Il giardino delle delizie di Hieronymus Bosch

Alberto Capatti

Fra i luoghi del comune sentire, l’orto merita oggi una speciale menzione, per due ragioni: identifica chi lo ha prescelto e chi ne tutela la fertilità; rende costui meritevole di una lode che va ben al di là dell’ortaggio e ne fa un filantropo. Se a coltivarlo sono bambini e adulti, questi ultimi legati da un vincolo associativo o dal mercato solidale della verdura, si considera la loro attività produttiva in se e per se umanitaria, bonificando non solo le terre e gli alimenti ma la civiltà industriale stessa e i suoi insediamenti agroalimentari.

La bibliografia di opere disponibili è oggi immensa, montagne di carta per fertilizzare la terra, libretti e libricini per creare appezzamenti, per richiamare seminagioni, per nutrire e gratificare i neofiti. L’idea stessa di produzione – l’orto non è mai senza frutto – alimenta editori, autori, associazioni, crea un commercio, distribuisce diritti d’autore. Nelle librerie italiane è assente il vaso di fiori, ma non lo scaffale di volumi sul giardinaggio. Vorremmo qui accennare a due aspetti di questa pubblicistica: l’orto senza storia, e l’arte immaginaria della coltivazione. Che cosa accomuna, oltre al predetto tema, due manuali e una guida, usciti negli ultimi due anni, Il piacere dell’orto, i Ristoranti con l’orto o Coltiviamo la città? L’assenza di riferimenti alla nostra storia.

L’orto rinasce oggi dal nulla, anzi da una produzione agroalimentare delocalizzata il cui cortocircuito ha prodotto una scintilla, l’idea di coltivarsi la propria terra. Quale terra? Un appezzamento di cinquecento metri quadri, un’aiuola del cortile condominiale, una cassetta fai-da-tè, un vaso… Fondamentale infatti, nella perorazione orticola è provare che essa esprime il rifiuto di alimenti senza qualità, e tacere che con gli attuali orticelli autogestiti la popolazione italiana creperebbe di fame.

Storia agraria e produzione industriale di alimenti sono indispensabili per pensare l’orto. Ippolito Pizzetti, nel 1976 si interrogava sulle ragioni per cui «l’italiano anche se l’Italia, dovrebbe essere per sua destinazione un paese agricolo, ha dimostrato e oggi più che mai dimostra di voler ripudiare le proprie origini»1. Gli anni sessanta erano stati cruciali nell’abbandonare i piccoli appezzamenti intesi come relitti della miseria rurale e nel lasciare a qualche filosofo la loro cura.

La tardiva resipiscenza, cinquant’anni anni dopo, che cosa significa? Quale ragion d’essere ha, a partire dal momento che l’orto di domani è senza un passato, con le sue velleità critiche, ed è il frammento di un’utopia enunciata da linee di prodotti industriali, dalle ipotetiche valli degli orti? Si risponde, da più parti, che il «desiderio di avere a disposizione e di consumare cibi autentici» spinge a procurarsi terriccio e attrezzi. Ma guardiamo allora le privazioni imposte dal ciclo stagionale, l’alea e la successione delle raccolte, gli acquisti complementari, l’imperizia del neofita giardiniere-cuoco, come aspetti non dell’utopia ma della storia. Pizzetti rifiutava con sdegno la taccia di hobbista, l’hobby essendo «un sintomo di fuga e il segno patetico e squallido di un rapporto disturbato con il lavoro»; mentre si ascriveva uno spirito di avventura, e dichiarava che «Se non avete un’immaginazione generosa e feconda, sarà difficile che creiate un giardino molto bello»2.

Negli orti pensili d’oggi, il giardiniere è un amateur, un contadino-profeta che ha scelto per palcoscenico un fazzoletto di terra e recita la tirata del buono, giusto e pulito. La sua vocazione ad essere un personaggio è pari alla sua denuncia di un mondo in cui egli è artificialmente alimentato nelle reti di conservazione-distribuzione. Con il suo vaso di salvia, ha la certezza di respingere la globalizzazione e di conservare la bocca pulita e profumata, e questo gli basta. È immaginazione generosa e feconda?

L’orto è lo specchio in cui vediamo riflessi prodotti e appetiti, già rigettato in nome della miseria rurale e del mercato urbano, e ora, in periodo di crisi, preso a modello del sapere contadino e dell’autosufficienza. Uno specchio di comodo. Forse è utile alla cucina – ma Pizzetti raccomandava finocchi, sedani, carote e spinaci crudi – e semplifica sicuramente se non la vita quotidiana, la nozione di qualità. Piccolo o grande, contribuisce a creare intese a tavola e una rete impressionante di siti e blog 3. È prezioso per associarsi in progetti con finalità ambientali, per condividere una religione semplice, facile, fondata sulla vita e sul seme, con il vantaggio che anche se lo si abbandona, rifiutandogli l’acqua e i concimi, continua a produrre idee verdissime. Il dio degli orti appartiene ad un culto pagano, politeista, e porta, oggi, il nome BIO.


1 Ippolito Pizzetti, Pollice verde, Rizzoli 2008 (prima edizione, 1982), p. 228
2 Ibidem, p.230
3 Massimo Acanfora, Coltiviamo la città, Ponte alle Grazie 2012, p.123-127

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