Alessandro Raveggi

Due condizioni storiche, una biografica, l'altra mondiale, mi spingono a scrivere questa riflessione: le porte del Chianti, mia terra d’origine, e la prossima Conferenza internazionale sul cambio climatico COP16, dal 29 Novembre al 10 Dicembre, che si terrà a Cancún, Messico. Dove, volendo sintetizzare senza esagerare, si parlerà della possibile fine della specie umana, oltre che del disastro che questa ha occasionato in passato a flore, faune, oceani e barriere coralline. Anche se dietro, oltre e prima di quelle barriere coralline disintegrate, che ci proteggono dai sempre più frequenti tsunami, si staglia un palazzo, una torre sebbene impervia, una città ancora possibile luogo di un’ecumene, di un luogo abitabile per la specie umana, nonostante tutto. Mai come oggi, epoca in cui la maggioranza della popolazione umana vive in ambito cittadino e metropolitano, le città metropoli si affacciano e ci fanno affacciare, con le loro forme più imprevedibili, ad un baratro climatico imminente, che ci riguarda appieno.

Partiamo però da una specie di hortus conclusus, dall’antecitato notorio Chianti Shire. Avendo vissuto più di venticinque anni in prossimità di quella campagna, una campagna certo non profonda e sacrificale come le Langhe di Pavese, una natura più che addomesticata dal lavoro dell’uomo, e al limitare di una città-paese come Firenze, il mio rapporto con la città è sempre stato, in qualche modo, immaginario: fino ai 26 anni sono stato per lo più un turista della città, frequentante università, piazze, biblioteche, ristoranti, discoteche e bar fiorentini, ma non da cittadino avente pieno diritto di movimento. Firenze in questo è una città perfetta, una pieve di passaggio che spesso ti riconosce volentieri come suo habitué, una locanda dai buoni sapori e carni, punto di ristoro e piacere per stranieri provenienti da luoghi caotici, compressi, a volte grigi e affollati, come Londra, New York, Madrid e Berlino. Punto di sfogo temporaneo per un topo di campagna come me, che si era fatto le ossa gli anni precedenti con le città letterarie, le città di Hugo, Joyce, Dos Passos, Baudelaire, Auster, sognando di poter un giorno passeggiarci, come si sogna da bambini di inoltrarsi nella Casa Stregata di un luna park. Mentre tutto attorno, a quel lettore che ero, lo spazio si annullava durante le letture: i vigneti, i campi arati, gli acciottolati, i faggi, i cieli stellati d’estate che diventavano quasi costellazioni opprimenti del desiderio, se ti avvicinavi con tanta frequenza a la loro fresca oscurità agostana.

Quando cerchi però di metterci radici, la città di Firenze ti tira giù come sabbie mobili, risulta scontrosa, ti rigetta dopo averti masticato, almeno che tu non sia fiorentino d’origine, cittadino certificabile di stemma e palle sullo scudo. Non permette intrusioni e carotaggi, è dura come la sua pietra, ti abitui agli sguardi e alla sua storia rinascimentale, sei sempre noto, fino alla noia di un Duomo immobile, scudisciato dai flash dei turisti. Per questo, forse, Firenze ha cullato nel suo greto, un greto d’Arno nel quale risciacquare i panni è impresa ostica, più poeti che narratori, più scrittori portati a far esplodere l’intimità all’esterno più duro, che scrittori capaci di mangiare e incontrare il groviglio esterno più commestibile, e digerirlo.

Ovviamente, Firenze non ha lo spessore e le difficoltà di una metropoli, una città reale e non immaginaria, dove avverti i pericoli e le caducità del mondo, la peste climatica che si sta diffondendo e il rischio di vivere troppo in comune con gli altri. Dove sei anonimo, hai gli occhi rossi per lo smog, sei indifferente agli altri, sempre innamorato dello sguardo altrui, proprio per la sua penuria. Ma la città immaginaria della letteratura, anche quella labirintica ed eterna, come la Buenos Aires di Borges, quella sfruttatrice, color del carbone e poco empatica come la Londra di Dickens, ti rendi conto negli anni, ti aiuta a salvare, proprio addentrandosi in quelle reali e rendendole aperte ad uno sguardo estetico, anche le città più temibili. La città immaginaria della letteratura è così un modello di mappa perfetto, che ho più volte utilizzato, per la città reale di pessima nomea, dove adesso vivo: Città del Messico. Per vari motivi.

Vivendo qui, da un anno o poco più, questo ho inteso: ti ci puoi nascondere bene (un vantaggio dell’anonimato), è un labirinto basculante tutto sommato maneggiabile, se hai le tue tecniche per perderti, come ci ricordava Benjamin nella sua Berliner Chronik. I suoi quartieri hanno la dimensione di città europee, e lo stile di epoche passate e future: ti puoi trovare nell’arco di una giornata (forse un po' faticosa, per le distanze) nel coloniale di Coyoacán, nello stile misto art nouveau e neoclassico di alcuni palazzi della Condesa e de la Roma, nel de stijl americanizzato e frenetico di Polanco e nelle architetture futuribili di Santa Fé, quartiere del terrore per la upper class messicana, lontano dal fermento della città, ma simbolicamente sorto anni fa sopra la bonifica di un enorme canyon deposito d’immondizia della città stessa. Oppure ti puoi perdere in un paesino messicano d.o.c. inglobato dal Mostro, dove lo sterrato è stato da pochi anni sostituito da un asfalto divelto da rami e radici di alberi secolari. Fino agli scenari, alcuni da striscia di Gaza, delle periferie e dei sobborghi più malfamati, la Doctores, la Buenos Aires, El Hoyo di Iztapalapa. Scenari che fanno di una metropoli, una metropoli: coi suoi lati oscuri, i suoi slum, da temere come da scoprire, e che comunque la vitalizzano, la rendono un discorso completo.

Non so se Città del Messico sia il prototipo della mercantilistica città postmoderna – sicuramente non è il prototipo della città superficiale, della Las Vegas degli architetti, di Jencks e Venturi – o della città-mostro e trappola, ma sicuramente è il prototipo di una metropoli sempre al bordo del collasso, tagliata da una natura, procreatrice di popoli e flore, che ogni volta pare prendere il sopravvento nei confronti di un razionalismo impossibile. Una città che si sta sommergendo nel suo suo stesso terreno, come in una vendetta, il fango dove sorgeva lo splendido lago nel centro del Valle de México, quello che ha fatto andare fuori di testa Cortés e i suoi sgherri. Basti pensare che la sua Cattedrale, al centro del Zocalo, la piazza storica della città, si sommerge nel fango, dove è stata costruita 400 anni fa, per ben 8 centimetri all’anno. E così fa l'Angel de la Independencia, monumento celebrativo simile se non identico all’angelo che osserva Berlino, altra città immaginaria, nel film di Wenders. Città di una bellezza passata sterminata, la Venezia azteca, sterminata bellezza davvero, oggi morta immagine disseccata come il suo lago, ma tentativo perenne di riacciuffarla, questo è il Distrito Federal, città più grande della sua stessa giurisdizione, città dell’apocalisse, della influenza AH1N1, del disastroso terremoto del 1985, a rischio di devastanti inondazioni per le sue fogne zeppe.

Un training per l’Apocalisse, però con moltissimi tratti di felicità dinamica, briosa come gli scoiattoli che camminano sui cavi della luce davanti a casa mia. Perché città florida di uccelli, di rettili, di fauna non solo metropolitana (i suoi giovani messicani punk, emo, metal, alternative, skater, etc. che la riempiono di risa e di baci pubblici e voraci, e riempiono i suoi numerosi luoghi di movida). Città ricca di suoni che annunciano l’arrivo di alcuni lavori a domicilio, molti dimenticati da noi europei: non solo il campanello del camion della spazzatura, che si annuncia nel pomeriggio, ma anche il fischio lugubre della fornace del camotero, che vende nell’oscurità degli inverni miti messicani i suoi camotes, le patate dolci. O il lamento da muezzin del venditore di gas la mattina presto. E ci sarebbero moltissimi altri esempi, per una metropoli dinamica, labirinto basculante ho detto in precedenza, ricca ciononostante di bellezza.

A Città del Messico, non ti alleni così solo a degli zapping postmoderni, che, dotati di profondità e trauma, cioè capito realmente il loro gioco di superficie e profondità, servono di stimolo vitale in periodi come questi, di tedio, impasse e tristezza. Ma anche ti orienti alla possibile caducità futura, non solo alla reale metropoli-mostro, ma anche alla reale estinzione della specie, alla non-città. Sei sul bordo, a fare surf fra gli stili di un’onda bella e sudicia ad un tempo, che prima o poi scenderà, ma almeno puoi guardare oltre, ed anche al tuo passato.

Da tutto questo cosa ricavo? Forse che la città letteraria perfetta è la città al bordo del caos, che sa contenere il nostro caos naturale interiore. La metropoli perfetta, quella che sta sprofondando nel suo fango, ma che anche resiste nelle sue differenze e ci fa resistere. La giungla di giungla e asfalto, di sterminate buganvillee e glicini in festa, di viadotti e vedute d’aereo di un’ora, pullulante di schifo, pattume, macchine rotte che stanno in piedi nella loro carrozzeria arrugginita, dalla pance e serbatoi sfondati. La giungla di dolcezze, di patii verdeggianti, di mercatini multicolore, di prelibatezze e sapori di primissimo livello, che nascondono sempre qualche frutto o carne marcia, come a volerti ancora una volta svegliare dal sogno per farti vedere le sue dissonanze. È quella città senza fine che Burdett descrive nel suo libro The Endless City per la Phaidon Press. Sono quei sapori cannibali che Calvino descrive abilmente, fino a toccare il limite senza mai compiacersene, nel racconto messicano Sapore sapere. Città, e piacere, senza fine però, perché capace di trovare forza dal suo gioco con la natura entropica del mondo e dell’universo. Ci ricorda l’affinità di due concetti, la loro lotta per una lettera, Città del Messico: spazio antropico e spazio entropico.

Esiste tuttavia una sottile dialettica tra città immaginarie della letteratura e città reali dell’urbanistica impazzita: se le prime ti aiutano a rendere vivibili le reali città metropolitane, e a farti capire ancora quanto d’immaginario c’è in esse, ovvero sono delle mappe di sopravvivenza umana, le seconde ti aiutano a rendere immaginabili i piccoli luoghi dell’infanzia, sono dei meccanismi di nostalgia. Quei luoghi, quelle colline del Chianti che hai lasciato in sospeso, perso nella lettura delle città immaginarie, abbrumate e con una spessa patina di scontentezza sopra, riemergono, vengono riscoperte e desiderate.

[il primo intervento di "Apologhi e apolidi" è leggibile e commentabile qui]

Fotografie di kainet (originale - alta risoluzione) licenza Creative Commons BY-SA

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Una Risposta a Apologhi e apolidi – parte II: Giungle d’asfalto letterarie.

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