Alfadomenica #3 – gennaio 2018

L'apertura di questo alfadomenica tocca un tema tornato a essere, purtroppo, di grande rilevanza: il pericolo delle armi atomiche, un pericolo tanto più evidente dopo che, per decenni, da Hiroshima in poi, la bomba H era apparsa come un intoccabile tabù. Ne scrive Paolo Fabbri e proponiamo agli iscritti dell'associazione Alfabeta di postare commenti, riflessioni, approfondimenti, all'interno del nostro Cantiere.

Paolo Fabbri, L’arma nucleare: segnali di guerra, segni di pace

Antonello Tolve, CANAN, tra favola, femminilità e biopolitica

Alberto Capatti, Alfagola / Il pane è oro

Semaforo # 1 - gennaio 2018

L’arma nucleare: segnali di guerra, segni di pace

Paolo Fabbri

Una celeste piaga, /non ci dà altro segno,/che l'interna differenza /in cui siedono i significati.

Nessuno può insegnarla /Suo suggello è l'angoscia,/Imperiale afflizione/Che dall'aria ci viene.

Quando viene, l'ode il paesaggio/E l'ombre trattengono il respiro. /Quando va, somiglia alla distanza /Sul sembiante della morte.

Emily Dickinson, There's a certain Slant of light, 1861

Aveva ragione Umberto Eco, almeno in questo: andiamo indietro, in pace e in guerra, a passo di gambero. Questa volta è un passo al bordo dell’abisso, l’abisso del temuto conflitto nucleare. Mentre la Corea del Nord esperimenta, realizza e trasporta ordigni col potere detonante di un terremoto, il Pentagono, su dettato presidenziale, riprogramma la propria strategia con l’impiego di bombe nucleari pudicamente dichiarate a “basso rendimento” (Nuclear Posture Review).

Immersi nella distrazione social, confusi dalle fake news, scarichiamo tante informazioni irrilevanti da dimenticare l’incubo di questa idra a 17.275 testate (v. Istituto per la pace di Stoccolma) che odia e sogna in fondo al mare – nei tubi di lancio dei sottomarini; al suolo – sulle rampe di lancio o acquattata nei silos di profonde caverne. Un mostro vorace che assorbe spese paurose di manutenzione e d’adeguamento tecnico e la cui sola passiva presenza dovrebbe agire da deterrente alla Quarta Guerra Mondiale (la Terza è la Guerra Fredda, da poco conclusa o appena rinviata).

Le tecnologie dette “dolci” della comunicazione, diffuse, incorporali e invisibili, armeggiano con i cifrari delle cyberguerre, come se l’odierna società, informatizzata e globalizzata, fosse l’esito naturale della militarizzazione del Secondo Dopoguerra. Ci occultano però la gravità materiale, la tecnica “hard” dell’armamento atomico. Letale e totale, incomparabile per capacità devastatrice rispetto alle tante bombe che alimentano l’affollato mercato internazionale: incendiarie, chimiche, al fosforo, a grappolo, a frammentazione, volanti, plananti, in profondità; che esplodono a tempo, a urto, a prossimità; intelligenti o sporche, smart o pulite. Della bomba GB28 per es., l’antibunker, conosciamo carica, diametro, peso, autonomia di volo, vettori di lancio e prezzi di mercato - resta solo da ordinarla su internet! Chi più ne ha più ne vende, insomma e chi più spende è pronto ad allestire un “teatro” delle operazioni per poterle usare. L’industria non produce solo armi per la guerra, ma guerre per le armi.

Gli esiti apocalittici della guerra nucleare condotta con bombe dette stellari sono stati largamente descritti e profondamente pensati (v. Günther Anders e le sue lettere con il pilota americano di Hiroshima) e i trattati di non proliferazione accanitamente discussi e accuratamente redatti. In effetti, per citare il maggior studioso di strategia, Thomas C. Schelling, “l’’evento più spettacolare” degli ultimi decenni “è quello che non si è mai verificato: ci siamo goduti quasi un secolo, senza che le armi nucleari ci annientassero”. (Anche se nella crisi dei missili cubani il rischio è stato estremo e l’esito quasi fuori controllo). Ma la forma-Stato aspira per vocazione a entrare del club esclusivo dei detentori di questo ordigno terminale (“ordine” è l’etimo di “ordigno”!). E la competizione egemonica dei nazionalismi coloniali e postcoloniali li avvia all’ineluttabile scalata agli estremi. Si è calcolato che se ogni Stato membro del "club dell'atomica" impiegasse, in un conflitto globalizzato, l'equivalente di 50 bombe comparabili a quelle di Hiroshima e Nagasaki, il pianeta entrerebbe in un prolungato, durissimo inverno: si estinguerebbero molte forme di vita, tra cui quella umana. I mezzi insomma distruggono i fini – il che sembrerebbe irrazionale se il primo compito del razionalismo non fosse quello di non illudersi sull’efficacia persuasiva della ragione.

Nonostante, o forse a causa della riconosciuta follia della corsa agli armamenti (MAD è Mutua Distruzione Assicurata), la riduzione delle testate nucleari – ciascuna tra i 100 e i 450 chilotoni, rispetto ai 15 di Hiroshima – è sempre in forse e gli accordi raggiunti tenacemente aggirati. Sappiamo, da inchieste recenti, che almeno 70 di queste fatidiche ogive si trovano negli aeroporti di Ghedi (Brescia) e di Aviano, scortati dai marines americani e pronte a involarsi con aerei italiani. Non mancano d’altronde i nostalgici della guerra fredda che assicurava, pare, un certo equilibrio dl terrore e impediva le tante guerre calde e il terrorismo contemporaneo. Un’indubbia efficacia a cui va però aggiunta una componente altamente significativa: il non uso delle armi nucleari va attribuito alla costruzione condivisa d’un tabù simbolico e culturale, ben argomentato dal discorso di Schelling alla ricezione del Nobel per l’Economia, 2005: “Sessant’anni incredibili: l’eredità di Hiroshima”. Dopo la devastante esperienza giapponese, le armi nucleari sono oggetto di una generale maledizione, indipendente dalla loro potenza d’annientamento. Ci sono infatti armi convenzionali più distruttive, come la MOAB, la “madre di tutte le bombe” non nucleari, sganciata in Afganistan nell’aprile scorso. Ma “è tradizione consolidata che le armi atomiche siano differenti” da quelle convenzionali e che “vengono percepite come uniche”. Come e più dei gas nella prima guerra mondiale. Per Schelling “esistono fenomeni percettivi e simbolici – noi diremmo semiotici ed emozionali – che persistono e ricorrono e aiutano a rendere il fenomeno nucleare meno enigmatico “e “che “travalicano i confini culturali”. Si tratta di un “sentimento” d’avversione e ripugnanza al di fuori delle possibilità speculative delle scienze strategiche, che fonda un “un assioma, un primitivo” volto a impedire l’estensione dell’uso e a non legittimare la scalata agli estremi. Un’interdizione che estende tanto alle esplosioni sotterranee per scopi pacifici quanto alle bombe a neutroni le quali, bontà loro, distruggerebbero solo (!) gli esseri viventi con mutazioni letali e rotture del DNA, ma nel rispetto delle infrastrutture inorganiche.

Per Schelling, che fu, con Herman Kahn, il maggior stratega della Guerra Fredda, estendere l’inibizione all’uso della forza nucleare è costato moltissimo in uomini e di materiali, a tutti i contendenti, ma è stato “importante quanto estendere il trattato di non proliferazione nucleare”. È quindi necessario coltivare questa consolidata tradizione del non uso e non offuscare la distinzione – l’“argine antincendio” semantico e passionale – tra il nucleare e il convenzionale. “L’investimento volto a limitare l’utilizzo delle armi nucleare era reale, ma allo stesso tempo simbolico” (Schelling). Per lo storico (K. Pomian) la bomba è un “semioforo”, appeso come la spada di Damocle sulla soglia categoriale d’una discontinuità qualitativa di senso. La virulenta tradizione contro l’utilizzo dell’’arma atomica è stata qualificata e rafforzata attraverso dispositivi mitici e rituali come la “beatificazione di Hiroshima”, un “evento mistico con la forza di un accadimento biblico” (Schelling). Una commemorazione e un’affermazione costituita da manifestazioni simboliche, monumenti, parchi, rituali e cerimonie mediatiche mondializzate contro la “forma ultima dell’inumano” (Obama). Per il fisico nucleare A. M. Weinberg la “santificazione di Hiroshima è uno degli sviluppi più promettenti dell’era nucleare” perché mantiene e aumenta il potere collettivo di deterrenza. E un modo, aggiungerei, per tradurre il significato di un evento “subliminale” cioè sovradimensionato rispetto a conseguenze che non riusciamo a capire e ad immaginare (G. Anders)

Si vis pacem para signum. Gettare l’anatema sull’arma nucleare non equivale alla pace. Com’è accaduto in Africa, si possono uccidere milioni di persona con il solo machete; e non c’è neppure bisogno dell’apparato industriale del nazismo. La pace però non è uno stato naturale perturbato dai conflitti; è un evento pratico per il quale si deve agire senza la certezza di garanzie definitive; una pausa, un armistizio tra i conflitti. Per ottenerla, la pace, ragione e religione non bastano -possiamo sempre darcele di Santa Ragione. Noi Pacifondai, crediamo alla pace come i Guerrafondai credono alla guerra: non ci sono alternative all’olocausto d’una guerra atomica totale. Possiamo perciò rinsaldare simbolicamente la barriera tradizionale tra convenzionale e nucleare perché dia senso e forza a una ferma presa di posizione. Contro i negazionisti, come la Corea del Nord, alla ricerca di una parità strategica nella mutua distruzione con gli Usa. E contro il tentativo, più surrettizio e forse più rischioso, di rispondere all’incremento potenziale dei vettori russi e cinesi con bombe atomiche, cosiddette “tascabili”. Passare furtivamente sotto una soglia simbolica fondata su di una tradizione mutuamente condivisa sarebbe un gesto ancor più apocalittico di Hiroshima.

Ricordiamo l’ammonimento di Kafka: al Giorno del Giudizio il Messia arriverà in ritardo, forse il giorno dopo.

G. Anders, Il mondo dopo l’uomo, Mimesis, Milano, 2008

K. Pomian, Che cos’è la storia, Bruno Mondadori, Milano, 2001. (Cap. 5, “Storia culturale, storia dei semiofori”).

Th. C. Schelling, La strategia del conflitto, Bruno Mondadori, Milano, 2006 (1980) e Micromotivazioni della vita quotidiana, Bompiani, Milano, 2008 (1978)

CANAN, tra favola, femminilità e biopolitica

Antonello Tolve

Sin dalla sua prima personale organizzata negli spazi della galleria x-ist (Even a Cat Has a Mustache, 2010) e dalle sue prime mosse biopolitiche nel campo dell’arte, avviate all’indomani degli studi alla Marmara Üniversitesi, Canan Şenol (Istanbul, 1970) conosciuta oggi col solo nome CANAN che in italiano può essere tradotto con il sostantivo “innamorato”, ha mostrato una attitudine creativa tesa a raccontare la via lattea della femminilità condizionata, plagiata da regole proibitive e soffocanti. Il suo lavoro si concentra, infatti, e già dal 1990, su tutte quelle istituzioni – governo, famiglia, società, religione, scuola – che influenzano la vita privata delle donne e condizionano il loro libero arbitrio.

Il processo di “normalizzazione” e di “legittimazione” (governato dalle strutture di potere) che travestono la donna in un essere mansueto, angelo del focolare, allevatrice – e in alcuni casi – istitutrice dei propri figli, lascia il posto, oggi, con Kaf Dağı’nın ardında / Behind Mount Qaf, l’importante retrospettiva organizzata a Istanbul negli spazi dell’Arter, e dedicata al lavoro quasi trentennale di CANAN, a una serie di riflessioni nel cui perno è possibile “leggere” tutte le scosse estetiche di una redenzione emotiva, di un risveglio, di una vivacità, di una vitalità innata e istintiva.

Partendo dal monte Qaf che nella cosmologia araba è una montagna mitologica persiana, simbolo di mistero divino (secondo l’Ajā’ib al-makhlūqāt wa gharā’ib al-mawjūdātMeraviglie della creazione e e aspetti miracolosi delle cose esistenti – di Zakariya al-Qazwini è il luogo che nella struttura dell’universo assiste Allah nel mantenere l’equilibrio cielo e terra), CANAN costruisce un proprio percorso ancestrale dove i riti e i miti del passato si mescolano a quelli del presente e le credenze popolari si traducono in favola che conserva la memoria umbratile della storia.

Al piano terra, fronte strada, lo spettatore – e in particolare quello distratto che guarda le vetrine dell’İstiklal Caddes (il viale pedonale che collega Taksim Meydanı al distretto di Galata dove è possibile ammirare la Galata Kulesi) acceso dalla febbre dell’acquisto – inciampa su una grande installazione popolata da esseri (serpenti, pesci, piovre dorate, dragoni, scorpioni, granchi, volatili leggendari come il Sīmurgh, stelle, il sole e la luna con volto femminile, quello dell’artista, quasi sempre presente nei suoi lavori) – che coinvolge ogni età e grado intellettuale. Assieme a questo “regno animale” (Hayvanlar Âlemi / Animal Kingdom, 2017) il video Çeşme / Fountain (2000), due mammelle che gocciolano latte come una fontana malata, e la scultura cinetica Cennet / Heaven (2017) che illumina la scena con corpi ermafroditi, fanno da preambolo a una sala più intima dove cinque donne (Ay Işığında Yıkanan Kadınlar / Women Bathing in Moonlight, 2017) ululano alla luna e richiamano alla memoria la crapula antica.

Una grande pietra su cui è incisa la sagoma di una donna e tante piccole pietre che sembrano richiamare la forma di una tartaruga – Kuş Kadın / Bird Woman (2017) – riceve lo spettatore al primo piano chiamato dall’artista “purgatorio” (il piano terra è il “paradiso”), titolo tra l’altro di un’opera collocata esattamente in colonna con Heaven. Ci sono qui alcuni progetti in cui l’attivismo femminista dell’artista è particolarmente avvertito, segnato da una eroica azione del corpo e della parola nello spazio. Se il video Hezeyan / Delusion (2013) mostra una donna devota, schiacciata psicologicamente dalla struttura religiosa, la scultura in mattoni trasparenti con dentro le immagini di una donna (Şeffaf Karakol / Transparent Police Station, 1998-2008), l’artista, ora abbigliata ora svestita, e una serie di incisioni evidenziano la brutalità che può manifestarsi in una stazione di polizia. La stanza che chiude questo piano intermedio (Dışarıda Çok Kötülük / There’s So Much Evil Out There, 2017) è abitata da quei «nostri muti e fedeli compagni di camera» (Bassani), una camera quasi ospedaliera dove le pareti, la federa del cuscino e la coperta sono fatti di parole, di una scrittura continua, di una storia dolce, ovattata, lontana dai dolori del mondo.

L’immersione in un cielo buio, popolato di immagini fluorescenti (Garâibü’l-mevcûdât / The Wonders of Creation), chiude il percorso con un massiccio richiamo alla favola, a un “territorio” che caratterizza buona parte della produzione di CANAN, attenta a decifrarne la verità. «Anche se pensiamo immediatamente a un mondo irrealistico quando pensiamo a una favola, penso che le favole indichino una sorta di trasferimento di memoria e di storia verbale», suggerisce l’artista. Del resto, «c’è un granello di verità in ogni favola».

Alfagola / Il pane è oro

Alberto Capatti

È il titolo di un ricettario curato da Bottura, edito da Phaidon nel 2017 e tradotto in italiano. Perché il pane, lo suggerisce il Refettorio Ambrosiano, inaugurato con l’EXPO, destinato a nutrire caritatevolmente i bisognosi, facendo appello da un lato a chef stellati e non, e dall’altro a ingredienti donati o salvati dalla scadenza e dai rifiuti, riciclati con alta competenza e fantasia. Il pane fresco, raffermo o posso, secco, sminuzzato, sbriciolato, grattuggiato è la chiave di volta, la chiave d’ingresso, simbolica e gastronomica, del refettorio. Scegliamo dunque la ricetta della torta di pane di Alain Ducasse :

Torta di pane

Per 8 persone

4 albumi

150 g di zucchero

100 g di farina di mandorle

500 ml di latte

4 uova

200 g di frutta secca (pinoli o nocciole), a pezzi grossolani

150 ml di latte di mandorla

300 g di raffermo, a fette

In una terrina montate gli albumi a neve.

In una ciotola capiente mescolate lo zucchero, la farina di mandorle e il latte. Aggiungete le uova, la frutta secca e il latte di mmandorle, quindi incorporare gli albumi. Ammorbidire il pane nel composto per 1-2 ore.

Preriscaldare il forno a 180° C. Imburrare una tortiera (20 x 26 cm.) Disporre il pane nello stampo. Cuocere per circa 20 minuti, finché uno stuzzicadenti infilato al centro del dolce ne esce pulito.

L’autore aggiunge frutta caramellata per guarnire fetta e piatto, ma lasciamo al lettore il compito di consultare Il pane è oro, domandandoci se c’era veramente bisogno di mobilitare Bottura e Alain Ducasse, per una torta simile. Eppure come molti dolci di casa e di recupero, con variazioni dettate dagli ingredienti a disposizione, non è facile da trovare nei ricettari, se non con una scelta mirata del pane – Artusi lo vuole bruno alla tedesca e le cuoche lombarde, Ottorina Perna Bozzi in testa, con la Vecchia Milano in cucina, preferiscono la farina gialla grossa del pan de mei – altrimenti il gioco non vale la candela. Ragione per cui, pur ricordando la torta di pane di mia nonna, niente farina di mandorle e invece cioccolato, e non volendo fingere di riscriverla, mi arrendo allo chef.

Semaforo # 1 – gennaio 2018

Astrologia

Secondo i dati raccolti dall'American Psychological Association dal 2014, i millennial sono la generazione più stressata, e anche la generazione più probabilmente pronta ad affermare che il suo stress è aumentato nell'ultimo anno dal 2010. (...) E gli americani nel loro complesso hanno visto aumentare lo stress a causa del tumulto politico dopo le elezioni presidenziali del 2016. L'edizione 2017 del sondaggio dell'APA ha rilevato che il 63% degli americani ha dichiarato di essere significativamente stressato per il futuro del proprio paese. Il 56% delle persone ha affermato che leggere le notizie li stressa, e i millennial e gli esponenti della Generation X sono stati significativamente più propensi degli anziani a dirlo. Ultimamente queste notizie riguardano spesso lotte intestine politiche, cambiamenti climatici, crisi globali e la minaccia della guerra nucleare. Se lo stress rende l'astrologia più attraente, non sorprende che un numero sempre maggiore di persone ne sia attratto.

Julie Beck, The New Age of Astrology, The Atlantic, 16 gennaio 2018


Depressione

Nella dichiarazione ufficiale per la Giornata mondiale della salute nel 2017, le Nazioni Unite hanno preso in esame gli studi più autorevoli e hanno concluso che "la narrativa biomedica dominante della depressione" si basa su "un uso distorto e selettivo dei risultati della ricerca" che "va abbandonato". Dobbiamo passare dall'attenzione verso gli “squilibri chimici”, così è scritto, all'attenzione verso gli "squilibri di potere". (...) Se siete depressi e ansiosi, non siete macchine con parti mal funzionanti. Siete esseri umani con bisogni insoddisfatti. L'unica vera via d'uscita dalla nostra epidemia di disperazione è che tutti noi, insieme, iniziamo a soddisfare quei bisogni umani – per una connessione profonda, verso le cose che contano veramente nella vita.

Johann Hari, Is everything you think you know about depression wrong?, The Observer, 7 gennaio 2018

Signori della guerra

Tancítaro è, per noi, il microcosmo di un problema che si sta manifestando oggi in gran parte del mondo, causando molte delle sue peggiori crisi: sacche di signori della guerra all'interno di uno stato funzionale. Questi signori della guerra aiutano lo stato fornendo stabilità locale, ma anche implicitamente contestano la sua autorità. Lo stato e il signore della guerra possono sviluppare un accordo che permetterà un giorno al signore della guerra di incorporare il proprio territorio nello stato. O, molto più comunemente, possono competere per il controllo, spesso portando alla violenza. Ciò apre lo spazio al crimine organizzato - le mafie che spesso hanno portata globale – e impedisce ai paesi di coalizzarsi in stati unificati.

The Interpreter (newsletter del New York Times), How Do You Build a State Up From Nothing?, 17 gennaio 2018

Il Semaforo di Alfabeta è a cura di Maria Teresa Carbone

Alfadomenica #2 – gennaio 2018

L'alfadomenica di oggi ha come fulcro centrale (ma non unico) l'arte, tra mostre e libri. 


Gianluca Ranzi, Enrico Baj, il coraggio del dibattito

Francesca Pasini, Il campo gravitazionale di Sol LeWitt

Angelo Guglielmi, Il grande cancellatore

Serena Carbone, Paolo Icaro, l’errore come base di un nuovo linguaggio

Giorgio Mascitelli, L’arte della confusione e il politicamente corretto

Antonella Sbrilli, Alfagiochi / Mi ritorni in mente

Enrico Baj, il coraggio del dibattito

Gianluca Ranzi

È un percorso vorticoso dedicato all’opera politica e di denuncia sociale di Enrico Baj quello in mostra fino al 27 gennaio 2018 alla Fondazione Marconi di Milano, ideato in collaborazione con l’Archivio Baj di Vergiate. Brechtiano nello spirito e surreal-immaginista nello stile, Enrico Baj fa dell’impegno contro la disumanità del potere e la sopraffazione il filo rosso di una tensione ideale continua che, dall’esistenzialismo nucleare dei primi anni Cinquanta e via via attraverso le serie dei Generali, dei Comizi e delle Parate militari (del 1964), giunge nel 1972 alla grande installazione dei Funerali dell’anarchico Pinelli (1972) e al ciclo dell’Apocalisse, che a partire dagli Otto peccati capitali della nostra civiltà di Konrad Lorenz mostra, come in uno specchio di un mondo corrotto e in disfacimento, “la rivelazione del male etico ed estetico della nostra società” (Gillo Dorfles, 2001). Così, dall’incubo della distruzione nucleare a quello del militarismo, dagli abusi del potere ai molti mali della contemporaneità, si passano in rassegna le grandi paure del nostro tempo, con la determinazione morale e la peripezia linguistica contaminata e visionaria di un artista che rifiuta un’idea dell’arte che pretende di tenersi lontana dal rumore e dai disordini del mondo. Anche per questa ragione l’eclettismo tecnico adottato da Baj con la sua multiforme parabola espressiva riflette non solo la sua personale visione sul tradizionale problema dell’arte della possibilità di rappresentare il male, ma insiste anche su una condizione storica sempre più vaporizzata e instabile che non è più conciliante con le cose del mondo. In altre parole, muovendosi dentro ai “disastri della guerra” del nostro tempo, Enrico Baj dimostra di aver ben compreso lo stato di imprevedibilità del mondo ed è proprio a partire dalla sua instabilità e dalla sua insicurezza strutturale che fa del rischio del dubbio (anche e soprattutto formale) e della perturbazione linguistica, il perno della sua opera. D’altronde il dissenso presuppone un dissidente che riesca ancora a pensare fuori dal coro, ma ha anche bisogno di un dissidio che lo possa animare, del dubbio e di una capacità interrogativa costante, poiché l’essenza della mente indipendente dell’artista sta relativamente in cosa pensa ma soprattutto in come pensa. Baj coraggioso dissidente, armato dei repertori figurativi pescati dal serbatoio dell’arte (in primis Picasso e poi Jarry, Carrà, Arp, Pollock, Seurat e altri ancora), si oppone non solo all’ingiustizia, ma anche all’indifferenza, all’anestetizzazione della comunicazione di massa, al panem et circenses acquieta-popoli, sviluppando una disposizione alla resistenza nei confronti dell’autorità arbitraria e della banalità di massa, stigmatizzandole con un registro vario e variabile che dal tragico passa senza soluzione di continuità al sarcastico, al grottesco e al malinconico-elegiaco e che frulla in un mixer espressivo la cultura alta a quella bassa, la strada e il museo, Marx e Gozzano.

Se infatti Baj dubita sul mondo, questo non avviene mai sulla forma della rappresentazione e sui mezzi della pittura, che mostrano non solo la sua capacità di controllo compositivo, ma anche la sua fiducia a collocare la propria visione di singolo artista entro una koiné, una comune base di linguaggio che possa farsi anche sermo vulgaris, popolare e condiviso. Emerge quindi dalla mostra alla Fondazione Marconi una dimensione etica profonda e irrinunciabile, un’urgenza che chiede d’esser condivisa e che, se non ha più la rigidità perentoria della chiamata alle armi di David, tuttavia tiene alto e amplifica, pur nella costante pratica del dubbio, il grido per la libertà. Come del resto ha dichiarato Baj stesso: “La pittura è una via – una via che ho scelto – verso la libertà. È una pratica di libertà.”

In fin dei conti il coraggio di Enrico Baj sta anche nella sua assunzione di irresponsabilità nei confronti del rischio, della sua capacità di dire agli altri quello che non vogliono sentire. Per Baj, coraggioso dissenziente, una mentalità scettica è almeno altrettanto importante che qualsiasi questione di principio. Così l’artista si riserva il coraggio dell’errore, che non significa soltanto saper trovare il modo di sopportarlo, ma, come sostiene Heidegger nella sua Logica. Il problema della verità, significa saperlo prima di tutto ammetterlo, sviluppando la capacità di ascoltare e di reagire: il coraggio del dibattito.

Enrico Baj

Fondazione Marconi, Milano

fino al 27 gennaio