foto di Valerio Iacobini

Enrica Petrarulo

Concentrazione e oblio: sono questi i termini antinomici a partire dai quali Riccardo Caporossi ha messo in scena, alla Sala 5 del Museo MAXXI di Roma, la vicenda di Jacob Mendel tratta dal racconto che l’autore austriaco Stefan Zweig pubblicò nel 1929. Solo una concentrazione così assoluta come quella che il bibliofilo Mendel dedica allo studio delle edizioni librarie, tanto da renderlo una delle fonti più autorevoli per studiosi di molti paesi, può consentire una memoria talmente prodigiosa perché neppure un dettaglio possa essere consegnato all’oblio. La religione che Mendel coltiva per i libri non è il demone che possiede l’avaro o il collezionista, entrambi dediti a una solipsistica devozione ai propri beni, ma è la ragione che gli consente di possedere il mondo, o un proprio spazio nel mondo, fosse pure un tavolino al Caffè Gluck di Vienna.

La sua è già la posizione etica di chi esercita devozionalmente un servizio in favore della storia e del sapere, e dunque dell’umanità, attraverso la trasmissione della memoria. La dimenticanza è affare di quanti distrattamente e superficialmente si lasciano possedere dalle cose del mondo. E saranno proprio le cose del mondo, una guerra e i mutati assetti geo-politici, a porre fine all’incanto di un’esistenza tutta orientata alla custodia della conoscenza attraverso la minuziosa individuazione di libri rari, dispersi in chissà quali parti del mondo, da rendere nuovamente accessibili. La scena cui siamo introdotti da un cerimoniere che riconosciamo come l’io narrante della storia, occupa l’intera superficie della Sala 5 del MAXXI. Ai due estremi opposti del suo perimetro rettangolare, quasi a definirne lo spazio, sono un tavolo da biliardo, un tavolo di scacchi, due coppie di giocatori che silenziosamente si fronteggiano e, appena discosto, un cappotto appeso dalle cui tasche intravediamo alcuni libri. Quasi al centro della scena un tavolino disabitato che ci rimanda, attraverso un’assenza, alla presenza del suo abitante e, tutto intorno, pacchi di libri che costituiranno i moduli delle scene successive .

Mendel al MAXXI (foto di Valerio Iacobini)

È presso questi elementi che si consuma un tempo storico, e dunque reale, all’interno del quale la rappresentazione è ospitata. Inizia così il tentativo di ricostruzione, da parte del narratore, degli ultimi anni della vita di Mendel attraverso il racconto della sua unica testimone, la guardiana dei bagni pubblici, che ci sarà presentata da uno degli aspiranti attori di una giovane compagnia teatrale alle prese con le prove di uno spettacolo sulle vicende della prima guerra mondiale. Attraverso la loro messa in scena e la proiezione delle immagini di uno storybord, apprendiamo che Mendel è stato prima rinchiuso in un campo perché ignaro dei conflitti bellici che stavano ridisegnando l’Europa, e dunque le mutate alleanze tra Stati una volta amici, quindi liberato per intercessione di alcuni suoi clienti, infine cacciato dal suo antico ricovero, il caffè Gluck di Vienna, perché incompatibile con la gestione spregiudicata dei nuovi proprietari. È così che si consuma la vicenda di Mendel, la povertà e una polmonite decideranno della sua vita biologica.

Una presenza, invisibile agli altri, si aggira attraverso lo spazio e il tempo dello spettacolo: quella della figura sacerdotale di Solingo, interpretato dallo stesso Caporossi. Coscienza nobile e pietosa che accompagna, supporta, veglia, dà sepoltura: così sarà per quel suo estremo e ultimo gesto di riporre un libro sul tavolo, una volta occupato da Mendel, a suggello di quello che la sua vita era stata. Soltanto una volta dismetterà la sua nera e avviluppante copertura, e sarà per intonare una ingenua filastrocca sulle capacità manipolatorie e seduttive del potere, anche il più repellente. E lo farà, ma qui è concentrata in forma quasi sapienziale tutta la sua idea di attorialità, in una forma così impersonale che quasi diresti provenga da una dettatura. Come un metronomo, il palleggiare dei giocatori di biliardo scandisce il ritmo sempre uguale di un tempo che non conosce, o non conosce più, accelerazioni ma soltanto il passaggio delle guerre degli altri: il lento avanzare di una figura femminile trasportata da un podio scorrevole mentre declama il testo del proclama del Messaggero d’Assia che Büchner scrisse nel 1834 ci riporta con uguale spavento all’attualità.

Mendel al MAXXI (foto di Valerio Iacobini)

L’allestimento teatrale di Riccardo Caporossi vive della stessa concentrazione del suo personaggio, consapevole che anche una sola concessione, anche una sola distrazione sarebbe un venire meno al patto di memoria e di testimonianza che soli possono sconfiggere l’oblio. Mendel, maestro della memoria volontaria, rivive dunque attraverso la memoria involontaria del suo narratore, quella che non dipende da noi ma dagli oggetti che incontriamo o re-incontriamo nel corso della nostra vita. Già Walter Benjamin, anche lui morto suicida come l’autore Zweig, scriveva che l’aura è tutto ciò che, tracciato nella nostra esperienza sensibile, è unico e irripetibile. Mendel di Riccardo Caporossi è dunque un dono che ci viene fatto, apparizione impersonale e allo stesso tempo intima di una lontananza.

Mendel di Riccardo Caporossi
19-20-21 ottobre – MAXXI, Roma

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