Alessandro Raveggi

L’avventura ci divide, il destino ci unisce: non è la frase finale ad effetto di un filmone come Casablanca, anzi è esattamente l’opposto della scena finale, con i due amanti che si separano dopo una lunga avventura amorosa, ognuno seguendo il proprio piccolo destino. La frase vuole essere l’avvio di una piccola riflessione su due termini, avventura e destino, che ultimamente, nonostante siano stati declassati dal termine interazione, nell’era del cyberspazio, potrebbero ritornare in auge in un periodo di turbolenze, di guerre infinite e sfiancanti come quella d’Afganistan, di pseudo-avventure retoriche per la libertà d’Occidente, ma anche di fatalismi di ritorno, religiosi o meno che siano, bellicosi o semplicemente rassegnati, quel tipo di rassegnazione che vedi anche in parte degli europei, specialmente nei giovani, un cattivo fatalismo, si direbbe, così come lo era la cattiva infinità di Hegel.

Viviamo un mondo in cui, sebbene si celebri ancora il trionfo della oramai vecchia distanza di sicurezza virtuale (il ritorno pacchiano della moda del 3D al cinema è forse un esempio di una certa nostalgia di una novità di decenni fa), troviamo chi ancora è pronto a togliersi la vita per un ideale, giusto o sbagliato che esso sia, consegnandosi carne ed ossa al proprio destino scritto in cielo da tempo e riportato in una pagina profetica. Ovvero, troviamo ancora una realtà traumatica che rimane e fa forza oltre l’ipertesto postmoderno del multiple-choice, strategia per differire la scelta cruciale di uno scontro con la realtà, avventura di ruolo senza altri fini, che sopprime le differenze omogeneizzandole, arrivando allo score finale (spesso soldi simbolici).

Ha senso così domandarci cosa sia più moderno o post-moderno, se la squallida verdastra visione notturna di Bagdad sotto i bombardamenti americani o l’impatto di un uomo-bomba su di una folla a Gaza? L’interazione a distanza con un territorio bombardato o il sacrificio di un solo individuo? Una manifestazione del virtuale o una espressione anacronistica del virtuoso? Come mi pare voglia concludere Žižek, ridimensionando il potere del cyberspazio nel suo The Plague of Fantasies, la realtà del soggetto è stata sempre in fondo virtuale, fantasmatica, differita, per la nostra insufficienza nei confronti del desiderio, come essere umani finiti. Per il nostro confrontarci con qualcosa di traumatico che ci limita, il reale nel suo urto, ma anche ci spinge a desiderare ad un tempo di attraversare i nostri fantasmi, di annullare le nostre finzioni e giochi simbolici, le nostre avventure mentali. Non siamo da sempre stati dei perversi sognatori anche prima dell’avvento del virtuale?

Perché mi domando questo? Come nei precedenti interventi, tutto risuona nella mia esperienze delle Americhe, e specialmente del Messico. Il Messico ha una caratteristica peculiare, che forse altri territori americani non possono vantare: quella di contemplare al suo interno i lumi di un occidentalismo sfrenato, di un liberismo intraprendente e “avventuroso” totalmente angloamericano, dipendente dalla sua condizione di cuginetto degli USA, ma anche i fatalismi di un arcaismo marmoreo, che rispetta silenziosamente la circolarità della vita, come ai tempi del sistema cosmologico azteco.

Questa condizione, oltre ad un sincretismo interessante che si esprime nel multicolore delle insegne - dove all’autentico trademark della Coca-Cola è stata sostituita una sublime copia pennellata a mano sull'insegna di un negozietto di Oaxaca - colpisce subito il viaggiatore attento. O quello, come me, che vuole temporaneamente mettere radici, fare attenzione a non calpestare, perché costretto volente o nolente a fare i conti non con il dispiegamento di uno spettacolo folklorico, ma con il lavoro complesso di aggiustamento e comprensione locale, del giorno dopo giorno. Dove la tua barca viene rimessa in cantiere, riaggiustata con alcuni pezzi, scarti e stoffe del luogo, per poi essere portata di nuovo in un viaggio burrascoso. Questo non riguarda certo il turista, che, come ci ricordava Bauman, si aspetta piramidi immerse in selve oscure, spiagge incontaminate e pericoli rutilanti, esotismo facile da scrollarsi di dosso a fine viaggio. Il Messico, pretendendo viverlo (è più una pretesa, che un’effettiva realtà), non te lo scrolli invece facilmente di dosso, come quei pezzi locali che serviranno per ricostruire la tua caravella innocente: perché ti parla letteralmente, prima che tu glielo chieda, di avventure passate, passate per te e per la tua comunità, e destini recenti, per la tua comunità futura in rapporto alle altre. Oltre a parlati del fondo reale di quell’avventura, del suo trauma di conquista e appropriazione europeo, e di quello, altrettanto reale del destino di un popolo, dei popoli, delle specie. Che, come ho ricordato nei precedenti interventi di questa serie di articoli, si trova oggi di fronte alla fine d’un avventura, ovvero alla sua possibile estinzione. Come dire: abbiamo conquistato l’impossibile, con le nostre mappe del desiderio, tanto che ci stiamo mangiando dall’interno, deturpando le nostre stesse mappe. Siamo arrivati all'osso?

Viaggiando per il Messico, o semplicemente vivendo nella leggendaria Valle de México, oggi scenario sommerso dalla spazzatura (e ciò nonostante, ancora luogo di bellezza), ti domandi spesso non solo cosa potessero aver visto, nelle loro pupille bagnate di tanta fantasia e preconcetto, gli avventurieri e conquistadores europei delle Americhe. Ma anche se vedessero quell’esperienza come una conquista personale, l’avverarsi per molti di un sogno di Nuovo Mondo, come si può pensare al riguardo di Amerigo Vespucci, campione di alcune licenze poetiche, di trasposizioni fantastiche e dubbie cronache dei suoi viaggi. Oppure se, al contrario, vedessero in effetti, nel compiersi della loro avventura, il destino di un Occidente Europeo, punto di riferimento e ritorno del loro viaggio, comunità etnica stabile, semplicemente da allargare per consentirne il predominio mondiale. Ma non è proprio il pensiero occidentale europeo, fondato su di una concezione del tempo lineare, presa in prestito dall’etica religiosa e tradotta nel concetto d’impresa, d’accumulazione e di perfezionamento ad libitum, che pareva aver chiuso i conti da tempo con i termini quali destino e predestinazione, in nome della libertà individuale? Vive qui il paradosso del multiculturalismo, spesso figlio adottivo dall’economia globale: come difendere il destino di un popolo, dal costante cambiamento di confini e dall’addomesticamento dell’estraneo nell’esotico, causa di un certo orientalismo testuale, come quello descritto da Edwar Said nel tanto discusso Orientalism? È possibile ancora per noi, di contro, europei e italiani, un concetto di avventuroso al di là dell’avventuroso economico, e meramente dominante? Cosa è infatti il turismo, che ha in realtà ben poco di avventuroso, se non l’amministrazione economico dal tempo libero di un individuo, il lavoro portato alle sue estreme conseguenze?

L’avventura è individuale, fino all'esempio di un’avventura grafica dove sei tu, o meglio il tuo avatar, a scontrarti in solitaria con le minacce estranee, antropomorfe o meno, del mondo dietro l’angolo. Anche se la realtà, l’abbiamo detto in precedenza, non la puoi far uscire dalla porta e farla semplicemente rientrare sollevata dalla sua gravità in una finestra di Windows. Il destino è invece di un popolo, è collettivo, se non di una specie, fino agli estremi del millenarismo catastrofico e dell’orizzonte collettivo cultuale di un kamikaze. È rigido come Ἀνάγκη, Ananke, la Necessitas romana, la madre severa delle Moire. Un popolo, attraverso il suo destino, descrive la propria identità in termini radicali, in termini di confini temporali: a questo pare contrapporsi l’avventura, l’addentrarsi di un esploratore in una fitta reti di segni irriconoscibili, che lo estraniano da se stesso, dalla propria origine materiale e locale. Lo fanno balzare fuori dal destino, fuori dal tempo, in un ritrovamento quasi letterario (bella, tra l’altro, la fratellanza etimologica, tra il trovare dell’esploratore e il trobar del poeta) ai confini del linguaggio abitabile. Quanto però questo trobar può essere liberato della logiche di mercato? Quanto è possibile un testo fuori dalle logiche e le interferenze di un discorso di potere? (Questo lo chiederei in particolare a Said).

Stanchi del multiculturalismo, stanchi di cosmopolitismo, raggiunto il grado di legittimità necessario per i Cultural Studies, ci ritroviamo oggi a dover riaffrontare il rapporto tra avventura e destino, linearità seppur a tappe e ostacoli del desiderio e circolarità limitata e necessaria delle risorse umane. Se la fine del capitalismo sembra essere il nostro destino comune, piuttosto che la nostra avventura (anzi, è la fine di un’avventura), perché riguarda non solo il diffondersi dell’economia globale, dei suoi timidi papocchi glocal, ma anche i suoi prodotti come la precarizzazione del lavoro in forma di mistica del guadagno (si lavora per lavorare, e il guadagno è un deus absconditus), la domanda da porsi è se ci sia ancora spazio per un allargamento dei confini, per un incontro con una estraneità che, prima di tutto, troviamo in noi stessi, nelle nostre fantasie e ricordi, come fa il Marco Polo calviniano nel suo viaggio nei territori del Gran Kan. C’è da chiedersi se esista ancora la possibilità di paesi novamente retrovati, con tutta l’ambigua pleonastica di questa costruzione, che faceva da titolo alla nota silloge best-seller di racconti di navigazioni e scoperte stampato ad inizio ‘500. Se c'è ancora la possibilità di definire un porto di partenza e un porto, per quanto impervio, d'arrivo. E come si saprebbe scoprirlo, se non trobando noi stessi negli altri, inventandoci metaforicamente, di nuovo, attraverso gli altri, facendo stavolta un percorso a ritroso del viaggio?

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2 Risposte a Apologhi e apolidi – parte III: Paesi novamente retrovati

  1. […] Oggi su Alfabeta2 – Paesi novamente retrovati, parte III di “Apologhi e apolidi” Di Alessandro Raveggi L’avventura ci divide, il destino ci unisce: non è la frase finale ad effetto di un filmone come Casablanca, anzi è esattamente l’opposto della scena finale, con i due amanti che si separano dopo una lunga avventura amorosa, ognuno seguendo il proprio piccolo destino. La frase vuole essere l’avvio di una piccola riflessione su due termini, avventura e destino, che ultimamente, nonostante siano stati declassati dal termine interazione, nell’era del cyberspazio, potrebbero ritornare in auge in un periodo di turbolenze, di guerre infinite e sfiancanti come quella d’Afganistan, di pseudo-avventure retoriche per la libertà d’Occidente, ma anche di fatalismi di ritorno, religiosi o meno che siano, bellicosi o semplicemente rassegnati, quel tipo di rassegnazione che vedi anche in parte degli europei, specialmente nei giovani, un cattivo fatalismo, si direbbe, così come lo era la cattiva infinità di Hegel. [continua a leggere…] […]

  2. carmelo ha detto:

    Sono molto interessanti le tue osservazioni sul Messico un paese che costringe il viaggiatore occidentale a interrogarsi sulle proprie origini, sulla propria identità e sul proprio destino. Un paese che riflette l’abisso in cui la nostra cultura rischia di scivolare (e ciudad juarez ne e’ una metafora), ma anche in qualche modo che io non riesco nemmeno a definire, una via d’uscita.
    E mi piace anche se forse c’entra poco citare Juan Villoro quando parla del rapporto che aveva Bolano (che dalla condizione di sradicamento – desarraigo ? – e’ riuscito a compiere una grande viaggio e una grande “avventura” ) con il Messico:
    “””
    Io credo che ogni scrittore interessante abbia bisogno di tensioni e, perfino, contraddizioni. In Roberto, per esempio, rispetto al Messico, c’era un’idolatria del ricordo. Lui non volle mai tornare in Messico, e ricostruì un Messico fantasmagorico, e diceva che se fosse tornato in Messico, sarebbe morto in Messico. Aveva questa fantasia di annichilazione in Messico, e diceva che alla fin fine, quello era il paese di Pedro Páramo. Io credo che, in fondo, non voleva tornare perchè il Messico era un territorio letterario. L’ultima parola di finzione che scrisse in 2666, è la parola “Messico”, l’ultima parola che chiude il romanzo.””””[juan Villoro)
    http://www.archiviobolano.it/bol_criti_filba.html

    La mia patria sono i miei libri, e il mio passaporto è la mia scrittura, diceva e forse questo e’ l ostato d’anim oche ci puo’ consetire ancora oggi di viaggiare

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