Leonard Mazzone

Cari padri padroni,

è trascorso molto tempo dall’ultima volta in cui osammo chiamarvi per nome. Altrettanto dall’ultima in cui trovammo il coraggio di rivolgerci pubblicamente a voi. Facevamo finta di non sapere a chi indirizzare le nostre parole. Non che ci fossimo dimenticati di voi, tutt’altro: ai servitori non è concesso il lusso di ignorare chi stiano servendo; e solo la censura imposta quotidianamente a se stessi rende sopportabile questa condizione. Un costo irrisorio, in fondo, se paragonato con l’illusione di coltivare la propria libertà.

Vi dobbiamo delle scuse o almeno delle spiegazioni per il nostro ritardo, come per il tempo che finora vi abbiamo fatto perdere inutilmente. Ma, a pensarci bene: quando mai il tempo potrebbe andare perso utilmente per voi?

Ci siamo inventati ogni possibile sinonimo per avere la vostra attenzione, e da ingenui ci siamo ostinati a bussare alle vostre porte. Fuori gridavamo sempre più forte la nostra condanna nei vostri confronti: pensavamo che, così facendo, non avreste più potuto sentirvi assolti. Intanto voi, al di là di quelle porte, continuavate a raccontarvela. Non capivamo che l’ipocrisia è una dote politica che potete sfoggiare solo con chi iniziate realmente a temere. Pensavamo che, dopo essere stati ignorati, avremmo infine vinto. Invece no. Non ci avete mai ignorato. Ma avete sempre vinto, prima ancora di deriderci e combatterci.

Nel vostro cinismo, vi siete dimostrati coerenti fino in fondo: il dito medio teso sulla folla, i vostri insulti e l’ostentato disprezzo erano tutto fuorché ipocriti. Diversamente dai nostri, i vostri gesti, le vostre parole, la vostra insofferenza rendevano pubblico il verbale segreto del vostro potere: “noi siamo dentro, voi fuori. E fuori rimarrete, perché possiamo contare sull’umiliazione che continuerete a infliggere ad altri come voi, diversamente da voi arruolati nelle fila di chi ha giurato di proteggerci in cambio di uno stipendio da fame, ma pur sempre puntuale a fine mese”.

Intanto, mentre fuori dai vostri palazzi imperversava un’invisibile guerra civile, noi leggevamo la storia che continuate a riscrivere per non trarne morale alcuna. Non è strategia, la nostra. Sono passati i giorni dell’assalto ai templi in cui continuate a celebrare il vostro culto: non abbiamo dimenticato Genova e la lezione che ci avete dato. In fondo, ve ne siamo riconoscenti. Ora capiamo meglio i motivi del silenzio accondiscendente dei nostri padri. A proposito: anche loro ebbero a confrontarsi con voi. Brescia, la stazione di Bologna, l’Italicus, Ustica, eccetera, eccetera, eccetera, come recita il signor G che anche voi, probabilmente, avrete avuto modo di applaudire.

Puntualmente, come scolari disattenti e svogliati, siamo ricascati negli stessi errori dei nostri padri: anche noi ci siamo impantanati, tra la presa del palazzo d’inverno e l’imboscata al di fuori delle sue mura. Non capivamo che ci avevate assegnato in sorte la duplice faccia di una stessa medaglia. Ma alla fine, oltre alle spiegazioni, vi dobbiamo ringraziare, perché ci avete mostrato la via maestra per rifiutarvi il ruolo di maestri.

Questa è una promessa: non ci ammasseremo più di fronte alle vostre dimore, non pretenderemo più di abbatterle o di diventare i loro nuovi inquilini. Insomma, non ce la prenderemo più con voi: del resto, chissà quanti di noi, al vostro posto, avrebbero davvero fatto scelte diverse. Non lo potremo mai sapere: ci avete tolto la possibilità stessa di immaginarlo. Ma insieme a questa possibilità, abbiamo perduto anche quella di immaginarci in modo diverso da come ci piace essere percepiti. A forza di criticarvi, di arrabbiarci e mobilitarci tornavamo ogni volta a disilluderci che la critica, l’indignazione e l’impegno potessero davvero servire a qualcosa.

I veri ipocriti, in fondo, eravamo noi: le condanne nei vostri confronti erano sentenze di autoassoluzione che sottacevamo a nostra discolpa. Ecco chi siamo. Ragazzini pronti a tutto purché si possa incolpare qualcuno dall’altra parte del muro di non farci entrare. Continuavamo a bussare, come se voi, da un momento all’altro, aveste ordinato di azionare il ponte levatoio per colmare il fossato tra il castello e i latifondi antistanti. Come se, in un eccesso di delirio masochista, aveste improvvisamente abdicato al vostro ruolo, alla vostra vita, lasciandoci espugnare la fortezza in cui siete soliti rintanarvi.

Non ci piaceva essere ribattezzati bamboccioni, la peggior Italia. A voi è stato concesso il lusso di una retrospettiva sulla vostra generazione: la meglio gioventù. A noi non resta che prendere atto della peggio gioventù che, meglio di ogni altra, ci troviamo volenti o nolenti a rappresentare.

A questo punto, però, dovreste iniziare a preoccuparvi: ricordandoci del vostro nome, abbiamo preso coscienza del nostro. Ricordandoci chi siamo, ci avete convinto a dimenticarci di voi. Non potevate e non potete più essere i nostri interlocutori. Non abbiamo bisogno di ricorrere ulteriormente a psicofarmaci o al lettino di psichiatri per sapere che l’unico problema, in questo paese, siamo noi.

Forse non ve ne siete ancora accorti, ma questa constatazione somiglia a un proclama di guerra perché finalmente grida la verità più scomoda che potessero pronunciare le nostre bocche: se il problema siamo noi, la soluzione non può venire da voi.

Intanto, continuate a fare come se nulla fosse: assecondate i vostri interessi fin tanto che ne avrete il tempo, ma sappiate che sta per scadere. Il nostro è iniziato ieri. Non poteva essere previsto, dal momento che neppure noi ne eravamo pienamente coscienti. Siete stati voi a convincerci: non busseremo, non assaliremo più le porte dei vostri palazzi. Non diremo più a chi a Genova non c’è stato che potremmo, se solo lo volessimo, realmente abbatterli.

Più semplicemente a parole, più difficilmente nei fatti, ne costruiremo di nuovi, alle cui porte non avrete neanche la possibilità di bussare. Non perché non vi apriremo (in questo, almeno, siete stati degli ottimi maestri), ma perché non ci saranno più porte a cui bussare, non ci sarà più un dentro e un fuori, non ci sarete più voi e, forse, neanche noi.

Ci saranno i nostri figli, perché nel frattempo saremo diventati a nostra volta genitori. Allora, ma soltanto allora, la nostra autocritica più spietata vi infliggerà una condanna ancor più spietata. Farete finalmente ciò che da tempo avreste dovuto fare: i nonni, l’ultimo detrito fossile di una generazione che ha avuto il merito di insegnare, da buoni padri padroni, ai propri figli come diventare genitori.

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Una Risposta a Lettera ai padri padroni

  1. Luigi scrive:

    La colpa magari è (anche) nostra; però: e la responsabilità?
    ( http://www.stroboscopio.com/lettera-a-tutti-i-miei-genitori/2010/09/02/ )

    Ad ogni modo, un bel messaggio che, pur essendo “l’ultimo mssaggio” stile “ultimo avviso”, si è pur sempre rivolto (inevitabilmente) agli interlocutori che rinnega. Mi auguro che questo “ultimo avviso” risulti profetico.
    Luigi B.

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