10. New Man 1923 by El Lissitzky 1890-1941

Andrea Fumagalli

Se Atene piange, Sparta non ride. I paesi europei dell’area mediterranea hanno già versato lacrime amare. Nel 2012 l’imposizione forzosa (o meglio, golpista, nel caso dell’Italia) di politiche di austerity ha prodotto un impoverimento che non ha precedenti nella storia dal dopoguerra a oggi. Ma neanche Sparta, ovvero la Germania, se la passa bene. Ciò che sta avvenendo è l’avvio di un circolo vizioso in cui anche i paesi economicamente più forti rischiano di essere avviluppati in una spirale recessiva che continuamente si autoalimenta. Dopo aver resistito per due anni alla crisi del debito europeo, traendo vantaggio dall’indebolimento dell’euro che ha permesso esportazioni più competitive al di fuori dell’eurozona, anche la Germania ora inizia a mostrare i primi segni di una possibile crisi. Il governo tedesco ha infatti rivisto al ribasso le stime di crescita previste per il 2012 e 2013, avvicinandosi a livelli di stagnazione, e per la prima volta le vendite al dettaglio sono crollate.

Con il 2013 entriamo nel sesto anno di crisi. Neanche la grande crisi del 1929-30 era durata così a lungo. A partire dal 1933 (dopo quattro anni) l’economia Usa aveva ricominciato a risalire la china. All’epoca l’uscita dalla crisi era stata favorita dalla definizione di una nuova governance sociale e politica che prendeva atto, seppure parzialmente e spesso in modo contraddittorio, dei nuovi meccanismi di accumulazione e valorizzazione che l’avvento del paradigma taylorista aveva prodotto.

Oggi non si intravede nulla di tutto ciò. È ormai assodato che la governance capitalistica imposta dai mercati finanziari si è rivelata fallace, seppure dopo aver ottenuto potenti risultati nel plasmare e definire le nuove modalità di valorizzazione e le nuove forme di comando e gerarchia attuali. Tale governance si basava sulle nuove funzioni economiche assunte dai mercati finanziari, con il passaggio da un’economia monetaria di produzione (quella del paradigma taylorista-fordista) a un’economia finanziaria di produzione (quella del biocapitalismo cognitivo): ridefinizione continua dell’unità di misura del valore (una volta venuta meno la parità aurea con il crollo di Bretton Woods) e quindi finanziamento dell’attività privata d’investimento; assicuratore sociale della vita come esito della finanziarizzazione, e conseguente privatizzazione, dei sistemi di welfare; strumento di crescita dell’economia e regolatore della distribuzione del reddito grazie ai processi di espropriazione della cooperazione sociale e al suo indebitamento, e moltiplicatore finanziario della domanda finale.

Condizione perché tale governance potesse garantire stabilità era una continua, illimitata espansione degli stessi mercati finanziari, in grado di produrre (plus)valore in misura costantemente superiore agli effetti distorsivi e negativi sulla domanda causati dalla crescente concentrazione dei redditi e dall’espropriazione della ricchezza sociale prodotta dal «comune». Poiché questa condizione non può persistere illimitatamente, l’instabilità strutturale che ne deriva può essere politicamente e socialmente governata solo facendo ricorso a shock esogeni, dettati dall’emergenza di turno. In altre parole, la governance era data dall’emergenza. Negli anni Duemila l’emergenza era la guerra al terrorismo. Oggi l’emergenza è data dalla stessa crisi dei mercati finanziari e degli Stati europei. Diremo di più: la crisi diventa strumento di governance e quindi è crisi perenne. Ciò significa che l’emergenza è finita: la crisi diventa «norma».

Lo stato di crisi permanente ci dice che è in atto una crisi della valorizzazione capitalistica. Nonostante i profondi processi di ristrutturazione organizzativa e tecnologica che hanno allargato la base dell’accumulazione, imponendo – dietro il ricatto del bisogno – la messa a valore della vita, del tempo di vita e della cooperazione sociale umana, la valorizzazione attuale, proprio perché si fonda solo sull’espropriazione esterna della vita e del «comune» umano, senza essere in grado di organizzarli, non si trasforma in crescita di plusvalore. Il processo di finanziarizzazione ha sì consentito una poderosa «accumulazione originaria», ma non è stato in grado di tradursi in valorizzazione diretta e reale. È questa la contraddizione centrale che sta alla base della crisi attuale. Nonostante i vari tentativi (dalla lusinga, dagli immaginari, al ricatto, al bastone, alla mercificazione totale), la vita umana messa a valore produce comunque un’eccedenza che sfugge al controllo capitalistico, un’eccedenza che non si trasforma in valore economico, è cioè non misurabile in termini capitalistici.

In un simile contesto nessuna politica «riformista» è possibile e ciò si traduce anche in crisi politica e istituzionale. Non vi sono le condizioni di definire un nuovo New Deal compatibile con l’attuale economia finanziaria di produzione, a differenza di ciò che era avvenuto negli anni Trenta del secolo scorso. La fuoriuscita dalla crisi può avvenire solo in un contesto postcapitalistico. Ma di ciò parleremo in seguito.

Share →

8 Risposte a Lo stato di crisi permanente

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>

Il tuo commento dovrà essere approvato prima di apparire.

Alfabeta 1979-1988 in pdf

Iscriviti alle notizie da alfabeta2 e alfapiù

* = campo richiesto!