Biennale donna 2012

Arianna Di Genova

Una violentissima lotta per il potere si sta combattendo sul corpo della donna. Gli ultimi fatti di cronaca rappresentano questo conflitto in atto senza neanche la necessità di ricorrere a categorie simboliche. L’agone politico per eccellenza del terzo millennio è fisico, apre una colluttazione con il genere femminile ed è sottoposto alla medesima tensione in ogni parte del mondo. Il corpo assume così su di sé l’aspra responsabilità di fare da barriera all’anti-storia, di costituire un argine alla barbarie. Ma il prezzo da pagare per non retrocedere nella graduatoria (fasulla) della civiltà con cui ci misuriamo tutti i giorni è molto alto. Insostenibilmente alto.

Lo dimostra un’artista guatemalteca come Regina José Galindo che non ha mai esitato a «sacrificare» la sua pelle per non far vendere quella degli altri. «Non sono una martire», dice per sgomberare il campo da equivoci da tentazioni di letture masochistiche. Struttura filiforme, volto delicato e voce quasi mormorante, Regina è una guerriera che esplora strade pericolosissime, mettendo in gioco se stessa e sfidando il governo del suo paese con azioni estreme, sovente lasciando sgorgare il suo sangue. Color rosso intenso è, infatti, il video della ricostruzione dell’imene con il quale vinse il Leone d’oro a Venezia nel 2005, bianca trasparente invece la plastica con cui avvolge il corpo per poi buttarlo in una discarica. È solo una performance, ma c’è qualcosa di più. Perché il femminicidio in Guatemala è una delle principali cause di morte delle donne. E lei, questa condizione di sospensione dei diritti la porta al museo, facendosi scorrere drammatiche testimonianze letteralmente addosso.

Regina Josè Galindo, Peso (2006)

La XV Biennale di Ferrara (organizzata dall’Udi presso Palazzo Massari, a cura di Lola Bonora e Silvia Cirelli, visibile fino al 10 giugno) ha scelto come tema centrale la violenza in ogni sua declinazione, comprendendo il sopruso sessuale e quello economico. È significativo questo scarto concettuale rispetto le precedenti edizioni: dopo i viaggi nomadici in mondi paralleli – per esempio l’Iran raccontato dalle trame delle sue artiste o i focus su personalità complesse come Mona Hatoum – sette autrici internazionali individuano l’abuso e lo restituiscono al pubblico. Secondo la storica e femminista americana Griselda Pollock «quando le donne esplorano le condizioni che hanno determinato le loro vite e identità, finiscono per esaminare le divisioni dello spazio fra pubblico e privato. E il significato di intimità lo declinano in sessualità, relazioni parentali, violenza domestica e, naturalmente, nel corpo». Il rischio dell’assoggettamento a una forma-mondo dominante, di stampo coloniale, torna ossessivamente e, a più riprese, nella collettiva ferrarese. Dalle armature di un fantomatico esercito che trasforma l’erotica lingerie in strumenti di tortura (installazione della pakistana Naiza H. Khan) alle teste mozzate esposte come macabri trofei décor da Nancy Spero, l’artista americana e potente teorica del gender scomparsa qualche anno fa. È lei a ricordare l’abbrutimento della democrazia e il dissolversi dei suoi principi in luoghi horror come Guantanamo.

VALIE EXPORT, Kalashnikov (2007)

L’assenza del corpo è un refrain della mostra: la rituale sparizione del «soggetto» dal campo visivo non fa che potenziare il focus concettuale della rassegna. La violenza è anche uno strappo dell’identità, un disorientamento della propria appartenenza. Lo dice l’olandese Lydia Schouten nella sua «camera delle meraviglie» ansiogena e lo ribadisce l’austriaca VALIE EXPORT con la sua celebre e architettonica piramide di kalashnikov imbevuti di olio esausto. Quel monumento minimal e «pulito», arrogante nella sua geometria senza incertezze, si erige come memorial, arma di seduzione fatale, cimitero celebrativo per tutti coloro che non ci sono più. Anche l’italiana Loredana Longo (siciliana) insiste sulla mancanza, sul «body» sottratto e sulla ferita sociale di quell’evaporazione. Seppellisce brandelli di vestiti nel cemento: sono i «resti» delle operaie bruciate vive nell’incendio della fabbrica di New York ai primi del secolo scorso, ma anche le tante morti per mafia. Il suo lavoro lo incontriamo sul nostro cammino negli stessi giorni in cui vengono snocciolati i numeri delle vittime per incidenti sul posto di lavoro e quando le vedove di piccoli imprenditori e artigiani sfilano, rivendicando un «omicidio» di Stato dei danni dei loro mariti atterrati dalla crisi.

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