Alfadomenica # 3 – giugno 2019

Sarà – ne siamo sicuri – una grande festa quella in programma mercoledì 19 giugno al Teatro Argentina di Roma: una festa per ricordare Nanni Balestrini, evitando da un lato i toni lagnosi che lui avrebbe considerato sommamente disdicevoli, dall'altro cercando di afferrare i moltissimi aspetti della sua opera – impresa impossibile e tuttavia necessaria, di cui l'incontro di mercoledì, intitolato I migliori Nanni della nostra vita e articolato su un lungo orario, dalle 17 alle 23, è solo il primo passo. Trovate in basso, sotto il sommario (come sempre densissimo di contributi), l'invito: tanti i nomi, e forse ancora qualcuno manca.

Grazie al Teatro di Roma per l'entusiasmo con cui ha aderito alla nostra proposta, grazie a tutti quelli che vorranno partecipare da vicino o da lontano a questo ricordo. (Ne seguirà poi un altro, ugualmente intenso, alla Fondazione Mudima di Milano, il 2 luglio, giorno del compleanno di Nanni).

E adesso, buona lettura!

Maria Teresa Carbone, Alfabeto Balestrini

Stefano Jorio, Lo scontro in atto tra la Weltdemokratie e il neofascismo

Lelio Demichelis, La filosofia & l’analisi: come restare umani

Alberto Comparini, Poesia ed ecologia

Simone di Biasio, Umberto Fiori, il desiderio di essere ognuno

Paolo Carradori, Music@Villa romana: due giorni di suoni radicali e memorie ottocentesche

Enrica Palmieri, Shaun Parker, Piccolo Grande Uomo

Cecilia Guida, Bert Theis. L'artista che imparò a volare

Michele Emmer, Gli ultimi Kraho: una storia modello

Alberto Capatti, Alfagola / Cipolle (anno 1549)

Roma, Teatro Argentina

mercoledì 19 giugno 2019

Dalle 17 alle 23, fra Sala Squarzina e Sala Grande, una kermesse

a cura di alfabeta2: conversazioni letture proiezioni performance e musiche

per Nanni Balestrini, «artista totale della parola» (1935-2019),

illustreranno la sua figura tra editoria e comunicazione, politica e società,

immagini e video, poesia e narrativa, musica e teatro.

Intervengono fra gli altri, in ordine di apparizione (più o meno!):

Paolo Fabbri, Gino Di Maggio, Romano Luperini, Renato Parascandolo, Vittorio Pellegrineschi, Renato Barilli e Silvia Ballestra; Franco Berardi “Bifo”, Paolo Virno  e Francesco Raparelli; Valentina Valentini, Michele Emmer, Paolo Bertetto, Gianfranco Baruchello, Carla Subrizi, Achille Bonito Oliva, Patrizio Peterlini e Manuela Gandini; Roberto D’Agostino; Alberto Capatti; Flavia Mastrella e Antonio Rezza; Fausto Curi e Niva Lorenzini; Rachel Kushner; Giovanni Fontana, Cecilia Bello Minciacchi, Marco Giovenale e Michele Zaffarano; Tommaso Ottonieri, Marco Palladini ed Emanuele Trevi; Gilda Policastro e Cetta Petrollo Pagliarani; Florinda Fusco e Franca Rovigatti; Maria Grazia Calandrone, Laura Cingolani, Fiammetta Cirilli, Elisa Davoglio, Fabio La Piana, Massimiliano Manganelli, Vincenzo Ostuni, Lidia Riviello e Sara Ventroni; Mario Gamba, Alvin Curran, Iaia Forte, Fabrizio Parenti con Josafat VagniIlaria Drago con Luigi Cinque e Gianluca Ruggeri; Peppe Servillo

Conducono Maria Teresa Carbone e Andrea Cortellessa

Alfabeto Balestrini

Maria Teresa Carbone

Premessa. Tra Alfabeta e Zooom, attraversando le 21 lettere tradizionali dell'alfabeto (e non 26, come suggerirebbe Andrea Cortellessa, co-destinatario di numerosi fra i messaggi che cito qui sotto), questo è il tentativo di riassumere gli oltre vent'anni di amicizia e di collaborazione con Nanni Balestrini, secondo il criterio – molto balestriniano – di non scrivere (quasi) niente, lasciando fare, in questo caso, tutto a lui. Per quanto Nanni mi manchi tantissimo, e di più mi mancherà in seguito, scorrendo fra le migliaia di email che ci siamo scambiati nel tempo, sono scoppiata a ridere parecchie volte. E questo, penso, non gli sarebbe dispiaciuto.

Alfabeta

siamo realisti, alfabeta non esiste perché non può esistere una rivista di cultura fatta in questo modo, senza una redazione che la costruisca, senza un gruppo compatto di collaboratori, magari giovani, che la discuta sulla base di un programma di idee, di politica culturale. È un blog appaltato a collaboratori casuali, alcuni analfabeti, agli amici grafomani. Può essere un servizio di informazione culturale, ma allora deve essere pagato. Per cui adesso continuiamo, con tanti sacrifici e buona volontà, a arrampicarci insoddisfatti su un inutile specchio. È un peccato smettere perché abbiamo una buona testata e un buon pubblico. Dovremmo cercare di inventare una soluzione innovativa da settembre, che adesso non riesco a immaginare... (email,16 luglio 2016)

Bocca (tapparsi la)

non ti chiedo di pensare come me, pensa quello che vuoi ma tienilo per te, fa parte del buon vivere e del rispetto verso una persona non sparlare dei suoi amici e dei colleghi di lavoro – spesso nella vita è bene perfino ahimè se non cucirsi tapparsi un po' la bocca!

(email, 25 luglio 2015)

Cazzo (di cane)

fare le cose a cazzo di cane non è un insulto ma un giudizio di comportamenti, è un modo di dire che significa fare le cose in modo disordinato, insensato. Così considero il fatto di voler fare arrivare al correttore e all'impaginatore di una rivista indicazioni spesso contraddittorie da quattro persone diverse, in tempi diversi, invece che da un'unica fonte. (email, 22 giugno 2013)

Donne (intellettuali)

su Alfabeta vorrei cose direttamente incisive come quello di cui avevamo parlato: come alle donne intellettuali viene riservato il compito di parlare unicamente di problemi femminili su giornali e televisione (l'altra possibilità è far vedere il culo), contrariamente ai maschi che hanno il diritto di parlare di tutto – è questa la cosa che mi piaceva affrontata direttamente senza tante digressioni, come violenta denuncia polemica, e dovresti farmela benissimo e presto, grazie.

(email, 16 aprile 2010)

Emma

EMMA (Enciclopedia Multimediale Attiva) è il primo esempio di enciclopedia di base realizzata appositamente per Internet, utilizzando cioè tutte le risorse – testi, immagini, link, audio e video – che il web può offrire. Nata nell'ottobre 1999 all'interno del sito RaisatZoom (realizzato dalla società Ars Edizioni Informatiche per conto di Raisat) e configurata come un'opera in progress, EMMA conta a marzo 2001 circa 400 voci suddivise in ambiti tematici.

(Progetto Emma, a cura di NB e MTC, marzo 2001)

Futuro

mi sono stati insinuati dubbi sul titolo dello Speciale FUTURO ADDIO e suggerito invece INFINITO PRESENTE (che mi ricorda qualcosa) sarei d'accordo per cambiarlo, che ne pensate? (Infinito Presente era il titolo che avevo suggerito per il programma destinato a Rai5 e poi intitolato Alfabeta, ndr)

(email, 28 agosto 2015)

Gruppo 63

continuo a pensare che una sfilza di schedine tutte su libri dello stesso ambito sia una palla, basta un pezzo ampio che permette anche un discorso complessivo (a proposito di uno speciale per i 50 anni del Gruppo 63, ndr)

(email, 29 agosto 2013)

Homepage

La homepage del sito è concepita come una vera e propria copertina, che punta ogni giorno su un tema diverso e attira l'attenzione del visitatore attraverso un'immagine, un testo, un video (incipit del progetto RaiLibro/web, a cura di NB e MTC, 2001-2002)

Inquinare

continuo a pensare che Inquinare (come tema di una puntata – poi non realizzata – del programma Alfabeta per Rai5, ndr) sia buono, è una delle nostre attività più costanti, coi trasporti, con le immondizie, con le industrie – poche delle cose che facciamo non contaminano... e poi si inquinano le menti con buona parte della cultura popolare, la morale con la corruzione pubblica, i bambini... (email, 23 marzo 2014)

Litigare

oggi sono molto raffreddato, ma domani o dopo ti vedrei volentieri per andare avanti a litigare un po'

(email, 12 giugno 2013)

Millepiani

Millepiani è stato concepito come un magazine culturale che affronta tematiche di attualità partendo da libri. L’assenza di conduttore e intervistatori vuole significare il rifiuto di prendere per mano lo spettatore e guidarlo a piccoli passi nei sentieri della conoscenza. L’intenzione è di metterlo direttamente, brutalmente spesso, di fronte alle idee e agli eventi.

(progetto per il programma televisivo Millepiani, a cura di NB e MTC, Cult Network Italia, 2004-2006)

Necrologi

alfa + giornaliero non si presta a pubblicare necrologi, cosa che vorremmo anche evitare perché i nostri numerosi collaboratori hanno tutti tanti amici illustri e in buona parte sono anziani, età in cui gli eventi luttuosi sono frequenti e i necrologi finirebbero per occupare tutti gli spazi (email, 26 febbraio 2014)

Obiettivo

Resta fondamentale la critica dell'esistente, ma tentare di inventare il nuovo è un obiettivo forse più ambizioso, e probabilmente oggi anche necessario. (email, 10 novembre 2013)

Poesia

La poesia fa male (incipit di Apocalisse, testo/manifesto di NB per l'edizione 1999 del festival romapoesia, a cura di NB, MTC e Franca Rovigatti)

Quello che viene, viene

eccoci, ho riunito tutte le scelte, non è così perfetto come auspicavo, ma non è grave (...) Quello che viene viene, vorrei invece avere i mesi dell'antologia omogenei come quelli dell'anno scorso, e più o meno ci siamo (a proposito dell'almanacco di Alfabeta 2017, ndr). (email, 13 settembre 2016)

Ragionamento

ieri in treno per Milano ho buttato giù un ragionamento su una possibile rivista digitale

(orrendo termine, e sbagliato, sarebbe più esatto utilizzare la traduzione francese: numerico) (email, 26 febbraio 2014)

Stroncatura

mai qualche bella polemica o stroncatura che faccia notizia, e ce ne sarebbe bisogno, altrimenti il tedio dilaga... (email, 5 giugno 2016)

Tecnologie digitali

avevamo chiesto una serie di video sulle arti visive, non il sottobosco dei poveri fanatici illusi drogati delle tecnologie digitali – non parliamo poi dell'arte digitale che non esiste, se ne blatera da qualche decennio e non ne è venuta fuori finora neanche un'opera con un minimo di validità...
(email, 21 febbraio 2016)

Urgente

telefonami urgente (email, 14 settembre 2018)

Volontariato

volontariato per tutti e sempre, ma per quale alta, nobile impresa? almeno ci fosse da divertirsi, ma così è diventato solo una noiosa e ripetitiva perdita di tempo, veramente poco interessante. A meno che salti fuori una sconvolgente idea nuova...
(email, 16 luglio 2016)

Zooom

Sembra quasi un ossimoro, un quotidiano di libri e di cultura, e per di più online. Eppure questo è e vuole essere Zooom (presentazione Zooom. Letture e visioni in rete, a cura di NB e MTC, luglio 2003)

Adesso che facciamo i video, zooom va recuperato (email, 12 giugno 2013)

MTC: Su Zoooom l'unico difetto è che l'abbiamo fatto con 10 anni esatti di anticipo (email, 12 giugno 2013)

Questo articolo è uscito su Alias / il manifesto sabato 8 giugno 2019

Lo scontro in atto tra la Weltdemokratie e il neofascismo

Stefano Jorio

Al Deutsches Historisches Museum di Berlino è aperta fino al 22 settembre la mostra «Weimar: l’essenza e il valore della democrazia». Con l’intento dichiarato di celebrare valori democratici oggi nuovamente in pericolo, la mostra racconta la storia della Repubblica di Weimar dalla sua nascita al successo elettorale del Partito Nazionalsocialista nel 1930: la storia di una Repubblica parlamentare progressista, democratica e tollerante, insidiata e poi abbattuta dalla destra autoritaria hitleriana. Questo quadro storico, assai semplificato, sembra indicare un doppio obiettivo di politica culturale da parte del museo.

«La democrazia liberale oggi non è più scontata ed è anzi in pericolo,» viene spiegato all’inizio del percorso. «Partiti autoritari vanno rafforzandosi anche in paesi di lunga tradizione democratica. Anche in Germania la fiducia nella democrazia liberale sembra diminuire.» Dopo avere diviso in due metà la storia della Repubblica di Weimar (prima e dopo il 1931, la fase progressista e la fase del collasso) i curatori annunciano che al pubblico verrà raccontata solo la prima parte: «i suoi inizi, le basi che pose nella politica e nella società, le idee e le azioni di chi costruì la prima democrazia tedesca. Con grande passione vennero allora negoziati compromessi, fu elaborato il diritto alla libertà e all’uguaglianza, furono avverate visioni sociali.» Foto e testi raccontano le campagne elettorali, le alleanze tra partiti, la disoccupazione e il riconoscimento sociopolitico delle donne; ricordano che la Repubblica istituì con faticosi compromessi l’assicurazione per i disoccupati ed emanò nel 1922 la Legge per la protezione della Repubblica che proibiva organizzazioni «ostili alla costituzione» e istituiva un tribunale speciale. La mostra spiega che giudici antirepubblicani usarono la legge con clemenza verso la destra eversiva e con severità verso i comunisti; menziona il grande successo nazionalsocialista alle elezioni del 1930 e ricorda Carl Von Ossietzky, caporedattore della «Weltbühne», condannato nel 1931 a diciotto mesi di prigione per aver denunciato il riarmo in corso (verrà arrestato nel 1933 dai nazisti e morirà dopo la detenzione in diversi campi di concentramento). A questo punto, conformemente a quanto annunciato, la cronaca degli eventi politici si interrompe; nelle sale finali viene illustrato il cosiddetto fermento culturale dell’epoca weimariana. La mostra ha evocato l’immagine di una democrazia viva ed entusiasta che soccombe alla violenza nazionalsocialista, ha raccontato la storia di una Repubblica inizialmente progressista, poi conservatrice e infine travolta dal successo della destra mistico-nazionalista e antidemocratica. È quanto potremmo l’obiettivo esplicito di politica culturale: evocare la Repubblica di Weimar per sensibilizzare il pubblico sul pericolo della situazione attuale e sul valore della democrazia.

Si tratta però di un’immagine parziale, perché nella Germania del primo dopoguerra anche i governi socialdemocratici sperimentarono soluzioni autoritarie. Fin dai suoi primi anni la Repubblica di Weimar – pur nell’entusiasmo progressista che diede voce alle donne e varò importanti misure sociali – vide l’antisemitismo rappresentato in parlamento, ebbe ministri antisemiti e si avvalse più volte dell’articolo 48 che sospendendo i diritti civili conferiva poteri eccezionali al Presidente. Nel 1919 il governo socialdemocratico di Scheidemann represse nel sangue la Lega di Spartaco facendosi aiutare dalle formazioni paramilitari dei Freikorps (Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg vennero uccisi dai sicari del ministro Noske). «È bene non dimenticare,» ha scritto Giorgio Agamben, «che i primi campi di concentramento in Germania non furono opera del regime nazista, bensì dei governi socialdemocratici, che non soltanto nel 1923, dopo la proclamazione dello stato di eccezione, internarono sulla base della Schutzhaft migliaia di militanti comunisti, ma crearono anche a Cottbus-Sielow un Konzentrationslager für Ausländer che ospitava soprattutto profughi ebrei orientali.» La mostra sottace che l’autoritarismo hitleriano attecchì in un’epoca autoritaria, e che la classe dirigente della Repubblica di Weimar esprimeva già, nel suo insieme, un diffuso desiderio di governo forte. Il parlamento era stato sciolto tre anni prima che il presidente Hindenburg – uomo della destra conservatrice non nazionalsocialista – incaricasse Hitler di formare il governo; quella che venne chiamata “dittatura costituzionale”, apparentemente intesa a proteggere la Repubblica, fu in realtà la premessa del suo tramonto («nessuna costituzione della terra come quella di Weimar aveva così facilmente legalizzato un colpo di stato», poté scrivere Carl Schmitt).

Il Deutsches Historisches Museum di Berlino, nato nel 1987 per volere di Helmut Kohl, è il museo di storia nazionale della Germania. Viene attualmente amministrato e sovvenzionato con cinquanta milioni annui dalla Staatsministerin für Kultur und Medien, Monika Grütters, che risponde direttamente alla Cancelliera Merkel. Le iniziative del museo sono dunque espressione immediata della politica culturale del governo tedesco che nel caso specifico di questa mostra evoca – grazie al parallelo storico – l’idea di una conflittuale ma autentica democrazia odierna che difende i diritti, vive del dibattito tra le parti, tutela i deboli e viene minacciata dalla nuova destra autoritaria come la democrazia liberale di Weimar fu minacciata (e poi distrutta) dal nazionalsocialismo. È l’obiettivo culturale implicito: opporre alla minaccia del neofascismo europeo il sistema aperto, tollerante e democratico della Weltdemokratie sorta a partire dagli anni Ottanta sull’alleanza tra il nuovo blocco industriale e i partiti di centro, i partiti conservatori e la socialdemocrazia. Questa rappresentazione lascia in ombra che anche l’odierna democrazia neoliberale, come la Repubblica di Weimar negli anni Venti, esprime dirette e genuine tendenze autoritarie.

Restiamo alla sola Germania. Nel luglio 2017 la legge bavarese sulla Gewahrsam Haft ha istituito – in una configurazione giuridica simile a quella realizzata dagli Stati Uniti a Guantanamo – una custodia cautelare prorogabile ad infinitum per ragioni di «pericolo incombente»; la riforma della polizia approvata nella stessa Baviera nel maggio 2018 consente di intercettare telefonate e aprire lettere senza autorizzazione della magistratura. Altri Länder tedeschi – tra i quali la Renania Settentrionale, la Bassa Sassonia e la Sassonia – intendono conformarsi alla normativa bavarese; la Sassonia-Anhalt e il Mecklenburg-Vorpommern hanno introdotto l’uso di cavigliere elettroniche per sorvegliare soggetti ritenuti «pericolosi» senza contestazione di reato né condanna. Dall’agosto 2018 sono attivi in Germania nove centri di «Arrivo, Distribuzione, Decisione ed Espulsione» definiti da più parti come campi di concentramento intesi a isolare i profughi dalla popolazione tedesca; alla società civile non è permesso entrare, i giornalisti in visita non possono restare soli con gli internati, tutto – anche le consulenze giuridiche – avviene sotto la regia delle autorità. Nel luglio 2017 l’Oberlandesgericht di Amburgo ha tenuto in custodia cautelare per oltre quattro mesi un cittadino italiano accusato di «concorso psichico» al reato di disturbo della quiete pubblica (era puramente presente a una manifestazione di protesta durante la quale erano state lanciate pietre contro la polizia); il tribunale ha motivato la custodia cautelare con «lacune nell’educazione che in assenza di un percorso educativo lasciano sussistere il pericolo fondato di ulteriori reati».

Questa lista di cose tedesche rispecchia un processo globale. Al termine della sua fase progressiva, durata dal dopoguerra agli anni Settanta, la democrazia occidentale si è gradualmente evoluta in una forma politico-spettacolare in cui le funzioni storiche dello Stato nazionale, gradualmente dismesse, diventano funzioni di polizia interna e internazionale, e le tendenze autoritarie vengono giustificate con l’appello all’emergenza economica e alla sicurezza. Giorgio Agamben ha osservato e descritto in più libri questa configurazione politica nuova e ambigua, già legiferante, che in una crescente inerenza reciproca tra democrazia e totalitarismo moltiplica i campi di concentramento e sussume in toto la società civile sottoponendola alla sorveglianza economica, poliziesca e militare. All’estero conduce una guerra neo-imperialista globale permanente; all’interno prende le impronte digitali di tutti i cittadini, ha da tempo affidato al governo anche il potere legislativo, fa pattugliare le piazze dall’esercito (in Italia l’operazione «Strade sicure» è stata autorizzata dalla legge 125 del 24 luglio 2008) e si avvale del condizionamento subliminale nel quadro di un neo-consumismo di massa («La pubblicità è una droga, non per metafora, e gli spacciatori sono i media,» ha scritto Walter Siti).

Se da un lato la mostra al Deutsches Historisches Museum palesa lo scontro in atto tra la Weltdemokratie e i movimenti neofascisti, dall’altro indica che la democrazia neoliberale è cieca rispetto alle tendenze autoritarie diffuse ma anche a quelle tradottesi in legge nel corso degli ultimi decenni, tendenze che in Italia hanno reso possibile, ad esempio, il passaggio disinvolto di tanti elettori del Partito Democratico prima al “populismo” antiparlamentare del M5S, apertamente insofferente verso la funzione critica della stampa, e oggi a quello esplicitamente neofascista della Lega. Se i nuovi fascismi dovessero vincere lo scontro, procederanno sulla strada della militarizzazione, della sicurezza, dei campi di concentramento e del controllo totale. Rispetto a questo scontro, rispetto al pericolo di un regime autoritario esplicito, il governo centrista e socialdemocratico tedesco (di nuovo una Große Koalition, come negli anni Venti i due governi Stresemann e il secondo governo Müller) reagisce come reagirono i governi della Repubblica di Weimar e come sta reagendo l’ordine neoliberale europeo: senza la capacità o la volontà di ricondurre la marea montante della ribellione neofascista di massa a un clima politico già autoritario, e a un’attività legislativa che da decenni sospende i diritti fondamentali e smantella lo stato sociale riclassificando autoritariamente da vittima a parassita chi appartiene alle fasce più deboli della popolazione. L’establishment tedesco guarda spaventato l’ascesa di un autoritarismo nazionalista sostenuto dagli strati più involuti della plebe e del ceto medio, ma non riesce a raccontare per intero la Repubblica di Weimar né il suo trapasso graduale, senza scosse, dalle misure di emergenza alla sospensione dei diritti, dall’autonomia decisionale del presidente al fascismo.

La filosofia & l’analisi: come restare umani

Lelio Demichelis

Greta Thunberg e i giovani per il clima ci hanno ricordato qualcosa che avevamo dimenticato: che non esiste solo la realtà virtuale, ma anche quella fisica e biologica (la biosfera); che loro verranno dopo di noi adulti e che hanno il diritto di vivere in un mondo decente e che quindi è nostro dovere prenderci cura degli altri uomini e di questo mondo, smettendo di considerarli (uomini e mondo) solo come una risorsa/miniera economica da sfruttare e una merce da vendere al maggiore valore di scambio possibile per il capitale; che quindi dobbiamo riconoscere dei diritti a quei nuovi soggetti di diritti che si chiamano biosfera e future generazioni (richiamando il principio responsabilità del filosofo tedesco Hans Jonas); che, conseguentemente, noi dobbiamo oggi ripensare profondamente il nostro sistema economico e tecnico (il tecno-capitalismo), dominato da un meccanismo perverso e totalmente irrazionale di accrescimento infinito del profitto (privato) e della tecnica come apparato (l’artificializzazione del mondo e oggi l’ibridazione dell’uomo con la macchina e la sua dis-umanizzazione).

Un sistema che ha una sua propria volontà di potenza irrefrenabile (i concetti di limite e di responsabilità gli sono totalmente sconosciuti), nichilistica e che sempre più rovescia il principio kantiano trasformando l’uomo (che dovrebbe essere sempre il fine) in mezzo funzionale per sé come sistema: con la sussunzione della intera vita umana nel mercato, da un lato; e con la delega che sempre più concediamo a un algoritmo per valutare e decidere della nostra vita, dall’altro. Per cui è quindi lecito, se non doveroso “parlare di totalitarismo di mercato” (Paolo Bartolini). Che mette a rischio la salute del pianeta e insieme la salute pubblica, quella individuale e sociale, dove si registrano “i segnali di un’epidemia crescente: insicurezza, ossessioni, narcisismo, ansie, depressione, vecchie e nuove dipendenze patologiche”, che denunciano “un’insoddisfazione profonda e trasversale”. Ma nessuno si ribella al sistema, abbiamo dimenticato che ci possono essere invece delle alternative. Che devono esserci e che dobbiamo fare in fretta a cercarle e trovarle per non perdere la biosfera e l’uomo nella sua umanità (cambiamenti climatici più disuguaglianze crescenti). E invece siamo sempre dipendenti (nel senso pieno del concetto di dipendenza che produce anche alienazione) da un sistema di conoscenza scientifica e tecnica che “si riduce per noi – che contempliamo come unico fine lecito l’accrescimento dell’utile privato e il progresso tecno-scientifico – alla veglia raziocinante, ripudiando altri stati di coscienza non ordinari, che in tutte le società multifasiche arricchiscono invece l’esperienza psichica e spirituale dei singoli individui e della comunità” (ancora Bartolini).

Siamo sempre più connessi nel mondo virtuale, ma siamo sempre più disconnessi dal reale, quindi anche da noi stessi in quanto persone e individui: perché se il sistema tecno-capitalista si basa sulla divisione del lavoro, anche la vita e l’individuo devono essere divisi affinché da ogni singola parte in cui è stato suddiviso anche l’individuo (egoismo, narcisismo, consumismo, feticismo tecnologico, emozioni, desiderio, eros, ansia, divertimento, gioco, sport eccetera) il sistema possa estrarre il massimo di valore per sé. Per farlo deve impedire però all’individuo di individuarsi, di costruirsi e di dare un senso alla sua vita (e – con gli altri e con la biosfera - a quella collettiva), pur illudendolo di un massimo di libertà/volontà di potenza individuale. Una mentalità individualistica incapace quindi di vedere le connessioni sociali e la totalità del vivente. Mentre invece dovremmo proprio recuperare la capacità (Raimon Panikkar) di armonizzare le forme della conoscenza: quella dei sensi, della ragione e dell’intelletto. Perché l’uomo è molteplice, mentre il sistema lo vuole unidimensionale, standardizzato, connesso e sempre controllabile, soprattutto a produttività di lavoro e di consumo crescenti e capace incessantemente di adattarsi alle esigenze tecniche ed economiche - così il tecno-capitalismo lo ha costruito e questo noi siamo oggi. Facendoci alienati ma nascondendoci l’alienazione che esso produce – e oggi alienazione non è solo “un’espropriazione di libertà e di capacità, ma anche una vera e propria disintegrazione della personalità dell’individuo, un rovesciamento della qualità delle sue relazioni vitali, un’elusione dei suoi bisogni radicali e un’alterazione dei suoi desideri fondamentali” (Roberto Mancini).

Ammettiamolo, ciò che Greta ci dice è cosa antica: il primo Rapporto del Club di Roma sui limiti della crescita è del 1972; i movimenti ecologisti erano già una realtà negli anni ’70 e ’80; il famosissimo libro di Rachel Carson, Primavera silenziosa è addirittura del 1962; e già nell’ottocento Stuart Mill immaginava uno stato stazionario, un sistema economico mantenuto in una scala di sostenibilità, che quindi non superasse i limiti ecologici. Per non parlare, su fronti diversi, di Georgescu-Roegen e della sua bioeconomia, arrivando alla Laudato si’ di papa Francesco. Ammettiamolo, il sistema tecno-capitalista – per uscire dalla crisi in cui era caduto negli anni ’70 e riprendere il suo percorso di illimitatezza, di volontà di potenza irresponsabile e di crescente profitto privato - ci ha portati a vivere nella realtà virtuale e in un sistema sociale di mercato, dove non esistono limiti (ed anzi la realtà virtuale si può anche aumentare, mentre diminuisce quella veramente reale, come i ghiacci che si sciolgono), né responsabilità (se i ghiacci artici si sciolgono, finalmente si potrà estrarre tutto il petrolio che i ghiacci nascondono e aprire nuove rotte commerciali). E neppure Greta (comunque: benvenuta!) sembra riuscire a risvegliarci dal sonno tecno-capitalistico in cui siamo caduti.

E allora, dobbiamo tornare a parlare di due concetti che abbiamo perduto ma che dobbiamo urgentemente recuperare. Quello di cura e quello di amore. Integrati con quello di spiritualità – una spiritualità laica (Bartolini); o intesa come “pieno e lucido contatto con la realtà” - riscoprendo ad esempio l’utilità di ciò che sembra inutile, uscendo dai nostri monologhi autoreferenziali e praticando “il dialogo come una polifonia, dove si può riconoscere la voce originale di ognuno” (Mancini). Recuperando un amore gratuito (la gratuità essendo “la facoltà di vedere ogni essere nel suo valore, di lasciargli la libertà di essere se stesso e di esserlo a nostra volta”) e “un amore politico, che si attua come passione per il bene comune” (ancora Mancini). Perché se oggi i termini salvezza e salvare sono riferiti solo ai programmi del pc, la salvezza e il salvarci (ad esempio dal cambiamento climatico) oggi ci rimandano invece a qualcosa di ben maggiore, alla urgenza di uscire dal nichilismo e dalla tanato-politica del tecno-capitalismo. Ricordando nuovamente – anche questo lo abbiamo dimenticato - che “non ci si salva da soli” (Bartolini).

Ed eccoci allora, in conclusione a svelare le fonti delle riflessioni e delle citazioni precedenti, fonti alle quali rimandiamo il lettore. Sono due libri collettanei curati da Paolo Bartolini con Chiara Mirabelli uno e Roberto Mancini l’altro. Che (ci) parlano di analisi filosofica - o di analisi biografica a orientamento filosofico. Una ‘filosofia’ e una forma di ‘analisi’ intrecciate tra loro (“La filosofia, alle sue origini, non era forse proposta come medicina dell’anima?” – Bartolini), che nasce dalle riflessioni fondamentali e fondative di Romano Màdera. Una pratica di cura nuova e diversa, “rivolta alla comprensione dei fenomeni sociali e al trascendimento della centratura egoica - dove la terapia dell’esistenza non è in senso clinico, ma appunto filosofico”. Ovvero: “L’analisi filosofica si impegna affinché il soggetto modulare promosso dai dispositivi tecnici del potere contemporaneo si riscopra soggetto complesso, costituito dalle relazioni umane ed ecologiche che lo fondano e lo tengono in vita. Questa, per quanto mi riguarda, è una battaglia politica” (Bartolini). Che ci deve portare di nuovo a immaginare altrimenti la vita, la cura e il bene comune.

Paolo Bartolini e Chiara Mirabelli (a cura di)

L’analisi filosofica. Avventure del senso e ricerca mito-biografica

Mimesis

Pag. 261

26.00

Paolo Bartolini e Roberto Mancini (a cura di)

L’amore che salva. Il senso della cura come vocazione filosofica

Mursia

Pag. 205

16.00

Poesia ed ecologia

Alberto Comparini

Nella moltitudine di -ismi (modernismo, postmodernismo, strutturalismo, post-strutturalismo, et cetera) e di turns (linguistico, culturale, temporale, spaziale, et simila), l’ecocritica ha assunto un ruolo di primissimo piano negli studi di teoria e letterature comparate, in particolare negli Stati Uniti, dove l’ecocriticism ha ormai raggiunto uno stato accademico di un certo prestigio.

Quel campo di indagine che un tempo sembrava appartenere a una dimensione esclusivamente etico-politica – un aspetto, quest’ultimo, ancora presente nei contributi ecocritici meno solidi – oggi rappresenta uno dei terreni interdisciplinari più ricchi, dove letteratura e scienza, e più in generale le scienze umanistiche, producono, o ambiscono a produrre, nuove forme di pensiero attraverso lo studio di forme simboliche che afferiscono (per lo più) al dominio della prosa. Con le dovute eccezioni: il mondo (letterario) che Robert Pogue Harrison racconta in quell’orizzonte epistemico che è stato definito esistenzialismo ecologico (ecological Existentialism) – da Forests. The Shadow of Civilization (1992; Foreste, Garzanti 1995) a Juvenescence. A Cultural History of Our Age (2014; L’era della giovinezza, Donzelli 2016) – prende in considerazione un corpus estetico plurale che comprende poesie e romanzi, raccolte di racconti e pièces teatrali, saggistica e discorsi pubblici.

Da diversi anni, tuttavia, anche gli studi “continentali” hanno accolto questo spazio di indagine di matrice ecologica: il dossier Ecopoetry. Poesia del degrado ambientale curato da Niccolò Scaffai – autore della recente monografia Letteratura e ecologia. Forme e temi di una relazione narrativa (Carocci 2017) – per la rivista «Semicerchio» (2018) ne è certamente uno degli esiti più felici, per almeno due ragioni. In primo luogo, esso tenta di ribaltare, con successo, questo “paradigma narrativo” dell’ecocritica affrontando, per via tematica, la poesia ecologica e le sue rappresentazioni del “degrado”. Da cui segue il secondo motivo: Ecopoetry indaga, o meglio attraversa una particolare dimensione fenomenologica del reale, una realtà, per l’appunto, degradata e inquietante, che volutamente prende le distanze dal tradizionale concetto di Umwelt di derivazione romantica – ma anche settecentesca, se ci rifacciamo a quella interpretazione filosofica del mondo naturale (Naturphilosophie) che va da Kant a Schelling. Così facendo, si amplia ulteriormente la struttura semantica ed conoscitiva della Umwelt, intercettandone le sfaccettature più negative e mettendole in dialogo con le molteplici modalità di rappresentazione di cui la poesia è portatrice. Parimenti a questa scelta eterodossa, nella premessa al volume Scaffai rimarca altri tre aspetti cruciali dell’ecocritica: la necessità di ripensare il nesso tra tema e struttura; il ritorno alla dimensione diacronica della storia; e l’invito, o meglio, la sfida che la critica letteraria – e ça va sans dire, la letteratura – raccoglie quando decide di occuparsi di questioni ecologiche attraverso le strutture simboliche dell’arte.

Il rischio maggiore di questi lavori interdisciplinari – non solo ecocritici, ma anche post-coloniali e post-umani, per fare due esempi particolarmente attuali e controversi nel dibattito pubblico e accademico – risiede proprio nella «subordinazione del discorso critico e letterario alla portata etico-civile dei problemi ecologici». La dichiarazione di intenti e la produzione saggistica di questo dossier hanno uno spettro sovranazionale e comparato, il cui spazio di indagine rimane in primis letterario (si avverte una sorta di difesa, o salvaguardia, della “testualità letteraria”, la cui centralità sembra essere sempre più minata dal dominio della teoria negli studi comparatistici nord-americani) e tocca, perifericamente, questioni ecologiche che appartengono ad altri domini: economia, politica, società. Ponendo al centro il testo e muovendosi intorno alle molteplici rappresentazioni dell’ambiente in poesia (e in ultima istanza anche nel cinema), Ecopoetry offre un’interpretazione di un sapere ecologico che attraversa senza soluzione di continuità la letteratura occidentale (ma non solo, come emerge dal saggio di Tommaso Meozzi sull’haiku francese).

Nella prospettiva del volume, l’ambiente è un tema che le forme letterarie hanno colto e rappresentato nel corso della storia secondo fisionomie plurali, una sorta di presente in perenne divenire radicato in una finestra storica da cui ogni autore è partito per sviluppare la propria indagine. In questo modo, storicizzando le forme della natura e della poesia, gli autori del dossier hanno letto le metamorfosi (spesso negative) dell’ambiente secondo determinate scelte politiche, sociali ed economiche – delle vere e proprie idee di mondo – di una precisa parentesi temporale della Storia, che va dal medioevo latino ai giorni nostri. In questo senso, la prospettiva temporale qui adottata più che seguire un percorso diacronico sembra accettare, o sperimentare latamente, un paradigma transtorico, che si basa su «prospettive e modelli che hanno un’origine più antica» del presente. Per usare le parole di Luigi Tassoni dedicate alla poesia di Andrea Zanzotto, il tempo dell’ambiente «si costella di monumenti riguardanti un tempo storico» dove si sedimenta l’esperienza dell’io, e «insieme corrisponde all’immagine di una sostanza psichica tangibile come manifestazione sinottica della variabilità ciclica del cosiddetto tempo geologico».

Metodologia da un lato, valore euristico e/o epistemologico dall’altro: questi sono i due grandi temi cui si fanno carico gli autori degli undici interventi del doppio fascicolo monografico, cui il lettore può aggiungere un ulteriore aspetto: che cosa può dire la poesia nel dibattito ecologico – di àmbito letterario – contemporaneo rispetto alla visione (ecologica) del mondo prodotta dalle strutture narrative del discorso? Etimologicamente, la Um-welt (letteraria) “circonda” il nostro essere lungo due linee: una biologica, l’altra semiotica. Questo essere tende verso lo spazio e assume una determinata postura a seconda delle strutture semiotiche in cui ci imbattiamo durante la nostra esplorazione fenomenologica del mondo dell’arte. Rispetto al romanzo o al racconto, ma in maniera non troppo dissimile dalle strutture filmiche (cfr. Alberto Baracco), la poesia stabilisce una rete relazionale dove l’io «viene problematizzato come se la sua stessa presenza e il suo esistere in un corpo e nel tempo nascondesse un errore nella catena biologica sfuggito alla conoscenza umana», come suggerisce opportunamente Antonella Francini. Questa postura etica ci permette così di vivere dall’interno le trasformazioni estetiche ed empiriche dell’ambiente secondo quel principio di «interdipendenza dell’essere-nella-relazione» da cui ha l’origine la nozione stessa di ecopoetica; il soggetto conoscente, allora, nelle vesti di lettore e di interprete, è ontologicamente chiamato a «riprogetta[re] il proprio mondo tentando vanamente di proiettarsi oltre i propri limiti» nei termini di un ecocentrismo antropologico.

Dossier Ecopoetry. Poesia del degrado ambientale

numero monografico a cura di Nicolò Scaffai di «Semicerchio», LVIII-LIX, 1-2, 2018, Pacini, 168 pp., € 40

Umberto Fiori, il desiderio di essere ognuno

Simone di Biasio

Nella “Lettera sull'umanismo” Martin Heidegger scrive, in risposta a Sartre, che «il linguaggio è la casa dell'essere. Nella sua dimora abita l'uomo. I pensatori e i poeti sono i custodi di questa casa». Umberto Fiori è poeta che cammina quotidianamente in mezzo agli sfollati, a tutti gli sfollati dalla lingua che noi siamo, tra le macerie del quotidiano: questo atteggiamento si è rivelato in ogni libro che ha preceduto l'appena uscito Il Conoscente: basti pensare che la sua opera prima in poesia s'intitola “Case”; poi vennero “Esempi”, “Chiarimenti”, “Parlare al muro”, “Tutti”. Ora, se potessimo scegliere un titolo alternativo a “Il Conoscente”, diremmo: “Ognuno”. Corre una differenza tra tutti e ognuno: il primo è uno sguardo (all')intero, dall'alto, il secondo afferisce a “ogni minima parte”, e ciò implica addentrarsi, vedere da vicino: salto di prospettiva.

Classe 1949, figlio di un partigiano della Resistenza di Sarzana, laurea in filosofia, voce e autore di testi degli Stormy Six (storico gruppo rock Anni '70 che aprì il primo tour italiano dei Rolling Stones), oggi Fiori vive a Milano. Con il Conoscente presentato nel titolo, il poeta è il protagonista della vicenda letteraria, ma al contempo il Fiori del testo è un io fuori da sé: è il camminante che ora percepisce la propria stessa presenza, ne analizza gli strumenti di comprensione, si fa in-seguire da sé altro da sé.

Il Conoscente si presenta come un Virgilio, sebbene più sferzante: accompagna Dante in questa Commedia che non ha traguardo. Riprendendo la differenza ontologica di Heidegger, il filosofo di “Essere e tempo” che Fiori cita, il Conoscente non è Ente, è Essere. Un Essere che si prende gioco dell'Ente, del linguaggio casa dell'Essere. Sullo sfondo un Purgatorio di provincia, alte case i cui piani prendono il posto dei gironi: anime scontano contrappassi in relazione alla loro vita, riconoscono a stento gli ospiti, li deridono: «“Ma in che epoca vivi? Credi ancora di essere, | di chiamarti, di dire? Svegliati, bello!». Lo stesso Conoscente pungola costantemente Fiori: «“Li conosco, i tuoi sedici lettori: | nome e cognome potrei dirti, città, | telefono, indirizzo... | Già, ma tu | pensi al dopo, lo so: pensi alla gloria | che verrà. Pensi alle generazioni | future... Me li vedo i ragazzini, | tra cinquant'anni, darsi appuntamento | ogni primo mercoledì del mese | sul sagrato del Duomo | per commentare – in arabo? In cinese? - | le tue opere omnia. | Se pure ci saranno ancora opere, | libri, carta, scrittura. Se ci saranno | ancora uomini”». Poi incalza:

«Il Conoscente si ferma, mi afferra un braccio, | stringe gli occhi a fessura, storce la bocca, | mi declina a mitraglia titoli, date: | tutta la striminzita bibliografia. | E giù una bella pioggia di elogi epici; | poi la lista dei temi di cui 'mi occupo': | l''alienazione metropolitana', | i 'problemi di comunicazione', | il Wohen, il Mitsein (calzone | farcito, pizza ai funghi, napoletana, | quattro stagioni, eccetera). | Persino intere poesie mi recita. | Voce pastosa, aria ispirata, come | il peggiore dei guitti. || A stento le riconosco. | Io li avrei scritti, | questi mugugni, questi brontolamenti, | questi annunci – ritardo alla stazione?».

Il Conoscente trascina Fiori in mezzo agli Enti e, come Virgilio, lo presenta a loro: deve superare delle prove per dirsi Ente, perché lui sia l'Esserci dell'Uomo. Il Conoscente lo invita ad unirsi agli Enti, che chiama “cantori”, lo sprona a «“Essere un coro” (...) | “Non è, da sempre, questo | che vuoi?”». Essere coro: non è questo ciò di cui difetta il poeta contemporaneo? Non essere tutti (“Tutti” come l'omonimo libro di Fiori), ma essere ognuno (come quest'opera suggerisce), stare in ogni minima parte. Il Conoscente, però, non è mai tenero nei confronti di Fiori:

«“Di cosa ti vergogni? Vuoi che la gente, | qua intorno, sappia chi sei? Questi versi | - che peraltro potrebbero essere miei - | non si sogna nemmeno di giudicarli. | Non gliene frega niente. | Capirli, poi, mi sembra veramente | l'ultimo dei problemi. Tèmi che | ti prendano per matto? Ma se sei | più normale di questo marciapiede... | Tutto Vorhandenheit, tutto Gerede... | Piatto, scontato, terra terra...”».

Fiori è visibilmente frastornato: «il problema non era il Conoscente: | ero io, era il Conosciuto». «Qui non c'è niente da curare, | se non la cura», aggiunge il Conoscente. Ecco un altro principio heideggeriano, legato al “coro”: il senso dell'esistere dell'Esser-ci (Da-Sein) può compiersi solo attraverso la Cura, cioè prendendo la cura di qualcuno (o di ognuno?). Fiori sostiene più volte di avere lasciato, in letteratura, la prima persona, di aver respinto l'ego (titolo di una sezione del libro), sebbene il Conoscente continui a verificare la sua tenuta: «“Vedi: io... io... | non dici altro. Lo so quanto ti piace | - fin da bambino – lasciare tutti soli, | chiuderli fuori | e startene tranquillo in compagnia | di Umberto Fiori...”». Fiori, stanato, prova a difendersi:

«ci sono giorni | in cui, mentre i miei simili mi parlano, mentre ragionano insieme a me che ragiono, | sento montare invece una gioia altissima. | Una gioia che è molto più che mia. | Sento, tra noi, un bene |(...) Un bene che ci precede. | È da lì | che vengono le parole. (…) | Non c'è più Io, non c'è | più Prossimo».

Essere il coro, unirsi in canto agli altri: fine che il mezzo poetico ha rimosso. Cura e coro; essere cura e essere coro. Etimologicamente “coro” è danza accompagnata dal canto, mentre “cura” deriva dalla radice “ku” di “osservare”, e anche “ascoltare”: la cura ascolta il coro, lo osserva. Tuttavia la Cura ha una faccia umbratile, quella che Heidegger chiama “deiezione”, la “dittatura del -si”, il regime del riflessivo: “si” cerca, “si” desidera, in nome di un impersonale impulso, al comando d'un ordine che è collettivo, senza fine, irrisolto. Occorre tornare al -ci, al “Da-Sein”, dunque. Al coro, a noi? No, a “Ognuno”, propone Fiori. Siamo un popolo di ognuno, un coro di ogni io; non tutti, tutt'uno. Non curarsi, ma curarci: r-incorarci. Avere in cura gli altri significa avere in coro gli altri.

Ma il poeta cade in un'ennesima trappola, quando sente parlare un uomo in una lingua infarcita di luoghi comuni, e monta la rabbia: «“Se le troiate che spari | sai farfugliarle quasi in italiano, | se puoi curarti la lebbra | che ti consuma quel culaccio da cane, | è grazie a gente come loro, grébano! | Al vostro pane e aglio, alle vostre tare | bisognava lasciarvi, brutte canaglie». Il Conoscente ha il ghigno di chi aveva previsto la mossa, di chi irride l'avversario: «“(...) non era forse in nome suo | che lottavate? Il popolo, le masse... Eccoli: Olindo. E adesso che comanda | invece di rallegrartene | lo insulti e lo aggredisci. | (...) Altro che fratellanza, democrazia... | Che cosa sei nel profondo, si è visto: | un reazionario, un razzista”». Fiori annaspa. Cerca un alibi, un appiglio.

«“(...) Sogno di far parte di quegli uomini | (…) non migliori | di altri, non dico questo; | ma che si ritrovano ad avere dentro | - come ti posso dire? - | un seme che fermenta, un bene | - piccolo o grande – che punge, | che preme, che trabocca, | e pur di liberarsi di quel peso | lo danno agli altri, si lasciano mungere (…).”». «“Che bella immagine: | uomini-mucca! Ma bene... Ti piace, vero? | Quest'idea sono anni che la rigiri, | che la stringi al cuore, che ti ci gongoli. | Ma – stammi un po' a sentire: chi l'ha detto | che è utile, il vostro latte? Chi l'ha deciso” | obietta il Conoscente».

Mentre Fiori è al tappeto, nel racconto in versi si apre la quinta parte. «Come dal nero di un colle la luna piena, | dai larghi rami di schiuma della battigia, | nuda, svelta, grondante, | è sorta Selva.» Verso di essa Fiori ha una subitanea attrazione: intravede la “Lichtung” heideggeriana, la radura che lascia filtrare la luce per pochi istanti, penetra nel nel fitto dialogo tra luce e ombra. Selvatico: se penso alla mia, di lingua, mi viene in mente che in dialetto suona “salvatico”, ovvero salvezza e selvatico, selvaggio e salvifico. Fiori risente «il verso selvaggio». Se Selva è poesia, Fiori si è unito alla lingua, alla “Sprache”. È entrato nella Casa. Lo fa poco dopo che aveva sfogato la rabbia, la frustrazione in pianto, «Ma a commuovermi | non era stato proprio il riflesso | che di me stesso saliva da quelle immagini? | Un'immagine, anch'io. Figura stata | - domani, ma già ora - | per sempre, una volta. Salva». La Selva salva: lingua aggettivo verbo. Selva è Beatrice, la Beatrice del XXXIII canto del Purgatorio che si apre proprio con un coro (il coro che Fiori desidera), il coro delle sette donne che custodisce un riferimento all'iniziale selva dantesca inaccessibile, ora scioltasi in radura, aperta. Al verso 54 Dante scrive “del viver ch'è un correre a la morte”, preconizzando l'essere-per-la-morte di Heidegger, l'angoscia dell'uomo per il suo essere un ente finito. Beatrice non è l'Essere, non è la Conoscente, lei è il cercato, ciò che si trova, una risposta: è il senso dell'essere. La Selva è il senso anche per l'Ente, per il Conosciuto, per Fiori. Nel canto XXXIII così Dante si rivolge a Beatrice: “Madonna, mia bisogna | voi conoscete, e ciò ch'ad esse è buono” (vvv. 29-30). Lei è Selva perché è “Lichtung”, radura: “Ma perch'io veggio te ne lo intelletto | fatto di pietra e, impetrato, tinto,| sì che t'abbaglia il lume del mio detto” (vv. 73-75). Dante è “puro e disposto a salire alle stelle”, dunque de-sidera, fissa attentamente le stelle, come Fiori de-sidera il coro, e lo fissa, scruta il linguaggio accendersi nella casa di ognuno.

Umberto Fiori

Il Conoscente

Marcos y Marcos, 2019

Il Conoscente sarà presentato a Roma all'interno del Festival delle letterature il 26 giugno alle ore 17 presso la Casa delle Letterature. Interverranno, insieme all'autore, Simone di Biasio, Claudio Damiani e Paolo Febbraro. 

Music@Villa romana: due giorni di suoni radicali e memorie ottocentesche

Paolo Carradori

Può anche succedere in una calda serata fiorentina – al concerto di chiusura della decima edizione di Music@Villaromana - di ritrovarsi ammaliati da uno Chopin languidamente notturno. “Memorie in Eco” il tema di quest’anno in una due giorni di sorprese, dubbi, meraviglie e condivisioni. La memoria, l’eco di armonie vissute che tornano a galla e si confondono con suoni contemporanei, ricerca e sperimentazione. Memoria nella quale possiamo anche scovare, noi uomini tecnologici e iper-connessi, un angolo romantico che riaffiora quando non te lo aspetti. E un po' ci piace anche, lo salvaguardiamo come zattera di salvataggio.

Francesco Dillon ed Emanuele Torquati oltre che ottimi musicisti sono anche visionari organizzatori, una direzione artistica la loro che, con coraggio e spregiudicatezza, in una visione nonostante tutto ottimistica, spiazza disegnando una rassegna dal percorso accidentato, non proprio rassicurante. Da tempo pensano e lavorano sulla crescita di un pubblico curioso, aperto, critico. Dopo dieci anni si può dire ci siano riusciti.

Già solo vedere Anna D’Errico al pianoforte è un piacere. Lo domina, lo accarezza, lo percuote, come solo i grandi si possono permettere. La scelta repertoriale è geniale: mischiare musica quasi fresca di giornata con una selezione dal primo libro dei preludi di Claude Debussy (1909-1911). Come dire, ci possiamo sbizzarrire negli ambiti creativi più avventurosi ma un po' di anni fa qualcuno ha posto le basi della musica moderna, fondandola su bellezza, poesia e felicità dei sensi. Il Debussy della D’Errico è di una potenza spumeggiante, impeccabile nel tocco deciso, modernissimo allontanato da tentazioni autocompiacenti. Interprete mirabile la pianista anche di fronte alle estreme distanze dei repertori spalmati negli interstizi delle perle francesi. Come Solo (2011) di Daniele Bravi brano introspettivo, sospeso tra grappoli astratti, momenti percussivi in una gestualità marcata con un finale misterioso e commovente. Le Bagatelle (2000) di Franco Oppo rimandano al popolare della sua terra (la Sardegna) in una trama elegante dello sviluppo ritmico, mentre Preludi (2007-2009) di Filippo Perocco rilegge i preludi chopiniani nell’alterazione timbrica dello strumento che viene preparato anche durante l’esecuzione. Il suono è scarnificato, distorto, stoppato, cadenzato. A landscape in my hands (2017) di Daniela Terranova sintetizza bene un’opera che prevede un profondo contatto tattile-percussivo del pianoforte in tutte le sue parti, tastiera e struttura, un rapporto nuovo con l’esecutore che scopre possibilità comunicative in una travolgente immedesimazione nella materia fisica dello strumento. Dopo, sorprende e molto Thema mit 840 Variations (1993-1997) di Enno Oppe che potrebbe apparire teoricamente una pazzia: l’esposizione di tutte le possibili variazioni su due note, cioè 840. Detto così pare un cervellotico giochino matematico ma il brano funziona e come, nella sua tensione ritmica, timbrica. Pare che il pianoforte esploda da un momento all’altro.

Oramai l’annosa diatriba culturale sulla collocazione dei compositori americani del Novecento nella storia della musica, sempre rimasta sospesa per le resistenze di fautori di un polveroso eurocentrismo, meglio lasciarla da parte. La carta vincente è far parlare la musica. E lo fa bene il FontanaMIXensemble (già un chiaro biglietto da visita) proponendoci a Villa Romana composizioni di Ives, Reich, Varèse, Cage, Bernstein…nel programma “New York Counterpoint”. The Unanswered Question (1908) di Ives, il padre del rinascimento musicale americano, nella versione curata dall’ensemble per strumenti ed elettronica forse perde qualcosa rispetto alla versione per orchestra ma riesce a mantenere nel dialogo fitto tra arpa, flauto e clarinetto su un morbido sottofondo dell’elettronica, la magia di una musica eclettica con una forte identità. Bravissimo Marco Ignoti in New York Counterpoint (1985) di Steve Reich, il suo clarinetto dialoga con il nastro e ci da la misura di come l’Africa e le sue percussioni stia sullo sfondo di uno dei padri della minimal music. Un capolavoro in equilibrio tra perfezione formale e la ricchezza, i colori di un processo in divenire incontenibile. Altrettanto brava Lavinia Guillari nell’affrontare Density 21.5 (1936) per flauto di Edgar Varèse. Lavoro profondo, che scava ferocemente nel suono senza implicazioni emotive.

Meritevole la scelta di presentare nel contesto della rassegna il recente prezioso saggio Non abbastanza per me (Ed. Quodlibet) che raccoglie scritti e taccuini di Stefano Scodanibbio (1956-2012). Un testo affascinante che tanto ci dice di lui, del contrabbassista, del compositore, dell’agitatore culturale. Le sue avanzatissime idee sulla musica, sull’improvvisazione, sulla vita, sul viaggio come conoscenza di sé. Intellettuale curioso e visionario del quale ha tracciato un profondo ritratto il musicologo Stefano Lombardi Vallauri, in chiusura il flautista Manuel Zurria propone uno dei suoi capolavori Ritorno a Cartaghena (2001) per flauto basso.

Ai confini della performance” è lo spazio curato dal mdi ensemble dove si mettono in gioco gli aspetti più sperimentali e rischiosi di Music@Villaromana. A cominciare da Im Rauschen (2012) di Simon Steen-Andersen dove gli strumenti vengono come deflagrati, diventano altro sia nell’aspetto tecnico che nelle sonorità filtrate dal pc che si accumulano in un labirinto asfissiante al limite della comunicabilità. Meno criptica, anzi decisamente interessante la ricerca di Giovanni Verrando con First Born Unicorn (2001) per flauti. La voce di Sonia Formenti entra nel flauto e si fonde con slap, fischi, accelerazioni, alla percezione sfugge il labile confine tra le due fonti, il risultato è attraente. Altrettanto stimolante Cassation (2003) per clarinetto, trio d’archi e pianoforte, di Gérard Pesson, dove in una teatralità spiccata lo sfregamento delle corde, i soffi del clarinetto, il pedale del pianoforte percosso sviluppano una tensione costante condita con un filo di ironia.

Nel finale di due giorni impegnativi con “Au bout de la nuit” Emanuele Torquati al pianoforte con Manuel Zurria al flauto, ci offrono di Mario Pagliarini Il silenzio secondo Gluck (2019) per flauto distante e pianoforte, lavoro breve dove una sobria poetica si dipana nel dialogo sottile tra tastiera e flauto disposto in una stanza vicina, lontananza-assenza che crea uno sfalsamento percettivo temporale/spaziale affascinante. Con l’aggiunta del violoncello di Francesco Dillon e la voce registrata di Giuliano Scabia (su propri testi) sempre di Pagliarini Opera della notte (2018). Lavoro un po' macchinoso, schematico nelle alternanze voce-strumenti che lascia almeno perplessi.

Se dietro quest’opera c’è l’ombra di Chopin allora il trio ce lo ricorda con un cammeo notturno, come un arrivederci al secondo appuntamento di Music@Villaromana di settembre. E noi storditi da una due giorni di suoni radicali, con lo smartphone tra le mani rimaniamo sorpresi dalla nostra memoria ottocentesca.

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Music@Villaromana – 10° Edizione

7/8 giugno 2019

Firenze - Via Senese 68

Memorie In Eco”

mdi Ensemble – Claudio Rocchetti – Manuel Zurria – FontanaMIXensemble – Anna D’Errico -Francesco Dillon – Emanuele Torquati