Andrea Inglese

Terrore

Questa è la lunga stagione del terrore, del terrore d’occidente, europeo, che rende l’uomo animale d’immagini, e non più animale politico. La vita stessa fa paura, nel suo minacciare configurazioni imprevedibili, fuori da ogni controllo istituzionale e individuale, fuori dalle gabbie nevrotiche, al di là di ogni depotenziamento televisivo.  I movimenti bruschi, o ampi, o maestosi, spaventano. Siamo lanciati in una partita difensiva, dove il risultato ottimale, l’unico che sia ragionevolmente perseguibile, è un pareggio. Vivere fa paura. I cacciatori d’immagini, che noi tutti siamo, non vogliono saperne del presente, della sua materialità ottusa, prossima, del suo gremito senza oasi, dorature trascendenti, lampi di salvezza. (Anna, da poco assunta in una società di grafica, ci dice che: “sono tutti di destra, tutti berlusconiani”. Ma noi vogliamo saperne di più: che cosa significa “berlusconiani”? Lei ci riflette un po’ su, e poi sintetizza: “È gente che ha paura di vivere”.)

Gratuità

Quando ero adolescente, ho sperimentato nella forma filosofica tutte quelle esperienze esistenziali tipiche del Novecento: la nausea, l’angoscia, la gratuità, la contingenza. Ora ritornano tutte, ma diffuse nelle pieghe del quotidiano, quando esci dalla banca, o entri in un centro commerciale, o vai ad un colloquio di lavoro, o t’inscrivi ad un concorso pubblico. Sono tonalità emotive profuse alle masse, elargite con magnanimità dal capitalismo definitivo, e mantenersi a galla nell’inautenticità è divenuta un’arte raffinata. Lo scoramento tra un cartellone pubblicitario e l’altro si fa sempre più violento. (Chi poi ha ancora un cellulare in bianco e nero, senza connessione satellitare e galleria di simboli colorati, patisce lo schiaffo dell’immanenza con crudeltà maggiore.) La perdita di orizzonte politico e l’irrilevanza della propria forza lavoro costituiscono la morsa impietosa dentro cui il singolo viene esposto al nulla della sua esistenza. La nostra saggia animalità c’impedisce poi di impiccarci, e l’anestesia mediatica fa il resto. (Per alcuni, la religione funziona ancora meglio di uno schermo ultrapiatto.)

Scrive Alain Brossat (Le dégoût culturel, Seuil, 2008) : “Questa maggiore fragilità o precarietà delle posizioni individuali va di concerto con l’eclissi del senso stesso dell’attività dispiegata da ognuno negli spazi socio-economici. Il lavoro è, in maniera crescente, puro e semplice mezzo d’accesso al denaro; non fa opera, le sue finalità sono oscure e la maggioranza evita di interrogarsi sul valore specifico di ciò che fa, produce, organizza in quanto salariata. (…) Il lavoratore si attiva in pratiche sempre più precarie e frammentarie, e questo attivismo stressato è tagliato fuori come mai prima dalle finalità di un agire o di un fare dotato di un proprio valore.”

È probabile che la voracità oscena di cui fanno sfoggio le nostri classi dirigenti (ma si dovrebbe piuttosto dire classi digerenti) sia anche la cupa conferma di questa diagnosi: se il salario ha perso ogni rapporto con l’attività lavorativa, allora ogni proporzione tra lavoro svolto e remunerazione è divenuta del tutto arbitraria, sia per difetto che per eccesso. Chi viene sottopagato, non ha chiari riferimenti per denunciare la sua condizione, chi può razziare denaro pubblico o privato, non ha alcuna remora deontologica per non farlo.

Malessere (della civiltà)

E la “sicurezza” e la “pulizia” che la civiltà ci avevano promesso? Tutto è rimesso in gioco dai popoli della “libertà”? Una nuova giungla, dove le pulsioni rapaci e aggressive possono riemergere? Che direbbe Freud di questa nuova fase del malessere? Più tombole, scommesse, corse ai cavalli, quiz, gratta e vinci, tutta una salvezza sociale delegata al caso, ma con sprezzo enorme per le garanzie elementari, di così lunga e faticosa gestazione: come le ferie pagate, il diritto allo sciopero, un salario minimo? Come sono abili le minoranze dominanti a proporre alle maggioranze dominate ogni volta il loro osceno commercio: “un po’ di sicurezza in più, in cambio di un po’ di libertà in meno” (le grandi campagne contro i terroristi, i criminali di strada, gli stupratori etnici, i ladri di polli, di mele, di cavolfiori), ma anche, a seconda dell’opportunità, “un po’ di libertà in più, in cambio di un po’ di sicurezza in meno” (le grandi campagne per una meritocrazia truccata alla radice, chi arriva primo piglia tutto e si ammazzino gli altri, ognuno rubi un poco perché pochi rubino a tutti, ecc.). La televisione, nei suoi programmi d’intrattenimento e di iporealtà, è il perfetto traviamento del principio meritocratico: “qui nessuno merita un cazzo! siete perfettamente intercambiabili e bisognosi, ma proprio per questo noi, sovranamente, vi premiamo!”. TV: grande e capricciosa via di salvezza dell’arrivista non qualificato. Ad ogni bisognoso, un suo bovarismo televisivo: c’è per tutti una doppia via all’emancipazione: una certa, ma irta di ostacoli e fatica, quella del lavoro salariato, e l’altra incerta come la sorte, ma straordinariamente luminosa e promettente, quella del provino andato bene.

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