Carlo Formenti

Uno dei capisaldi della critica marxiana dell’economia politica consiste nel puntualizzare che non esiste qualcosa come il “valore del lavoro” (pur essendo la sorgente di ogni valore economico, il lavoro in quanto creatore di valori d’uso, ricambio organico fra uomo e natura, non ha valore di scambio):  esiste, se mai, un valore della forza-lavoro, cioè delle capacità lavorative socialmente prodotte,  convertite in merce e dunque spendibili su ciò che impropriamente definiamo “mercato del lavoro”. Una distinzione concettuale che rischia di perdere senso nel contesto dell’economia di Rete, dove, a creare valore, non è più solo o prevalentemente l’attività lavorativa di produttori riconosciuti come tali e ingaggiati in una relazione formale di scambio con le imprese capitalistiche, bensì la cooperazione spontanea e “gratuita” fra comunità di utenti/consumatori impegnati in progetti spesso (apparentemente) privi di finalità economiche.

Questa peculiare caratteristica della New Economy, esaltata dai suoi apologeti (il più noto dei quali è Yochai Benkler), fa sì che, a uno sguardo ingenuo, essa assuma l’aspetto di un dispositivo magico in cui il valore si crea da sé, come se l’incremento di creatività sociale generato dai new media fosse spontaneamente in grado di trasmutare in oro. A dissipare l’illusione hanno contribuito le ripetute e catastrofiche crisi finanziarie che si succedono da un decennio a questa parte, il che non ha tuttavia impedito al concetto di lavoro (e al suo sdoppiamento semantico, operato della critica marxiana) di divenire sempre più vago, alimentando un interrogativo di fondo: se nessuno lavora, da dove viene il valore?

Alla complessa problematica della mutazione del lavoro nell’era del capitale informazionale saranno dedicati una serie di articoli del secondo numero di “Alfabeta 2”, in edicola nel prossimo mese di settembre. In questa sede mi limito ad anticipare qualche riflessione sul rapporto fra “sparizione del lavoro” e appropriazione privata della produzione sociale di informazioni. Il “furto di dati” che le dot.com praticano sistematicamente ai danni dei propri utenti è stato finora analizzato quasi esclusivamente dal punto di vista delle minacce alla privacy; manca invece una seria riflessione sulla produzione sociale di informazioni come “lavoro”, e sul doppio sfruttamento (nel senso marxiano di appropriazione capitalistica di lavoro gratuito) che subiscono i prosumer della Rete: in primo luogo, come acquirenti di servizi a pagamento, secondariamente come produttori di informazioni di cui le società che producono i servizi si appropriano, senza dare nulla in cambio.

A svelare la forma inedita che oggi viene assumendo l’arcano della produzione capitalistica di plusvalore, contribuisce la singolare iniziativa di una startup americana, Bynamite che ha appena lanciato la seguente parola d’ordine: invece di sprecare energie per proteggere i vostri dati personali, affidateci il compito di venderli per conto vostro. Il progetto di Bynamite si articola in tre fasi: 1) fornire ai propri utenti un software in grado di evidenziare quante e quali informazioni su di loro le dot.com riescono ad accumulare; 2) offrire strumenti per filtrare il flusso, in modo da decidere se e in che misura rendere accessibili i propri dati; 3) “vendere” i propri dati alle imprese interessate ad offrire beni e servizi a un target selezionato in base a precise caratteristiche, in cambio di forti sconti sugli eventuali acquisti. Un nuovo modello di intermediazione nel campo del marketing? Io direi piuttosto una nuova agenzia di collocamento paragonabile a quelle che vendono forza lavoro a tempo. Bynamite getta la maschera (e tenta di farla gettare alle altre dot.com) i vostri dati sono la forza lavoro del XXI secolo e noi vogliamo aiutarvi a venderla (ovviamente prendendoci la nostra brava fetta). Resta la mistificazione del salario indiretto (sconti al posto dei quattrini), ma è già un primo passo verso la chiarezza.

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