tom stoppard

Enrico Donaggio

Lo spettacolo più importante della stagione: così, per mesi, hanno martellato manifesti e giornali. Dell’impresa colossale, con elenchi impressionanti per lo stato di cronica austerità del teatro italiano (cast, tecnici, costumi, quadri, cambi di scena), ti accorgi al momento in cui gli attori vengono a prendere gli applausi. Sono sempre più di trenta, al termine di ciascuna delle tre parti della navigazione – Viaggio, Naufragio, Salvataggio – verso quella costa di Utopia che è saggio non raggiungere. Il motivo lo spiega Aleksandr Herzen, il personaggio a cui Tom Stoppard, a dispetto delle sue dichiarazioni ufficiali, sembra più vicino. Nel monologo che chiude l’opera, utilizza un’ultima volta le parole «c’è qualcosa di sbagliato in questa figura».

È la formula magica con cui ha costantemente criticato e respinto, lungo le quasi otto ore di spettacolo e gli oltre trent’anni di storia (1833-1868), le proposte dei suoi compagni-concorrenti; gli altri membri dell’intellighenzia, l’opposizione intellettuale che si voleva classe sociale rivoluzionaria. Bakunin, Belinskij, Turgenev, Ogarev, Herwegh, Blanc, Kossuth, Mazzini e tanti altri ancora. Ma soprattutto Marx, l’emblema totalmente negativo di questa fase selvaggia e assoluta della speranza politica. All’autore del Manifesto, sacerdote di un «Moloch che promette che sarà tutto bello dopo che saremo morti», Herzen ribatte che si tratta «di aprire gli occhi agli uomini, non di strapparglieli». Utopia, «la società perfetta dove è possibile la quadratura del cerchio e l’abolizione di ogni conflitto» non esiste. E dunque, «finché non smettiamo di uccidere per inseguirla, non cresceremo mai come esseri umani. Il nostro senso di uomini sta nel mondo in cui viviamo, nel nostro tempo, nel nostro mondo imperfetto. Non ne abbiamo un altro».

Fine dello spettacolo e della storia. Applausi non roventi, mediamente convinti, di un pubblico più senile che militante, più ridanciano o, a tratti, sonnecchiante che emozionato. Tutti a casa, per stasera e per sempre? L’ennesima riproposizione, ampiamente fuori tempo massimo, del mantra post Ottantanove? Sarebbe ingiusto ridurre a questa miseria ideologica un testo poderoso, a tratti magnifico, e un progetto teatrale coraggioso. C’è di meglio e di più nelle pagine di Stoppard, da poco disponibili al lettore italiano, e nelle intenzioni che hanno portato a metterle in scena a Torino e Roma, dopo i trionfi di Londra, New York, Mosca e Tokyo. Quelle di Marco Tullio Giordana, che in questi giorni vede anche uscire al cinema il suo Romanzo di una strage, film su Piazza Fontana, sembrano le stesse di Herzen e Stoppard. Alla domanda di Ogarev, che precede le frasi terminali ricordate sopra, su cosa dire a ragazzi che volessero ancora lottare contro torti e ingiustizie, la loro risposta recita: «Di andare avanti, di sapere che non c’è approdo su una sponda paradisiaca, eppure: andare avanti». In quale direzione, però, e perché?

Uno dei meriti di Giordana – autore poco amato dagli intellettuali radicali, raffinati e di sinistra – sta nell’energia e nella passione del presente che i suoi film, per semplificatori, ideologici o poco sfumati che possano risultare, riescono comunque a trasmettere, soprattutto alle giovani generazioni. Su tutti, basti ricordare I cento passi, che ha strappato la figura di Peppino Impastato alla memoria ammirata di una piccola cerchia. Lo stesso effetto – al di là delle critiche che presumibilmente sommergeranno la scelta di far ascendere insieme in cielo la coppia Calabresi-Pinelli – potrà forse produrre su un ragazzo di oggi il film sulla strage di Stato: rabbia, indignazione, incredulità per il fatto di vivere in un paese in condizione di perenne minorità politica come l’Italia.

Tom Stoppard, The Coast of Utopia – Viaggio (Foto: Fabio Lovino)

Ma all’uscita da uno spettacolo che ti aspetteresti potentissimo – anche un funerale può esserlo – sui «costi» di un viaggio verso la «costa» di Utopia (il titolo originale gioca con il suono di coast), cosa avrà mai in testa questo ragazzo? A chi imputerà, cioè, l’effetto di attesa delusa che si è forse prodotto in più di uno spettatore? Lo scarto tra un’aspettativa di grandezza – dei sogni e delle aspirazioni politiche (socialismo, comunismo, anarchia, populismo), dei prezzi pagati (morte, esilio, deportazione), dei successi (abolizione della servitù della gleba) – e una resa teatrale in tonalità minore, flebile, dimessa. Che mostra, in fondo, solo quello che tutti sanno già: i personaggi sulla scena sono intellettuali, e nulla più; pateticamente scissi tra megalomania, vanità e le tragedie, misere o atroci (libri, riviste, matrimoni, amori, lutti e tradimenti), di una vita professionale e familiare che in fondo è quella di uomini qualsiasi.

Non si vuole qui discutere un’ennesima volta il teorema di Herzen, che stringe utopia e violenza in abbraccio fatale. Né deplorare l’assenza di un omaggio nostalgico o dogmatico alle idee che hanno infiammato un’epoca. Il problema sta soltanto nella scarsa credibilità della loro messa in scena. Gli uomini e i sogni dell’affresco di Stoppard sono stati, malgrado tutto e per oltre un secolo, questione di vita, morte e speranza per una massa sterminata di individui. Ma chi andrà a teatro in queste sere faticherà a capirlo. Perché?

Gli addetti ai lavori sono divisi. Alcuni citano i nomi di Chechov o Shaw quali numi tutelari del velo di minimalismo e leggerezza che The Coast of Utopia stende sui drammi che descrive: il balsamo dell’ironia – omaggio distaccato che l’intelligenza tributa a se stessa – sulle cicatrici di un’antica passione. Altri, invece, imputano questo scarto tra potenza del materiale e scarsa forza del suo effetto a una più prosaica questione di mestiere. Un testo e un’impresa così ardui e importanti richiedevano gente di teatro genialissima ed espertissima per essere portati al pubblico in modo efficace. Quando è così (si pensi, solo per fare un esempio recente, all’epopea di Angels in America) le cose vanno in tutt’altra maniera. Così non è stato, si paghi allora l’inevitabile dazio. Diagnosi più convincente della prima. Ma che ancora non fuga del tutto un quesito di fondo più grande ed enigmatico: perché mai in Italia, in occasione di ogni funerale di Utopia – figura cruciale della riconquista del futuro politico – c’è sempre, immancabilmente, qualcosa di sbagliato?

LO SPETTACOLO
The Coast of Utopia
, di Tom Stoppard, regia di Marco Tullio Giordana. Prima nazionale: Teatro Carignano, Torino, 20 marzo – 1 aprile. Teatro Argentina, Roma, 10-29 aprile 2012.

IL LIBRO
Tom Stoppard
La sponda dell’utopia
Sellerio (2012), pp. 408
€ 15,00

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3 Risposte a La sponda dell’utopia

  1. Gianni scrive:

    Ho letta la trilogia di Stoppard e, come anarchico, non ne consiglierei la lettura ad un giovane neofita alla ricerca di una sua collocazione politica nel contesto attuale perchè anche i rari messaggi di Herzen o di Bakunin sono troppo diluiti in una aneddotica personale dei protagonisti sminuendo l’inportanza dei messaggi che scaturiscono dalle loro esperienze militanti in quel contesto storico. Bisogna rifuggire da certe posizioni da scettico che si erge dall’alto di una torre d’avorio e che non sollecitano a sperimentare situazioni di rivolta, di ribellione che devono animare ogni rivoluzionario Gianni Landi

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