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David Harvey

Viviamo in tempi in cui l’ideale dei diritti umani si è posto al centro della scena dal punto di vista politico ed etico. Si impiega molta energia politica nel promuovere, proteggere e diffondere la loro importanza per la costruzione di un mondo migliore. La maggior parte dei concetti più comuni sono basati sull’individualismo e sulla proprietà e, in quanto tali, non fanno nulla per mettere in discussione le logiche egemoniche liberiste e neoliberiste del mercato e i modelli neoliberali di legalità e di azione statale. Dopo tutto, viviamo in un mondo in cui il diritto alla proprietà privata e la ricerca del profitto hanno sopraffatto qualsiasi idea concepibile dei diritti umani. Ma ci sono casi in cui l’ideale dei diritti umani prende una direzione collettiva, come quando si impongono all’attenzione i diritti dei lavoratori, delle donne, dei gay e delle minoranze etniche (un’eredità del movimento operaio tradizionale e, per esempio, del movimento per i Diritti Civili degli anni Sessanta negli Stati Uniti, che ha avuto un’impostazione collettiva e una risonanza globale). Tali lotte per i diritti collettivi hanno, in alcuni casi, prodotto risultati importanti.

Voglio qui esaminare un altro tipo di diritto collettivo, quello alla città, nel contesto di un rinato interesse per le idee di Lefebvre al riguardo e dell’emergere, in giro per il mondo, di svariati movimenti sociali che rivendicano questo diritto. Come definirlo, dunque? Il noto sociologo urbano Robert Park scrisse tempo fa che “dei tentativi fatti dall’uomo per rimodellare il mondo in cui vive secondo i propri desideri, [la città] è il più duraturo e nel complesso anche il più riuscito. Se la città è il mondo che l’uomo ha creato, è di conseguenza il mondo in cui è condannato a vivere. E così, indirettamente e senza una chiara consapevolezza della natura delle proprie azioni, l’uomo, nel creare la città, ha ricreato se stesso”. Se Park ha ragione, la questione di quale tipo di città vogliamo non può essere separata da altre questioni: che tipo di persone vogliamo essere, che rapporti sociali cerchiamo, che relazione vogliamo intrecciare con la natura, che stile di vita desideriamo, che valori estetici riteniamo nostri.

Perciò il diritto alla città è molto più che un diritto di accesso, individuale o di gruppo, alle risorse che la città incarna: è il diritto di cambiare e reinventare la città in modo più conforme ai nostri intimi desideri. È inoltre un diritto più collettivo che individuale, perché reinventare la città dipende inevitabilmente dall’esercizio di un potere collettivo sui processi di urbanizzazione. Quello che intendo sostenere è che la libertà di creare e ricreare noi stessi e le nostre città è un diritto umano dei più preziosi, anche se il più trascurato. Come possiamo, dunque, esercitare al meglio questo nostro diritto?

Se, come sostiene Park, ci è finora mancata una chiara consapevolezza della natura del nostro compito, sarà anzitutto utile riflettere sul modo in cui, nel corso della storia, siamo stati formati e riformati da un processo urbano messo in moto da forze sociali possenti. L’incredibile velocità e ampiezza dell’urbanizzazione negli ultimi cent’anni, per esempio, significa che siamo stati ricreati diverse volte senza sapere come, perché e a che scopo. Questa urbanizzazione impressionante ha contribuito al benessere dell’umanità? Ci ha reso persone migliori o ci ha lasciato a brancolare in un mondo di anomia e alienazione, di rabbia e frustrazione? Siamo diventati delle semplici monadi scagliate a caso nel mare urbano?

Questo tipo di domande ha impegnato, nel XIX secolo, pensatori diversi come Friedrich Engels e Georg Simmel, che hanno offerto analisi acute dei soggetti che stavano allora emergendo a seguito della rapida urbanizzazione. Ai nostri giorni non è difficile enumerare tutti i tipi di ansia e malcontento, ma anche di entusiasmo, che si realizzano nel corso di trasformazioni urbane ancora più rapide. Eppure sembra che, per qualche motivo, ci manchi il coraggio per una critica sistematica. Il vortice del cambiamento ci travolge, anche se ovviamente le domande rimangono. Che fare, ad esempio, dell’immensa concentrazione di ricchezza, privilegi e consumismo in quasi tutte le città del mondo, nel mezzo di quello che le Nazioni Unite dipingono come “un pianeta degli slum”?

Rivendicare il diritto alla città nel senso che qui intendo fare, significa rivendicare una forma di potere decisionale sui processi di urbanizzazione e sul modo in cui le nostre città sono costruite e ricostruite, agendo in modo diretto e radicale. […] Questo diritto collettivo, che può essere sia una parola d’ordine programmatica sia un ideale politico, ci riporta all’annosa questione di chi controlla la stretta relazione fra l’urbanizzazione, la produzione e l’uso delle eccedenze. Forse, dopo tutto, aveva ragione Lefebvre quando più di quarant’anni fa insisteva nel dire che la rivoluzione nella nostra epoca sarà urbana o non sarà nulla.

Anticipiamo un brano tratto dall’ultimo libro di David Harvey, «Il capitalismo contro il diritto alla città» in uscita il 20 giugno per ombre corte.

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3 Risposte a Verso una rivoluzione urbana

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