nel suo “soggettivismo somatico” il tramite fra modernità e postmodernità in Italia. I devoti di Pasolini, si sa, gli attribuiscono il merito di aver esercitato molte e fondamentali funzioni, non esclusa quella di aver divinato gli autori e le ragioni dell’uccisione di Enrico Mattei. Cortellessa non è, o almeno sembra non essere un devoto, se attribuisce a Pasolini la responsabilità di aver radicalmente mutato la funzione dell’intellettuale che, come Zola, decideva di “mettere in gioco il proprio prestigio e il proprio benessere privato in nome dell’interesse pubblico”, introducendo la nuova figura dell’intellettuale che “esibisce in pubblico il teatro delle proprie opinioni – al fine di conseguire scopi squisitamente privati”. Francamente, fra i tanti protagonismi attribuiti a Pasolini, questo ci pare quello che più verosimilmente corrisponde all’autore degli Scritti corsari e delle Lettere luterane. Chi ora crede di avere una ragione in più per essere grato a Pasolini, lo dica. Per quanto mi riguarda, io ora so di avere una ragione in più per non ammirarlo. E – premesso che, a mio avviso, la modernità non è finita e che il cosiddetto postmoderno, altro non è, in molti casi, che l’agonia e la putrefazione della modernità -  per rallegrarmi, non senza una punta di orgoglio, ma anche con molta sincera umiltà, di essere organico e moderno.

Mi è impossibile concludere senza porre qualche altra domanda. Eco, tranne quando, da giovane, era cattolico, è sempre stato, a suo modo, s’intende, disorganico, Il suo presente elogio della disorganicità è dunque coerente con la sua carriera. Ma, anni or sono, Eco dichiarava di essere dalla parte dei moderni e non dei postmoderni. Lo è ancora? La domanda, a parte altre ragioni, si giustifica con il fatto che, dagli articoli di Eco e Cortellessa, emerge chiaramente il nesso che congiunge postmodernità e disorganicità. L’analisi di Cortellessa, in particolare, non lascia dubbi al riguardo. Chi è postmoderno è anche, non può che essere disorganico. Ma chi è disorganico è necessariamente postmoderno? E la postmodernità è un ineluttabile destino cronologico e anagrafico? O abbiamo qualche ragione per pensare che, a dispetto della cronologia e dell’anagrafe, qualcuno, “in piena postmodernità”, possa liberarsi dal proprio destino e guardare criticamente il proprio tempo?

Cortellessa, e forse non è l’unico, sembra essere costui. La sua analisi della postmodernità è lucida, penetrante, perfetta nelle definizioni, soprattutto è intransigente. Ma, sotto l’apparenza di un’indagine oggettiva, non sarà una confessione, un’ammissione, non dirò di colpa, e neppure di complicità, ma di coatta, inevitabile compartecipazione? I suoi giudizi, infatti, non sono negativi, egli ammette che certe “parole” di certi scrittori postmoderni possano essere “perfettamente condivisibili”, e addirittura, dio lo perdoni, indica quali sono, a suo giudizio, “i nostri maggiori narratori formatisi in piena postmodernità”. Gli chiedo: dall’agonia, se non dalla putrefazione, può nascere qualcosa di vitale? Dalle domande, infine, conviene passare ad almeno una proposta, o, se si preferisce, a un’ipotesi, magari a una semplice enunciazione: posto che Pier Paolo Pasolini sia l’apostolo e il patrono della postmodernità italiana, è giusto riconoscere in Edoardo Sanguineti colui che lucidamente, tenacemente, e vittoriosamente, ha sostenuto le ragioni di una scelta intrepidamente organica e moderna. Ecco i primi abbozzi, i contestabili prolegomeni di una nuova storiografia. Nuova? Nuova perché scandita su nuovi criteri, nel cerchio di nuovi orizzonti. Anche se Laborintus e Le Ceneri di Gramsci hanno ormai mezzo secolo.

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