Alessandro Robecchi

Citiamo i classici. Giovanni Trapattoni: «Non sempre la palla è rotonda, certe volte c’è dentro un coniglio». Era per dire che a volte, nel calcio, caso, rimpalli, zolle sconnesse, piedi storti e culo, inteso come fortuna, fanno la differenza. Ma quella frase-cardine dell’onirica semantica trapattoniana, può servire anche ad altro: per esempio a spiegare i mondiali sudafricani, i duecentoquattordici paesi collegati via satellite, le settantatremila ore di trasmissioni tv, i trenta miliardi di telespettatori (audience cumulativa del Rito). È vero: nel pallone c’è un coniglio, ed è il grasso coniglio del mercato.

Il vecchio adagio antagonista, duro a morire, si ostina a interpretare i Mondiali del pallone come arma di distrazione di massa. Guarda, si dice: il mondo va a pezzi, il Golfo del Messico sa di petrolio, economie intere cascano come birilli e noi, tapini e accecati, tutti a correr dietro a un pallone. È una narrazione insufficiente, già sentita, già dribblata. La verità è esattamente l’opposto: il Mondiale di calcio non è un velo di smemoratezza e distrazione che copre le vergogne del Capitale, anzi. Esso ne è invece una perfetta metafora, un ricalco preciso. Il Mondiale del pallone è il Mondiale del capitalismo planetario, con le sue illusioni, le sue diseguaglianze feroci e le sue miserie nascoste dai lustrini, esattamente come le pubblicità glamour coprono le fabbriche dello sfruttamento globale.

Più paesi e nazioni perdono potere, più sembrano barchette precarie in ostaggio di mercati e speculatori, più si risveglia il sentimento sciovinista. Il rito tribale fa il resto. Il compiacimento con cui ci viene mostrato il nazionalismo carnevalesco sugli spalti del Mondiale è inversamente proporzionale al potere reale delle nazioni. Tutte quelle facce pittate coi colori nazionali non sono altro che una terapia di mantenimento dell’illusione, e viene da chiedersi quali colori si pitteranno in faccia i boss di Standard & Poor o di Moody’s, che quelle nazioni di fatto controllano. Chicos messicani e rubizzi londinesi, focosi nigeriani e astuti paraguagi, tutti estasiati dai colori nazionali, forse inconsapevoli che squadre asettiche, ciniche e senza colori sociali disegnano a tavolino la loro sanità, la loro scuola, il loro welfare, se ancora ce l’hanno.

E siccome quando si parla di mercato si parla di ineguaglianze, eccoci alla nazione ospitante, il Sudafrica. Non si contano i peana sul paese africano che ha vinto l’apartheid, ma la stima imperitura per il suo leader assoluto – Nelson Mandela – annega nella retorica. Hurrà, il buon selvaggio si è liberato e ci assomiglia, alla buonora! Meno, molto meno, si dice di un paese in cui due terzi della popolazione vive sotto la soglia di povertà, e la metà degli abitanti campa con un euro e mezzo al giorno, a dispetto dell’oro e dei diamanti: l’apartheid è stato sconfitto, per le diseguaglianze riprovate più tardi. La spesa iniziale prevista dal governo per il Mondiale era di appena duecentotrenta milioni di euro, che sono diventati 3,5 miliardi, manco ci fossero nei paraggi Bertolaso e la cricca. Un massiccio piano di opere pubbliche ha interessato ferrovie veloci, grandi alberghi e telecomunicazioni, tutti beni che la stragrande maggioranza dei sudafricani non potrà mai usare. Per non dire della repressione, compagna di strada perenne del mercato: centocinquanta milioni spesi per «migliorare» l’ordine pubblico, 40.000 poliziotti reclutati per l’occasione, 200.000 guardiani civili, 420.000 agenti delle milizie private, armi antisommossa, telecamere, aerei da caccia e persino sommergibili. Se nel pallone c’è un coniglio, fuori dal pallone c’è un esercito. E pulizia etnica. Le bidonville attorno agli stadi sono state rese presentabili anche con retate, controlli, deportazioni di massa (20.000 persone allontanate da Città del Capo, per esempio).

Se il Mondiale è il Capitale, conviene dare un’occhiata ai capitalisti. La Fifa, la Federazione mondiale del football, sede in Svizzera, ha un bilancio che ruota intorno al miliardo di euro, con l’appoggio delle grandi sorelle del capitale, Coca-Cola, McDonald’s e altre centinaia di sponsor. I mondiali sono loro. Senza contare il capitalismo glamour delle marche alla moda: il solito derby planetario Nike versus Adidas, che riproduce in forma di scarpe, magliette, abbigliamento ed emozioni quel che fanno coi i computer Apple e Microsoft, giungendo a condizionare i giochi, a tramare manovre, a indirizzare passioni. A cominciare proprio dal pallone dei Mondiali, Jabulani («festeggiare» in lingua Zulu), creatura Adidas che secondo molti portieri va dove vuole lui, disegna strane traiettorie, inganna nei tiri da lontano caricandosi di assurdi effetti ingannatori. I portieri si lamentano, ma soltanto i portieri Nike, perché quelli griffati Adidas non fiatano: è la libertà d’espressione al tempo del colera. E degli sponsor.

E i soldi? I soldi, quelli veri, arrivano dai diritti televisivi. Joseph Blatter, il ras della Fifa che veleggia verso il quarto mandato consecutivo, li negozia direttamente con la Infront Sport & Media, sede in Svizzera, il cui presidente è… suo nipote, Philippe Blatter. Capitalismo per dinastie, capitalisti per casata, casta o cricca, la solita storia.

Naturalmente il capitalismo ha le sue grandi potenze. La geopolitica del pallone garantisce i poteri forti, al punto che la Francia (vicecampione del mondo uscente e nazione che esprime il presidente dell’Uefa, Michael Platini) arriva in Sudafrica grazie a un clamoroso furto (gol di mano di Thierry Henry contro l’Eire). Attenzione, però. La Fifa ha più stati membri dell’Onu (207 contro 192), per cui i poveri contano anche se non pesano. La federazione dell’America centrale, del Nord e dei Caraibi (Concacaf), per dirne una, rappresenta una miriade di stati, isolette, minuscole repubbliche, e il suo capo, Jack Warner, consigliere della Federazione calcio di Trinidad e Tobago, conta ben tre seggi all’interno del Comitato esecutivo Fifa, spesi sempre per sostenere il potere di Blatter. Un po’ come i poveri stati africani votano per il Giappone in tema di caccia alle balene. Nella ragnatela del potere del capitalismo pallonaro, insomma, Trinidad conta più del Brasile, dell’Argentina o dell’Italia, detentrice del titolo 2006.

Il calcio è divertente, conviene comunque stare al gioco. Le speranze del tifo «democratico» si addensano dunque sulle squadre africane, tra tutte Costa d’Avorio, Ghana, Camerun. E qui spunta un’altra analogia pallonara con il grande coniglio matto del mercato e i suoi derivati: colonialismo e schiavismo. Sì, perché i grandi campioni africani giocano nei ricchi campionati europei (Francia, Gran Bretagna, Spagna, Italia), e un razzismo sottile e impalpabile spinge la critica a negare alle squadre africane capacità tattico-strategiche. Sono fisici, loro. Corrono «come gazzelle». Sono feroci nei contrasti «come leoni». Ma – si sottintende con malizia – il football è un’altra cosa, l’intelligenza tattica non fa per loro, e nei rari casi in cui la esercitano, sia chiaro, l’hanno di certo imparata qui. Motivazioni non difformi da quelle usate dagli antichi colonizzatori europei per tenere al loro posto le popolazioni autoctone, «incapaci di organizzarsi». Gli abbiamo fatto le strade, dicono i colonizzatori che usavano gas tossici contro i civili. Gli abbiamo insegnato la tattica, dicono ora i telecronisti.

E comunque si sa: la miglior benzina conosciuta dal mercato, il propellente sempre buono, è il lavoro a basso costo, le braccia (le gambe, in questo caso) comprate e vendute per pochi euro. Così, se da un lato sappiamo della migrazione delle moltitudini da Sud a Nord, delle braccia buone per i pomodori della Campania e le arance di Rosarno, dall’altro nulla sappiamo del vasto fenomeno dello schiavismo pallonaro. Sono migliaia i giovani e giovanissimi talenti dirottati verso l’Europa, con contratti-capestro lunghi anche dieci-quindici anni, gettati nella mischia dei campionati minori europei, poi – quando non ce la fanno – ributtati nel limbo della clandestinità e dell’emigrazione coatta. Agenti e talent-scout battono campi e prati da Abijian a Pretoria: solo grazie al progresso non posseggono più navi negriere, ma biglietti in classe economica – sola andata – per ragazzini in cerca di una fama che non verrà, e per guadagni già ipotecati alla firma del contratto.

Il Mondiale sudafricano è dunque un piccolo Bignami del Capitale, una sua caricatura in calzoncini e maglietta. Compresa l’analogia forse più forte e agghiacciante: il consenso a un sistema evidentemente irrazionale ma senza opposizione. Perché negli slums di Città del Capo, così come nelle favelas di Rio, o nelle maquilladoras di Città del Messico, o nei bar africani di Castel Volturno, si segue, e si tifa, e si soffre per le sorti di quello stesso sistema che opprime. Come il capitalismo, lo si considera in qualche modo inevitabile.

Eppure la palla non solo non è rotonda, ma non è nemmeno uguale per tutti. Oltre al coniglio, contiene miti comodi e confortanti: il buon selvaggio (la squadra africana), o l’investimento sul territorio (solo per ricchi e ceti medio-alti), o l’etica sportiva che forma ed educa (magari abbattendo gli slums e deportando popolazioni inguardabili). Con in più, lo sfregio e lo sberleffo. Un anno prima del Mondiale, un Joseph Blatter entusiasta e inaspettatamente munifico prometteva: «L’intero continente africano deve trarre profitto dalla Coppa del mondo… Entro il 2010 installeremo un campo con tappeto erboso artificiale in ogni federazione africana». Insomma, un quadratino di plastica verde in cambio del lasciapassare per affari milionari. Uno specchietto, una collanina, e poi via sulle navi dei bianchi. È il mercato, bellezza. Gol!

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