Alfadomenica #3 – febbraio 2019

L’intervento di Daniele Balicco, con cui abbiamo aperto lo scorso Alfadomenica, Quando uno Stato muore, ha suscitato – come auspicavamo – un dibattito aperto su un tema, il regionalismo differenziato, che non a caso era stato tenuto in sordina. La discussione continua e noi proponiamo ai nostri lettori un intervento di Giuliano Laccetti in cui vengono analizzati i nodi già delineati da Balicco. Scritto prima della riunione del Consiglio dei ministri del 15 febbraio, che ha visto la maggioranza dividersi su questo tema, pensiamo sia utile per comprendere la posta in gioco politica della “trattativa” tra Stato e regioni.

Ma molti sono gli argomenti che solleviamo in questo alfadomenica: per il ciclo sulla poesia del nuovo millennio curato da Ivan Schiavoni presentiamo un’analisi del critico Paolo Giovannetti, cui – come prima a Gian Mario Villalta – è stato affidato il compito di scegliere cinque voci emerse negli ultimi vent’anni; grazie a un accordo con la rivista Radical Philosophy pubblichiamo una riflessione critica di Walid el Houri sul concetto di fallimento applicato alle rivoluzioni arabe (riflessione che tuttavia si può allargare anche ad altri contesti); e ancora recensioni (Demichelis, Rebecchi, Guida) e interviste: una, recentissima, di Paolo Carradori al direttore d’orchestra Marco Angius a proposito del Prometeo di Luigi Nono, e una del 2011 di Giuseppe D’Ottavi e Christian Raimo, tratta dall’edizione cartacea di Alfabeta2, a Tullio De Mauro, sul rapporto – tanto importante, tanto trascurato – tra istruzione e democrazia. In chiusura, l’intelligenza aguzza di Alberto Capatti nella rubrica quindicinale Alfagola.

Insomma, molto da leggere, molto su cui pensare. Per sostenere questo lavoro, per dargli risonanza, invitiamo ancora una volta i lettori a iscriversi all’associazione Alfabeta e a diffondere la rivista presso chi non la conosce ancora (qui il link per ricevere gratis la newsletter).

Buona lettura!

Il sommario:

Paolo Giovannetti, 5x5. Poesia italiana del nuovo millennio / Crocevia mediale

Walid El Houri, Oltre il fallimento e il successo. Rivoluzioni e politica di resistenza

Giuliano Laccetti, I pericoli e i disastri del regionalismo differenziato

Lelio Demichelis, Resistere e ancora resistere!

Paolo Carradori, Un’immensa ghirlanda di madrigali concertati. Il Prometeo di Nono secondo Marco Angius, un’intervista

Marie Rebecchi, Il dramma barocco di Prada. Sanguine, Luc Tuymans on Baroque

Cecilia Guida, Art Industries, le nuove reti tra arte, tecnologia e scienza

Giuseppe D’Ottavi e Christian Raimo, Istruzione e democrazia. Intervista a Tullio De Mauro

Alberto Capatti, Alfagola / Un rompiscatole in cucina

5×5. Poesia italiana del nuovo millennio / Crocevia mediale

Paolo Giovannetti

Che la poesia degli anni 2000 presenti una fisionomia contraddittoria, utilmente contraddittoria, a me sembra indiscutibile. Tanto per cominciare: fluidità e faziosità vi si uniscono in modo pressoché inestricabile. Non solo in poesia anything goes, secondo una procedura che più postmoderna non si può, ma anche gli scontri e le polemiche possono accendersi improvvisamente e in modo violentissimo; e le attribuzioni di valore possono assumere caratteristiche persino imbarazzanti per il loro tono engagé e iperbolico. Analogamente, chi vede nella poesia un medium, più che un genere o macrogenere, miracolosamente capace di riconciliarci con le verità metastoriche di un’espressione artistica incardinata sul nesso voce-corpo, convive con chi scetticamente considera la poesia non solo marginalizzata dal sistema dei media, ma in procinto di esaurirsi percorrendo un peraltro nobile e patetico viale del tramonto. E in modo forse più interessante: se da un lato è indubbio l’allargamento dell’area ‘non-poetica’, composta di centinaia di migliaia di dilettanti allo sbaraglio che per lo più da sé producono non-testi messi in circolazione inerzialmente grazie alle scorciatoie del digitale; dall’altro lato è altrettanto certo che mai come in questo momento, credo in tutta la storia delle patrie lettere, è stato possibile fare affidamento su una massa così ingente di giovani (soprattutto) e meno giovani poeti, coltissimi e consapevolissimi, che sanno perfettamente quello che fanno quando scrivono e propongono macchine poetiche spesso perfette. E infine: gli anni 2000 hanno visto la definitiva esplosione di una ‘poesia dal basso’, di una neo-poesia propiziata dai media elettrici ma soprattutto dalla digitalizzazione del suono; tutto ciò è stato indotto soprattutto dal fenomeno del rap, ma anche – da una decina d’anni a questa parte – dalla diffusione di un nuovo modo di concepire il testo di canzone nel dominio che solitamente si definisce indie.

È inevitabile che un simile quadro metta in difficoltà la critica. La sua (la nostra!) propensione alla sineddoche (la parte per il tutto: va da sé) è ampiamente spiegabile, anche se non giustificabile. Gli opposti di cui sopra ci spiazzano, non se ne scampa. Anche perché ogni posizione in gioco coglie qualcosa di importante. Persino il partito della «moltitudine poetante» ha le sue ragioni, rispettabili. Che cosa diventa il sistema poesia ereditato quando il suo zoccolo duro di consapevolezza è assediato da una massa di non-poeti che reclamano ascolto e spazio? i critici possono davvero fingere che un certo trash non lasci tracce nella loro percezione del poetico? possono bonificare un sistema inquinatissimo solo a colpi di indifferenza e presunzione? Pure certe semplificazioni del ‘partito’ dell’oralità ricevono un incoraggiamento nel momento in cui il fenomeno slam (oltre che quello rap) si impone con la forza del suo dilagare. Piaccia e non piaccia: la gente paga un biglietto per assistere alle esibizioni di Guido Catalano, e gli studiosi dovrebbero capirci qualcosa: spiegare questi fatti; e spiegarsi.

Appunto: assordato da troppe questioni, il critico oggi preferisce coltivare orticelli sicuri, sbilanciandosi a favore di un problema, di una regione del territorio, se non di una poetica o di una corrente. Avrà in questo modo il vantaggio di potersi specializzare, di approfondire un dominio più o meno limitato; ma perderà di vista la totalità. Potrà fingere di pronunciare la parola poesia con la certezza e l’incoscienza di affermare qualcosa di solido e duraturo, legittimato da un passato riconoscibile e in corsa verso un futuro, indifferentemente, di decadenza o di progresso. Ma molto spesso, così facendo, produrrà affermazioni distorte, se non proprio false.

Trascorrere da questi ragionamenti sui massimi sistemi a un discorso intorno ai cinque poeti selezionati può sembrare un’operazione leggermente grottesca. Tanta è la sproporzione tra ciò che si dovrebbe fare e quanto concretamente si realizza. Eppure, credo che la sineddoche qui proposta consenta di affrontare tre questioni, che replicano ad almeno una parte dei temi sopra enunciati. Mi riferisco: 1. al nodo decisivo della forma, con riguardo anche alla contrapposizione scrittura / oralità; 2. alla categoria dell’intermedialità e in particolare alla possibilità di interagire con il web; 3. all’orizzonte editoriale, al significato del pubblicare, del divenire pubblici: e quindi di trovare un pubblico.

Naturalmente, quando parliamo di forma, oggi, non ci riferiamo più a quanto consideravamo tale un tempo. Eppure, ben tre dei ‘miei’ cinque poeti sembrano essere molto preoccupati dalla metrica, intesa in un’accezione anche tradizionale. Ed è tradizionale innanzi tutto la scelta di Tommaso Di Dio, che peraltro non strizza mai l’occhio alle prassi del neometricismo. La sua personalissima e direi riconoscibilissima cifra ritmica sarebbe del tutto impensabile senza l’esistenza del verso di Vittorio Sereni, da Di Dio passato al vaglio di Milo De Angelis. Ne discende la capacità dissonante e sinuosa insieme di gestire l’enjambement, di praticare una fluidità discorsiva con effetti ‘associativi’ e ‘asindetici’, pur in un contesto in cui la scansione della sintassi è per lo più ineccepibile, anche dal punto di vista dell’interpunzione. Il fatto che l’endecasillabo, sempre presente, si slarghi o si riduca scalarmente produce l’impressione a volte davvero emozionante di una poesia-evento ben controllata nelle sue modulazioni. La materia del discorso (spesso è una fisicità tutta mentalizzata, una spazialità anche cittadina – Milano! – ricondotta ad astrazioni geometriche) è assecondata e al tempo stesso arginata. E ciò insomma configura l’esistenza di qualcosa come una nuova-antica poesia di pensiero.­

La cosa istruttiva è che il metricismo (anche in questo caso nient’affatto ‘neo’) di Italo Testa e Rita Filomeni si muove in direzioni del tutto diverse, fra loro oltre tutto quasi incompatibili. Nella sua poco più che decennale carriera poetica ‘pubblica’, Testa ha attraversato moltissime istituzioni metriche italiane, mostrando peraltro a più riprese una decisa simpatia, oltre che per il sonetto e la terzina, persino per la saffica o per la canzonetta settecentesca. In lui agisce un rovello metrico che lo ha portato nel poemetto I camminatori a modulare un verso a base endecasillabica decomposto in nuclei ritmici elementari, capaci di sonorizzare enigmaticamente una quasi onirica rappresentazione cittadina. Il punto, a me sembra, è che Testa ha un’idea radicalmente anticlassica del metro: per lui, esattamente all’opposto di Di Dio, è come se la forma ogni volta fosse portatrice di un valore non convenzionale. L’istituzione via via suggerita è l’occasionale fomento di un’avventura estetica coerente solo con se stessa, esaurita entro il cerchio del proprio esserci. Non per caso, sin dall’inizio della propria carriera Testa ha ecletticamente attinto all’arte contemporanea e insieme al rock, ma pure al linguaggio della Rete, per dar forma ai propri fantasmi mentali. Ma, anche qui, il ‘fantasma’ ha bisogno di una paradossale concretezza, di una sempre rinnovata declinazione tematica: ora è la percezione delle relazioni quotidiane, ora è il rapporto di coppia, ora è lo spazio-tempo dell’abitare, ora è la natura.

All’opposto, la metricità di Rita Filomeni è unidimensionale. Non ho notizia di altra forma da lei utilizzata che non sia il suo ‘sonetto’, o forse più esattamente micro-‘capitolo’ in terzine – di undici versi endecasillabi. Siamo di fronte a una forma contratta, proficuamente scapitozzata. Strumento per affrontare tematiche pubbliche, via via nominate ed esaurite apoditticamente (ed epiditticamente) nel suo brevissimo giro. Quello di Filomeni è un pensiero compresso che lascia sgocciolare sotto i nostri occhi stille densissime di indignazione, in una lingua incredibilmente ‘parlata’, demotica al limite del becerismo toscano e del solecismo.

Che Mariangela Guatteri e Michele Zaffarono vivano in un mondo poetico le mille miglia lontano da quest’ultimo, è fin troppo evidente. Questi due notevolissimi poeti installativi fanno della visività, della parola che si concettualizza in (e attraverso l’) immagine la propria cifra più riconoscibile. Ma le differenze tra le due ricerche sono enormi, a ben vedere. Se, grazie alla mediazione della natura, Guàtteri è arrivata con Tecniche di liberazione a una sintesi parola-immagine che tiene qualcosa della sapienzialità orientale, nel suo ricercato equilibrio fra parola e corpo; Zaffarano in Power Pose perviene a una grottesca gesticolazione linguistica per rapporto a ciò che le parole vorrebbero (o potrebbero) fare, e la realizza lavorando sui lapsus, sulle scivolate spesso comiche di ogni postura regolativa, definitoria. Ma il ragionamento potrebbe essere rovesciato: ed è lecito scoprire dalla parte di Zaffarano un vero amore per la parola impropria, per l’errore saporosamente impertinente; e dalla parte di Guàtteri, l’irrimediabile separazione tra vedere e udire, l’inconciliabilità dei linguaggi, in un’epoca di inter- e trans- medialità esibite.

E siamo al secondo punto. Fare poesia, oggi, significa collocarsi dentro un sistema mediale che negli ultimi quasi trent’anni è talmente mutato da rappresentare qualcosa di completamente nuovo rispetto a un passato di millenni di scritture ‘solide’. In un mondo digitale che ha dematerializzato la letteratura, poesia compresa, qual è la risposta possibile? Almeno tre autori su cinque – Testa, Guatteri, Zaffarano – non hanno dubbi: il dialogo con le altre arti, figurative innanzi tutto, è la via d’uscita che consente alla poesia di annettersi nuovi territori. Con una differenza, peraltro decisiva: quella di Testa è un’operazione intermediale, nel senso che la poesia dialoga con l’altro da sé dicendolo, alludendolo, lasciandolo perciò fuori dal proprio perimetro; Guàtteri e Zaffarano permettono che l’immagine irrompa nel testo e, almeno un po’, lo metta in crisi. Nel senso, ormai quasi canonico, che la parola può reificarsi in una forma meno semantica che iconica. Ma soprattutto, direi, nell’invito a pensare la poesia come un evento totale, in cui le parole sono importanti sì, ma c’è sempre dell’altro in gioco. E il gioco, adesso, è sapersi nodi forse insignificanti di una rete che ci euforizza e annulla a un tempo.

All’opposto, Di Dio e Filomeni si collocano in una specie di, esibita e orgogliosa, intermedialità-zero. Il loro lavorare dentro l’istituzione letteraria, assecondando due grandi tradizioni (quella petrarchista, diciamo, e quella jacoponico-dantesca), sembra essere la più evidente risposta a un sistema che ci vorrebbe tutti fluidi. Scardinare l’acqua è il titolo dell’unica vera raccolta di Rita Filomeni; e si è tentati di dire che oggi pensare la poesia in versi più o meno naturalmente tradizionali significa porsi un compito forse utopico: quello di resistere in un altrove ormai inverificabile. Forse, solo la lucidità di questi poeti così bravi e coraggiosi (ma insomma, se andate a dare un’occhiata alla selezione di Gianmario Villalta, troverete altri esempi perspicui) consente loro di incidere dentro un gioco di relazioni che finge ossequio alla poesia ma poi la lascia sopravvivere nelle riserve indiane (o zoo) di Facebook e Instagram.

Che una verità minima in quello che ho detto (siamo al terzo punto) esista, forse lo conferma un dato per lo meno curioso. Di Dio e Filomeni, più ‘tradizionali’, sono i poeti che con maggior fatica hanno trovato veri sbocchi editoriali; gli altri tre, Testa con maggior fortuna, hanno incontrato negli anni case editrici, più o meno marginali, che hanno ospitato i loro scritti con una certa convinzione. Non è un paradosso: le posizioni più ‘radicali’ comportano una maggior propensione all’auto-organizzazione, alla fondazione di collane autoprodotte, oltre che di ambiti di condivisione in Rete. Chi si colloca in un (forse illusorio) spazio istituzionale scopre meglio il vuoto di senso che contorna il poetico oggi, se lo si guarda attraverso la specola dell’ufficialità. Chi come Testa negozia gli estremi trae da questa problematica sospensione i migliori (peraltro modestissimi) benefici.

Un fatto è certo, comunque: quell’anacronismo che è, oggi, il libro cartaceo di poesia sta acquisendo una nuova autorevolezza ‘installativa’. La sua specificità viene inaspettatamente rilanciata, appunto perché il vecchio impaginato cartaceo non può non essere letto sullo sfondo di un sistema mediale. Qui, l’oggetto libro non è un residuo del passato, ma la prefigurazione di un diverso modo di pensare la scrittura, e quindi la poesia. E che proprio da una simile acquisizione – dal concettualismo necessario del poetico d’oggi, dal suo farsi allegoria di un ‘innaturale’ crocevia mediale – possa irradiarsi una diversa consapevolezza, una nuova soggettività, è una delle ragioni che rendono sempre più necessaria quella cosa detta poesia.

Tommaso Di Dio

Tommaso Di Dio (Milano, 1982), vive e lavora a Milano. È autore delle raccolte Favole (Transeuropa, 2009), Tua e di tutti (LietoColle-pordenonelegge.it, 2014); e delle plaquette Per il lavoro del principio (Ospedale sant’Orsola di Bologna, 2015), Alla fine delle favole (Origini, 2017). È di prossima pubblicazione, per Effigie, la sua traduzione di La primavera e tutto il resto di W. C. Williams. Nel 2018 è stato tra i fondatori del progetto di poesia e arte Ultima, per cui ha pubblicato la breve raccolta World Wide Whatsapp crash (www.ultimaspazio.com). Nell'autunno 2019 uscirà il suo prossimo libro di poesia, per l’editore Interlinea.

favola

Gli operai fuori di casa mia
scavano. Hanno le tute arancio e sono tanti
intorno alla buca. Di giorno tu
mi dici che mancano i colori, che bisogna fare
ridere la gente. Loro scavano. La buca è grande quanto
possa bastare all’intubazione
dei cavi e dei condotti nella terra. Prendi le cose tu
le metti alle labbra perché possa
passare una forma di calore. Hanno le macchine, si muovono
intorno alla buca. Prendi questa cosa
dura che germina sulla mia bocca, prendila. Loro
scavano. Apri la bocca tua e la lingua
cancelli ogni nome. Rimanga questo di noi
segno muto. Amore. Che scavano.

da Favole, 2009

*

La città che splende. La notte.
Il vuoto le strade. Gli angoli scavalcati
dal fiato corto le poche
donne sui marciapiedi e sembra tutto catrame
questo tempo, senza rimedio
senza soccorso. Ma poi alti
sono gli uomini che dormono sui prati
e le pietre delle fontane, slabbrate
sono piene di muschi foglie ombre ed è notte però
il vuoto, le strade. Lingua morta
che nelle cose vive alberghi e lasci
la tua crepa come uno stigma; fa' che io possa
mettere la testa tutta dentro
che io vi spinga
battendo reni cosce e petto un pugno
di gioia terrena.

*

Ritornano
nella forma; a milioni. Nella mano.
Nell'intenzione. Nell'ansia che fu luce
chiara e di un abbaglio
sprigionato dal gesto. La città; la sera la notte
per tutte le strade. E se
questo scrivere buio inverno è guardarsi, e non
semplice morire di più. I muri, poi
le stanze. Aprirle; toccare
la corteccia e l'abbraccio, di sbieco
gettarsi di spalle senza faccia e nudo. Dimmi dove
qualcosa nasce. Dimmi cosa
sei; dimostrati
quel suono totale pietra viva basalto nella voce di chi
io ho perduto.

da Tua e di tutti, 2014

*

Eccolo. Si slarga, insensato
nel fogliame e nelle nuvole. Insensato
come l'acqua sporca sul granito delle strade.
Invece, il sole poi torna; e le mattonelle
si scaldano. Sto qui
mezzo scemo dal lavoro e dalle contratte
forze a dismisura intorno ai fuochi verdissimi
degli alberi d'aprile. Mentre tavolini
mentre parole, mentre passaggi
mentre qualcosa rimane, ma non so
dove, non so come. E si slarga. Settecento.
Forse, novecento cinquanta
corpi d'uomini e donne. Di notte
nella paura prendono il largo, schiacciano
vanno

come sei bello, aprile; bello
sporco di sangue e lucido
come un maiale.

Da Alla fine delle favole, 2017

Rita Filomeni

Rita Filomeni (Torino, 1975) vive a Firenze. Ha pubblicato Scardinare l’acqua (LietoColle, 2011), il quarto chiodo, in «Incroci», 27, 2013. È autrice e regista di Uomini paralleli. Lampo di teatro in tre quadri (Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Montelupo Fiorentino, aprile 2016). Sue poesie sono apparse sul «Corriere della Sera», «Incroci» e «Il Verri», online su «Nazione Indiana».

. ricordi

   a due, tre libri ‘mpilati cavalcioni

come s’a ‘n pony sopra ci montavo,
e la voce mia davo a fatina ‘n pezza
stretta a ‘l buio per allentar sue dita

bell’e finita a quattr’anni mammina,
sempr’in collo fratello e cicciobello
strabico, da ‘n occhio, lo stesso mio

e col gesso a ‘l sarto univo stelle, io
vestivo alla nonna, ‘l collo di volpe; 
campa chi sol sé cuce e suoi ricordi

coll’acqua che via, si porta le colpe

. scale

   ‘mpiegata capocazzi, capoufficio, 

a mille euro precario è chiodo fisso,
escort, poi ministra di ‘sta minestra
d’acqua unta, che passa il convento 

sì sue scale, ciascuno al meglio sale
su la testa a quei che lì, ci inciampa
nel scansare formica schiena a pane

e c’è di più, è il logosgomito ‘n tivù
cui vita si confessa e a scioglilingua, 
è com’un tanfo che ti piglia il cuore:

valà! che tra tanti ancor è ‘l minore!

Da Scardinare l’acqua, 2011

. spurgatorio

  ricordano ‘n un secchio le lumache

ammucchiate e a spurgare, i detenuti,
ciascuno come può suo fa ‘l padrone
all’altro, che rilancia, e affila ‘l fiato

prender o lasciare tertium non datur,
un contro a gl’altri o con i secondini
si gioca, a torto o a diritto, allo stato

ci vive ‘n tal fascio di loglio e grano
‘n cappellano senz’armi né mestiere,
prega dio sciolga nodo all’impiccato

cui piove ‘n testa, dall’ultimo piano

. il prestigiatore

  luna piena, oh! si sfila alla tasca,

la dà a un cieco con un fil di spago
‘n parti uguali la tagli a uguali tutti,
ciascuno suo boccone abbia di luce

mazzetto di stecchi, ne fa un campo
a spighe ‘n sentieri tra cui lì cercare
al fiato un dell’altro ‘n po’ d’amore

e castagne bruciate, voilà! son mani
di scorta per chi giusto è inchiodato,
per il diverso ch’all’uscita di scuola

preso a sassate, non dice una parola

Da Il quarto chiodo, 2013

. asinella

   ehi tu asinella per chi ti fai bella,

che ossa hai in bocca a farne versi
e di tre in tre, un poco all’alighieri   
ordisci, trami, cuci ‘l postmoderno

tu che vivi nelle crepe, ai crepacci,                
e ti chiami argo sì da i cento occhi
e sfidi e il sonno e la città e la vita

ma quale vita e qual poesia, verità
si deforma nella lingua che strazia
con strazi ghiotti e cazzi, le parole

son corpi esposti senz’alcuna pietà

Inedito

Mariangela Guàtteri

Mariangela Guàtteri (Reggio Emilia, 1963) è co-curatrice della collana bilingue di prosa e poesia Benway Series, fa parte della redazione di «GAMMM» e scrive su «L’immaginazione». Ha progettato la galleria d’arte più piccola del mondo, Pubblico/Privato, per installazioni site-specific. Nel 2011 ha vinto il Premio Lorenzo Montano con la raccoltaStati d’assedio (Anterem). Il suo più recente libro poetico è Tecniche di liberazione (Tielleci, 2017). Tra le sue pubblicazioni: Il secondo nome (Arcipelago, 2012);Figurina enigmistica (IkonaLíber, 2013); La connaissance de l’espace / La conoscenza dello spazio (Tielleci, 2014); Tavola delle materie / Πίνακας των υλικών (Tielleci, 2018).

<Mimetica>

cova la sua ombra nella fossa
[l’ologramma di uno scudo]
fa dei gruppi coi resti coi grani
[i nodi di un percorso]
strategie di punti
scie illuminanti

scansiona il territorio
da sotto le crepe
[a volte topo]
[a volte polimorfo]
in mimesi completa
[pare morto]

circoscrive un’ossessione
[l’obiettivo primario]
la cresce la nutre
e divide
lo spazio in due luoghi
il dentro dal fuori

permane nella fossa
[un sopravvissuto]
è un cadavere sformato1
è un’arma orizzontale2
è uno zero
un pensiero assoluto
1 “S’immaginava con raccapriccio il suo cadavere sformato, immobile,
in balìa del più vile sopravvissuto”, Alessandro Manzoni,
I promessi sposi .
2 Con rif. al linguaggio balistico: sparare a zero (o far fuoco
con l’arma orizzontale) nelle situazioni in cui il bersaglio è
ravvicinato.

Da Stati di assedio, 2011

   Figura 7. La famiglia dei serventi

    Gli uomini hanno una divisa. Le donne una sopraveste.
    La libertà è subordinata a una certa legge e disciplina.
    I letti sono tutti di noce col saccone alto, la coperta a dadi bianchi
e turchini.

    Camere di forza, letti di forza, bagnarole di forza, pettorali, guanti,
cinturoni, muscoliere, collari.

    Un’ultima ripulita di questi arnesi nell’alto di una parete a forma
di bassorilievo.

    Parentesi d’ombra

    Confitti in camicia, incamiciolati.
    Una redenzione.
    Nei giusti limiti il sistema della libertà e della fiducia,

    Camere tutte lucide veramente aereate, in mezzo ai prati, ai campi.
    Sono tutti liberi, sciolti.

Da Casino Connolly, in Ex.it. Materiali fuori contesto. Albinea 2013, a cura di Mariangelela Guàtteri e Michele Zaffarano, Parma, Tielleci, 2013

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Da Tecniche di liberazione, 2017

Italo Testa (Castell’Arquato, 1972), poeta, saggista e critico, vive a Milano. Tra i suoi libri di poesia: Gli aspri inganni (Lietocolle, 2004), Biometrie (Manni, 2005), Canti ostili (Lietocolle, 2007), La divisione della gioia (Transeuropa, 2010),I camminatori (Premio Ciampi – Valigie Rosse, 2013),Tutto accade ovunque (Aragno, 2016), L’indifferenza naturale (Marcos y Marcos, 2018). Direttore della rivista di poesia, arti e scritture, «L’Ulisse», è cordinatore del lit-blogleparoleelecose. Cura presso l’accademia di Brera il laboratorio da>verso, dedicato all’interazione tra linguaggi multimediali e arte contemporanea. Insegna filosofia teoretica e teoria critica all’Università di Parma.

questo, che tu vedi

questo, che tu vedi, corpo che giace
tra due corpi, questo sono io, che tu
vedi, non importa come il corpo
si muova, dove abbia luogo la scena
come ombra nel vano degli occhi
come scena sul linoleum verde
questo, è un corpo che cede, opaco
s’adegua alla pressione degli arti,
s’inoltra nella cecità terrestre,
questo, riflesso in sillabe è il mio volto
su cui si alternano, sconnesse, altre
membra, a due a due deformano
l’impronta, il bordo che ti contiene,
questi due corpi, che tu ora vedi,
da entrambi i lati con moti divergenti,
freddi lambiscono i confini, i profili
svuotano di me, ammasso di vene
irretito nel battito sordo degli arti,
cono deforme che sul linoleum
striscia, intaglia ombre alle pareti
percorse da carne bianca e remota.

Da Biometrie, 2005

binario 13


le spianate che in sonno vedevo
e dove ritrovavo chi ero stato
salendo alla luce dalle scale
       a bologna, in stazione

la pensilina già semidisfatta
dietro alle reti di protezione
vibrava sotto i colpi delle ruspe
       e a blocchi cadeva

il binario da dove ripartivo
ogni volta sfuggendo ai tuoi occhi
scompariva sotto i calcinacci
       e in sogno riviveva

l’armatura scoperta del cemento
e il groviglio rugginoso dei tiranti
come un reticolo di vene monche
       slacciate nell’aria

mandava un lampo intermittente
nel crepuscolo di giugno, sui vetri
del treno un’efflorescenza di sale
       abbagliava il mio male.

Da La divisione della gioia, 2010

non ero io

1. non ero io, non vedi, in quella folla, non erano le mie mani, a toccarsi, non erano le mani, soprattutto questo, dico ancora una volta, soprattutto questo, e non riuscivo a trattenerle, tutte quelle immagini, a destra e a sinistra, la pressione che monta, non ero io, torno a dirti, non l’avrei fatto, non mi sarei spinto dentro, non è così? non sono sempre stato questo, quello che conosci, con gli occhi chiusi, la testa un po’ piegata, non potevo proprio essere io, a trascinare i piedi, ad avanzare, perché questo conta, maledettamente, questo conta sempre, chi ha fatto cosa, chi si è girato e ha risposto, chi ha preso la pietra, l’ha rigirata tra le dita, anche quella volta, non potevo esserlo, con la ciocca insanguinata, la tempia destra sul selciato, non ero io, non potevo proprio esserlo, che cosa c’entravo, nel parcheggio vuoto, dietro il distributore, che ci stavo a fare, no, credimi, non ero io

Da Tutto accade ovunque, 2016

Luce d’ailanto
# 1

ailanti, alle vostre falci piego il capo,
a voi, ovunque arborescenti, ailanti
nel brillio del mattino mi consegno:
vi lascio correre sui bordi incolti
dietro le massicciate, addosso ai muri:
e nel trapestio dei pensieri, infestanti
mi confondete ai fiori, miei ailanti

Da L’indifferenza naturale, 2018

Michele Zaffarano (Milano, 1970), traduttore dal francese, libraio. Tra le sue pubblicazioni: Bianca come neve (La Camera Verde, 2009), Wunderkammer (in Prosa in prosa, Le Lettere, 2009),Cinque testi tra cui gli alberi (più uno) (Benway Series, 2013), Paragrafi sull’armonia (ikonaLíber, 2014), Todestrieb (Arcipelago, 2015), La vita, la teoria e le buche (Oèdipus, 2015), Power Pose (Il Verri, 2017), Sommario dei luoghi comuni (Aragno, 2019). Fondatore del sito gammm.org., fondatore e direttore della collana ChapBooks (Tic Edizioni) e della collana Benway Series (Tielleci Editore), redattore della rivista «Nioques».

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Partiamo dalla congettura che quel che sta dietro sia meglio di quel che passa attraverso. Che l’atto di lettura nient’altro sia che un consumare, un cancellare quel che è stato in prima scritto, un filtrare nutrimenti che in fine non nutrono, un eterno barcollare da trama a trama, da brama a brama, o da brama a voluttà. E nella voluttà il cervello, la sete di brama lo consuma, il cervelletto, e ripercorre. Sta pure scritto: «Traditur fugam in Oceani longinqua agitavisse». Ed ecco, sull’arteria, e poi all’interno del cranio, senza desiderio. Se questa pulsione a chiudere non è l’inizio, cosa manca alla parola? E dove pausa? Tu vaglia: la vena femorale, le sacche vuotate dal liquido sanguigno, i tessuti dove si allargano, le parti singole dei tessuti, i polpastrelli, dalla scatola cranica fino all’encefalo, a tuo gradimento. La parola si produrrà come fading, non è l’inizio e non è la fine, non si dà a leggere per quel che è, si dice che sembra, che pare, e vuol dire che l’esser letta, l’esser detti, è incartamento che mai si completa. Ma occorre pur dire qualcosa, qualcosa bisogna che possa ripetersi a che non vi sia più inizio, a che non vi sia più fine. Il fantasma parla: dalla nuca alla fronte, di traverso, da dietro in avanti, da dietro fin dentro i bulbi oculari, da dentro, da destra: è una torsione impossibile del braccio, del polso: è il verso della ragione frontale.

Da Wunderkammer, ovvero come ho imparato a leggere, 2009

stampini del rimprovero mensile, in cui il lavoro
sull’alluminio del soldato (…), nei regni del deserto,
da cui proviene, in agosto, al 21, da quello
del soldato (…), di quei soldati (…) sparisce ignorato

dall’intera massa delle sue caratterizzazioni
orizzontali con l’acqua ragia, con il rechazamiento
che ha già subìto, e che modifica la scala del soldato
(…) sotto determinate condizioni dell’uomo (…)

nato simile (all’estremità, sul litorale buono),
offre perlomeno la parte automatica di sinistra,
la sottomissione ai SISTEMI DI CONTROLLO

di questo programma, alla fine viene senza,
senza afflizioni attorno, a distanza dalla montagna,
dall’uomo, da quella del soldato (…), dalla Spagna

Da La vita, la teoria e le buche (2003-2013), 2015

Sono anche nella conoscenza
delle mie interferenze di me
dei miei smacchi di me
della mia coscienza di me
della mia autostima di me
della mia autostima di me viene
da lontano
da direttamente lontano.
Sono anche nella conoscenza del fatto
che è necessario
che io sviluppo la mia coscienza
la mia sicurezza di me
che io esprimo il disaccordo
nella maniera della serenità
che io porto avanti i miei piani
i miei piani di me
richiedenti la modifica
di come mi comporto
richiedenti la modifica
sposta da fuori del luogo
da nell’offesa
a nella maniera del propositivo
nella maniera del costruttivo
nella maniera del positivo.

So la maniera allo scopo della gestione
dei rapporti interpersonali di me
imparo con la pratica
miglioro con la pratica.
Possiedo il comportamento
della partecipazione
possiedo l’atteggiamento
della responsabilità
della fiducia verso di me me
possiedo la partecipazione
della fiducia verso degli altri da me.
Affermo i miei diritti di me
riconosco i diritti
anche degli altri da me
non affermo il giudizio
sopra le situazioni
non affermo il giudizio
sopra le persone.
Comunico
nella maniera della chiarezza
nella maniera del direttamente
nella maniera del non aggressivo.

Da Power pose, 2017

Oltre il fallimento e il successo. Rivoluzioni e politica di resistenza

Walid el Houri

Traduzione di Antonio Graniero

Lo dico qui come un racconto di anticapitalista, lotta strana. Lo racconto anche come un discorso sulla lotta anticoloniale, il rifiuto della leggibilità e un’arte di disdicevolezza. Questa è una storia senza mercati, tragedia senza sceneggiatura, narrazione senza progresso. L’arte strana del fallimento si trasforma nell’impossibile, nell’improbabile, nello spiacevole e nell’insignificante. Essa perde silenziosamente e, nel perdere, immagina altri obiettivi per la vita, per l’amore, per l’arte e per l’essere.

J. Halberstam

Negli ultimi anni, sempre più centrali sono stati i temi di fallimento e insuccesso sia nella copertura mediatica sia negli studi accademici dei movimenti di protesta nella regione araba e fuori. Le continue guerre in Siria, nello Yemen, in Libia e in Iraq, la repressione violenta delle proteste del Bahrein, e l’ascesa al potere di Abdel Fallah al-Sisi in Egitto con livelli di repressione senza procedenti sono state ognuna determinanti nella percezione crescente del fallimento e dell’insuccesso come un destino inevitabile delle insurrezioni esplose al termine del 2010. Tali opinioni e giudizi non sono limitati a questa regione. Li vediamo anche in altri contesti e in altri luoghi, per esempio per quanto riguarda l’aumento della violenza dello stato turco contro qualsiasi forma di opposizione e la violenta campagna contro le aree curde in Oriente, così come il fallimento del governo Syriza in Grecia a mantenere le sue promesse a opporsi all’austerità e a stabilire una forma alternativa di governo.

Poiché a un insuccesso ne è apparentemente seguito un altro dal 2011, di conseguenza molti hanno sostenuto che le rivoluzioni o le insurrezioni erano un errore, un errore che deve essere corretto, o che, semplicemente, erano destinate a fallire. Articoli dai titoli come La morte della primavera araba (Huffington Post), La rivoluzione fallita dell’Egitto (World Affairs Journal), La primavera araba è morta (RT), o Perché la Tunisia ha avuto successo mentre l’Egitto ha fallito (Al Jazeera) sono diventati la base delle inchieste su questi luoghi. Tuttavia, in ciò che segue voglio mettere alla prova tali discorsi che danno conto dei movimenti politici in termini di semplici inizi e fini, fallimenti e successi. Un simile approccio all’analisi dell’azione politica può ostacolare la comprensione di tali pratiche già vedendole attraverso schemi prescritti di giudizio. Pertanto, queste questioni possono diventare profezie che si auto-avverano in cui i risultati normativi sono ciò che conduce l’analisi dei presunti “risultati”. Contro tali dicotomie semplicistiche, cercherò di far luce sulle relazioni che esistono tra momenti diversi, spazi e strutture di potere enfatizzando sull’importanza non-spettacolare della forma di dissenso o di oppressione nei media, nello spazio e nella società. In questo modo si potrebbero considerare i processi di pratiche dirompenti come parte di una politica di resistenza che non può essere meramente ridotta a una valutazione normativa del fallimento o del successo finale.

(Non) valutare il fallimento

Esistono certamente diversi “fallimenti”, diverse livelli, diversi effetti e diversi significati, e quanto segue non vuole considerarli tutti uguali né vuole cancellare i diversi contesti e condizioni proponendo una concezione uniforme di “fallimento” o idealizzando tale nozione. Cerca piuttosto di mettere alla prova l’idea di fallimento come finale necessario, o come semplice contrario di successo, in una struttura normativa che rischia di imporre esiti presupposti e giudizi sui processi politici e sui movimenti in corso. Anche in tali dicotomie, che cos’è un fallimento o un successo dipende da chi sta giudicando, quando, dove, perché, come e per chi. Dal 2010, un numero crescente di proteste è scoppiato in tutto il mondo alcune delle quali condividono più somiglianze delle altre, ma tutte sembrano essere consapevoli l’una dell’altra. Le parole e la terminologia impiegate a designare questi eventi e processi sono varie, e includono: rivoluzioni, insurrezioni, sollevazioni, rivolte, sommosse, proteste, e così via. In arabo, un altro termine è stato usato da alcuni e da altri contestato: Thawra viene tradotto comunemente come rivoluzione, è stato utilizzato, tra gli altri paesi, in Tunisia, in Egitto, nello Yemen, nel Bahrein, e in Syria durante la Primavera araba. Tuttavia, Thawra vuol dire di più di una rivoluzione. Significa scoppio, e può essere tradotto anche in rivolta o sollevazione. È un termine che denota una rottura o un’azione di una certa intensità. Mentre può essere percepito come la designazione di un evento, Thawra è anche un processo che implica disordine sociale e rivolta popolare e per tanto non indica necessariamente forme di protesta che potrebbero attenersi alle normali condizioni di rivoluzione come cambiamento istituzionale, per esempio, a livello dello stato. Una tale terminologia, scelta dagli agenti attivi stessi per indicare le loro azioni, piuttosto che cercare di categorizzare un processo politico attraverso l’uso di una terminologia comune, richiede un’analisi e una teorizzazione che derivi da queste stesse azioni e processi anziché dalle categorie preesistenti.

I risultati attuali (e più o meno provvisori) delle proteste di cui si è detto sopra, nella regione araba così come altrove, sono variati da un luogo all’altro. Mentre in alcuni casi arrivavano al potere nuovi governi, in altri le proteste venivano violentemente soppresse o perdevano lentamente il loro slancio. In altri luoghi ancora si sono trasformati in guerre e conflitti armati di vario grado di violenza. Con tali situazioni presenti, comunemente scambiate per risultati definitivi, gran parte dell’analisi di questi eventi e processi si è trasformata in una valutazione di essi attraverso la dicotomia di successo e di fallimento, utilizzando spesso modelli normativi non dichiarati per identificare a quale parte di questa divisione appartiene quale evento. In questi termini, la Tunisia, in particolare, è vista come un successo relativo perché la transizione del potere è avvenuta in un relativo stato di pace, e le elezioni si sono svolte. Qui l’apparenza di una democrazia parlamentare funzionante evidentemente vuol dire “successo”. Di contro, la rivoluzione egiziana è vista come un fallimento perché un nuovo regime militare ha acquistato potere e sta reprimendo violentemente il dissenso e l’opposizione. La Syria, la Libia, e lo Yemen non vengono più chiamati rivoluzioni o sollevazioni poiché sono venute a essere denominate guerre civili. La rivoluzione di breve durata del Bahrein si dice comunemente finita con la repressione militare che il regime lanciò insieme con il Consiglio cooperativo del Golfo.

Gli argomenti a sostegno della tesi secondo cui non sia stato un fallimento a governare una trasformazione politica massiccia su tutta la regione oscillano dall’indicare l’inabilità di portare avanti un cambio di regime, allo svolgere le elezioni libere e inclusive e istituire una democrazia parlamentare funzionante, all’osservare la presenza di forze armate e della guerra, alla soppressione di movimenti pubblici di massa nelle strade e l’ascesa di nuovi dittatori. La rivoluzione egiziana, in particolare, viene pertanto giudicata un fallimento, soprattutto perché (contrariamente alla Tunisia) non ha prodotto un sistema politico che può essere chiamato una democrazia parlamentare. A ogni modo tali giudizi non tengono conto di trasformazioni diverse dal livello stato-istituzionale. In entrambi i casi dell’Egitto e della Tunisia ci sono trasformazioni a rischio che certamente possono essere lette come fallimenti o successi, interpretazioni spesso basate sul proprio coinvolgimento politico, ma in entrambi i casi le trasformazioni hanno avuto luogo nella vita ordinaria delle persone, nella creazione di nuovi significati e nuove reti che influenzano il modo in cui il popolo vede se stesso in relazione a ogni individuo e al potere. In quanto tali, esse fanno parte di un continuo processo politico che è lungi dall’aver raggiunto la sua conclusione, e che deve essere considerato al livello di pratiche di dissenso più spregiudicate, così come in modi che registrano le relazioni tra le pratiche di protesta e l’egemonia come se si influenzassero a vicenda. Individuare queste relazioni nella realtà quotidiana, oltre a che nelle nuove strutture di potere, mette al corrente delle trasformazioni che si verificano a livello di comunicazione e media, spazio e mobilità, istituzioni e strutture sociali, lingua e valori, in Egitto e in Tunisia come altrove.

La successione di eventi in Egitto dal 2011 a oggi, dagli inni «Il popolo vuole rovesciare il regime» al golpe che ha portato Abdel Fattah al-Sisi al potere, a capo di un nuovo regime militare più spietato di quello precedente, ha inquadrato le valutazioni di successo o di fallimento della rivoluzione in quel paese. Questi eventi hanno provocato dibattiti sull’etimologia stessa da utilizzare per descriverli, nonché domande su come quel momento e quella spinta rivoluzionaria si relazionano con i risultati a cui abbiamo successivamente assistito. In questo modo, il caso egiziano è un esempio (e certamente non è l’unico) di come i movimenti politici sono cooptati o fatti propri, soppressi o rovesciati, e come i movimenti e le pratiche che essi comportano indicano un successivo ordine politico. Possiamo allora dire che la rivoluzione è fallita?

Il problema è dichiarare un processo o un evento un fallimento (o un successo, del resto) implica che un evento abbia già raggiunto il suo apice; è passato, quindi è possibile valutare e giudicare il suo risultato finale. Eppure un’indagine sulla relazione tra i momenti di rottura di un certo ordine e le organizzazioni egemoniche che vengono a sostituirlo riflette in realtà la misura in cui la politica è un processo sempre in corso; qualcosa che rende le forme di resistenza una parte importante di quelle pratiche di resistenza che si verificano nella vita di tutti i giorni, così come in processi più specificamente politici, e in cui sentimenti di delusione e recessione, momenti di sconfitta e demotivazione, coesistono con il persistere della motivazione e della lotta politica, della mobilitazione e dell’organizzazione.

Una storia di fallimenti arabi

La storia araba è ricca di fallimenti e di gestione del fallimento. Gran parte del pensiero politico arabo, e gran parte delle difficoltà pratiche, hanno ruotato intorno a domande su come rispondere ai fallimenti avvertiti, almeno fino al periodo coloniale. Di conseguenza, molte storiografie della regione partono o sono punteggiate dagli accordi di Sykes-Picot del 1916, dalla Nakba o «Catastrofe» e dalla pulizia etnica della Palestina del 1948, la quale condusse alla dichiarazione dello stato di Israele, o Naksa o «la sconfitta» con la spettacolare sconfitta del progresso nazionalista di Gamal Abdel Nasser nella guerra con Israele del 1967. Generazioni di intellettuali e di attivisti arabi, soprattutto di sinistra, sono state pertanto segnate in relazione a tali perdite e sconfitte. Il 1967 fu un punto di svolta in questo senso. Ha segnato il fallimento del secolare progetto nazionalista arabo, che nonostante i suoi problemi interni e la discrepanza tra il suo mito e la realtà dei fatti, ha fornito una promessa per milioni di persone che ci hanno creduto. Molto più recentemente, sono emersi i dibattiti sul fallimento e sul successo dell’insurrezione araba scoppiata nel 2010 quando molte speranze e aspettative si sono trasformate in guerre e regimi autoritari.

La Naksa del 1967 segna una sconfitta particolarmente significativa per il secolare progetto di sinistra di liberazione nazionale. Quello che molti chiamano «il trauma del ’67» non riguarda semplicemente una sconfitta militare, è uno di quelli che ha colpito duramente generazioni di arabi che successivamente ebbero poca fiducia nelle loro capacità di agire, di essere agenti. Essere arabo per alcuni è arrivato a equivalere a essere un fallimento; una questione autodistruttiva di rassegnazione dalla storia. Il lavoro accademico e politico ha rigurgitato quest’idea per decenni. La sfida più grande è sempre stata quella di spezzare quest’idea disfattista e fatalista di fallimento come una fine – soprattutto per i movimenti di sinistra e laici (e di conseguenza per i regimi, che siano monarchici o repubblicani, che hanno dominato quasi tutti gli stati arabi) – e il senso di impossibilità da cui è seguito. L’Organizzazione per la liberazione della Palestina, ma soprattutto i movimenti islamici che sono sorti dalla sconfitta del 1967, ha provato a ribaltare e strumentalizzare questa sconfitta in modo da affermare la validità dell’Islam come un progetto politico alternativo. Non sorprende che lo slogan chiave che si levò a seguito del 1967 fu «L’Islam è la soluzione», scaricando di fatti la responsabilità del fallimento sul carattere laico e non islamico dei movimenti di liberazione che li hanno preceduti.

Tuttavia, tale pensiero disfattista, e la noncuranza dei regimi che lo accompagna, fu messo in discussione in diverse istanze, più segnatamente durante l’esplosione della prima Intifada in Palestina (1987), ma anche da parte degli Hezbollah del Libano le cui campagne militari (e mediatiche) condotte per la liberazione del Sud del Libano dall’occupazione israeliana del 2000, hanno mirato ad articolare un nuovo discorso di legittimazione e rappresentanza. A sua volta, la liberazione del Libano meridionale fu seguita dalla seconda Intifada in Palestina. I movimenti rivoluzionari del 2010-11 costituiscono un’altra rottura con il senso della sconfitta post-1967. Questi hanno a che fare con il ruolo della rappresentanza politica a livello nazionale, a livello individuale, del cittadino, e del potere del popolo rispetto ai loro governi e alle istituzioni di potere, la sua corruzione, repressione e in alcuni casi la loro subordinazione alle istituzioni imperialiste, siano esse militari, politiche o finanziarie. A questo proposito, è significativo che i gruppi rivoluzionari abbiano ripetutamente invocato la nozione di dignità nei loro inni, negli slogan e nelle richieste.

Dalle promesse delle proteste del 2010-11 alla delusione del 2013 c’è una linea, quindi, che va indietro di decenni, che ha segnato generazioni di persone che vivono nel cosiddetto “Mondo arabo”. È un tema storico-personale che si trova in alcune delle storiografie contemporanee del pensiero politico arabo, ma anche nella storia personale di molti individui che hanno partecipato o assistito agli eventi degli ultimi anni. Questo tema sottostante è evidente nella ricezione, nella percezione e nella comprensione degli eventi fino allo scoppio dell’ultima rivoluzione tunisina nel dicembre 2010 e delle successive sollevazioni verificatesi in tutto il mondo.

L’ottimismo del 2010-11 non era necessariamente un ottimismo ingenuo, o inconsapevole delle sfide da affrontare dopo la caduta delle figure di rappresentanza dei regimi esistenti. Tuttavia, quando a una delusione ne seguì un’altra e il tema del fallimento si affermò e culminò nel 2013, con ogni nuova forma governativa che uccide e imprigiona più persone di quella precedente (e con alcuni che l’acclamavano), il pericolo più grande era un semplice ritorno alla questione del fallimento o del pessimismo, e un ritorno a un’idea secondo la quale le rivoluzioni erano un errore, un errore che deve essere corretto. Ancora una volta una generazione più vecchia di commentatori, politici, accademici e figure pubbliche rioccuparono lo schermo e il dibattito pubblico come a dire: «Ve l’avevamo detto». Eppure, come scrive Judith Butler, «noi siamo anche le storie che non abbiamo mai vissuto, ma che comunque trasmettiamo nel nome della lotta per preservare la storia degli oppressi, e per mobilitare quella storia nella nostra lotta per la giustizia nel presente». L’idea del fallimento è essa stessa una di queste storie in questo particolare contesto arabo, una storia che viene trasmessa da una generazione all’altra. In questo senso, il fallimento comporta anche il desiderio di capovolgerlo, una sorta di motivazione e una forza politica che viene trasmessa a sua volta.

Una politica di resistenza

Quando il successo e il fallimento sono menzionati nel dibattito politico si fa generalmente riferimento a sistemi di valori normativi, come confronti, a volte confronti assenti, dove il modello di successo è spesso basato sui numeri e sulle norme disposte da istituzioni quali la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale e le Nazioni Unite, o utilizzando indicatori economici e “felicità” per misurare l’attrattiva degli stati per investitori, imprese o turisti. La democrazia procedurale, la democrazia rappresentativa, la democrazia tout court, sono state articolate più frequentemente come la forma e il criterio di successo politico. È il capitale politico nel mercato degli stati di successo. Tuttavia, il fallimento della democrazia procedurale a soddisfare e ad affrontare le richieste e i bisogni di un numero sempre crescente di persone prive di diritti, di individui precari, dei “poveri della classe media”, di manifestanti e cittadini, dei lavoratori e contadini, riflette una crisi di governo che è il cuore di molti movimenti di protesta che vediamo oggi in tutto il mondo. Questi ultimi possono essere visti, in quest’ottica, essi stessi come una risposta a certi fallimenti: i fallimenti di certi stati nel prendersi cura dei loro cittadini, il fallimento di una realtà economica che è ingiusta, il fallimento a fornire una vita dignitosa, e così via.

Ma c’è qualcosa di singolare nel parlare del successo e del fallimento nel contesto di trasformazione politica o di rivoluzione: il successo di un movimento rivoluzionario nel produrre un nuovo sistema sta anche nel momento del suo fallimento a restare rivoluzionario. In altre parole, il “fallimento” della politica come politica non sta nella sua inabilità a produrre un ordine nuovo, ma esattamente nella trasformazione di un ordine esistente o nella sua copia, ma entrambi basati e destinati a “fallire” in questo senso. «La politica presiede alla propria erosione», come la intende Jacques Rancière – un problema che viene affrontato nella sua ben nota distinzione tra politica e polizia. Rancière definisce la polizia come la legge generalmente implicita che regola i corpi e agisce su entrambi i corpi e lo spazio in cui essi esistono. È ciò che segna il confine tra ciò che sarebbe considerato linguaggio o discorso e ciò che sarebbe liquidato come semplice rumore. La politica, d’altra parte, fissa rari momenti che interrompono e trasformano l’ordine di polizia ma che non possono mai sostituirlo.

Il compito della polizia, dunque, è esattamente di fornire nuove possibilità e spazi per quelli che sono esclusi, discreditati e inascoltati. In questo modo, i movimenti di protesta possono trasformarsi in movimenti politici rendendo visibile quello che prima non lo era, e rendere quello che prima era considerato rumore in un nuovo linguaggio. Quando le proteste egiziane scoppiarono per prime nel gennaio del 2011, i manifestanti furono demonizzati dai media e dal discorso ufficiale di stato. Furono ritratti come una forza caotica senza senso, bambini immaturi e dissennati, agenti stranieri o menti ingenue manipolate. I manifestanti furono anche accusati di non avere richieste concrete o progetti validi. La risposta dello stato fu tentare di silenziare, sopprimere e prevenire dal farli esprimere del tutto le loro richieste, dall’essere visti o dall’essere ascoltati. Di conseguenza, con l’assenza di spazio dentro il sistema nel quale far sentire la propria voce e nel quale esprimere se stessi, i manifestanti dovettero creare luoghi alternativi nei quali poterono sfidare il regime e i suoi discorsi. Questo ebbe un successo temporaneo e il movimento di protesta fu in grado di delegittimare il regime, interrompendo e destabilizzando le sue tattiche, le pratiche e i modi di organizzazione e di essere.

Ciò, dunque, dovrebbe essere preso in considerazione quando si fanno i conti con le critiche comuni ai manifestanti del 2011 per non avere un programma chiaro, o un progetto per prendere il potere, che, si sostiene, abbia quindi portato ai Fratelli Mussulmani, e successivamente alle forze armate, avanzate per riempire il vuoto lasciato da questa mancanza di un programma rivoluzionario. Questo è quello che, per esempio, Nasser Abourahme descrive come il risultato della «debolezza organizzativa nella politica rivoluzionaria di strada in Egitto»: che «le rivolte, non riuscendo a produrre una formazione anti-ideologica, sono state una de-soggettivizzazione senza le necessarie risorse simboliche per un reinnesto – uno offerto ora dal capo in ascesa e protettivo dell’esercito».

Questo tipo di analisi, tuttavia, ignora la questione di come le forme di autorità e le forme organiche siano influenzate, reagiscano o siano prodotte dai movimenti di protesta; qualcosa che in effetti è centrale in ogni pratica di emancipazione. Qualunque struttura egemonica è un’articolazione delle frontiere: chi vi appartiene e chi no, cosa è dentro e cosa è fuori. Lo spostamento di queste frontiere per essere più o meno incisive crea sempre nuove esclusioni.

In questo senso, i regimi totalitari sono il prodotto di un movimento anti-totalitario di successo. Mentre, allora, non ci può essere politica pura al di fuori di un ordine di polizia, un’interruzione di quell’ordine esistente consente sempre una trasformazione dei campi di possibilità. L’emergere di nuovi ordini, istituzioni ed esclusioni non segna una fine, o una semplice conclusione, ma un’inevitabile conseguenza della politica come una rottura di ogni ordine di polizia o una (sempre incompiuta) pratica di dissenso. La politica, quindi, non è distaccata da un contesto o da una storia. Al contrario, un’azione di rottura è influenzata dal contesto nel quale ha luogo, da esperienze passate, e da passate lotte. Si erige su una promessa di un futuro ma avviene sempre nel presente per rompere ciò che è ordinario in ogni senso (a questo proposito si veda ancora Jacque Rancière).

Questo è evidente nelle nuove strategie di autorità in Egitto dove il nuovo regime prende di mira esattamente quelle comunità che hanno stabilito forme di solidarietà, organizzazione e cura e che stanno al di fuori della struttura dello stato (lavoratori, abitanti delle baraccopoli, tifosi di calcio, omosessuali, studenti, attivisti, femministe ecc.). Le pratiche specifiche di dissenso, protesta e destabilizzazione dell’ordine di polizia in Egitto conducono in questo modo a ordini diversi, con nuovi meccanismi di controllo. Molte rivendicazioni, lotte, proteste, richieste e azioni politiche, hanno avuto un effetto sulla trasformazione dell’ordine contro cui si sono opposte, sia rafforzando quell’ordine, rendendolo immune ad alcune tattiche, sia forzando piccoli cambiamenti nell’ordine di distribuzione del potere e apertura di nuovi spazi e nuove modalità di dominio e inclusione.

I momenti di protesta sono spesso rappresentati e percepiti come corporei, momenti emotivi di solidarietà, formazione di gruppi, speranze, entusiasmo e mobilitazione. Tuttavia, intorno a questi momenti e immagini, che sia prima o dopo, ci sono quei momenti meno visibili, le esclusioni e le delusioni: momenti istituzionali, burocratici e freddi, spesso demotivanti e certamente meno spettacolari. Come scrive Ian Alan Paul di una «pratica rivoluzionaria della resistenza»:

Quando il popolo protesta insieme… entra dentro situazioni che hanno esiti imprevedibili in virtù dei diversi individui coinvolti, introducendo il rumore in un presente altrimenti calmo e creando agitazione dove futuri imprevedibili pieni di nuove relazioni possono prendere piede. Questo rumore è ciò che rende possibile la resistenza. I momenti sparsi e trasversali che avvengono nell’aggregazione e disgregazione rumorosa di alleanze produce futuri plurali che dislocano le disposizioni sociali e le politiche altrimenti regolate.

Ciò solleva la questione: è l’istituzionalizzazione, o il momento in cui il movimento politico produce nuove strutture (le elezioni in Grecia conducono a un governo Syriza ma anche la presa del potere del regime militare in Egitto), qualcosa che distrugge lo slancio di protesta, qualcosa che mette fine al movimento propriamente politico, o è il risultato inevitabile al quale la politica di rottura e resistenza ha bisogno necessariamente (costantemente e ripetutamente) di rispondere? È necessario che un movimento di protesta fornisca un ordine alternativo, o abbia la capacità strutturale di diventare un ordine, perché abbia un impatto positivo sulla realtà che si propone di cambiare? In realtà, queste questioni esistono come parte delle conversazioni che si svolgono tra i manifestanti stessi, in vari luoghi, e hanno a che fare con lo scegliere tra l’adottare una politica prefigurativa o una strategica. Mentre i sostenitori della prima enfatizzano l’importanza dei mezzi, e le pratiche utilizzate nel presente, i sostenitori della seconda affermano che l’obiettivo più importante è prendere il potere per essere in grado di fornire un cambiamento significativo. Ma esiste una possibile via di mezzo tra l’importanza delle pratiche e la priorità di strategia senza equiparare le strutture del partito o il parlamentarismo al compito della politica?

Se la rivoluzione deve essere intesa come una totale rottura diversa da qualsiasi continuità, allora, come sostiene Paul, «ogni rivoluzione è una rivoluzione già fallita, sempre fermandosi a cancellare completamente l’ingiustizia del passato». La situazione attuale in Egitto, o in altri luoghi dove maggiori movimenti di protesta si sono verificati o si stanno verificando, non vuol dire semplicemente che “la” rivoluzione è fallita. Hanafi dimostra qualcosa di simile quando scrive che «il significato di queste rivoluzioni risiede nella realizzazione delle richieste sociali e democratiche. Si dovrebbero leggere come continuità in una lunga storia di protesta nella regione piuttosto che come una rottura totale». Queste rivoluzioni, in altre parole, sono parte di una genealogia che può essere fatta risalire ad anni o decenni indietro. Questa genealogia può andare dalla protesta dei lavoratori nel 2008 a Gafsa in Tunisia o a Mahalla in Egitto a qualsiasi momento della lotta anti-coloniale. Questo è il motivo per cui Hamid Dabashi può descrivere questi momenti rivoluzionari come «spinti da una ribellione ritardata» nei confronti dei regimi al potere così come nei confronti dell’imperialismo e della giustizia globale. Questi momenti sono in grado di influenzare non solo la realtà geopolitica nella regione, ma anche altrove innescando e influenzando altri movimenti in diversi luoghi.

Questo vuol dire che il fallimento è parte di quello che rende la rivoluzione un esercizio di resistenza e di continuità, «durata e pazienza», «perseveranza e capacità di resistenza», «una tecnica collettiva di produzione di futuri attraverso pratiche durature nel presente». Non è una fine definitiva ma una parte costitutiva di un percorso di trasformazione, è un tema costante che non è mai veramente saturo e dove le pratiche quotidiane e gli eventi non spettacolari non sono meno importanti degli elementi spettacolari di una rivoluzione «estetica» come le lotte di strada e le manifestazioni. Queste pratiche quotidiane che qualche volta predicono nuove connessione e forme di organizzazione fanno parte di quello che Asef Bayat chiama la «silenziosa invasione dell’ordinario» e sono parte intrinseca di ciò che dovrebbe essere considerato come «politica».

Quando importato nella teorizzazione politica sulla protesta, sull’azione politica e sulla trasformazione, il fallimento è spesso considerato in relazione o in opposizione a un sistema di valori prestabilito. Tuttavia, questo potrebbe ben essere messo in discussione ridefinendo il problema del fallimento non come una questione che finisce ma come un processo intrinseco alla politica. Infatti, molti dei movimenti di protesta visti fino dal 2010 sono spinti, mobilitati e giudicati attraverso diversi significati di fallimento, vulnerabilità, oppressione o esclusione: gli stati falliti, o il fallimento delle istituzioni statali, sindacati o partiti politici tradizionali, e la loro inabilità a fornire canali affinché il popolo possa esprimere risentimenti o soddisfare le sue richieste e i suoi bisogni. Questo non vuol dire che considerare i fallimenti, le loro cause e contesti, come pratiche e processi significhi valorizzare la resistenza senza scopo. Piuttosto, si tratta di riconoscere i modi in cui l’articolazione delle strategie è necessariamente influenzata dalla loro genealogia, e dai loro “fallimenti” passati, così da produrre oggi un dibattito sul fatalismo e sulla demotivazione.

Questo articolo è uscito nell’originale inglese sulla rivista “Radical Philosophy”, che ringraziamo per avercene concesso la riproduzione e la traduzione in italiano, curata da Antonio Graniero.

I pericoli e i disastri del regionalismo differenziato

Giuliano Laccetti

Tema quanto mai di attualità, e purtroppo non pubblicizzato, anzi, addirittura “sparito” da TV e, in parte, da giornali e siti web, il tema del regionalismo differenziato è di importanza cruciale per il futuro del nostro Paese. In questo mio contributo, dopo aver dato alcune informazioni (di carattere giuridico-costituzionale ed economico, ripresi da interventi di costituzionalisti,come Villone e Lucarelli, ed economisti, Viesti, Giannola, e dal rapporto Svimez 2018), commento con mie considerazioni l’eventuale approvazione delle richieste delle tre regioni.

Il regionalismo differenziato è una norma COSTITUZIONALE (di fatto inserita nell'art. 116, con riferimenti precisi agli altri artt. 117, 119, ecc .. della Costituzione) introdotta con la cosiddetta riforma del Titolo V del 2001, ma facente riferimento ed espandendo e precisando ad es. l'art. 5 della Costituzione.

Art. 116 comma 3: "Ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, concernenti le materie di cui al terzo comma dell'articolo 117 e le materie indicate dal secondo comma del medesimo articolo alle lettere l), limitatamente all'organizzazione della giustizia di pace, n) e s), possono essere attribuite ad altre Regioni, con legge dello Stato, su iniziativa della Regione interessata, sentiti gli enti locali, nel rispetto dei princìpi di cui all'articolo 119. La legge è approvata dalle Camere a maggioranza assoluta dei componenti, sulla base di intesa fra lo Stato e la Regione interessata."A fine 2017, con referendum consultivi, Veneto e Lombardia hanno avviato la procedura di richiesta di autonomia su 23 materie: offerta formativa scolastica, contributi alle scuole private, fondi per l’edilizia scolastica, diritto allo studio e la formazione universitari, cassa integrazione guadagni, programmazione dei flussi migratori, previdenza complementare, contratti con il personale sanitario, fondi per il sostegno alle imprese, Soprintendenze, valutazioni sugli impianti con impatto sul territorio, concessioni per l’idroelettrico e lo stoccaggio del gas, autorizzazioni per elettrodotti, gasdotti e oleodotti, protezione civile, Vigili del Fuoco, strade, autostrade, porti e aeroporti, partecipazione alle decisioni relative agli atti normativi comunitari, promozione all’estero, Istat, Corecom al posto dell’Agcom, professioni non ordinistiche.

E altro, perché l’elenco è incompleto.

In questo modo, verrebbero espropriati della competenza statale tutti i grandi servizi pubblici nazionali e verrebbe meno qualsiasi possibile programmazione infrastrutturale in tutto il Paese.

Il Veneto propone di calcolare i fabbisogni standard tenendo conto non solo dei bisogni specifici della popolazione e dei territori (quanti bambini da istruire, quanti disabili da assistere, quante frane da tenere sotto controllo e mettere in sicurezza, eccetera), ma anche del gettito fiscale, cioè della ricchezza dei cittadini. Tale richiesta è eversiva.

In pratica i diritti (quanta e quale istruzione, quanta e quale protezione civile, quanta e quale tutela della salute) saranno beni di cui le Regioni potranno disporre a seconda del reddito dei loro residenti.

Dal 2001 nessun governo ha trovato il tempo di definire i cosiddetti LEP, i Livelli Essenziali delle Prestazioni sociali e civili da garantire, in maniera omogenea e diffusa su tutto il territorio nazionale, cioè tutti, secondo Costituzione. Se non si sa quanto costano i LEP, come si può stabilire l’entità delle risorse da assegnare alle regioni per garantirne il godimento ai cittadini?

La discussione è finora avvenuta tra governo e Regioni (il 28 febbraio 2018, a 4 giorni dalle elezioni, in maniera improvvida per usare un eufemismo, il governo Gentiloni, con il sottosegretario Bressa, bellunese, come ricorda l’articolo di Daniele Balicco Quando uno stato muore, alfabeta2, 10 febbraio) siglava un pre-accordo con le tre regioni, Veneto, Lombardia, Emilia-Romagna, che avevano avanzato richieste di regionalismo differenziato e di autonomia su determinate materie. Giusto per la precisione, a fronte delle 23 materie su cui Veneto e Lombardia chiedono piena autonomia, cioè tutte quelle possibili, l'Emilia-Romagna la chiede solo per 15. Dal pezzo di Balicco sembra di capire che anche l’Emilia sia arrivata a 23!). Successivamente la trattativa è andata avanti con il nuovo esecutivo a guida Conte.

(...) Che cosa stanno chiedendo Veneto e Lombardia? Più autonomia, più potere di decisione, più soldi (L'Emilia-Romagna chiede solo autonomia di decisione, non più soldi. Per ora).

Il principio per cui lo Stato non dovrà limitarsi a trasferire alle regioni la cosiddetta spesa storica, cioè la somma che attualmente spende per soddisfare le medesime funzioni, è stato chiaramente affermato anche dal governo, in sede di stipula dei tre accordi preliminari del 28 febbraio 2018. Secondo l’art. 4 di tali accordi, il criterio della spesa storica dovrà essere superato entro cinque anni, perché a regime il trasferimento delle risorse dovrà essere definito in base ai «fabbisogni standard» calcolati non solo «in relazione alla popolazione residente», ma anche con riferimento al «gettito dei tributi maturati sul territorio».

Le Regioni, allora, stanno chiedendo di trattenere una cospicua quota del cosiddetto residuo fiscale. Il residuo fiscale "regionale" è una stima calcolata sottraendo dal gettito fiscale complessivo generato dai contribuenti residenti nella regione, la spesa pubblica complessiva in quella stessa regione.

Una proposta che scavalca del tutto l’art. 53 della Costituzione, per cui il “patto fiscale” viene stipulato tra lo Stato e i cittadini, e si fonda sulle nozioni di «progressività» e di «capacità contributiva» del cittadino proprio per consentire le politiche dell’uguaglianza e permettere allo Stato di adempiere ai suoi compiti redistributivi. Ancora, studi di Adriano Giannola evidenziano come «i calcoli di dare/avere in termini di imposte e spesa pubblica hanno senso solo se riferiti a singoli individui» in quanto «i territori non pagano imposte». Introdurre un principio di territorialità delle aliquote, declinato su base regionale, contrasterebbe con l’impostazione dell’art. 53, con effetti dirompenti sull’unità dell’ordinamento.

Ad ogni modo, se venisse usato il criterio del residuo fiscale regionale, la spesa pubblica dovrebbe aumentare, di molto, in Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna, diminuire di molto in tutto il Mezzogiorno. Evidentemente non è possibile se si vuole salvaguardare la coesione nazionale, e se si vuole diminuire il gap tra Nord e Sud. Economicamente, inoltre, sarebbe una sciocchezza. Molti beni e servizi prodotti nel Nord vengono utilizzati al Sud. Con minore capacità di acquisto al Sud, possiamo dire così, l'economia danneggiata, alla lunga, sarebbe quella del Nord. Una spesa nel Mezzogiorno ha un effetto traino, generando acquisti dal Nord; una maggiore spesa nelle regioni più ricche ha effetto solo in quelle regioni, non si trasmette al resto del Paese. Quindi è una enorme bufala quella secondo la quale il regionalismo differenziato farebbe economicamente bene a tutto il Paese. La crescita economica di una regione, di un Paese, si avvera se tale regione o Paese è inserita/o in un contesto più ampio, un “mercato” ed una comunità, nazionale ed internazionale ampie, allargate, con connessioni di interdipendenza, in modo che la crescita e lo sviluppo economico (e civile, sociale, ecc ..) di una regione e di uno Stato, permettano la crescita e lo sviluppo delle altre regioni e degli altri Stati.


E ancora.

Il rapporto 2018 della SviMez pubblicato già da varie settimane, ricorda, tra le altre cose, che il considerare (come ancora qualcuno afferma) il Mezzogiorno come una sorta di zavorra per lo sviluppo della parte più ricca d’Italia, sia un bestialità.

Il mercato di destinazione del Sud, come cercavo di dire poco sopra, solo per fare un esempio, genera al Nord una ricchezza di circa 200 miliardi. E, ancora, sottolinea la questione delle risorse umane, delle intelligenze, che da Sud emigrano al Nord. Nel 2016-2017 un quarto degli studenti residenti nel Mezzogiorno iscritti alle Università, ad esempio, lo ha fatto in Università del Nord. 175.000 ragazzi e ragazze del Sud vivono e studiano al Nord, spostando circa 3 miliardi di consumi, pubblici e privati, da Sud a Nord, senza tener conto dei circa 2 miliardi che, stima la SviMez, sono stati necessari per formarli fino alle soglie dell’università: soldi spesi dal Sud, i cui frutti verranno utilizzati al Nord, che invece non ha speso neanche un centesimo per quei giovani.

Ma i cittadini sono informati di tutte queste questioni? O esse sono relegate in uno stretto giro di giuristi, costituzionalisti, economisti, pochi attenti osservatori? Purtroppo è quello che sta accadendo. I media, stampa e televisioni, NON ne parlano, o ne parlano in maniera distorta e “spettacolare”, senza spiegare alcunché.

Chi si sta muovendo? Innanzitutto il prof. Gianfranco Viesti, che da tempo ormai scrive articoli su quotidiani e riviste, libri, partecipa a decine e decine di convegni e manifestazioni, denunciando il grave pericolo che corriamo; qualche mese fa ha lanciato una raccolta di firme per una petizione contro la secessione dei ricchi, che ad oggi ha raggiunto circa 15.000 adesioni; e tanti intellettuali, economisti, giuristi, da Massimo Villone, ad Adriano Giannola ad Alberto Lucarelli, non hanno fatto mancare la loro voce; recentemente, un appello di intellettuali e professori universitari napoletani (ma non solo), ideato da Eugenio Mazzarella, e rilanciato dal sottoscritto sotto forma di petizione pubblica, sta raccogliendo molte e qualificate adesioni nel campo delle professioni, dei saperi, dell’università, della scuola, della ricerca.

Infine, il caporedattore Economia del Mattino, Marco Esposito, che da tempo conduce una battaglia su queste questioni, anche con il suo apprezzatissimo e fondamentale contributo “Zero al Sud”, in cui illustra, specialmente dal punto di vista economico e sociale, storture, omertà, bugie, iniquità, veri e propri imbrogli.

Tutti gli altri stanno lasciando soli in questa battaglia Viesti e questo pugno di studiosi. Le forze politiche, a parte la Lega (Nord), non si esprimono in maniera chiara, univoca: i 5S, con il Mezzogiorno loro serbatoio di voti, sono afoni anche per non vedersi “bloccata” dalla Lega la loro iniziativa-flag sul Reddito di Cittadinanza; PD e Forza Italia hanno al loro interno posizioni diametralmente opposte, e … preferiscono il silenzio, almeno a livello nazionale. Martina e Zingaretti, tanto per dire, non hanno espresso una opinione, una iniziativa, una proposta su tale tema. Non si può non ricordare però il purtroppo chiaro e duro intervento della vicecapogruppo vicario del PD alla Camera, la veneta Alessia Rotta, che parla come un leghista … “ante-Pontida”, potremmo dire parafrasando Totò: -questa autonomia regionale l’avevano annunciata per ottobre, poi promessa per novembre, adesso rinviano il tutto a febbraio ... chi ci prende per i fondelli? Salvini o Zaia?- E ancora: -Zaia aveva fatto della richiesta “il 90% del gettito fiscale resti al Veneto” la sua parola d’ordine, ora non ne parla più. Chi vuole prendere in giro?-

Nel PD c’è quindi chi considera giusto ed auspicabile che chi risiede in un territorio più ricco abbia più bisogno e più diritto a scuola, sanità, sicurezza, protezione civile, ecc.. ecc …, di chi vive in una regione che ha minore capacità fiscale. Da non credere!

Per ragioni simili, poi, Sindacati e Associazioni tipo Confindustria, tendono a restare colpevolmente silenti: però, a dire il vero, pur in presenza di posizioni “non contrarie” al regionalismo differenziato, in alcuni sindacati delle regioni del Nord, non si può non sottolineare che questo tema sia stato ampiamente trattato, per rigettarlo, negli interventi di Landini, Furlan e Barbagallo nella manifestazione di ieri, 9 febbraio a piazza S.Giovanni a Roma

Per Confindustria (con presidente salernitano, peraltro): i “nordisti” lombardi e veneti spingono, con più o meno “durezza”, per l’autonomia ed il “guadagno” al Nord di ingenti somme di denaro “pubblico”. Gli industriali (e le sezioni di Confindustria) meridionali stanno tentando di chiarire la questione, e si contrappongono ai colleghi del Nord.

E le Regioni del Sud? Emiliano e la Puglia rivendicano autonomia; De Luca e la Campania, che in un primo tempo sembravano nettamente contrari e si preparavano alla battaglia, hanno partorito un odg votato da centrodestra e centrosinistra, con l’astensione dei 5S, annacquato e timido, che non pone il problema della gestione di materie strategiche per lo sviluppo nazionale, e punta, dopo aver diffidato il governo a sottrarre fondi alla Campania, anch’essa ad una autonomia su varie materie che verranno meglio in seguito precisate. Il consiglio regionale della Calabria, all’unanimità, invece, ha preso una chiara posizione, provando a fare “le barricate” rispetto al regionalismo differenziato, avanzando una sua proposta, in cui, tra l’altro, in modo netto ed inequivocabile (come del resto chiedeva la petizione “No alla secessione dei ricchi” di Gianfranco Viesti) si chiede che prima di ogni decisione in merito, siano definiti i LEP, i livelli essenziali di diritti civili e sociali da garantirsi SU TUTTO IL TERRITORIO NAZIONALE.

Last but not least, i sindaci. Per fortuna, da questo “lato” ci si sta muovendo. Una lettera al direttore di Repubblica del sindaco di Milano, Giuseppe Sala, mette i puntini sulle “i”, e contesta la richiesta di più potere a soldi alle regioni, in particolare alla regione Lombardia, di cui Milano è capoluogo, ricordando, correttamente a mio avviso, l’importanza, amministrativa, sociale e storica, delle città, dei comuni, rispetto alle regioni, enti “giustapposti” a territori più o meno ampi. “Le Regioni che vogliono più autonomia chiedono di gestire più competenze o semplicemente più risorse e quindi più potere? E se alcune Regioni avessero più risorse come si farebbe, onestamente, a non penalizzare le altre?”, testuale, la domanda, semplice e precisa, che pone il sindaco di Milano.

E ancora. Una intervista de Il Mattino al sindaco di Bologna, Virginio Merola, in maniera semplice, chiara, diretta, denuncia rischi e pericoli del regionalismo differenziato come richiesto dai “leghisti” (e, come abbiamo visto, in realtà, da molte forze politiche e sindacali e culturali del Nord Italia), e chiama a raccolta per così dire, almeno i sindaci delle città metropolitane, perché, tutti d’accordo, facciano sentire alta la loro voce per fermare questo eversivo progetto.

A mio avviso c’è, però, un altro pericolo. Anche a fronte di minore spesa pubblica, di minori fondi da gestire, le Regioni del Sud (meglio, i loro presidenti e governanti, le forze politiche) potrebbero essere fortemente attratte da questa richiesta di regionalismo differenziato: avrebbero meno soldi, ma potrebbero “mettere le mani” su sanità, ancora di più di quanto facciano oggi; su scuola (e insegnanti!); su diritto allo studio universitario; sulla gestione del corpo dei vigili del fuoco (e sui vigili del fuoco!); ecc… ecc … Tanto potere concentrato a livello locale, sarebbe pericolosissimo dappertutto, al Nord, al Sud, al Centro.

C'è insomma di che essere preoccupati. Servizi essenziali come gestione e manutenzione del territorio, trasporti, turismo, sanità, scuola, università, massacrati da tagli lineari, subiranno una ulteriore grave divaricazione tra Nord e Sud, minando l’uguaglianza dei cittadini e il principio di equa ripartizione delle risorse, tesa a favorire lo sviluppo dei territori in difficoltà. E stavolta non solo di fatto, ma addirittura per legge costituzionale, ci saranno cittadini con più servizi e più diritti di altri, esclusivamente in base al territorio in cui risiedono.

Per concludere, credo sia indispensabile che anche da queste colonne, come hanno già fatto studiosi, intellettuali, giornalisti, cittadini, parta un appello ai parlamentari eletti al Sud, in primis, ma ovviamente a TUTTI i parlamentari, e, come sembra possibile, ai sindaci delle città metropolitane ma anche di tutti i comuni italiani, per chiedere quanto meno che nessun trasferimento di poteri e risorse a una regione sia effettuato o approvato fino a quando non saranno definiti i LEP concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale (art. 117 della Costituzione); che il trasferimento di risorse sulle materie assegnate alle Regioni sia calcolato ESCLUSIVAMENTE sui fabbisogni dei territori, numero di abitanti, ecc …, escludendo ogni riferimento a indicatori di ricchezza; che governo, media, forze politiche, attraverso documenti, trasmissioni dedicate su radio e TV, manifestazioni, ecc..., informino correttamente ed esaustivamente i cittadini tutti.

10 febbraio 2019

Resistere e ancora resistere!

Lelio Demichelis

Si chiudono i porti, si vota il decreto sicurezza, si trattano come schiavi i raccoglitori di pomodori. La produzione di paura (e di razzismo) continua a ritmi industriali da vecchia produzione di massa, con la paura che è diventata un bene (o meglio: un male) di consumo politico. Un processo degenerativo che non riguarda ovviamente solo l’Italia e non solo l’Europa. I più sono oggi tesi a invocare l’uomo forte, o il Capitano (Salvini) per navigare fuori dalla crisi. Ma è un Capitano diverso da quello richiamato da Walt Withman per la morte di Lincoln, dove la nave erano gli States usciti dalla guerra civile (la nave ha superato ogni ostacolo, l'ambìto premio è conquistato/ vicino è il porto, odo le campane, tutto il popolo esulta/ mentre gli occhi seguono l'invitto scafo, la nave arcigna e intrepida) – perché oggi il porto non deve essere raggiunto altrimenti si fermerebbe la fabbrica della paura e del desiderio di autocrazia o di postdemocrazia – da mantenere a produttività crescente.

Le società occidentali invocano oggi non l’autorità (democratica) ma l’autoritarismo/populismo (Orban, Trump, Erdogan e Bolsonaro – e ovviamente Salvini) e l’autocrazia nel senso di un potere assoluto e personalizzato. Replicandosi e potenziandosi - dalla realtà virtuale alla realtà reale - la fascinazione per il potere verticale e de-sovranizzante anche se mascherato da orizzontale/partecipativo. Una forma di masochismo, direbbe Erich Fromm. Da qui il piacere di molti nel sottomettersi all’autorità. Ancora Fromm (1936): «Il piacere generato dall’obbedienza, dalla sottomissione, dalla rinuncia alla propria personalità, quel sentimento di ‘aperta dipendenza’, sono tratti tipici del masochismo»; «ognuno è inserito in un sistema di dipendenze verso l’alto e verso il basso; e quanto più in basso si trova un individuo tanto maggiori sono la quantità e la qualità della sua dipendenza da istanze superiori»; e ancora: «in una struttura caratterologica che contiene il masochismo, è compreso necessariamente anche il sadismo». Sottomissione e obbedienza all’autorità, nella totale rinuncia a se stessi, ma oggi non più per un ordine o per una ideologia, ma per un selfie sorridente accanto al potere. Forse aveva ragione Umberto Saba, quando si poneva la domanda (e che oggi non vale solo per l’Italia): «Vi siete mai chiesti perché l’Italia non ha avuto, in tutta la sua storia – da Roma ad oggi – una sola vera rivoluzione? La risposta – chiave che apre molte porte – è forse la storia d’Italia in poche righe. (…) Gli italiani vogliono darsi al padre, ed avere da lui, in cambio, il permesso di uccidere gli altri fratelli».

Ricordiamo poi che ciascuno degli autocrati/populisti oggi sulla scena e applauditi dal popolo come maieutica del cambiamento non mette in realtà in discussione la causa del disagio sociale e dell’impoverimento economico e relazionale che si vive nel mondo da trent’anni, ma la riproduce mascherando con l’anti-europeismo o l’essere anti-caste il proprio neoliberalismo. E l’obiettivo è sempre quello di far adattare la società alle esigenze dell’economia, anche se in altro modo rispetto alla destra e alla sinistra degli ultimi trent’anni. Sfruttando il fatto che il masochismo libera l’individuo (ancora Fromm) dall’angoscia in cui il sistema lo ha incatenato ancorandolo però a un potere forte del quale si sente parte e partecipe, dandogli l’illusione della potenza anche di sé.

Fine della lunga introduzione. Per arrivare a come fare resistenza. Ci aiuta – per l’analisi che compie e per un principio speranza che ci lascia dopo avere chiuso l’ultima pagina, facendoci immaginare di poter uscire da questo sadomasochismo popolare/populista quale ultima forma del neoliberalismo - un libro collettaneo curato e introdotto da Salvatore Palidda, docente all’Università di Genova e intitolato opportunamente: Resistenze. Un libro, scrive Palidda che cerca di mostrare, in altri modi e forme narrative, che esistono «legami diretti e indiretti tra l’aumento della ricchezza e della povertà, tra la potenza delle lobby finanziarie e lo sfruttamento senza limiti di carbone, petrolio, nucleare e dei vari altri prodotti inquinanti e cancerogeni, tra la produzione di armamenti e nuove tecnologie, tra la riproduzione delle guerre permanenti, le migrazioni ‘disperate’ e i disastri sanitari, ambientali e il rischio di distruzione del pianeta Terra». Un processo che quindi diventa «il fatto politico totale che caratterizza l’attuale epoca storica».

Eppure, «mentre molti – a parole – dicono di voler ‘correre ai ripari’, la quasi totalità delle autorità pubbliche e i dominanti di tutti i paesi non si adoperano in alcun modo per cambiare scelte e comportamenti dannosi, ma spesso si spacciano per ecologisti pur continuando ad aggravare i rischi». Non solo: «il governo della sicurezza che si pratica dagli anni Ottanta di fatto esalta solo le vittime del terrorismo e della criminalità per giustificare spese sempre più ingenti per la sicurezza di ‘comodo’, mentre occulta le morti per disastri provocati da attività criminogene legittimate da quasi tutti i governi perché assicurano profitti per i dominanti».

Ovvero, le politiche di produzione della paura (per attivare le conseguenti politiche securitarie-autoritarie), sono servite ad occultare i temi veri, sui quali si gioca invece la sicurezza ma soprattutto il futuro del pianeta. «La guerra in corso contro l’umanità e la natura» – si scrive nelle Conclusioni del libro - «si è accanita a partire dalla repressione brutale del movimento ‘altermondialista’ (…). La riproduzione delle guerre permanenti e del terrorismo foraggiate dai dominanti ha funzionato come una potentissima distrazione di massa che ha sfavorito le resistenze mobilitate per salvare l’umanità e il pianeta». Compresa forse, aggiungiamo l’offerta di una realtà virtuale/artificiale infinita e illimitata che ci ha fatto dimenticare/distrarre dalla realtà vera e dalle reali condizioni degli uomini e dell’ambiente minacciati da una volontà di potenza del tecno-capitalismo che - nichilisticamente – non si cura appunto della povertà generalizzata e crescente al pari delle disuguaglianze, né del riscaldamento climatico perché oggi, grazie anche alla rete, sa di poter estrarre valore da ogni cosa. Anche dal nichilismo irresponsabile che genera – e la ragione strumentale che domina il capitalismo, richiamiamo qui la Scuola di Francoforte, è quanto di più irrazionale possa esserci.

Nel libro vengono esaminati prima i processi di aggravamento dei rischi sanitari, ambientali ed economici a livello mondiale e le loro cause, dalla prima industrializzazione sino all’Antropocene (che anche Palidda propone di ridefinire più correttamente come Capitalocene), dai crimini contro l’umanità alla tutela dimenticata dei diritti fondamentali dell’uomo e dei doveri dello Stato democratico. Per poi passare ad analizzare una serie di casi concreti in diversi paesi (Italia, Francia, Spagna, alcuni paesi arabi, l’area euro-mediterranea nel suo complesso) – e le possibili resistenze.

Provando infine a immaginare appunto possibili alternative, «nella sperimentazione concreta della costruzione sociale di un governo dei rischi a partire dal livello microsociologico (…) sottolineando l’importanza cruciale di una costruzione ex novo dell’organizzazione politica della società a partire dal basso, dalle resistenze, dall’interazione di tutti i saperi [contro ogni forma di specializzazione/separazione], nell’interesse di tutti». Perché (ancora Palidda) «l’asimmetria di potere è oggi schiacciante, ma le resistenze si rinnovano e si diffondono. L’1% della popolazione mondiale dominerà sino a quando buona parte del restante 99% non sarà in grado di accumulare conoscenze e capacità di un agire collettivo».

Salvatore Palidda (a cura di)

Resistenze ai disastri sanitari, ambientali ed economici nel Mediterraneo

DeriveApprodi

Pag. 289

20.00

Un’immensa ghirlanda di madrigali concertati. Il Prometeo di Nono secondo Marco Angius, un’intervista

Paolo Carradori

La figura di Luigi Nono (1924/1990) risulta tutt’oggi ancora complessa per una sua completa messa a fuoco nelle vicende della musica del secondo ‘900. Il rigore visionario, le ricerche sul suono e una nuova vocalità, le sperimentazioni elettroacustiche, la passione morale dell’intellettuale impegnato, tutti elementi che intersecandosi non rendono semplice un disegno univoco, una continuità. Questo però non sorprende perché se consideriamo il percorso del compositore veneziano sin dal suo polemico intervento ai seminari di Darmstadt nel 1959 – dove denunciava il carattere meramente evoluzionistico del processo musicale e rivendicava la convinzione di una musica… testimonianza di uomini che affrontano coscientemente il processo storico – fino agli anni ’80, all’uso del live electronics, la spazializzazione del suono, i silenzi e il gesto, la teoria dell’ascolto consapevole, la strada non risulta proprio lineare ma lastricata di strappi, salite e discese.

In un quadro critico ancora così mosso va quindi salutata con grande interesse la recente uscita della nuova versione critica del Prometeo-Tragedia dell’ascolto (1984-85) per Stradivarius (con il sostegno di SIAE-Classici di Oggi). I due super audio cd documentano l’opera di Nono eseguita al Teatro Farnese il 26-28 maggio 2017 per la stagione lirica del Teatro Regio di Parma, sotto la direzione di Marco Angius. Allestimento che Mario Gamba proprio su queste pagine ci raccontò in una recensione “Parma, il Prometeo di Nono per teatro e orchestra” come sempre partecipata e coinvolgente dove sottolineava aspetti sonori di grande fascino, suoni vetrosi e senza sviluppo in un Teatro Farnese spazio ideale per il carattere disgiuntivo dell’opera, con plausi per l’ulteriore suddivisione dei gruppi strumentali e qualche nota critica sull’aspetto vocale-recitativo.

Ora che abbiamo disponibile la registrazione in alta qualità di quell’evento, perché evento è stato, possiamo entrare meglio nelle pieghe di un’opera tra le più note, ma anche controverse, sicuramente tra gli esempi più alti del teatro musicale del dopoguerra. Lo facciamo con una guida privilegiata, coinvolgendo proprio Marco Angius che al Teatro Farnese, in quel maggio 2017 diresse dall’alto di un’impalcatura l’opera di Nono, contemporaneo comandante Achab sul ponte della Pequod, davanti ad un equipaggio di oltre settanta musicisti, tra solisti, ensemble, orchestra, coro e voci recitanti.

L’intervista

Come e quando è sorta l’esigenza di una nuova versione critica del Prometeo di Nono? Il carattere aperto dell’opera la dispone nel tempo a diverse letture e soluzioni d’allestimento?

L’opera è aperta per definizione, e non solo quella sperimentale. È la neurosi dell’atto creativo replicato all’eccesso: parliamo dell’opera come perenne incompiuta di se stessa di cui il Novecento rappresenta la presa d’atto irreversibile. L’edizione critica avviata dall’Archivio Nono con Casa Ricordi costituisce il tentativo di mettere ordine nella complessa parabola creativa del compositore veneziano. Complessa ma non così problematica, secondo me: sia per la presenza di una ricca documentazione storica per quanto riguarda le registrazioni, sia per gli apparati e le testimonianze di cui disponiamo. Aver inciso Risonanze erranti qualche anno prima, nello stesso spazio del Farnese dove abbiamo realizzato il nuovo Prometeo, è stato un passaggio determinante. D’altra parte ascoltavo questa musica fin dall’adolescenza e ricordo l’impressione sconvolgente del vinile di Das Atmende klarsein in cui lo sperimentalismo più estremo del flauto basso di Fabbriciani sposava gli arcaismi senza tempo del piccolo coro femminile. Das Atmende è un po’ l’anticamera concettuale del Prometeo dove vi torna evocato fin dal primo attacco. 

Per quanto riguarda le letture interpretativesono infinite come per qualsiasi altra opera. La componente innovativa di questa musica è insita nella drammaturgia del suono e del silenzio, nel teatro dell’ascolto piuttosto che nell’impostazione performativa.

Uno dei principali filoni di ricerca di Nono è stato quello teso a rompere le abitudini per iniziare un ascolto nuovo, non passivo, filosofia che possiede un chiaro intento sociale nel prefigurare un rapporto diverso tra la musica e chi l’ascolta. Il Prometeo, con il sottotitolo tragedia dell’ascolto, cosa ci dice su questo fronte?

L’ascolto è tragico perché sonda in profondità i solchi della Storia e della nostra percezione rinunciando al dato più immediato, quello dell’immagine. La drammaturgia di Nono è sempre stata concentrata sulla forza rappresentativa della parola piuttosto che sulle possibilità di messa in scena che nel Prometeo sono volutamente assenti. Il pubblico stesso non assiste agli eventi ma è immerso direttamente in essi. Non c’è dunque un piano discorsivo unico ma una compresenza di trame in uno spazio demoltiplicato i cui fantasmi sono proiettati dall’azione elettroacustica: il live electronics capta le voci e le proietta in una galleria senza fondo. All’inizio, nella lontananza più indistinta, si odono i due lettori che sussurrano a diverse altezze un elenco risonante di parole e nomi mitici in greco antico. Sono solo echi di corpi assenti, instabili come la natura stessa del suono: essi vivono e trapassano nelle cavità del teatro trasformandosi in silenzio. E viceversa.

Nono ha rappresentato un punto di rottura nel movimento seriale con i suoi soggetti politici, con l’uso del suono come strumento di conflitto sociale. Se in “Intolleranza 1960”, “Il canto sospeso”, “La fabbrica illuminata”, per citare alcuni esempi, questo tratto è evidente secondo lei si può intravedere una traccia politica nel Prometeo?

Sicuramente, ma in senso più stilizzato rispetto alle esperienze precedenti. Il Prometeo è una tappa estrema ma anche la sintesi di un percorso che parte da lontano senza mai interrompersi. Prende il largo dalle esperienze corali degli anni ‘60: pensiamo ai Cori di Didone in cui voci e percussioni sono condotte a un processo di reciproca assimilazione con le consonanti che si riflettono nei metalli e le vocali nelle pelli. Sono elementi peculiari non solo di una specifica tecnica compositiva ma di un modo d’intendere il rapporto ineludibile tra testo e suono e che attraversano sempre la produzione di Nono. È un percorso che porta talvolta a un’inversione dei ruoli: gli strumenti parlano e cantano mentre le voci ammutoliscono, assorbite nel tessuto orchestrale come meta-testo. Non vedo tuttavia il catalogo di un compositore in senso evolutivo come il passaggio da opere giovanili più acerbe ad altre più mature, sebbene i compositori tendano comprensibilmente a staccarsi dalle proprie forme man mano che procedono nella loro parabola creativa.

Il concetto di Storia, nel senso indagato da Benjamin, si affaccia nei testi del Prometeo attraverso la ricomposizione condotta da Massimo Cacciari. È la storia del singolo che si perde nel flusso generale degli eventi, un flusso sotterraneo e continuo che si trova incarnato nei suoni dell’ensemble dei sei solisti con un tempo indipendente (gestito in alcuni momenti da un secondo direttore): è l’infinito brusio della materia sonora. Durante questo flusso/memoria si affacciano elementi di diversa natura e da diverse direzioni: sono le quattro orchestre poste nel Farnese a distanze abissali che interferiscono con questo fiume sotterraneo. 

L’opera deve sempre fare i conti con lo spazio acustico del proprio allestimento. Al debutto nell’84 nella chiesa di San Lorenzo a Venezia, con Claudio Abbado alla direzione, l’imponente struttura lignea ideata da Renzo Piano accoglieva il pubblico, lo immergeva nei suoni. Quali sono state le problematiche acustiche affrontate per l’allestimento nel Teatro Farnese?

Rispetto all’idea geniale di Piano questa edizione è partita avvantaggiata per le caratteristiche oggettive del Teatro Farnese: il rivestimento in legno, la distanza immensa tra le orchestre, la dislocazione dei diversi gruppi e delle compagini vocali. In uno spazio ridotto il Prometeo è ineseguibile perché deve crearsi una polifonia virtuale tra suono reale ed elettroacustico che necessita di grandi distanze d’ascolto. Giusto per avere un’idea, la capienza del Teatro Farnese è più del doppio di quella di San Lorenzo: praticamente un campo di calcio con uno sviluppo formidabile in altezza. La collocazione del pubblico era ideale in quanto poteva orientarsi in diverse direzioni fino a perdere completamente lo sguardo per i gruppi più lontani e sopraelevati. Credo che lo stesso Nono si sarebbe entusiasmato di una simile condizione e, forse, da quanto mi ha raccontato Martino Traversa, l’idea lo aveva già sfiorato. La distanza estrema tra le orchestre raggiungeva gli 80 metri. Nel Farnese la maggior parte degli attacchi era a vista, sebbene tutti gli esecutori potevano controllare il mio gesto tramite monitor di riporto. 

I testi curati da Massimo Cacciari, che vanno da citazioni da Eschilo a Benjamin, da Sofocle a Nietzsche e molti altri, paiono evaporare in frasi spezzate, sussurri, sillabe, echi. Le parole assurgono a suoni di per sé autonomi, come svuotati di significato. Possiamo considerare questa poetica coerente con l’aspetto non narrativo della musica perseguito dal compositore?

Assolutamente sì. Nel booklet di presentazione ho definito il Prometeo una ghirlanda di madrigali concertati e in fondo, in tutta la produzione di Nono, la vocalità e il lavoro sul testo sono un elemento centrale che ricollega per altri versi la sua opera alla tradizione cinquecentesca da lui tanto amata e studiata. Nono stesso è tornato sull’argomento in vari scritti e interviste. È significativo che già in un lavoro come i Canti di vita e d’amore del 1962, su cui sto attualmente lavorando qui a Palermo, alcuni testi poetici siano riportati nella partitura senza alcuna intonazione, come avverrà appunto anche nel Prometeo. L’obiettivo non è la comprensibilità del testo ma la sua proiezione e traduzione in termini musicali, come Lei ha giustamente sottolineato. Questo processo richiede una dissociazione tra significante e significato, ma neppure questo rappresenta lo stadio finale dell’incessante ricerca compositiva di Nono. Appare evidente come egli si ponga lungo una linea che parte da molto lontano, da Monteverdi, dai polifonisti fiamminghi, dalla tradizione corale veneziana per continuare poi nei Lieder di Schubert, in Verdi e in certo teatro musicale che arriva fino a Nono stesso.

Nono si è sempre dimostrato molto sensibile al ruolo delle tecnologie, dalle prime esperienze elettroacustiche al trattamento del suono in tempo reale (live electronics). Nel Prometeo quanto incide la tecnologia nella complessità comunicativa dell’opera?

Il ruolo del live electronics riguarda principalmente l’esperienza di ascolto dal vivo di questa musica: inutile paragonare questa dimensione a quella discografica tornando al celebre dilemma di Benjamin sull’opera nell’epoca della sua riproducibilità tecnica. In questa edizione le miriadi di altoparlanti dislocati a più altezze e latitudini si alternavano alle sorgenti acustiche creando un continuo spostamento prospettico che è alla base della dinamica e dei multiversi di Nono. La contrazione dei metronomi risponde pertanto a questa espansione abnorme dello spazio, al punto che diversi musicisti erano di fatto invisibili al pubblico: in particolare i percussionisti dei vetri nell’ultimo ordine dei palchi e una delle quattro orchestre (disposte in una pianta “a croce” ma sempre a diverse altezze dal suolo). Si può immaginare come, a livello di suono, l’esperienza d’ascolto sia vertiginosa per quanto riguarda il riverbero naturale del Farnese sommato all’azione degli altoparlanti. Il compito di questi ultimi consiste anche nel captare suoni acustici e proiettarli nello spazio intorno al pubblico: in questo senso, la regia del suono di Alvise Vidolin ha il ruolo decisivo di una super-direzione. In Hölderlin, ad esempio (Isola seconda), i due soprani sono raddoppiati da due strumenti a fiato e a loro volta duplicati dal ritardo elettronico (delay) che crea dei vortici attorno al pubblico in cui non riconosciamo più la voce reale da quella spazializzata. A questa galleria di doppi si aggiunge il ritorno a sorpresa della coppia di attori con una recitazione incidentata sullo stesso testo intonato dalle cantanti: contrappunti dialettici alla mente… 

Nella musica contemporanea il ruolo dell’interprete è come rivitalizzato da sfide nuove riguardo suono, silenzio, gesto e rischiose libertà creative nelle quali lo pone il compositore. Se, come lei ha scritto la partitura non è l’opera, come si trasmette la forza del Prometeo ad una platea così ampia di esecutori?

Secondo me il rischio non risiede tanto nell’interpretazione quanto nell’edizione ufficiale di una partitura nel senso di una definizione assoluta della volontà del compositore, che è già una contraddizione in termini (soprattutto se ci riferiamo a Nono): l’edizione critica deve limitarsi a offrire un elenco preciso e oggettivo delle fonti e illuminare eventuali inquinamenti di esse. E’ comprensibile voler mettere ordine nelle diverse fonti ma anche assai discutibile dire ciò che volesse o non volesse Nono, soprattutto se le indicazioni provengono da un punto di vista univoco. La decisione editoriale, come l’analisi del resto, termina quando inizia l’interpretazione e i due ambiti vanno tenuti ben distinti. Personalmente consulto sempre l’edizione critica in qualsiasi tipo di repertorio perché fa parte del mio approccio all’opera. Opera che, incompiuta per definizione, può essere completata solo provvisoriamente dall’interprete. Stranamente invece, l’interprete viene visto come un potenziale traditore degli intenti del compositore, nel repertorio contemporaneo più che mai. Questo atteggiamento si concentra molto sul passaggio dallo scritto al dato acustico piuttosto che il contrario. A rigore invece, un compositore prima immagina i suoni e poi li scrive… Non credo, inoltre, che un compositore abbia una visione unica della propria opera ma voglia piuttosto ascoltarla sempre diversa o da diverse angolazioni per scoprirne nuovi aspetti. In altre parole l’interprete è il complice ideale del compositore nel tentativo di mettere in atto il piano della sua opera. Se un compositore vivesse in eterno continuerebbe probabilmente a cambiare dei dettagli e non si perverrebbe mai a un’edizione critica: faccio spesso l’esempio di Debussy che non consegnò mai all’editore i suoi Notturni perché li modificava ogni volta che li ascoltava. Ma si potrebbe portare anche l’esempio di Bruckner e delle sue sinfonie o dello stesso Nono, appunto. Quando l’interprete esegue una composizione deve immetterla nel flusso del tempo e in una determinata acustica: questi parametri portano a una dimensione diversa, dalla scrittura al suono/silenzio. La traduzione (o traslazione) comprende interventi che non possono semplificarsi nel “fare ciò che è scritto” altrimenti avremmo una sola interpretazione plausibile.

Come ci ricorda Blanchot, “chi scrive l'opera è messo in disparte. Chi l’ha scritta è congedato. Colui che è congedato, inoltre, non lo sa...

LUIGI NONO

PROMETEO – Tragedia dell’ascolto” (1981-1985)

Testo a cura di Massimo Cacciari

Livia Rado, Alda Caiello soprani / Katarzyna Otczyk, Silvia Regazzo contralti

Marco Rencinai tenore / Sergio Basile, Manuela Mandracchia voci recitanti

Alvise Vidolin, Nicola Bernardini live electronics

Ensemble Prometeo / Filarmonica Arturo Toscanini / Coro del Teatro Regio di Parma

Marco Angius direttore

Caterina Centofante direttore assistente / Martino Faggiani maestro del coro

Stradivarius (SIAE-Classici di Oggi) 2018

 

Il dramma barocco di Prada. Sanguine, Luc Tuymans on Baroque

Marie Rebecchi

Le soleil s’est noyé dans son sang qui se fige.

Baudelaire, Harmonie du soir

Oscillando tra sangue e atra bile, impulso e flemma, furore e acedia, estasi e contemplazione, impulso e malinconia, sfarzo e lutto, simbolo e allegoria, totalità e briciole, un Barocco bifronte torna alla ribalta sulla scena dell’arte contemporanea, in costante disequilibrio tra due temperamenti. Per lungo tempo opacizzato da una cataratta della storia, il dramma del barocco si ripresenta oggi, in forma anacronica, alla Fondazione Parda di Milano attraverso l’esperienza del “mondo proprio” dell’artista e curatore Luc Tuymans.

Sanguine, Luc Tuymans on Baroque rivisita e amplia una precedente versione del progetto organizzata in collaborazione con M HKA (Museo d’Arte Contemporanea di Anversa) e KMSKA (Museo Reale di Belle Arti di Anversa) nell’estate del 2018.

Già dalle prime righe del comunicato stampa fa la sua apparizione il nome faro di Walter Benjamin: «Seguendo la lezione di Walter Benjamin, secondo il quale il Barocco segna l’inizio della modernità…». Decidere di rivisitare arte e politica di questa modernità secondo il singolo e singolare temperamento sanguigno è la personalissima idea di Tuymans.

Nel Dramma barocco tedesco (Ursprung Des Deutschen Trauerspiels), steso nel 1925 e pubblicato nel 1928, Benjamin sceglie di gettare gravitazionalmente il suo sguardo verso la profondità della terra, in una visione contemplativa del Barocco, rallentata da un’accidiosa esperienza atrabiliare. Benjamin decide di ripercorrere la modernità all’ombra del temperamento malinconico. Se il quadro sintomatico della melanconia, e l’ingegno allegorico che la connota, si conservano nella loro patologia originaria, il sintomo del Barocco può allora sopravvivere a se stesso e ripresentarsi ad esempio sotto forma di spleen nella poesia moderna, nelle danze e stanze macabre di Baudelaire. Leggendo la premessa gnoseologica al Dramma barocco tedesco, l’idea di origine (Ursprung), «pur essendo una categoria pienamente storica, non ha nulla in comune con la genesi (Entstehung)». L’origine si ripete nel vortice della storia «non emerge dai dati di fatto, bensì riguarda la loro preistoria e la storia successiva», scrive Benjamin. Esattamente quest’idea di origine, di un ricominciamento sempre riattualizzabile, ha inaugurato nella modernità la possibilità, perlopiù negativa, di un “imbarocchimento” delle cose, fenomeno che secondo l’idea luminosa e profana di Omar Calabrese, formulata in L’età neobarocca (Laterza, 1987), si riscopre nell’instabilità e nella mutevolezza delle forme della società contemporanea.

È dunque grazie alla lezione benjaminiana sull’idea di un’apocatastasi eretica, di un ritorno a un’inafferrabile e proliferante origine, che non è mai un inizio, che Luc Tuymans ha potuto immaginare di ritrovare il Barocco nel contemporaneo dell’arte, facendolo viaggiare nel tempo come una sanguigna formula di pathos?

Novello Nosferatu, Tuymans immerge il suo sguardo nel pozzo dell’umore rosso, sanguigno, infantile, violento e primaverile dell’arte barocca e contemporanea. Protagoniste di questa scena patibolare dell’arte sono più di 80 opere realizzate da 63 artisti internazionali: da Caravaggio a Dinos e Jake Chapman, da Rubens a Pierre Huyghe, da Francisco de Zurbarán a Thierry de Cordier. Ogni collisione anacronica tra le opere contribuisce, a suo modo, a riposizionare l’origine dell’idea di Barocco dentro il vortice della storia dell’arte.

Torniamo a Benjamin. L’autore dell’origine del dramma barocco tedesco proietta il suo estro critico sul Seicento, epoca di decadenza, sprofondata nella paralisi storico-politica delle guerre di religione, con l’intento di rivisitarlo sotto la luce fredda e secca dell’astro Saturno. Un barocco animato da un genere teatrale sorto in Germania nella seconda metà del Seicento (barockes Traurspiel), una tragedia del destino, ferma sulla soglia tra trascendenza e mondanità, «surreale, cristallina e burattinesca», come La vida es sueño di Calderón. Nel dramma barocco benjaminiano la storia è ridotta al suo naturale decadimento, rigorosamente disciplinata dalla morale del luteranesimo, “fedele alle piccole cose”, immalinconita dalla svalutazione delle opere e dalla perdita di valore delle azioni umane, allegorizzata nell’immagine di un fenomeno originario – Urphänomen – smembrato, frantumato, in attesa di essere ricomposto e salvato. All’origine di questa visione mortificata della storia, destinata alla vanità prima e al patibolo poi, non è la trasgressione morale a provocare la catastrofe, ma la stessa condizione creaturale. Qui Benjamin intravede l’onnipotenza fatale di quel sentimento che paralizza i sovrani dell’era barocca: l’acedia, l’ignavia del cuore, il narcotico della psiche. L’unica trasgressione etica possibile nella corte barocca è la naturale passività del gesto: «Si evitano gli alberi che sono sul punto di cadere», osserva Benjamin, citando un dialogo tra Sosia e Agrippina dal Römische Trauerspiel di Lohenstein (riportato nel Trattato di critica intorno alla natura, le intenzioni, e l’uso delle similitudini di Breitinger). I cortigiani barocchi, affaccendati sulla macabra quinta di un dramma martiriologico, restano fedeli agli emblemi, allo scettro, praticando senza pudore un libero e stanco gioco d’infedeltà nei confronti del mondo intero.

Nel dramma barocco di Tuymans, al contrario, vediamo il sangue. Oppure, ne sentiamo solo l’odore. Come nel caso di Nosferatu (The Undead), 2018, la videoinstallazione di Javier Téllez dove la condizione d’isolamento dei malati mentali è commentata da un rimontaggio d’immagini tratte da Nosferatu, il vampiro di Murnau.

Il sangue lascia così spazio alla violenza allegorica di un mondo fatto a pezzi, ridotto a un torso di simbolo, miniaturizzato nel trionfo della morte di Jake e Dinos Chapman: Fucking Hell (2008). Nel loro inferno, distribuito in lividi gironi di plexiglas, migliaia di piccole, losche e perverse figure ingombrano lo spazio di un’apocalisse interminabile. L’elemento sanguigno da solo non basta a rendere conto di questa catastrofe. Sangue e ignavia coesistono come componenti di un Barocco che si riaffaccia nella contemporaneità di un mondo destinato al declino naturale della storia. I tiranni e i martiri che abitano e muoiono nelle terre desolate dei fratelli Chapman somigliano a quelli che occupano il palcoscenico del Trauerspiel barocco: regna in entrambi i casi un’impossibilità di decidere dello stato d’eccezione, un’incapacità di opporsi all’inferno in terra. Nel mondo barocco, e nell’imbarocchimento del mondo, l’allegoria è il dispositivo linguistico che meglio restituisce l’idea di crisi della totalità, di frantumazione del senso, d’impossibilità per il segno di ricongiungersi al designato. Celebre il passo del Dramma barocco in cui Benjamin annuncia lo strazio a cui la visione allegorica è condannata: «Questo il nucleo della visione allegorica, dell’esposizione barocca, profana della storia come via crucis mondana: essa ha significato solo nelle stazioni del suo decadere».

C’è dunque salvezza nel calvario barocco contemporaneo di Tuymans?

La sola creatura che sopravvive all’incenerimento del mondo provocato dai disastri naturali e nucleari, è la scimmia mascherata protagonista del film di Pierre Huyghe, Untitled (Human Mask), 2014. Nello scenario distopico di un Giappone post-atomico, vestita da cameriera e isolata da una maschera umanizzante e disumanizzante, la scimmia serve il sakè in un ristorante vuoto. Lo scarto tra umano e animale si riduce nella ritualità dei gesti. Nella contemplazione malinconica di questo terrificante locus solus, la scimmia sembra ricomporre i frantumi di ciò che resta. Ancora una volta la lezione di Benjamin: «La malinconia tradisce il mondo per amore di sapere. Ma la sua permanente meditazione abbraccia le cose morte nella propria contemplazione per salvarle».

Sanguine, Luc Tuymans on Baroque

A cura di Luc Tuymans

Milano, Fondazione Prada, dal 18 ottobre 2018 al 25 febbraio 2019