occidente solitario

Patricia Gaborik

Finalmente, quindici anni dopo il debutto, abbiamo potuto vedere in Italia Occidente solitario (The Lonesome West), del drammaturgo inglese Martin McDonagh, grazie alla Compagnia Gli Ipocriti – Associazione Teatrale Pistoiese e al regista Juan Diego Puerta Lopez. Dobbiamo considerarlo un vero evento, perché la voce di McDonagh è stata lanciata sulla scena teatrale angloamericana fin dal suo debutto nel 1996 con la magistrale Beauty Queen of Leenane: la prima parte di una trilogia che include A Skull in Connemara e The Lonesome West, nominata per il Broadway Tony Award per la miglior opera, ha guadagnato al suo autore l’onorificenza di «più promettente drammaturgo» dal British Critics’ Circle Awards. Con questa promessa ha scritto, oltre alla trilogia, ben tre altre opere di successo, delle quali la più recente, The Pillowman (2003), ha dato a McDonagh la quarta nomina al Tony Award e l’ambìto Oliver Award per la miglior opera.

McDonagh (1970) è nato e cresciuto a Londra ma è considerato uno dei più importanti drammaturghi irlandesi viventi. I suoi testi sono esattamente questo, irlandesi – per la loro ambientazione nell’isola Emerald (con l’eccezione di The Pillowman), per i modi in cui richiamano il desolato realismo dei grandi drammaturghi irlandesi come Synge e O’Casey (misti a un’assurdità e a una violenza che ricordano sia Beckett che i fratelli Coen), e infine per come la sua lingua gioca con il lirismo del dialetto irlandese (anche se sporcato, come hanno notato i critici, con un gergo di strada caratteristico di Londra). In effetti la potenza del lavoro di questo autore e l’unicità della sua voce derivano precisamente dall’abile fusione di tante tradizioni che creano una realtà del tutto credibile. Ma McDonagh, che ha lasciato la scuola giovanissimo, negherebbe molte delle sue influenze: non vi è stato esposto, il teatro lo annoia, il suo vero amore è il cinema. E la violenza. «Vuoi rendere il teatro interessante?» chiede. «Metti in scena qualche pistola».

E, davvero, quando il sipario si alza su Occidente solitario, messa in mostra al centro del palcoscenico, sul caminetto, nella piccola casa dei fratelli Coleman e Valene O’Connor, c’è una carabina. Ben presto veniamo a sapere che è stata usata da Coleman per uccidere il padre; Valene, in cambio della sua testimonianza che è stato un incidente, ha fatto accettare a Coleman che la casa e tutto quello che c’è dentro è sua. Per questo, in giro per tutta la stanza sono affisse delle enormi «V» rosse: dichiarazioni che questo armadio o questa sedia appartiene a Valene e non al suo fratello parricida. Tratto ricorrente in McDonagh è lo spazio contenuto (che, insieme al frequente ricorso alla ripetizione, tradiscono un debito verso Pinter), desolato, pieno di segreti, rancori, tristezza e rabbia sul punto di esplodere.

Eppure, la commedia è dolorosamente divertente per l’assurdità delle situazioni e i dialoghi dei personaggi. Appena dopo il funerale del padre, i fratelli si trovano a consolare il prete, padre Welsh, e non viceversa. Welsh (Massimo De Santis) non capisce perché nella piccola parrocchia continuino a verificarsi morti equivoche – sta facendo qualcosa di sbagliato? È vero, è un prete terribile: non difende mai Dio quando parlano male di lui e, come verifichiamo in un dialogo con Valene, trova difficile accettare la dottrina secondo cui un uomo può uccidere dieci persone e deve solo chiedere perdono – ma ucciderne una, nel suicidio, lo condanna direttamente all’inferno.

«Mica è colpa tua» gli dicono due volte durante la commedia, ma nonostante questo incoraggiamento e le meditazioni di Ragazzina (Nicole Murgia), che riflette che è meglio essere vivi che morti perché almeno se sei vivo c’è ancora un’occasione di trovare la felicità, si incammina nel lago e annega, e così rinuncia a ogni speranza di vita sulla terra e rischia la dannazione eterna. Prima di andarsene, scrive una lettera di addio ai fratelli O’Conner, dicendo che scommetterebbe l’anima sul loro amore l’uno per l’altro. I fratelli la sistemano come promemoria sul caminetto (sotto la carabina), e ogni volta che uno dei due è tentato di insultare (o colpire) l’altro con troppa violenza, basta un’occhiata alla lettera per rimetterli, anche se solo per un momento, in riga: cercano per quanto possono di andare d’accordo, nella speranza di salvare l’anima del povero prete, che era così estraneo alla vita della parrocchia che nessuno si ricordava se si chiamava Welsh o Walsh.

La ricerca della salvezza dell’anima porta i fratelli a confessare le loro passate trasgressioni, con l’intenzione di perdonare e ricominciare da capo. La scena divertente e orripilante che rivela queste offese – che comprende Valene che ficca una matita in gola all’amato di Coleman e Coleman che taglia le orecchie al cane di Valene – ha dato agli attori Claudio Santamaria e Filippo Nigri l’occasione di fare del loro meglio: incarnare due versioni diversissime di un fratello combattuto fra abitudine e odio, mostrare violenza contenuta (finché esplode), dichiarare rimorso e allo stesso tempo segretamente gioire di queste violenze, grandi e piccole. Qualche volta nel corso dello spettacolo la regia era un po’ troppo evidente: il riflettore sulla lettera di Welsh troppo intenso, il ritmo troppo spesso forzato, lo stato d’animo troppo in primo piano.

Però nei momenti in cui gli attori si affidavano alla potenza del testo, l’originalità della voce di McDonagh (nell’eccellente traduzione di Luca Scarlini) usciva fuori forte e chiara. Lo sgomento di padre Welsh per la licenza di uccidere che offre la riconciliazione, tocca una corda amara anche se si ride forte: mentre i fratelli confessano i loro peccati si vede un guizzo nei loro occhi all’immaginarsi la prossima aggressione. In questo paesino dell’Irlanda non vale scommettere sull’anima di nessuno. Il finale offre poca speranza e nessuna soluzione: quando un fratello segue l’altro, carabina in mano, sappiamo che c’è una netta possibilità che uno finisca morto come prima di loro il padre. Oppure no.
La trilogia completa offre l’occasione di visitare l’Irlanda immaginata di McDonagh, un singolare incrocio fra Pulp Fiction e Playboy of the Western World di Synge.

Traduzione di Valentina Ajmone Marsan

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