Mario Gamba

Vedere il pensiero nella musica d'oggi. Vederci le idee che confliggono. Sembra la cosa più difficile da fare per i più noti intellettuali italiani. E poi: basta col ritornello che la musica radicale del ventesimo e ventunesimo secolo è difficile! Oppure che è tediosa! Una piccola rassegna di opere (con video) firmate Anthony Braxton, Karlheinz Stockhausen, Fausto Romitelli, John Cage, Francesco Cusa, Mauricio Kagel, Edoardo Sanguineti-Stefano Scodanibbio può servire a smontare questi luoghi comuni.


Una delle tante perfomances sonore-visuali di Francesco Cusa, 44 anni, percussionista e compositore siciliano, ideatore nomade di azioni musicali composite e a volte provocatorie che nascono dal jazz, con omaggi un po' paradossali alla classicità swing.

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Abschied (il congedo), qui in frammento con un video aggiunto, è la parte conclusiva di Freitag aus Licht (Il Venerdì da Luce), lavoro teatrale scritto da Karlheinz Stockhausen tra il 1991 e il 1994. Si può considerare uno dei brani più vicini alla sensibilità degli amanti dell'elettronica post-techno odierna.

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Il duo formato da Edoardo Sanguineti, voce recitante (su suoi testi), e Stefano Scodanibbio, contrabbassista e compositore, è stato uno dei più felici incontri tra letteratura e musica "sperimentali" negli ultimi anni. Sanguineti ha mostrato invidiabili doti di performer antiretorico.

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http://www.youtube.com/watch?v=aWa8JkgXyb4

Il lavoro per settetto qui presentato da Anthony Braxton è esempio di combinazione tra scrittura e parti improvvisate su una base estremamente rigorosa. L'aura è di tipo "razionalistico". La formazione comprende due partner molto assidui di Braxton: il trombettista Taylor Ho Bynum e la chitarrista Mary Halvorson.

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Probabilmente l'unica versione per grande orchestra sinfonica, con tutti i crismi dell'esecuzione accademica, del celebre 4'33'' di John Cage, il suo brano "silenzioso". Bbc Symphony Orchestra diretta da Lawrence Foster, 16 gennaio 2004 al Barbican di Londra.

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An Index of Metals è l'ultima opera scritta da Fausto Romitelli, terminata poco prima del giorno della morte, che è stato il 27 giugno 2004. Il compositore aveva 41 anni. Si tratta del lavoro dove è più esposto l'interesse di Romitelli per il rock, la musica techno, la cultura neo-psichedelica.

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Un lavoro per tre interpreti in cui la propensione di Mauricio Kagel a inserire elementi di gestualità in un quadro di grande rigore compositivo è ben esemplificata. Match (1964) è una sorta di "parafrasi" sonora di un incontro di pugilato.

L'immagine di accompagnamento è una partitura di Stockhausen, Klavierstück XI

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9 Risposte a Approfondimenti a: Sai che ti dico: che agli intellettuali italiani la musica non interessa per niente

  1. Nevio Gambula ha detto:

    Mi sono permesso di riscrivere il testo di Gamba presente nel N° 1 di Alfabeta. Non me ne vogliate per questo azzardo e prendetelo come un augurio sincero di buon lavoro. Ora più che mai abbiamo bisogno di uno sguardo “altro”.

    NeGa

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    Sai che ti dico? Che agli intellettuali italiani il teatro non interessa per niente.

    – Il teatro?
    – Quale teatro, scusa?
    – Vuoi dire che ce n’è di vari tipi. Appunto.
    – Non si curano del teatro come fatto di cultura del loro tempo, come esperienza del tempo, conflitti, chance di liberazione attraverso i corpi. Non c’entra il genere, “di regia” o “di poesia” o “narrativo” o “civile”, anche se tutta questa promozione della rappresentazione comincia a stufarmi. Il pensiero nel teatro, ecco che cosa trascurano. Ecco che cosa non gli viene in mente di indagare. Ti ricordi come si diceva un po’ di tempo fa: la battaglia delle idee. Credi che nel teatro non ci sia? E i nostri scrittori, saggisti, pensatori politici è come se neanche lo sospettassero.
    – Va bene, calmati, niente comizi. Fammi capire. A me pare, per esempio, che a Saviano piaccia il teatro. E che lo faccia in prima persona, contribuendo così alla sua diffusione.
    – Ha proposto uno spettacolo che si chiama “La bellezza e l’inferno”, con la regia della Serena Sinigallia. Saviano è proprio l’esempio di un intellettuale italiano a cui il teatro non interessa.
    – Ma se hai appena detto che ha fatto uno spettacolo teatrale. E poi è stato presentato addirittura nel tempio del teatro italiano, al Piccolo di Milano. E chi non lo sa che ha rilasciato diverse dichiarazioni d’amore al teatro e che ha scritto una sorta di proclama teatrale sul suo sito.
    – Allora ti dirò qual è la sua tesi, ricavabile dall’impianto del suo spettacolo e dalle sue dichiarazioni. Saviano pensa al teatro come a un’articolazione del sistema giudiziario, dove ad avere cittadinanza è non più la musicalità del corpo, ma l’inchiesta, il racconto della realtà, l’urlo di chi è fuori, le storie che trovano i colpevoli, le cronache, le testimonianze. Paolini è il riferimento principale, ma funzionano anche altri tipi di teatro, purché siano “civili”. Impegnati, devono essere impegnati, e capaci di rendere “visibile e leggibile” ciò che è complesso; devono essere consoni al senso comune, consonanti e rappresentativi, per così dire, non dissonanti e astratti dalla rappresentazione. Che le difficoltà, o le astrazioni, siano presenti in abbondanza nel teatro di tutti i tempi, che siano parte integrante della tragedia greca o di Shakespeare, a questi neofiti del “civile” non gliene frega niente. Nemmeno a Saviano, penso io. La sua tesi – implicita ma molto chiara – è che il teatro della linea Mejerchol’d-Artaud-Bene, per citare i massimi, ma poi bisognerebbe citare i Kantor, i Wilson, i Grotowski, i Living, i De Berardinis, dove le le negazioni della rappresentazione sono parte integrante del processo compositivo, sono difficili, non comunicano, sono pura cerebralità, non muovono affetti e tanto meno conoscenza vitale reale. Insomma, pollice verso al teatro che corrisponde a Kandinski, Mondrian e poi Pollock e Jasper Johns, che nasce dalla stessa temperie culturale, e di rapporto con la società e il tempo, dico io, e di Joyce e Kafka e poi di Burroughs e dell’ultimo Ellroy. Saviano ragiona come un medico di campagna degli anni Cinquanta. Cancella il teatro che ci cambia la vita, il teatro della rivoluzione culturale. E sociale. E politica. Un intellettuale così sembra che si interessi di teatro? Per interesse intendo stare sulla lunghezza d’onda delle trasformazioni, delle sorprese, delle aperture. Fuori da questo, nel torpore dei luoghi comuni provinciali già sepolti da un secolo, che cosa c’è? Niente.
    – Ti avevo chiesto di non fare comizi. Calma, frena. Saviano è interessante quando afferma che il teatro può fare resistenza all’inferno.
    – E come no! Tutto il suo discorso ha come base l’ossessione della verità e della semplicità espositiva. Ma qual è la verità del teatro? Il corpo vibrante dell’attore o la rappresentazione del senso comune? Il delirio cantato che smuove la percezione o la sterilizzazione della conoscenza nel già saputo? Nessuno potrà mai smentirmi se affermo che semplificare, per fini comunicativi, poniamo il Macbeth è devitalizzare lo sguardo dello spettatore.
    – Beh, non ci sarà solo Saviano nel panorama intellettuale italiano.
    – Ovvio. Io parlo di quelli che contano a livello di media. E che, proprio perché seguiti, hanno la capacità, anche indiretta, di creare humus di attesa, orizzonti di riferimento, di fare scuola insomma. No, agli intellettuali il teatro non interessa. E ho l’impressione che non interessi neppure agli intellettuali dei circoli politici dissenzienti. Consumano teatro “civile”, anche loro, meglio se connotato politicamente. Su Nazione Indiana, poniamo, troverai articoli di spettacoli che trattano del precariato, o della camorra, mai un accenno alla poesia vocale di Leo De Berardinis. Anche sul primo numero della versione 2 di Alfabeta il teatro è assente; eppure sarebbe interessante, ad esempio, entrare nella complessità della “drammaturgia della parola” del regista Carlo Quartucci, pure presente in alcune delle foto di Kounellis pubblicate sullo stesso numero. Leggono e propongo, talvolta, testi complessi, ma perché non cercano la stessa complessità nel teatro? E non la troverebbero più facilmente al di fuori del teatro “impegnato”? Per esempio nel “Sade” di Enrico Frattaroli? O nella radicale estraneità della Marcido?
    – Io vedo qui, uscito due anni fa, un libro di Capitta e Servillo, “Interpretazione e creatività”. Una conversazione “colta”, molto distante dalle idee di Saviano.
    – Ah sì, Servillo. Un attore bravo. Il libro è però un ripensamento del proprio percorso, soprattutto di quello iniziale; oggi Servillo approda a una normalità teatrale fatta di testi e di interpretazioni registiche, annullando in un sol colpo l’anti-rappresentazione dei Cecchi, dei Bene, dei Remondi&Caporossi, dei Morganti. Un libro che si riconcilia con il teatro costituito. Ci sono eccezioni migliori. Non posso non nominare, anche a rischio d’una becera autopromozione, “L’attore senza ruolo”, unico ad occuparsi delle implicazioni tecniche e filosofiche della vocalità dell’attore. Ma mi preme raccomandarti un lavoro su tutti: “Smisurato cantabile” di Antonio Attisani, riflessione di un materialista radicale sulle implicazioni del lavoro di Grotowski sull’arte del futuro …

    [qui la riscrittura si interrompe per l’incombenza d’una prova]

    NevioGambula

  2. Francesco Cusa ha detto:

    desideravo comprare una copia della rivista, visto che c’è un articolo di Mario Gamba che mi riguarda, come posso fare? Qi a Catania non la trovo. Grazie

  3. sergio vanello ha detto:

    Spett. Redazione,

    leggendo l’articolo di Mario Gamba “Sai che ti dico? Che agli intellettuali italiani la musica non interessa per niente…”, ho ritrovato le tesi conformistiche del “Professor Y” nei colloqui con Louis-Ferdinand Cèline: dove chi è veramente progressista passa per reazionario e viceversa.

    La sua apologia e difesa dell’avanguardia e della neoavanguardia (perchè così deve essere…) appare oggi più che mai stucchevole e non necessaria: l’arte d’avanguardia, infatti, finisce nel museo e nel teatro d’opera nello stesso momento in cui viene prodotta, vive solo o quasi di soldi pubblici e quei pochi giovani che la frequentano sono vittime dei loro insegnanti anni ”70…

    La musica di Mozart, e in genere la tonalità, non è popolare perchè facile e piacevole all’ascolto: è ascoltata universalmente semplicemente perchè si tratta, per l’appunto, di musica!

    Il problema, direi, non è quello di stabilire la percentuale di dissonanze o tonalità in un determinato brano, ma quello di riconoscere il suono organico alla natura umana e smetterla di fingere l’apprezzamento per Cage e soci solo perchè l’ideologia impone questo. Ricordiamoci che gli artisti contemporanei, soprattutto gli architetti, progettano il quartiere Zen di Palermo ma vivono nelle ville rinascimentali…

    Mentre la tecnologia, la scienza, la medicina, la fisica, insomma tutto lo scibile umano, hanno reso sempre più complesso il proprio linguaggio, le arti del XX Secolo, musica, pittura, scultura e architettura, hanno impoverito i propri codici linguistici arrivando al punto zero della comunicazione. Altro che difficili!, le avanguardie sono semplicemente povere: siamo così sicuri che il fruitore sprovveduto colga sino in fondo il significato della Primavera di Botticelli? Le implicazioni neoplatoniche ecc.ecc.? La pittura e la musica antica sono di una complessità inaudita!Al cospetto di un trittico di Bacon, anche un bambino capisce e coglie il dramma così platealmente esposto delle sue figure… L’arte del secolo scorso si spiega e si legge, il più delle volte, attraverso le patologie dei suoi artefici (Pollock attraverso le secchiate curava le proprie nevrosi: spruzza che ti passa…). Inoltre, paragonare le dissonanze mozartiane a quelle della scuola di Vienna è come definire impressionista la pennellata di Velàzquez: un clamoroso abbaglio storico o quanto meno una semplificazione.

    La piacevolezza poi, non è certo un difetto; così fosse dovremmo negare tutte le nuvole del cielo, le stelle, il mare, i tramonti, il corpo della donna e stenderci sopra un bel mantello di piombo… Certo, sarebbe un gesto contemporaneo e figlio del proprio tempo, ma se il mio vicino agisce male, sono tenuto a imitarlo?

    Consiglierei simpaticamente al Dott. Gamba di ascoltare Aperghis prima, durante e dopo i pasti… tre volte al giorno: colazione, pranzo e cena… Verificheremo in seguito lo stato della sua digestione…

    Un caro saluto.

    P.S.- Il pezzo di Eco è fantastico!

    SERGIO VANELLO

    • Mario Gamba ha detto:

      “il suono organico alla natura umana”. ma tu guarda! pollock un matto. in effetti…

    • ng ha detto:

      Ho ascoltato “Hamletmaschine” di Aperghis, prima e durante la colazione; dopo ho provato a imitare la parte vocale della prima scena. A pranzo m’è venuta voglia di continuare: sono allora approdato a “Récitation” (voce Martine Viard, ascoltabile qui); prima durante e dopo, accompagnando l’ascolto con una bottiglia di Amarone, Annata 2000. Nel pomeriggio altre prove di imitazione, esplorando le possibilità sonore della voce (suggerisco a Gamba un articolo sulla vocalità e sul rapporto tra voce e parola in Aperghis). Quindi, a cena, sono approdato a “Dark Side”, con la voce di Marianne Pousseur (qui un frammento), accompagnandolo con un Lugana, Annata 2001 (in realtà due bottiglie, forse per il troppo caldo). Effettivamente, alla fine la mia digestione ne ha risentito …

      NeGa

  4. Umberto Rossi ha detto:

    Piccola nota filologica: “An Index of Metals” è anche il titolo di una lunga composizione elettronica che si trova su un vecchio album di Robert Fripp e Brian Eno, Evening Star, uscito ben trentacinque anni fa…
    http://it.wikipedia.org/wiki/Evening_Star
    Coincidenza? Data la stranezza del titolo direi di no. Era avanguardia l’album di Fripp ed Eno del 1975? Lo è la musica di Romitelli, che a un primo ascolto superficiale mi pare tenga conto di quel che i due inglesi fecero allora? Vale ancora la pena di distinguere tra avanguardia e retroguardia? Fa troppo caldo per rispondere a tali ponderose domande.

  5. Mario Gamba ha detto:

    Molto utile la segnalazione di Umberto Rossi sul titolo identico di Eno-Fripp del1975 e Romitelli del 2004. Va’ a sapere se Romitelli – un compositore che certamente conosceva il lavoro di Eno e di Fripp, non necessariamente questo lavoro in tandem – ha avuto presente la coincidenza. O se addirittura l’ha voluta. Credo di no, perché lui (che ha ultimato la sua opera, con video firmato Paolo Pachini, poco prima di morire) l’avrebbe detto o l’avrebbero detto i suoi collaboratori, in particolare Jean-Luc Plouvier, direttore artistico dell’Ensemble Ictus a cui si deve la miglior interpretazione a tutt’oggi di questo lavoro. Romitelli non era tipo da nascondere un tal genere di omaggi o di continuità o di richiami. Credo che non ricordasse proprio quel titolo di Eno-Fripp.
    Quanto all’avanguardia, parola ormai proibita o poco ci manca (che io sappia solo Pierre Boulez continua a rivendicarne la legittimità), non mi preoccuperei troppo se fossi in Rossi. C’è solo da osservare che nella musica come in tutte le altre arti, come nella cultura, come nella società, come nella politica, ci sono idee, punti di vista, diversi. Alcuni punti di vista sono tali da apparirci come trasformativi della nostra vita e della realtà che ci circonda, altri invece ci sembrano conservativi, non animati dalla curiosità. Ovvio che i punti di vista degli autori e degli ascoltatori sono gettati nell’arena del confronto e del conflitto. Niente di speciale, a guardar bene. Solo che, chissà perché, quando si tratta di musica questa constatazione – c’è conflitto, c’è differenza, nel mondo – viene dimenticata.

  6. Serena ha detto:

    Intervento che non mi lascia insensibile. Sul tema in di cui scrivi da
    poco mi sono fatto un’idea, ma penso che ne valga la pena leggerne ancora.
    ciao

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