Biagio Cepollaro

Premessa

Riporto qui alcuni blogpensieri che risalgono al 2005, apparsi come note sparse su www.cepollaro.splinder.com. Questi cinque anni mi pare abbiano espresso quasi continuamente il senso di qualcosa che degeneri e di qualcosa che resti sostanzialmente immobile. Strana questa doppia sensazione: come se molti segni indicassero una discesa verticale al di là di ogni pessimistica previsione e però anche un’immobilità di fondo che dice che c’è ancora una speranza…Come se l’immobilità fosse un’estrema protezione e un possibile inizio di rimonta, il punto zero dell’elastico da cui ripartire.

La società reazionaria di massa

L’amico sconsolato che mi dice: siamo passati da una società democratica di massa, soggetta al fascismo implicito nel conformismo, alla società reazionaria di massa. E lo dice come risposta all’aneddoto che gli avevo appena raccontato relativo al mendicante in metropolitana. Costui era un barbone cittadino dall’accento locale, indigeno, che ripeteva :’anch’io avrei voluto come voi una casa, voi avete una casa, potete lavarvi, anche a me piacerebbe lavarmi...’Il disagio che provocava costui era l’aggressività di chi parla in nome della coscienza altrui, era l’utilizzo della manipolazione, l’assunzione della prospettiva di chi doveva fare l’elemosina. Non di chi doveva riceverla. L’amico osserva che il tossico fa parte del vecchio paesaggio democratico che rivendica implicitamente l’efficacia del welfare, mentre questo tipo di mendicante è già liberista, si pensa a partire da quella massa reazionaria che presuppone solo la fortuna o la competenza, o entrambe le cose, dei singoli individui nella giungla.

Il gesto non-collaborazionista

Ciò che fa di un gesto un gesto ‘non-collaborazionista’ non è il suo conformarsi ad un’ideologia ‘antagonista’, tutte le ideologie, proprio perché ideologie sono costruzioni menzognere che mimano uno spazio pubblico quando la verità amara dell’Occidente contemporaneo è proprio l’assenza dello spazio pubblico. Conta la motivazione del gesto, il suo stile, il milieu che lo ha generato: tratti sottili che assomigliano più ad una performance artistica che ad un proclama di principi. Il rifiuto del non-collaborazionista è così profondo, così radicato, antropologico, necessario, che è già diventato curiosità per il mondo così com’è, è già diventato disponibilità a trattare il resto come il prossimo: mondo tutto curvato sui giorni, consapevolezza della propria età, delle proprie ‘speranze di vita’

Le teste scoppiano

Si è così abituati a mentire a se stessi, non tanto per infingardaggine quanto piuttosto per fretta, per indaffarata superficialità, che occorrerebbero ore e ore di meditazione silenziosa per rendere il proprio spazio mentale respirabile. Le teste scoppiano di frammenti di discorsi e di propositi, le emozioni sono reazioni a stimoli più che relazioni umane, l’abuso che si fa di sé –lo spreco- è pari solo allo spreco degli altri: non occorre arrivare ad additare lo sfruttamento capitalistico per produrre questa desertificazione del mondo, bastano in parte già i nostri cosiddetti rapporti personali, il nostro modo di rispondere al telefono, di scrivere una lettera, di comportarci sul posto di lavoro, anzi, basterebbe il modo con cui trattiamo noi stessi e il nostro spazio mentale.

Le fissazioni micro-identitarie

Bisogna davvero inventare molto se non tutto daccapo: la scomparsa dello spazio pubblico sotto un cumulo di menzogne che non cercano neanche più la sublimazione culturale, impone quasi di inventare delle relazioni di tipo tribale, con tanto di gerghi e segnali condivisi, con tanto di fissazioni micro-identitarie. Sono proprio queste ultime, le fissazione micro-identitarie, che fanno retrocedere la possibile re-invenzione di uno spazio pubblico. Quando più si approfondisce, infatti, l’ambito individuale di azione e si dà nome a questo ambito, tanto più non si è impediti dalle ristrette categorie di una tribù a cui si vorrebbe appartenere. Ecco: in questa situazione l’inappartenenza diventa il presupposto paradossale per riconoscersi, senza eluder le difficoltà a botta di luoghi comuni. Ciò che ci unisce , insomma, lo si scoprirà col tempo. E’ il contrario del fantasma identitario che continua  a fare vittime in chi vuole essere antagonista finendo con l’essere speculare.

La ninna nanna non è una poesia

Può capitare, leggendo un libro di poesie, di notare come le parole siano prive di spessore, scorrono via, una dopo l’altra, senza attrito con la pagina, senza attrito tra di loro, senza attrito con il lettore stesso: aria. Ad un certo punto può nascere il sospetto che quella poesia sia falsa. Ma cosa vuol dire? Falsa, bugiarda, inconsapevolmente menzognera. Categorie concernenti la conoscenza, vero/falso, l’etica, vero/menzognero, l’introspezione, consapevole/inconsapevole...Si, a rileggere bene, ci sarà della realtà, eppure, eppure quella persona che scrive se la racconta, per quella persona che scrive, scrivere, non deve essere tanto diverso da un esercizio autoipnotico da fare per conciliarsi il sonno. Ciò che disturba, a questo punto, non è la funzione reale di quella poesia (privatissima ninna nanna) ma il fatto che siamo chiamati a dormire quando invece noi volevamo restare svegli...In poesia, in arte, anche in arte, c’è un modo tutto speciale di chiamare le cose con il proprio nome: altrimenti il tutto rischia di essere solo licenza a restare infantili. Anche da vecchi.

Aggiungi un posto a tavola.

Non tutti i momenti sono buoni per leggere poesia. Vi sono alcuni momenti in cui, per straordinarie coincidenze, la lettura è rivelatrice. Queste rivelazioni, però, non sono molte, non possono esserlo. I libri invece sono tanti, come gli autori. Bisognerebbe moltiplicare a tal punto queste circostanze favorevoli da fare spazio a più libri rivelatori, a più momenti di grazia, insomma. Per poter leggere molta poesia, sembra dedursi da ciò che si è detto fin qui, la propria vita dovrebbe avere molte qualità. Cioè occorre che intorno al momento della lettura ci sia stato molto lavoro in campi che con la lettura non c’entrano niente. Occorre aver preparato tutto, come quando, con ironica ma affettuosa solennità, si invita un amico a cena.

Un paese fantasma ogni anno in Europa

Ho letto sul giornale che ogni anno in Europa sono più numerosi i morti per suicidio che per incidenti stradali: la cifra  si aggira intorno ai cinquantamila…L’equivalente di una cittadina di provincia che sparisce ogni anno dall’Europa. Se vi fosse accordo vi sarebbe una macabra visibilità: case rimaste deserte, scuole vuote, ospedali vuoti, uffici vuoti…Solo il chiarore bluastro dei televisori accesi e il ritornello di una pubblicità che esala dalle case, come un gas.

L’intenzione realistica

A prima vista un’intenzione realistica dell’arte può sembrare anche di per sé cosa buona. Ma, a parte la questione delle intenzioni e dell’inferno lastricato da esse, c’è da chiedersi cosa possa voler dire oggi tutto questo. Certo, si disse che la fotografia aveva posto in crisi un modo di dipingere, il figurativo, ma oggi? Oggi l’effetto di realtà prodotto da sistemi virtuali sembra escludere a priori una concezione ottocentesca (e forse anche novecentesca) di realismo. E non è strano che proprio nel momento in cui si proclama assottigliato il limite tra realtà e non –realtà, proprio nel momento in cui è sottile la distinzione, nell’universo dell’immateriale, tra il reale e il virtuale, non è strano, dicevo, che ricompaiono forme di realismo estremo che si compiacciono degli aspetti più degradati, ad essi adeguando contenuti e forme?

Forse mai come in questo periodo un’intenzione realistica potrebbe venire brutalmente destituita di senso: a cosa mi serve un romanzo che mi racconta le storiacce che già conosco, che ho già visto –o intravisto- perfino ai tg? Non sono questi i mezzi che producono il realismo oggi, cioè la perfetta finzione dell’effetto di realtà, come il Grande Fratello? Se non fosse stato per Pasolini chi avrebbe raccontato le storie dei suoi ‘ragazzi di vita’, facendo scandalo? Ma oggi sembra che nulla di orrido ci è celato, anzi. E allora quell’intenzione realistica oggi si ribalta in una proposta irrealistica: dice male ciò che qualsiasi trasmissione televisiva un po’ pruriginosa dice bene, senza neanche richiedere lo sforzo della lettura. Paradossalmente sarebbe più realistica un’intenzione che non punti all’effetto di realtà: di fatto pare che la nostra vita solo a tratti conservi la consistente permanenza di ciò che è reale, per lo più sembra che sia, come dire?, una mescolanza di fantasticherie telematiche, stress, usura dei corpi e delle macchine, ansietà e smanie. E poi distrazioni, momenti di presenza a sé, e angoscia di diventare in qualsiasi modo qualcuno e, infine, sonni più o meno con sogni. O no?

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2 Risposte a L’elastico al punto zero: si dovesse ripartire…

  1. francesco di lorenzo ha detto:

    C’è una linea neomelodica, per parafrasare la canzone napoletana, nella poesia italiana che non è mai stata sconfitta. Che continua la sua corsa, a dispetto del tempo, del suo essere fuori onda, fuori tempo massimo, che con l’avvento della rete, dei blog, dello scambio interattivo e veloce anche in questo campo, si è alimentata a dismisura. Questa linea, chiamata per comodità neomelodica, alimenta la confusione, non prospetta nè indica alcunchè. Sta lì, per essere letta e apprezzata da un gruppo ristretto che si autoalimenta e si sostiene, continuando una finzione e inserendosi a sua volta in una finzione più grande, che le contiene tutte e nella quale siamo, nostro malgrado, più o meno tutti inseriti.

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