Alfadomenica # 2 – luglio 2019

Sono dedicati direttamente e indirettamente a Nanni Balestrini i testi con cui apriamo e chiudiamo il secondo alfadomenica di luglio: un'intervista a ErosAntEros, il duo di attori che sta portando in scena uno spettacolo intitolato Vogliamo tutto!, e un Alfagola rosso nel titolo e nel colore. In mezzo, libri, musica, arte. Buona lettura!

Benedetta Saglietti, Va in scena la rivoluzione del ’68 con ErosAntEros

Matteo Moca, Leo Strauss, i classici greci per capire il rapporto tra filosofia e politica

Roberto Terrosi, Appunti di viaggio dal Giappone di un secolo fa

Andrea Comincini, Basterà un esercito di maestri elementari per sconfiggere la Cosa Nera?

Nazim Comunale, Ascoltare Liu Fang con la testa appoggiata a un guanciale di nuvole azzurre

Lara Demori, L'arte a Cuba, esplorazioni in forma di gioco

Serena Carbone, Julian Charrière, sguardi indifferenti sulla post-apocalisse

Alberto Capatti, Alfagola / Rosso

Va in scena la rivoluzione del ’68 con ErosAntEros

Benedetta Saglietti

Portano in scena la rivoluzione del ’68 e l’antagonismo dei giorni nostri con uno spettacolo potente intitolato Vogliamo tutto! I momenti caldi della storia li appassionano da anni: ricordiamo ad esempio 1917 (il cui perno musicale era il Quartetto op. 110 di Dmitrij Šostakovič), andato in scena al Ravenna Festival in occasione del centenario della Rivoluzione d’Ottobre e Sulla difficoltà di dire la verità, la lettura-concerto da Bertolt Brecht, nata nel 2014. Sono ErosAntEros, il duo di attori con base a Ravenna, Davide Sacco e Agata Tomsic. Li abbiamo incontrati.

BS: Iniziamo da una curiosità: come si dividono i ruoli all’interno di ErosAntEros?

Davide: Agata è in scena, svolge il ruolo di “dramaturg” e attrice, mentre io sono alla regia. In Vogliamo tutto! quando Valter Malosti (Direttore della Fondazione TPE) ci ha proposto di realizzare uno spettacolo sul ʼ68 abbiamo scelto di evitare operazioni di tipo commemorativo e deciso di lavorare su quegli anni, mettendo a reagire il materiale originale di quel periodo incandescente con quello degli anni che stiamo vivendo noi, in questo momento.

BS: Lo spettacolo è una produzione TPE – Teatro Piemonte Europa e ha avuto il suo debutto al Polo del ʼ900 di Torino: qual è stato il ruolo del Polo? Dove avete trovato i documenti che costituiscono l’ossatura di Vogliamo tutto!?

Agata: Per costruire lo spettacolo, prima abbiamo dovuto lavorare alla stesura del testo: nel farlo abbiamo studiato sui libri; il Polo del ʼ900 ci ha accompagnati in questo percorso mettendoci in contatto con alcuni protagonisti del ʼ68, specialmente torinese (come Guido Viale), ospitando un incontro pubblico e la prima. Poi, ErosAntEros ha ampliato la prospettiva ad altre città italiane e un poco anche al panorama internazionale. Vista la complessità dell’argomento, dopo l’iniziale fase di studio durata diversi mesi – vogliamo prima di tutto approfondire la conoscenza delle fonti perché ci interessa sapere come sono andate davvero le cose – è stato facile appassionarsi, ma per un certo tempo ci ha anche fatto paura: il materiale era davvero tanto. Abbiamo poi trovato la nostra strada, costruito un percorso, io e Davide, insieme, condividendo materiale, idee, e tutta la ricerca dall’inizio alla fine. Abbiamo poi deciso di confrontare i materiali del ʼ67-ʼ68 con alcune testimonianze di venti/trentenni di oggi che hanno quindi la stessa età dei protagonisti di allora. Su delle precise domande, poste sia agli uni che agli altri, abbiamo infine messo a confronto le loro testimonianze.

Davide: In sostanza, in parte il lavoro è frutto di interviste dei protagonisti “storici”, in parte è lavoro diretto sulla documentazione, come ad esempio il libro di Luisa Passerini, Autoritratto di gruppo (prima edizione Giunti, 1988, NdA).

BS: C’è un corto circuito fra le esperienze dei venti/trentenni d’oggi e quelle dei loro coetanei di un tempo, oppure no? O sono esperienze che corrono in parallelo? La domanda è motivata da un momento che mi è restato impresso: la feroce critica socio-economica dello sconcio sistema universitario (un tempo il ricatto dell’assistentato gratuito, oggi “se non hai i soldi non fai carriera”) realizzata usando fonti d’epoca bombardate con lo stile televisivo del format Chi vuol essere milionario? In quel caso, i piani temporali oggi/ieri sembrano persino, volutamente, un po’ confondersi…

Davide: Agata ha costruito un testo fatto unicamente da parole autentiche dei protagonisti. Noi non abbiamo fatto altro che realizzare il montaggio di diversi elementi: i video d’archivio dei momenti di cui si parla (realizzati con Antropotopia) e quelli di alcuni eventi degli ultimi anni messi in relazione coi primi attraverso un montaggio ad hoc, per farli reagire; il primo piano di Agata è sempre intrecciato a questi materiali (uno dei primi oggetti di scena che vediamo insieme al megafono è infatti un selfie-stick, NdA). Una scelta deliberata perché un elemento che accomuna tutti i protagonisti della lotta, di qualsiasi area politica, è la moltitudine: erano sempre tanti, molti corpi assieme. Invece nella nostra generazione (Davide ha 40 anni, NdA), fino ad arrivare ai ventenni intervistati, si è pochi individui, isolati. E soprattutto sempre mediati, da computer, cellulare, social: Agata è una figura in scena che si rivolge al pubblico anche parlando a un cellulare, guardando in camera, in questo modo la sua immagine arriva agli spettatori mediata dalla proiezione video. Sul piano video le testimonianze di oggi sono fondamentali. Sul piano sonoro indispensabile è stata la ricerca delle canzoni di lotta del passato e del presente.

Agata: Sono stati gli stessi attivisti a segnalarci date e luoghi per loro significativi; si trova materiale nei gruppi indipendenti sul web che organizzano le manifestazioni e le documentano, i video sono visibili su YouTube.

BS: Prima Vogliamo Tutto! è stato in residenza al Santarcangelo Festival, Masque Teatro di Forlì, Ravenna Teatro, poi ha debuttato al Polo del ʼ900, poi si è spostato ancora nell’ambito di Ogni casa è un teatro a Castrignano dei Greci (Lecce), e ancora al Théâtre National du Luxembourg. Come ha reagito il pubblico allo spettacolo?

Agata: La reazione è sempre diversa e cambia molto a seconda dei luoghi: a Torino abbiamo sentito il pubblico in sala sussultare, cambiare il ritmo del respiro, in momenti ancora particolarmente vivi nella memoria locale, come le lotte operai di fronte alla FIAT; in altri luoghi non eravamo sicuri della reazione, come nel “teatro delle case” in Salento, in un paesino di quattromila abitanti. Ora, un conto è fare uno spettacolo forte, anche dal punto di vista anche acustico-sonoro, in una sala teatrale a Torino, un altro conto è farlo in un salotto. Ci siamo chiesti come avrebbe reagito il padrone di casa! Molte persone invece qui si sono fermate per un confronto dopo lo spettacolo: in particolare, una signora ci ha raccontato dei picchetti quotidiani di fronte alla fabbrica dove lavorava a Lecce, esprimendo il desiderio che lo spettacolo arrivi soprattutto alle nuove generazioni.

Al Théâtre National du Luxembourg a fine aprile 2019 abbiamo fatto due repliche dello spettacolo, la seconda è stata introdotta da una tavola rotonda sui movimenti internazionali del 1968 e sulle loro conseguenze che ha coinvolto, tra gli altri, l’attivista lussemburghese, DiEM25, Brice Montagne, e Robert Soisson, caricaturista e psicologo. Per quel pubblico è stato importante attingere a un patrimonio di esperienze oltreconfine, essendo il loro punto di riferimento quasi unicamente il maggio francese, non conoscevano alcuni fatti della storia italiana (come il Capodanno alla Bussola o Piazza Fontana, o i fatti di Avola).

BS: Che cosa vi augurate per questo vostro spettacolo, in futuro?

Davide: Sul futuro degli spettacoli sono sempre realista (o pessimista, come preferisci). Il sistema teatrale italiano è devastato da una normativa terrificante che consente agli spettacoli di girare solo come “scambi” fra istituzioni; seriamente, non sarebbe realistico augurarsi di fare una tournée. Le programmazioni ahimè sono già fatte prima del debutto degli spettacoli. Nell’immediato futuro comunque saremo a Bologna (Teatro Arena del Sole / ERT) nel marzo 2020 con una settimana di repliche e a Milano, Teatro I, una compagnia indipendente, fondata da Renzo Martinelli e Federica Fracassi.

Agata: Mi auguro che vedano lo spettacolo quei ragazzi di oggi che forse percepiscono il teatro come qualcosa di istituzionale e lontano, visto che in realtà parla delle loro vite. Spesso è arduo parlare di quel periodo senza che la discussione venga strumentalizzata dall’opinione pubblica. Lo spettacolo può essere anche un tassello per capire meglio gli antefatti degli anni ʼ70. E, infine, mi piacerebbe dare spazio e voce ai militanti, che fanno un lavoro sul territorio il quale spesso non ha visibilità, o che ce l’ha solo quando si può parlarne in senso negativo.

BS: C’è un’ultima novità che riguarda Vogliamo tutto!

Agata: Certo! Il prossimo 21 luglio saremo al Festival Teatrale di Resistenza di Gattatico (Reggio Emilia) all’Istituto Alcide Cervi che mette in scena sette spettacoli di teatro civile provenienti da tutta Italia.

BS: Cosa avete in cantiere?

Davide: Stiamo lavorando al progetto Confini, che debutterà nel luglio 2020. All’interno di questo percorso, c’è Sconcerto per i diritti, uno spettacolo più piccolo che andrà in scena a ottobre, a Scandicci, dove abbiamo vinto un bando di residenza per il Teatro Nazionale della Toscana, in scena ci saranno Agata Tomsic e Silvia Pasello. Ci sarà poi un focus al Centro di Promozione teatrale La Soffitta, Dipartimento delle Arti dell’Università di Bologna, dove terremo un laboratorio di tre giorni e porteremo due repliche dello Sconcerto.

Leo Strauss, i classici greci per capire il rapporto tra filosofia e politica

Matteo Moca

«La nostra Grande Tradizione include la filosofia politica e perciò sembra garantirne la possibilità e la necessità. Secondo la medesima tradizione, la filosofia politica è stata fondata da Socrate. Dal momento che Socrate non ha scritto libri o discorsi, la nostra conoscenza delle circostanze in cui, o delle ragioni per cui, la filosofia politica è stata fondata, dipende interamente dai resoconti di altri uomini». Così, squadernando una questione di grande importanza e difficile soluzione, si apre l'introduzione che Leo Strauss scrisse per il suo Socrate e Aristofane, pubblicato adesso come primo volume - curato e introdotto da Marco Menon - della nuova importante collana “Straussiana” delle Edizioni ETS, diretta da Carlo Altini, Raimondo Cubeddu e Giovanni Giorgini, una collana che si propone, anche scorrendo i titoli che risultano in preparazione, di dare un nuovo e maggiore spazio editoriale a uno dei pensatori più importanti del Novecento. Socrate e Aristofane rappresenta certamente una summa del pensiero filosofico di Strauss, e dunque una privilegiata porta di accesso alla sua filosofia, per molteplici motivi: innanzitutto per l'andamento e la forma precisa e minuziosa dell'interrogazione del testo antico, che pare assecondare quel dialogo con gli autori che deve precedere la lettura dell'opera, ma anche perché l'analisi del testo di Aristofane mette in gioco i temi principali della sua riflessione, ovviamente riscontrabili nelle altre sue opere, come la relazione tra la filosofia e la politica, l'analisi della religione e il rapporto tra la politica e l'arte.

L'interesse per Aristofane e per i classici greci nell'orizzonte della ricerca sulla filosofia politica, come ricostruisce precisamente nella prefazione Marco Menon, diventa per Strauss sostanzioso a partire dalla fine degli anni Trenta: questa attenzione prende la direzione dell'analisi del rapporto tra Aristofane, Senofonte e Platone, come testimonia chiaramente una lettera di Strauss del 1947 che fa bene intendere su cosa si stia assestando la sua ricerca: «Sto studiando ancora la Repubblica. Penso che la querelle tra filosofia e poesia possa essere intesa nei termini di Platone; filosofia significa la ricerca della verità; […] poesia significa qualcos'altro, ad esempio, nel migliore dei casi, la ricerca di un tipo particolare di verità». All'interno di questa discussione emerge la centralità della figura di Aristofane, perché Strauss rintraccia come il suo attacco a Socrate, rintracciabile non solo nelle Nuvole ma in molte delle sue commedie, si concentri proprio sulla questione della superiorità della filosofia o della poesia. Tentare di comprendere la centralità di Socrate nella filosofia politica, come emerge anche dal passo dell'Introduzione precedentemente citato, implica la lettura di Aristofane: via privilegiata per comprendere la vera natura di Socrate sarà il confronto tra il ritratto platonico e quello aristofaneo, l'autore del Simposio ammirava Socrate, Aristofane no, (l'attenzione di Strauss si concentra anche su Senofonte, che insieme a Platone e Aristofane conobbe Socrate di persona): si tratta però di uno studio che sottende un discorso al presente e non si limita solo allo studio dell'antichità. Su questo punto è preciso Strauss quando scrive di come, dopo gli attacchi di Nietzsche a Platone e a Socrate, il suo ritorno alle origini «è diventato necessario a causa della radicale messa in discussione di quella tradizione».

Socrate e Aristofane viene concluso da Strauss, dopo una lunga fase preparatoria e di studio, nel 1965, ma la sua pubblicazione è accolta con freddezza anche da parte dei suoi corrispondenti più stretti (Karl Löwith per esempio, a cui Strauss scriverà dopo aver ricevuto uno stringato commento: «La sua frase sul mio capitolo sulle Nuvole mi ha rallegrato molto: è quasi l'unica parola di incoraggiamento che ho sentito da molti anni! Ma non vorrebbe leggere anche gli altri capitoli?»), nonostante questo testo si concentri, come sottolinea Menon, sulla questione fondamentale della differenza tra physis e nomos, «che riveste un ruolo costruttivo per la filosofia stessa» e trascenda ben presto, pur nell'organicità della lettura, i testi di Aristofane per addentrarsi tra i sentieri speculativi a lui più cari, come la natura del teatro drammatico e il suo ruolo edificante, la dualità tra illuminismo e tradizionalismo, la vita nella città o l'imprescindibile ruolo della politica. Strauss espone come le fonti platoniche e aristofanee su Socrate siano divergenti (Senofonte è invece considerato da Strauss come un testimone più solido in quanto continuatore delle storie di Tucidide): nei dialoghi del primo, Socrate è idealizzato ed è molto difficile distinguere nettamente ciò che Socrate ha pensato e quello che gli viene attribuito da Platone, utilizzando invece le Nuvole di Aristofane è possibile conoscere il Socrate presocratico, e cioè analizzare il passaggio dalla filosofia stricto sensu alla filosofia politica e dunque, ancora, andare a ricercare nei territori che sono alla base della disciplina filosofica. La lettura di Strauss si articola in numerosi capitoli, ognuno dedicato a una delle commedie di Aristofane: attraverso una lettura filologica, in queste testi emergono alcuni temi centrali della filosofia di Strauss, come il discorso sugli dei, già precedentemente evocato, nella lettura di Uccelli, Rane e Pluto, dove Aristofane solleva problematiche centrali per la definizione della divinità, oppure la riflessione sul rapporto tra Atene e Gerusalemme, nome di uno dei suoi libri più importanti ma soprattutto metafora della scelta tra filosofia e Bibbia, tra due città sacre. Lo spazio maggiore è dedicato a Nuvole, nonostante comunque ognuna delle commedie venga messa in relazione da Strauss con le altre, costruendo un vero e proprio studio organico sull'opera di Aristofane, perché Nuvole rappresenta il luogo centrale per l'indagine sul giudizio aristofaneo su Socrate. Attraverso questa dettagliata analisi, Strauss arriva alla conclusione, se di giudizi definitivi si può in questi casi parlare, che Aristofane si credeva superiore a Socrate, «in virtù della sua conoscenza di sé e della sua prudenza»: infatti, scrive Strauss, «se da una parte Socrate è totalmente indifferente nei confronti della città che lo mantiene, dall'altra Aristofane si occupa molto della città» e, ancora, se Socrate «non rispetta le necessità fondamentali della città, o non vi si attiene, dall'altra Aristofane lo fa».

La saggezza di Aristofane assume la sua forma attraverso la parola del poeta, sia esso comico o tragico: le sue commedie sono «il vero Discorso Giusto» che tratta le cose comicamente (questa la chiave utilizzata da Strauss, che anche in un lettera a Kojéve scrive di come il suo libro potesse divertire un filosofo: «Ho appena finito di dettare un libro, Socrate e Aristofane. Credo che qua e là le strapperà un sorriso, e non solo per le battute di Aristofane e le mie parafrasi vittoriane») e che, «presentando come ridicoli non solo gli ingiusti ma anche i giusti, riesce a far sì che la sua commedia sia totale». Solo in questa maniera e attraverso questo filtro a lui congeniale, è possibile tratteggiare ciò che altrimenti sfuggirebbe o trascenderebbe ogni possibilità.

Leo Strauss

Socrate e Aristofane

cura e introduzione di Marco Menon

ETS

pp. 336 euro 30

Appunti di viaggio dal Giappone di un secolo fa

Roberto Terrosi

Questo libro ha un’unica pecca: quando entri in confidenza con l’ironica ma penetrante visione di Londres sul Giappone degli anni ’20, che lui vive in prima persona come inviato della rivista illustrata “Excelsior”, ti accorgi con rammarico che il libro è già finito. Aspettavo proprio di leggere il successivo articolo di Londres sulla politica giapponese o su qualche aspetto della cultura nipponica e invece dopo c’era solo la lista degli altri libri della collana. Ciò accade perché questo libro, oltre a essere godibilissimo, è un documento raro e prezioso nel suo genere, poiché riesce ad andare oltre i luoghi comuni orientalisti sul Giappone mistico e incantato o sensuale e guerriero che da Madama Butterfly ad Alan Watts hanno puntualmente appannato la visione del Giappone, trasformandolo in una sorta di favola. Con il suo realismo venato di cinismo Londres ci lascia invece un’immagine ben più lucida e credibile della situazione sociale e politica del Giappone di allora.

A me, poi, che scrivo queste righe di recensione da un caffè di Shijo a Kyoto, ha fatto una certa impressione immaginarmi Londres, negli anni ’20, a due passi da dove sono io, fare esperienza di un Giappone ancora immerso nei suoi ritmi e nei suoi usi tradizionali, in una Kyoto dove, tra le strade tutte uguali, circondate da case di legno tutte uguali, la calma era rotta solo dallo scalpitio dei geta, gli zoccoli di legno giapponesi che allora tutti calzavano e che oggi invece si vedono riapparire solo in occasione dei matsuri, le feste religiose, magari indossati da ragazze con yukata o kimono sgargianti che non sono neanche giapponesi, dal momento che le ragazze cinesi e le turiste di ogni parte del mondo non resistono alla voglia di travestirsi per un giorno da “giapponesina” o addirittura da maiko (giovane apprendista geisha), noleggiando abiti che sembrano confezionati da disegnatori di manga. Questo Giappone anni ’20, da una parte, era così diverso da quello di oggi, perché era realmente ancora immerso nella tradizione, e non nella sua contraffazione turistica. Kyoto aveva ancora le sue sale da tè, con le geisha che vi comparivano immancabilmente per i ricevimenti organizzativi dai vari gentiluomini; i risciò non avevano ancora lasciato il posto ai taxi; le mogli di buona famiglia, purtroppo per loro, erano ancora sepolte vive nelle case patrizie, senza il permesso di incontrare alcun chi, se non sotto stretta sorveglianza di un’anziana; e da ultimo le case fredde piene di spifferi, protette solo da inconsistenti pareti di carta non erano distinguibili, nella loro semplicità spartana, da quelle dei semplici popolani. A pochi chilometri da Kyoto, nella popolosa Osaka, però già stava nascendo un altro Giappone più simile a quello odierno. Questo Giappone moderno si andava materializzando turbinosamente, ed era fatto di macchine, merci, industrie, infrastrutture, che crescevano a vista d’occhio. Se Kyoto, ancora amava conservare il suo antico fascino di ex-sede imperiale, Osaka, invece era il corrispettivo giapponese dell’attuale Shanghai: una città aperta agli stranieri, piena di industrie, telefoni, automobili e macchine da scrivere di giornali che pubblicavano anche più edizioni in un giorno. Se a Kyoto Londres era sempre guardato come un marziano, potenzialmente pericoloso e capace di qualsiasi diavoleria, a Osaka era già percepito più modernamente come uno straniero in mezzo a tanti altri, a cui molti si rivolgevano con qualche parola di inglese, sperando però che non si trattasse di un odiato americano. Inoltre aveva già preso avvio il mondo dei circoli di appassionati delle varie culture nazionali europee, con i patiti di francese, tedesco, inglese e, chissà, forse anche d’italiano. Londres scrive in modo acuto e icastico, offrendo rapidi bozzetti di scene di vita giapponese per gli appetiti esotici del pubblico francese degli années folles. Ma prima di passare all’Excelsior, Londres  era stato un giornalista parlamentarista per “Le Matin”, che però si era rifiutato di finanziargli il suo viaggio in Oriente. Non per questo Londres smise di occuparsi di politica internazionale e poté giovarsi dei suoi rapporti professionali per stabilire contatti con l’élite che governava il Giappone, parlando, soprattutto quando era a Tokyo, con ministri e alti funzionari della diplomazia nipponica. Questi suoi trascorsi professionali gli permisero di entrare in Giappone dalla porta principale e di accedere subito agli ambienti in cui si decidevano le politiche internazionali, consentendogli di avere un punto di vista privilegiato sulla politica giapponese e dunque di scrivere articoli preziosissimi e illuminanti.

Tra una nota di colore e l’altra, Londres traccia man mano i lineamenti di un quadro politico rivelatore non solo su quello che doveva essere l’accumulo di tensioni con gli USA e che avrebbe portato il Giappone a quell’imprudente passo falso che fu l’attacco a Pearl Harbour, ma anche su una tattica politica da parte statunitense che vediamo ancora in atto oggi con la Cina. In altre parole, gli USA stavano con il fiato sul collo al Giappone, rimproverandolo continuamente per le sue politiche interne ed esterne, per tenerlo sul filo e costringerlo a fare concessioni su concessioni, che questi dovevano compiere, sia pure mal volentieri, per non restare fuori dal mercato internazionale. L’allarmismo USA non era del tutto infondato, dal momento che il Giappone aveva tutto l’interesse a usare il suo giovane potenziale bellico moderno (già sperimentato con successo contro Russia e Cina) per creare un impero nazionale ed entrare nel club delle potenze mondiali, esattamente come stavano facendo l’Italia e la Germania negli stessi anni, cercando così di recuperare il tempo perduto a causa della tardiva formazione in Stato nazionale moderno. Ma gli USA non sembravano voler accettare la nascita di una superpotenza al loro Occidente ovvero in Estremo Oriente, esattamente come non lo vogliono oggi e quindi si avvicinavano sempre più militarmente al Giappone (come oggi alla Cina), senza che questo impedisse loro di invocare ritorsioni per ogni iniziativa giapponese che tendesse a rafforzare la sicurezza nazionale. Insomma, una politica di accerchiamento stressante e provocatoria, che si concluse come sappiamo, sebbene i giapponesi in quel momento, e Londres ce lo racconta, cercarono di assecondare gli USA per evitare lo scontro, firmando un trattato del tutto svantaggioso. Allora Londres descrive a chi si interessa di politica un precedente significativo della politica americana in Estremo Oriente, con la speranza che la Cina non faccia la stessa sciocchezza commessa allora dai suoi vicini del Sol Levante.

Albert Londres

In Giappone

Cronaca di un cambiamento

Traduzione: Alessandro Giarda

Prefazione: Corrado Molteni

O barra O edizioni, pp. 112

Basterà un esercito di maestri elementari per sconfiggere la Cosa Nera?

Andrea Comincini

Se non si trattasse di un resoconto dettagliato su uno dei fenomeni criminali più importanti degli ultimi decenni, Il lato oscuro della mafia nigeriana in Italia potrebbe essere facilmente scambiato per una sceneggiatura di un film drammatico, quasi horror, e declassato come surreale. Si tratta invece, purtroppo, di una indagine accurata e firmata da un esperto, Fabio Federici, ufficiale dei carabinieri in prima linea contro la mafia, che da tempo studia il fenomeno della Cosa Nera, la malavita nigeriana presente in Italia, e non solo. Accompagnato da importanti prefazioni (Nando Dalla Chiesa, Ranieri Rizzante), il libro affronta con dovizia di particolari, ma in una prosa colloquiale, l’origine e la diffusione dei racket locali, in particolare appunto quelli provenienti dalla Nigeria. Formatasi negli ultimi trent’anni, oggi la black mafia si vede dislocata in tutto il territorio nazionale, in particolare al Nord e più recentemente nella zona di Castel Volturno, dove procede a conquistare fette di “mercato” con una violenza e prepotenza spaventose.

Agevolato da rapporti diretti delle forze dell’ordine, l'autore insiste sull’estrema violenza del fenomeno che richiede, come si dice in gergo, di essere “attenzionato”, vista la recrudescenza delle azioni criminali e l’escalation esponenziale. Un limite oggettivo del problema è certamente la sottovalutazione mediatica: Federici sottolinea quanto tv e radio si soffermino troppo semplicisticamente su fenomeni circoscritti di microcriminalità, mentre si dovrebbe ormai sviluppare una coscienza comune sugli orrori perpetrati da questi gruppi. La Cosa nera infatti non procede gerarchicamente, ma si muove attraverso cellule con grande capacità rigenerativa, fortemente settarie nella mentalità ma anche estremamente inserite nei contesti territoriali in cui agiscono, su scala nazionale e mondiale.

Le efferatezze riportate sono inquietanti. Caratteristiche di tali “sette”, una forte mimetizzazione che rende difficile la lettura sociologica del fenomeno, e una scarsissima mancanza di “pentiti”. Per quali ragioni? Ebbene, una delle peculiarità della nuova criminalità è l’iniziazione con riti voodoo e Ju Ju, macumbe, stregoneria e magia nera, che accompagnano l’iniziato durante il rito affiliativo. Di originale c’è che il neofita “crede” fortemente di essere in possesso del proprio capo, o nel caso delle donne avviate alla prostituzione, della maman, tanto da depersonalizzarsi e subire qualsiasi efferatezza. Nei riti – secondo la ricostruzione offerta da Federici – si compiono lacerazioni, stupri, marchiature e addirittura cannibalismo: un quadro agghiacciante in cui, accanto a gatti impiccati e bambole rituali, si trova la vittima che, oltre a subire minacce di ritorsioni in patria, teme per la propria anima e non trova quasi mai le forze per ribellarsi. Quando accade, e Federici riporta alcune testimonianze, la gioia è grande ma presto subentra anche la consapevolezza di trovarsi davanti a casi isolati, perché Cosa Nera è strutturata così solidamente che soltanto un approccio olistico e internazionale al problema può cambiare radicalmente l’ordine delle cose e i destini di tanti sfruttati.

L’ufficiale colloca l’origine di questo fenomeno nella nascita di confraternite nei campus universitari negli anni Cinquanta/Settanta. Creati da persone agiate, con un buon livello di istruzione, tali gruppi avevano l’intenzione di produrre una critica benefica al sistema. Una delle prime fu la Pyrates Confraternity del 1953, di cui faceva parte anche il nobel Wole Soyinka. Con il passare del tempo, alcune di queste associazioni si sono trasformate in veri e propri gruppi criminali, con nomi propri e rituali specifici, divise e simboli e contatti trasversali con polizia e politica corrotta. Tra le più feroci si cita la Black Axe per esempio, nata nel 1976 come confraternita universitaria e oggi così descritta: ”gli studenti agiscono come banditi, uccidendosi l’un l’altro e minacciando le università e la società […] lasciando alle loro spalle spargimenti di sangue, distruzione, stupri, oppressione e un generale senso di terrore”. Da parte sua, proprio la Pyrates Confraternity ha preso le distanze nel 2013 dalle associazioni simili o che fanno riferimento a essa, evidenziando quanto il fenomeno sia complesso e non facilmente riassumibile a schemi predefiniti.

Memore della lezione di Paolo Borsellino, che gridava: “parlate della mafia. Parlatene alla radio, in televisione, sui giornali…però parlatene”, Federici tuttavia mantiene uno sguardo ottimista e sottolinea come la conoscenza sia il primo passo per arginare e sconfiggere il mondo della criminalità, soprattutto quando si parla di un paese, come la Nigeria, irto di contraddizioni: secondo una stima delle Nazioni Unite, citata dall'autore, nel 2050 ci saranno 398 milioni di abitanti, di cui il 50 per cento disoccupato e con un dollaro al giorno di reddito.

Certamente combattere la mafia vuol dire prendere coscienza che oltre alla repressione e alla prevenzione, bisogna sradicare le condizioni che generano lo sfruttamento, uguali in ogni angolo del pianeta: povertà e analfabetismo (condizione questa alla base delle credenze tribali utilizzate per la sottomissione psicologica). Come sosteneva Gesualdo Bufalino, “la mafia verrà sconfitta da un esercito di maestri elementari”. Il libro di Federici vuole essere un primo passo in questa direzione e rappresenta per i lettori uno stimolo a puntare lo sguardo su un fenomeno criminale tanto inquietante quanto ancora poco  esplorato.

Fabio Federici

Il lato oscuro della mafia nigeriana in Italia

Oligo Editore, 2019

Ascoltare Liu Fang con la testa appoggiata a un guanciale di nuvole azzurre

Nazim Comunale

Dunque, camminare sul Po

è sempre un viaggio, è un’avventura

[...]

E dopo le file dei pioppi –

che sembrano non avere fine –

le antiche città

giovani di mille anni.

[...]

7. Questo è il Po, oggi

Fetonte

secondo la mitologia –

precipitò dal cielo e annegò nel Po.

Le sorelle

che lo piangevano sulla riva – furono trasformate in pioppi.

E la pioppicultura

è una delle attività tipiche del fiume.

Oggi

sulle sue rive

possiamo ancora vedere pecore al pascolo

ma

nei giorni di festa –

gare di motocross.

Questo è il Po, oggi.

E questa, più in generale, è l’Italia

nuova e vecchia insieme

già del Duemila e ancora antica.

Cimiteri sopra cimiteri di altre ossa

città sopra città

chiese sopra altre chiese scomparse.

Niente riposa

sotto e sopra il suolo italiano;

tutto è testimonianza di altre vite,

di antichi percorsi,

di perdute fantastiche o strazianti primavere.

Da Il Po è un fiume di Roberto Roversi,

poesia in sedici tappe per il documentario

Sguardi dal fiume” del 1997 di Nene Griffagnini

e Francesco Conversano)

A due passi dal grande fiume c'è un teatro speciale, che si affaccia sulla piazza metafisica di Gualtieri, il paese del pittore Antonio Ligabue: dopo quasi trent'anni di abbandono è stato riaperto dall'associazione che ne porta il nome, privo del palcoscenico originario. Questa menomazione genera nuove possibilità e un nuovo modo di fruire gli spazi, in un teatro rovesciato dove la platea diventa palcoscenico e dove una volta stava quest'ultimo, ora siedono gli spettatori. Da questo rovesciamento fisico e concettuale nasce un ambiente scenico unico, anche grazie all’intelligente scelta di non porre in essere nessuna opera di restauro delle condizioni originali della struttura: gli unici interventi sono stati leggeri e con l'intento di non modificare la situazione attuale dell’edificio. Che oggi si presenta come fosse stato bombardato, come un ventre ferito. In questo scenario, che già da solo è uno spettacolo, va in scena l'undicesima stagione di questa coraggiosa impresa, in grado di catturare l'attenzione di musicisti di grande fama come Ezio Bosso, che è un amico del Teatro Sociale , proprio in questo periodo qui di ritorno (tra l'8 ed il 10 luglio) a dirigere la Europe Philarmonic Orchestra, per festeggiare il decennale del suo primo concerto in questo posto, che è una vera e propria utopia realizzata.“Siamo argini. Senza confini” (da leggere con giusta pausa dopo il punto): così nel libretto di presentazione della stagione 2019 del Teatro Sociale, in barba alla vacua retorica dei porti chiusi e all'ipocrisia e al cinismo dilagante. Un sottile stupore di essere al mondo, un'attitudine da visitatori del pianeta, come nelle storie plausibili (ma della cui verità non possiamo mai essere certi), che abitano “Narratori delle pianure”, l'importante raccolta curata da Gianni Celati e pubblicata nel lontano 1984. Come scriveva Walter Benjamin, capita sempre più di rado di incontrare persone che sappiano raccontare qualcosa come si deve.

Accade in questo posto a un crocicchio dove il reale e l'immaginario, il fisico ed il metafisico, le ipotesi e le apparenze si incontrano; nella serata del 28 giugno giunge dalla Cina (anche se risiede da tempo a Montreal, in Canada) Liu Fang, grande virtuosa di pipa (il liuto cinese), per un recital in solo che lascia muti per la meraviglia. Musica di una delicatezza e di un nitore indicibili, che si ascolta, con il poeta Li Po, “con la testa appoggiata a un guanciale di nuvole azzurre”. Già invitata da Paolo Angeli al suo festival in Gallura “Isole che parlano” nel 2016, Liu Fang ammalia il pubblico con un folk imprendibile, minimale, dove ogni gesto sonoro è calibratissimo, essenziale e perfettamente armonico, come un passo di danza. Paesaggi sconfinati di mondi che non sappiamo, in equilibrio assoluto tra inaspettate assonanze con il sentimento velatamente drammatico di certa tradizione napoletana (il suono della pipa può ricordare per certi versi una mandola o un mandolino) e armonici come echi di storie remote di cui cogliamo l'essenza senza conoscerne i contorni. Furono i geniali Gastr Del Sol di David Grubbs (tra le altre cose oggi professore di musica al Brooklyn College di New York) e del Re Mida Jim O'Rourke (un musicista capace di spaziare dall'elettroacustica al pop alla Bacharach, dai Sonic Youth alle collaborazioni con i più interessanti musicisti giapponesi, non ultima la sua musa attuale, Eiko Ishibashi) tra i primi, sulle orme di John Fahey, a scavare in profondità per far venire alla luce il legame tra le forme del folk più antico e i miraggi del drone e del minimalismo. Cogliere il nesso tra sperimentazione e musica popolare ha permesso poi a molte orecchie di aprirsi a nuove sorprese e a nuovi misteri: ecco che allora ci si approccia a questo excursus nella tradizione classica e foklorica cinese sapendo che tra linee di queste composizioni liriche, sospese, vagamente malinconiche, si annidano segreti che non sappiamo decifrare e non possiamo dire. Germogli di melodie fragili eppure rigorose, sottili, monumentali e cocciute nella loro intima essenza. Suoni naturali, di sostanza filosofica, prodotti da un liuto a quattro corde di seta.

La prima parte della stagione del teatro Sociale di Gualtieri prosegue tra varie rassegne (Direction Under 30, Concerti dal Mondo, Fuoriuscite) fino a settembre, poi arriverà a novembre spostandosi a casa di Cesare Zavattini, a Luzzara, dove un altro spazio è stato recuperato grazie al lavoro della Fondazione Un Paese e ad un gruppo di volontari. L'invito è dunque a seguire il programma sul sito www.teatrosocialegualtieri.it

Accontentiamoci di riparare poche cose, è già molto. Una sola cosa riparata ne cambia altre mille” (John Berger)

LIU FANG

Teatro Sociale di Gualtieri

28 giugno

L’arte a Cuba, esplorazioni in forma di gioco

Lara Demori

(D)estructura è la cartografia di un viaggio; è un gioco; è un’analisi sociologica; è un’indagine antropologica. (D)estructura è arte; è collaborazione, è partecipazione. (D)estructura è una proiezione, un’immaginazione del futuro.

Tutte queste definizioni mi sono venute in mente cercando un modo per raccontare ai lettori il progetto (D)estructura e il libro omonimo che è nato come suo prodotto finale, insieme testimonianza e racconto di un percorso che si è svolto tra il 2016 e il 2017 a Cuba. Nessuna delle descrizioni è esaurente e univoca; come il progetto, anche il libro raccoglie e presenta una polifonia di voci e di immagini.

Partirò da dove sono partiti i partecipanti al progetto, ovvero dalla domanda che dà inizio al gioco: come immagini la tua vita tra dieci anni e di cosa hai bisogno per realizzarla? All’indomani della morte di Fidel Castro Cuba non è più la stessa. La sua identità è instabile e in potenziale cambiamento. Farsi domande sul futuro non è solo lecito ma necessario per tutti.

Fidel se murió :-(”, l’SMS che Laura Salas Redondo ( co-curatrice del volume insieme a Erick González Léon e Cecilia Guida) invia agli artisti è l’annuncio - “lapidario come il titolo a nove colonne di un quotidiano, umanizzato solo dall’emoticon che restituisce la triste solennità del momento”, come scrive Riccardo Venturi a chiusura del testo chiave del libro - che marca il punto di inizio simbolico del progetto. Dopo nove giorni di lutto in cui l’intera isola rimarrà immobile, raccolta in un innaturale silenzio, tre artisti colombiani, Juan Esteban Sandoval, Alejandro Vásquez Salinas (duo che forma El puente_lab) e Mariangela Aponte Nuñez, intraprendono un viaggio da Havana a Santiago.

La creazione di una cartografia degli agenti socio-culturali di Cuba è un’idea del LASA (Laboratorio artístico de San Augustín) che commissiona ai tre un progetto ispirato alla piramide dello psicologo Abraham Maslow, che tra il 1943 e il 1954 aveva formulato la teoria della “gerarchia dei bisogni” (hierarchy of needs) pubblicata nel suo libro Motivation and Personaliy (1954). Questa gerarchia è raffigurata da una piramide stratificata in cinque livelli: alla base i bisogni più semplici, per finire quelli più complessi. Secondo Maslow, l’individuo si realizza passando progressivamente per tutti i livelli.

La piramide fu criticata, tra le altre cose, anche per la pretesa di stabilire e gerarchizzare i bisogni a livello universale, senza tener conto delle differenze da individuo a individuo. Per ovviare a questi punti deboli, i tre artisti inventano un gioco capace di ‘destrutturare’ la piramide, sconfessando il suo andamento gerarchico: nasce così, appunto, (d)estructura. Come lo descrive Magaly Espinosa Delgado, il progetto non è altro che “un semplice gioco da tavolo in cui i giocatori, usando piccole tessere di vari colori, costruiscono una piramide che rifletta le loro aspirazioni”. Si tratta dunque di far realizzare a dei giocatori scelti casualmente una sorta di piramide di Maslow individuale in cui si parte dal particolare per raggiungere l’universale, seguendo un insieme di semplici regole stabilite da Sandoval, Salinas e Nuñez. Le fasi del gioco sono cinque: la scelta dei valori, l’attribuzione dei colori, la costruzione delle fondamenta, l’innalzamento della struttura, e il passaggio finale dal verticale all’orizzontale che consente agli artisti, supervisori dei giochi, la lettura stratigrafica delle tessere. Tra i valori più ricorrenti scelti dai giocatori troviamo salute, amore, educazione, alimentazione, pace, democrazia, ma anche lavoro, tempo libero, piacere, arte, territorio e patria.

L’idea della piramide ricorda strutture già viste nella storia dell’arte. Basti pensare, come ricorda Venturi, al Monumento alla terza internazionale di Tatlin, alle cataste di legno di Carl Andre, ma anche alla produzione di Gerrit Rietveld – la Rood Blauwe, la sedia blue e rossa progettata tra il 1917 e il 1918; la casa Rietveld Schröder – “dove ogni elemento si basa sulla riproduzione di un singolo modulo disposto all’orizzontale o alla verticale”. Va detto, a questo proposito, come l’estetica neoplastica, e soprattutto quella concretista, ebbe un enorme successo nel dopoguerra in Latinoamerica, diventando parte integrante del processo di modernizzazione del continente. Nel 1950 il Museu de Arte de São Paulo dedica a Max Bill una retrospettiva che include dipinti, sculture e progetti architettonici; l’anno dopo l’artista, formatosi nell’ambiente del Bauhaus, espone alla biennale di São Paulo, vincendo il premio per la scultura. Fondamentale anche l’influenza di Bill sull’argentino Tomás Maldonado, fondatore del movimento Associación Arte Concreto-Invención, e sul cubano Waldo Díaz-Balart, artista concreto che coniuga forme geometrico-astratte con colori brillanti di eredità pop (fu, non a caso, amico di Andy Warhol e attore in due suoi film: The Life of Juanita Castro, 1965 e The Loves of Ondine, 1968). In Brasile, l’estetica concretista adottata dai gruppi Frente e Ruptura, viene assimilata e superata alla fine degli anni cinquanta dal movimento Neoconcreto, fondato nel 1959 da Ferreira Gullar. Gli artisti neoconcreti si propongono di andare oltre il rigido costruttivismo geometrico promosso dalle correnti concretiste conferendo all’oggetto le qualità sensoriali di quello che definiscono un “quasi-corpo”.

Esempi per eccellenza di questa nuova fenomenologia estetica – Gullar si ispira, non a caso, a La phénoménologie de la perception (1945) di Merleau-Ponty – i Bichos (1960-1973) di Lygia Clark, richiedono la partecipazione del pubblico. Bicho vuol dire letteralmente “creatura”; è un oggetto animato, una semplice struttura costituita da lastre metalliche unite da cerniere. L’aspetto tattile fa appello ai sensi dello spettatore che – idealmente – interviene per compiere una vera e propria destrutturazione e riconfigurazione delle sue parti. Le sculture animate di Lygia Clark diventano così antesignane non solo di un processo, di una dialettica di decostruzione delle parti, ma anche di una estetica partecipativa e relazionale, che diventa poi uno dei cardini della pratica artistica degli anni Novanta, consacrata a livello teorico dalla Esthétique relationnelle (1998) di Nicolas Bourriaud.

Espinosa Delgado, nel testo Del juego al pronóstico: prácticas relacionales, sottolinea l’importanza dell’estetica relazionale e nella genesi del gioco (d)estructura; la studiosa individua come precursori del progetto le opere degli artisti cubani Grethell Rasúa, Aljandro Ulloa, il duo Luis o Miguel, Sandra Ceballos e Samuel Riera. Manca nel volume un’analisi del percorso precedente dei tre artisti, un approfondimento che avrebbe forse contributo a contestualizzare la creazione del gioco, facendo luce su una potenziale dialettica transnazionale e transculturale. Il viaggio, la migrazione di persone e idee prendono dunque forma tra le pagine del libro: gli appunti estemporanei, a carattere diaristico, che gli artisti annotano durante il loro itinerario sono seguiti da una serie di foto di luoghi e, soprattutto, di persone che giocano. L’ultima parte è invece dedicata all’analisi delle piramidi, un esame che prende in considerazione non solo i valori e la costruzione dei livelli, ma anche la provenienza e la formazione dei partecipanti.

Così, dietro il pretesto dello svolgersi di un gioco, (D)estructura invita il lettore a compiere una esplorazione, insieme sociale e antropologica, nella realtà cubana dei nostri giorni. Ne emerge non solo la potenzialità dell’opera d’arte di diventare modello collaborativo e sociale, ma anche uno spaccato inedito della cultura e dell’umanità eterogenea di Cuba che rivela le sue molte e spesso invisibili contraddizioni.

(d)estructura. Viajes por Cuba/Cartografía Social

curated by Laura Salas Redondo, Erick González León, Cecilia Guida

Foligno: viaindustriae publishing, 2018 (eng./sp.)