«Alfabeta» durò dieci anni, dal 1979 al 1988. Una rivista: un luogo d’incontro fra scrittori, intellettuali, studiosi e analisti delle più diverse discipline – e appartenenti a diverse generazioni. Dalla fine della sua avventura, di anni, ne sono passati più di venti. Riprendere un filo interrotto così a lungo può facilmente far scadere – si capisce – nella nostalgia, nel reducismo, nei lucciconi del come eravamo e di anima mia. O nell’acrimonia del quantum mutatus ab illo, della gran bontà dei cavalieri antichi. Consapevoli di questa Scilla e questa Cariddi, abbiamo comunque ritenuto opportuno affrontare la presente navigazione. Rispetto a quella stagione né reduci (nel senso che anche chi di noi già c’era, venti e trent’anni fa, sa bene come quello presente sia un altro tempo), né postumi (nel senso che anche chi è venuto dopo, o molto dopo, ancor oggi sente di poter condividere quell’urgenza, quell’apertura, quella spregiudicatezza culturale).

Anche se «Alfabeta» nasceva dai fermenti e dai furori degli anni Settanta, oggi possiamo guardare a essa come al più «giusto» prodotto del decennio seguente. Il più giusto, s’è detto: non il più caratteristico. Con ogni probabilità si sbaglia a demonizzare gli anni Ottanta, almeno quanto lo si fa con gli anni Settanta (sport assai più diffuso, peraltro). Ogni tempo ha il suo diritto e il suo rovescio, il suo bianco e il suo nero, anzi mille colori dei quali è arduo trarre una sintesi. Ecco, «Alfabeta» ci riuscì: e fu così l’ultima vera rivista di cultura del Novecento – il secolo delle riviste, e degli intellettuali. Due merci oggi estinte, si dirà. Forse solo dormienti, invece; solo in attesa dell’occasione to strike back.

Ma la sintesi che «Alfabeta» realizzò allora, senza demonizzare proprio niente (e anzi reagendo con illuministica lucidità, per esempio, alle inconsulte demonizzazioni del 7 aprile), fu fatta più di no che di sì. In altri termini «Alfabeta» capì con straordinaria tempestività che in quegli anni, insieme ai furori, si stavano spazzando sotto al tappeto dell’emergenza anche i fermenti: degli anni Settanta ma, più in generale, della modernità. E, contro un senso comune rapidissimamente impostosi, reagì in nome della complessità, dell’interdisciplinarità, dell’antropologia del presente. Anche queste, a ben vedere, parole d’ordine degli anni Ottanta (in nome di quei valori parla anche l’impaginazione della rivista di oggi, che – contro la standardizzazione della stampa periodica corrente – si rifiuta di gerarchizzare argomenti e interventi, scegliendo invece di annodarli con immagini d’autore: in ogni numero di un unico artista). Anche se oggi, in questa specie di «anni Ottanta ideali eterni» che abbiamo avuto in sorte, e che non sembrano avere nessuna voglia di passare, ce ne vengono imposte ben altre.

Ci pare infatti che il nostro, di tempo, sia contrassegnato da una nuova emergenza: di segno diametralmente, simmetricamente contrapposto a quello di allora. Un’emergenza culturale, antropologica, economica. Dunque politica. In condizioni – di degrado della convivenza civile, di apocalissi linguistica, di minaccia concreta agli ordinamenti democratici – che sono sotto gli occhi di tutti. Il giro di vite legislativo nei confronti della stampa e dell’editoria, riguardante la pubblicazione delle intercettazioni telefoniche acquisite dalle indagini giudiziarie, non è che la punta di un iceberg – fatto di limitazioni sempre meno striscianti alla libertà d’espressione, già messa concretamente a repentaglio da concentrazioni editoriali e conflitti d’interesse – nei confronti del quale aprire uno spazio di intervento e di critica privo di condizionamenti costituisce già, di per sé, un gesto di contestazione e rivolta. Più alla radice: mettere di nuovo a disposizione dei lettori un servizio di pronto intervento culturale, che sappia essere tempestivo nei confronti del presente – e dunque delle contraddizioni, delle disavventure prossime venture – non significa altro che scommettere, con ostinazione ed entusiasmo, sul valore inattuale dell’intelligenza. In un tempo che parrebbe invece – come mostrava un’ossessiva quanto rivelatoria campagna pubblicitaria di qualche tempo fa – volerci tutti «stupid».

In fondo la vera differenza, tra oggi e il 1988, è che allora eravamo alla fine di un secolo, mentre oggi siamo all’inizio di uno nuovo. E allora, valendoci ovviamente di tutti i saperi e le tecniche del tempo nuovo, sarà ancora possibile fare una rivista: da intellettuali. Anche se le prime cose a essere cambiate – in un tempo radicalmente mutato sul piano tecnologico, sociale ed economico – sono proprio la condizione e lo status dell’intellettuale. Ma anche se al giorno d’oggi appaiono – e sono – marginalizzati, precarizzati, destituiti di mandato e funzione, sta ancora e malgrado tutto ai bistrattati intellettuali esercitare la scomoda funzione di segnavento: segnalatori d’allarme e indicatori di nuove tendenze.

È per questo che danno fastidio – oggi come all’inizio del secolo scorso. Perché il tempo che abbiamo di fronte è sempre un altro: tutto da inventare.

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43 Risposte a Editoriale

  1. gianni biondillo ha detto:

    Lunga vita alla nuova Alfabeta! (quanti ricordi!)

  2. fabio teti ha detto:

    buona novella, per uno che negli ottanta (inoltrati) ci è nato. sì, lunga vita.

  3. Gianluca ha detto:

    Non è prevista nessun edizione elettronica della rivista? Vorrei poterla leggere sul mio iPAD…

  4. GIUSEPPE ha detto:

    UNA FIACCOLA NELLA NOTTE!
    LUNGA VITA AD “ALFABETA 2”.
    IN BOCCA AL LUPO DA CHI HA PATITO GLI ANNI ’80, MA NON LI RINNEGA.

  5. Sergio Segio ha detto:

    Affinché rinascano se non proprio i furori, almeno i fermenti
    Auguri

  6. Francesco Marco ha detto:

    Bentornati, spero che abbiate la forza di proporre e discutere i veri temi importanti della società emarginando le consuete e noiose discussioni sul nulla che distraggono la gente e non permettono di evidenziare i problemi reali.
    Sono certo che vi sentite già presi di mira da chi non vuole modificare lo status attuale ma sono altrettanto certo che saremo in molti a difendere il nostro sacrosanto diritto di partecipare alla nostra vita sociale e a predisporre la vita futura dei nostri figli.
    Buon lavoro a tutti

  7. paolo vernaglione ha detto:

    cara redazione,
    quando ho letto la notizia ho fatto un balzo!!! Che belloooo!
    Sono un 77ino non pentito che ha attraversato gli anni ’80 con Alfabeta sotto il braccio, ai convegni, in piazza, commentando e scrivendo sui vs saggi etc etc etc…
    Ovviamente mi prenoto per uno scritto su “crisi, singolarità e antagonismi”, se lo ritenete opprtuno. Anche se non vi invio il mio curriculm potete visitare il sito e farvi un’idea di chi sono/siamo

    grande

    a presto

    paolo vernaglione

  8. domenico ha detto:

    ma siete distribuiti bene, o è meglio ordinare la rivista (io sto a genova)

    grazie

  9. Roberto ha detto:

    Troppo giovane all’epoca per leggere la rivista.
    Molto interessato a farlo ora.

    Bentornati.

  10. lorenzo velle ha detto:

    Finalmente! Così potrò riavermi dal complesso di colpa per avere venduto TUTTA la collezione di Alfabeta (1) come oggetto di antiquariato. Buona fortuna, – sul serio!

  11. andrea inglese ha detto:

    cari lettori,

    intanto grazie dell’incoraggiamento. Partire con una rivista d’intervento culturale con Sandro Bondi al Ministero dei Beni Culturali e con la “vivacissima” politica culturale del PD non è decisione lieve.

    Rispetto alla rivista, che spero abbiate la possibilità di leggere al più presto, il sito ha un itinerario un po’ diverso, la cui ricchezza ovviamente dipenderà molto anche dal contributo dei commentatori, in idee, valutazioni, dati, critiche. Il sito inoltre è qualcosa che cresce e si articola nel tempo. Oggi siamo nella fase germinale.

  12. Gabriele Basi ha detto:

    Avendo seguito con passione sin dal primo numero l’intrapresa di Gianni Sassi e amici rinnovo il mio interesse per la nuova edizione e auguro a tutti buon lavoro

  13. libertad4 ha detto:

    Albricias! Se Alfabeta è tornata, forse non tutto è perso.

    La proposta di Andrea Raos è molto opportuna: oggi come oggi la tecnologia ci consente di scegliere, mercato per mercato, audience per audience, qualsiasi alternativa: versione originale, doppiaggio, either.

    E a bassissimo costo, a patto di disincrostare vecchi sistemi materiali e mentali… Nel frattempo ci terrei però a riqualificare e deprecarizzare l’intera filiera.

    Delia Tasso
    traduttrice

    • raos ha detto:

      Gentile Delia,
      La ringrazio per il suo interessamento.
      Concretamente, quali sarebbero i punti critici sui quali, secondo lei, si dovrebbe fare pressione perchè si intervenga, al fine di “disincrostare”?
      Cordialmente,

      AR

      • NeGa ha detto:

        Ma cosa fare dei 2500 doppiatori che resterebbero senza lavoro? Le ricadute sociali sarebbero immense. Potrebbero, ad esempio, invadere il teatro, rendendo ancora più “televisiva” la recitazione, svuotandola definitivamente della sua corporeità.

        È certamente vero che il doppiaggio svilisce, talvolta, il senso di una scena; è però altrettanto vero che i sottotitoli o la lingua originale lo svilirebbero a loro volta, giacché un sottotitolo, per la brevità di cui necessità, non potrà mai rendere la frase, e ci sono certe lingue – russo, indonesiano, siriano, ma lo stesso inglese per la stragrande maggioranza delle persone – che per noi sarebbero solo suono, perdendo del tutto ogni riferimento al significato e quindi, stringi-stringi, al senso stesso di quella scena. Sì, ci sono centinaia di esempi dove le “assurdità di senso” del doppiaggio svuotano alcune scene; ma ce ne possono essere centinaia di senso contrario, anzi di più. Guardai la prima volta in inglese “Il Pianista” di Polanski; pur conoscendo un minimo la lingua, dopo la visione doppiata in italiano mi resi conto di avere perso parecchio del suo senso. Anche il paragone con le compagnie straniere che recitano nella loro lingua originale non calza. In teatro, ciò che è pregnante non è il significato, ma il corpo. Uno degli spettacoli più belli che ho visto è stato “Crepino gli artisti” di Kantor, recitato in polacco. Rivedendolo in video, la sensazione è stata di noia, proprio perché, mancando il qui-e-ora della fisicità, mi rendevo conto che cercavo, nella visione, il senso delle parole. Se il film è costruito come opera “musicale” (poniamo l’effetto che può fare la “Salomé” cinematografica di Carmelo Bene per uno straniero), allora il doppiaggio non ha senso; ma se il film è costruito con una forte dimensione comunicativa, il doppiaggio può agevolare l’effetto voluto dal regista. Non è, quindi, una questione di “provincialismo”, ma di efficacia rispetto agli “obiettivi” di ogni singolo film. Ovviamente, se l’obiettivo è “fare cassetta”, allora il doppiaggio si imporrà con forza e nessuno si preoccuperà (tanto meno la produzione) dello svuotamento di senso di qualche scena …

        NeGa

        • Andrea Raos ha detto:

          Nevio, scusa ma alla maggior parte delle tue osservazioni mi sembra che il mio pezzo già risponda.

          1. Non ho mai proposto di licenziare in tronco, con taglio della lingua e marchiatura a fuoco sulla fronte, i doppiatori attualmente in attività. Il doppiaggio servirà sempre (pensa, per esempio, alle telenovelas, o a certi cartoni animati per bambini).
          E anche rispetto ai film in sala penso, con la proposta dei film sottotitolati, a un arricchimento dell’offerta, non a un impoverimento (p. es.: film doppiato alle 20, in originale alle 22).

          2. L’immagine dei doppiatori senza lavoro e ridotti alla fame che invadono il teatro armati di roncole e bastoni mi induce una riflessione laterale: perchè, in Italia, di fronte a qualunque proposta di sensata e graduale riforma si deve sempre agitare lo spauracchio dell’eterna guerra tra poveri? Davvero siamo ridotti così male? Prova a pensarci, se ti va.

          3. Fraintendi quello che è, per me, il senso “profondo” dei sottotitoli. Sono utili, certo, per le lingue che si conoscono o si crede di conoscere (diciamo l’inglese). Ma sono soprattutto essenziali per quelle che NON si conoscono, è solo questione di abitudine. Bastano pochi film (non più di tre o quattro direi), visti nelle condizioni che dico io (e tutto il mondo civile) per rendersi conto di quanto è semplicemente RIDICOLO guardare, per esempio, due russi o thailandesi che parlano in italiano (per di più, insisto, spesso e volentieri con cadenza romana).
          Le lingue straniere, ribadisco, hanno la loro dignità e autonomia. È ginnastica intellettuale elementare (non per tre cinefili pazzi, ma per un normale pubblico colto) imparare a rispettarle e apprezzarle (e non ti sfuggiranno certo i risvolti politici di questo).
          E poi, un attore è anche la propria voce, no? Come puoi proprio tu difenderne lo smembramento?

          Se continuassi finirei con il ripetere quello che ho già detto nell’articolo, quindi mi fermo.

          Un caro saluto,

          Andrea

          • ng ha detto:

            @ Andrea

            I punti 1 e 2, francamente, non li ho compresi; o per lo meno non li ho compresi in relazione a quanto ho scritto io. La mia prima frase era una boutade, e in ogni caso non aveva nessun significato sociale (guerra fra poveri, etc.), al limite “estetico”.

            Sul resto, che dire? Non mi interessa l’eccessiva astrazione; preferisco pensare che ci sono certi film che vengono sviliti dal doppiaggio e altri che invece ci guadagnano. Penso anche che il doppiaggio abbia una certa dignità artistica, non dissimile da quella dell’interprete d’una partitura musicale. Se poi, come scrivi tu, è importante “politicamente” valorizzare le lingue straniere, perché traduciamo poesia? Non è forse, il doppiatore, un traduttore dei suoni “espressivi” d’una lingua?

            Un’ultima cosa: non capisco cosa sia la “cadenza romana” di cui parli. Ti riferisci alla particolare cadenza che hanno i cittadini romani? Se è così, probabilmente vediamo film diversi, giacché mi pare che i doppiatori, nella loro stragrande maggioranza, non parlino affatto il “romanesco”, ma una sorta di “lingua media” le cui cadenze sono quelle del DOP …

            [Nel film manca l’alito, scrisse Elio Pagliarani: manca il corpo nella sua presenza concreta. Lo smembramento dell’attore è insito nella forma-film]

            NeGa

  14. emmeline ha detto:

    è il momento di pensare.
    grazie

  15. luiginter ha detto:

    Che bello! un raggio di sole. Leggevo Alfabeta con la matita in mano per sottilineare e annotare – spesso faticavo a capire; ho anche un po’ di numeri rilegati!
    che bello!

    grazie a tutti voi che ci provate di nuovo!

  16. Carlo Bianco ha detto:

    Alfabeta2 mi riporta agli anni (verdi) dell’università. Quando l’ho acquistato questa mattina ne ho riconosciuto la grafica e leggendo i primi articoli anche i contenuti.
    Finalmente un barlume all’orizzonte! Grazie a Voi tutti e coraggio.

    Carlo Bianco

  17. Paolo ha detto:

    bella iniziativa… domani vi cerco in edicola o in libreria… a suo tempo compravo tutti i numeri che potevo (ero studente e a volte non ce la facevo, ma ne ho una settantina su 114 usciti, sono un poco ingialliti, ma è un vero deposito d’affetto)… bene, insomma.

  18. Franco Virga ha detto:

    “Il nomade costruisce la sua potenza sul vento: passare bruciare distruggere, proseguire il suo cammino; immagine che terrorizza il cittadino.(Jan Duvignaud)” -Alfabeta1 : Il teatro dei meteci.
    Come vorrei che tornasse … tutta l’anima mia lo spera!

  19. carmelo ha detto:

    che bellissima sorpresa !!! la rivista ci era rimasta nel cuore, un segnale di risveglio, o di resistenza, e comunque di speranza, di fronte alla decadenza civile e culturale di questo paese!!!
    mi auguro che arrivi aria nuova che la rivista sia aperta ai contributi di ogni continente e di ogn ilatitudine, insomma domani vado di corsa all’edicola…
    http://rassegnastampabolano.blogspot.com/2010/07/alfabeta2.html

  20. Ubaldo Fadini ha detto:

    Scrivevo su Alfabeta un po’ di tempo fa; ero un ragazzino ed ero accolto con grande disponibilità (si potrebbe anche dire: signorilità). Ho imparato tantissimo da quella straordinaria rivista. Buona fortuna alla nuova Alfabeta!

  21. Nico Orunesu ha detto:

    Intorno agli anni ottanta circolavo con la maglietta di Alfabeta: è prevista l’edizione della maglietta Alfabeta2? Sarebbe come fermare il tempo o dilatarlo all’infinito. Auguri e poesia siempre.
    (ps. vorrei spedire un libretto a Nanni Balestrini dal titolo “Poetare Operaio”: indirizzo?). Saludos sardos.

  22. domenico ha detto:

    Dico solo: ma ‘a sinistra’ non c’è nulla di meglio del solito Eco (parla e scrive solo ‘per noia’ e per consumare sigari), del solito Illuminati (ancora?) e, addirittura, del solito Tronti (ma non era morto già ai tempi di ‘Marx a Detroit’?)?
    Chiedo: ma se siamo in un ‘nulla spaventoso’ (culturalmente parlando), chi sono i responsabili se non costoro?
    Continuare a imbottire il cranio, proprio e altrui, di “vuota chiacchiera”, è disperazione e solo disperazione, ovvero è il vicolo dello squallore.
    L’ipocrisia vi seppellirà. Resterà solo un “silenzio nudo”.

  23. marco sansoè ha detto:

    Mi sono quasi emozionato leggendo della “ripartenza” di Alfabeta. Avido lettore (fin dal primo numero) dell’esperienza precedente lo sarò anche di questa. Spero solo che nel profondo nord (Biella), dove ora vivo, arrivi! Vado a cercarla!
    Grazie e auguri di buon lavoro.
    marco sansoè

  24. alessandra ha detto:

    Nella palude disperante che questo paese sta rapidamente diventando i raggi di sole, i motivi per aggrapparsi a una speranza sono davvero pochini….eccone uno in più. Grazie.

  25. ehi, vedo adesso che scarpa vi saluta con entusiasmo :-DDD
    http://www.ilprimoamore.com/testo_1878.html
    anyway, in bocca al lupo!
    gh.

  26. Loris ha detto:

    Ogni tanto qualche buona notizia. Corro subito in edicola!

  27. raos ha detto:

    @NeGa

    Va bene Nevio, lasciamo stare le boutade, le mie e le tue (immagino che lo fosse la tua frase sui doppiatori che restano senza lavoro, visto che non ho mai scritto niente del genere).

    Quando dici “Se poi, come scrivi tu, è importante “politicamente” valorizzare le lingue straniere, perché traduciamo poesia?” proprio non ci capiamo. Tutti e due parliamo di traduzione. Diciamo, se l’analogia puo’ aiutarti, che io difendo quella con testo a fronte.

    Ti ripropongo allora una domanda specifica che e’ per me il nucleo del mio discorso: ritieni giusto o sbagliato che lo spettatore italiano possa scegliere se vedere (in sala, perche’ in dvd ovviamente e’ gia’ possibile, quasi sempre) un film in originale oppure doppiato?

    Ti sarei grato se vorrai rispondermi su questo, perche’ una discussione sui meriti teorici del doppiaggio (che diventa poi una difesa di cio’ che gia’ esiste contro una possibilita’, per l’Italia, nuova) e’ l’ultima cosa che mi interessa al mondo.

    Grazie, ciao,

    Andr.

    • ng ha detto:

      Oddio, Andrea, tutto ciò che ho scritto non è stato fatto per gioco, ma in reazione a quanto hai scritto tu. Non puoi lanciare il sasso – del tipo: “il doppiaggio è molto semplicemente un sistema vecchio” – e poi nascondere la mano (“non mi interessa una discussione sui meriti del doppiaggio”). Sei stato tu a giustificare “il nucleo del tuo discorso” sottolineando la negatività del doppiaggio: rileggiti il tuo “Perché (1)” … Ma va bene lo stesso, se vuoi una risposta da quiz non ho problemi a fornirtela: sì, ritengo giusto che lo spettatore abbia l’opportunità di guardare un film in lingua originale. Ritengo, altresì, che una “campagna” di questo genere non possa slegarsi dall’analisi di cosa sia e di cosa potrebbe essere il doppiaggio …

      NeGa

  28. Domenico Calcaterra ha detto:

    Purtroppo non ho avuto modo di conoscere in presa diretta l’esperienza passata di Alfabeta (non foss’altro che per ragioni anagrafiche). Ma saluto con estremo entusiasmo e interesse la decisione di far riaggallare un progetto editoriale e culturale così ambizioso e di qualità (mi limito solo a segnalare la mia stima non solo per il grande Umberto Eco, degli intellettuali uno dei pochi che ha saputo davvero “fare” cultura e riflettere sulla cultura tout-court: purtroppo oggi all’orizzonte non ne vedo nel nostro panorama culturale; e poi tra i più “giovani” Andrea Cortellessa, un modello, un esempio da imitare, nel campo della critica letteraria). Trovo ancor più rilevante l’iniziativa se si considera che la “minaccia” (o forse il plurale sarebbe meglio indicato, essendo da più parti insidiati da storture ad alto potenziale) s’è fatta, purtroppo, ahinoi, realtà. E mi piace, stando all’editoriale di presentazione, il senso della possibilità che vi concedete, del come (nonostante tutto) un’inversione sia praticabile; in tal senso (e solo in questo, è il mio modestissimo avviso) guadagna legittimo spazio e giustificazione l’azione “politica” dell’intellettuale; se difende, intendo, lo specifico valore che gli è proprio, a prescindere dall’obbligo d’inforcare le lenti della sua ideologia “forte” di riferimento. Lo stare nel mondo, il difendere, custodire, l’anacronismo prezioso dell’intelligenza in tempi d’imbarbarimento. E vorrei approfittare per essere critico nei confronti invece di quegli intellettuali che ancor oggi in Italia interpretano il loro ruolo così com’era negli anni Sessanta e Settanta (credendosi i diretti eredi di Pasolini e Calvino, ma in realtà non possedendo di quelli nemmeno un unghia del loro acume, specie di Calvino). Alludo agli intellettuali “orientati”, quelli che si professano ancora marxisti-leninisti, quelli che s’infiammano sui giornali (rigorosamente di sinistra) e minacciano ad ogni svolta di lasciare l’Italia per la Spagna, quelli che presumono agitare la coscienza civile ormai più per stanca professione che per reale cognizione del tempo storico in cui vivono. Quelli che partecipano a un sit-in oggi, hanno parlato a un convegno sulle stragi di mafia ieri e ieri l’altro si sono affannati ad erigere la propria nicchia dorata nel panorama culturale italiano. Quelli che sono rimasti cristallizati ai Settanta e usano un linguaggio che atteggia un’indignazione di plastica. Che sono antiberlusconiani sì (e a ragione!), ma con argomentazioni da guerriglia urbana, pretestuose, demagogiche, vittime della loro stessa arroganza, che non ha prodotto che fallimenti, specie sul piano politico. Oltre alla presuzione culturale ampiamente radicata in quella fetta di persone di sinistra che sono equo-solidali, non comprano prodotti delle multinazionali americane, non bevono dunque Coca-Cola, ma sono capaci di un odio inusitato verso tutto ciò che non corrisponde alla loro sovrastruttura politico-alternativo-culturale.
    Sono anche loro, fatte le dovute proporzioni, il sintomo più preoccupante della “depressione culturale” del nostro Paese: perciò l’appello oltre che alla classe politica – per la quale bisognerà attendere il naturale estinguersi di questa fase (berlusconismo e incapacismo democratico di sinistra) – va indirizzato ai grandi vecchi della cultura, le eminenze grigie che fanno da domineddio sui giornali, vendendo la loro penna e la loro “acida” presenza (e continuando a vivere, intanto, fuori dal mondo). Che per stigmatizzare l’idiozia mediatica, il cretinificio televisivo, il ciarpame di Internet, la mancata reale integrazione razziale, il vuoto di rappresentanza, bastano le analisi dell’uomo di buon senso e (tutt’al più) le pagine più lucide dei più autorevoli sociologi e antropologi del momento.
    Il mio appello è: si ponga fine al vaniloquio degli intellettuali vecchio stampo, si tolgano i paraocchi a questi, che vengano denudati della loro arroganza e presunzione di superiorità culturale e poi, passato questo, sembrerà naturale, quindi, appellarsi al buon senso culturale e intellettuale.
    Perdonate lo sfogo.
    E grazie per non corrispondere affatto al negativo identikit di quegli intellettuali vecchio stampo.
    Domenico C.

  29. chiara nub ha detto:

    Alfabeta mi ha accompagnato negli anni del liceo e poi dell’università. Che piacere ritrovarla adesso!
    Sono felice che sia ritornata, in questi tempi che deprimono ogni barlume di vita intellettuale e di pensiero critico.

  30. de marco ha detto:

    versione nouvella scialba e miserella, degna del panorama italiano odierno. saluti.

  31. Giorgio Bagnarelli ha detto:

    da parte mia ora mi sento meno solo…

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