[Riproponiamo questo articolo, apparso su "Repubblica" l'8 agosto 2011]

Maurizio Ferraris

Uno spettro si aggira per l’Europa. È lo spettro di ciò che propongo di chiamare “New Realism”, e che dà il titolo a un convegno internazionale che si terrà a Bonn la primavera prossima e che ho organizzato con due giovani colleghi, Markus Gabriel (Bonn) e Petar Bojanić (Belgrado). Il convegno, cui parteciperanno figure come Paul Boghossian, Umberto Eco e John Searle, vuole restituire lo spazio che si merita, in filosofia, in politica e nella vita quotidiana, a una nozione, quella di “realismo”, che nel mondo postmoderno è stata considerata una ingenuità filosofica e una manifestazione di conservatorismo politico. La realtà, si diceva ai tempi dell’ermeneutica e del pensiero debole, non è mai accessibile in quanto tale, visto che è mediata dai nostri pensieri e dai nostri sensi. Oltre che filosoficamente inconsistente, appellarsi alla realtà, in epoche ancora legate al micidiale slogan “l’immaginazione al potere”, appariva come il desiderio che nulla cambiasse, come una accettazione del mondo così com’è.

A far scricchiolare le certezze dei postmoderni ha contribuito prima di tutto la politica. L’avvento dei populismi mediatici – una circostanza tutt’altro che puramente immaginaria – ha fornito l’esempio di un addio alla realtà per niente emancipativo, senza parlare poi dell’uso spregiudicato della verità come costruzione ideologica e “imperiale” da parte dell’amministrazione Bush, che ha scatenato una guerra sulla base di finte prove dell’esistenza di armi di distruzione di massa. Nei telegiornali e nei programmi politici abbiamo visto regnare il principio di Nietzsche “non ci sono fatti, solo interpretazioni”, che pochi anni prima i filosofi proponevano come la via per l’emancipazione, e che in effetti si è presentato come la giustificazione per dire e per fare quello che si voleva. Si è scoperto così il vero significato del detto di Nietzsche: “La ragione del più forte è sempre la migliore”. È anche per questo, credo, che a partire dalla fine del secolo scorso si sono fatte avanti delle rivendicazioni di realismo filosofico.

Il New Realism nasce infatti da una semplice domanda. Che la modernità sia liquida e la postmodernità sia gassosa è vero, o si tratta semplicemente di una rappresentazione ideologica? È un po’ come quando si dice che siamo entrati nel mondo dell’immateriale e insieme coltiviamo la sacrosanta paura che ci cada il computer.  Da questo punto di vista, un primo gesto fondamentale è consistito nella critica dell’idea che tutto sia socialmente costruito, compreso il mondo naturale, e sotto questa prospettiva il libro di Searle La costruzione della realtà sociale (1995) è stato un punto di svolta. In Italia, il segnale è venuto da Kant e l’ornitorinco di Eco (1997), che vedeva nel reale uno “zoccolo duro” con cui necessariamente si tratta di fare i conti, portando a compimento un discorso avviato all’inizio degli anni Novanta con I limiti dell’interpretazione. Lo stesso fatto che, sempre in quegli anni, si sia tornati a considerare l’estetica non come una filosofia dell’illusione, ma come una filosofia della percezione, ha rivelato una nuova disponibilità nei confronti del mondo esterno, di un reale che sta fuori degli schemi concettuali, e che ne è indipendente, proprio come non ci è possibile, con la sola forza della riflessione, correggere le illusioni ottiche, o cambiare i colori degli oggetti che ci circondano.

Questa maggiore attenzione al mondo esterno ha significato, anche, una riabilitazione della nozione di “verità”, che i postmoderni ritenevano esaurita e meno importante, per esempio, della solidarietà. Non considerando quanto importante sia la verità nelle nostre pratiche quotidiane, e quanto la verità sia intimamente connessa con la realtà. Se uno va dal medico, sarebbe certo felice di avere solidarietà, ma ciò di cui soprattutto ha bisogno sono risposte vere sul suo stato di salute. E quelle risposte non possono limitarsi a interpretazioni più o meno creative: devono essere corrispondenti a una qualche realtà che si trova nel mondo esterno, cioè, nella fattispecie, nel suo corpo. È per questo che in opere come Paura di conoscere (2005) di Paul Boghossian e Per la verità (2007) di Diego Marconi si è proceduto a argomentare  contro la tesi secondo cui la verità è una nozione relativa, e del tutto dipendente dagli schemi concettuali con cui ci accostiamo al mondo. È in questo quadro che si definiscono le parole-chiave del New Realism: Ontologia, Critica, Illuminismo.

Ontologia significa semplicemente: il mondo ha le sue leggi, e le fa rispettare. L’errore dei postmoderni poggiava su una semplice confusione tra ontologia ed epistemologia, tra quello che c’è e quello che sappiamo a proposito di quello che c’è. È chiaro che per sapere che l’acqua è H2O ho bisogno di linguaggio, di schemi e di categorie. Ma l’acqua bagna e il fuoco scotta sia che io lo sappia sia che io non lo sappia, indipendentemente da linguaggi e da categorie. A un certo punto c’è qualcosa che ci resiste. È quello che chiamo “inemendabilità”, il carattere saliente del reale. Che può essere certo una limitazione ma che, al tempo stesso, ci fornisce proprio quel punto d’appoggio che permette di distinguere il sogno dalla realtà e la scienza dalla magia.

Critica, poi, significa questo. L’argomento dei postmoderni era che l’irrealismo e il cuore oltre l’ostacolo sono emancipatori. Ma chiaramente non è così, perché mentre il realismo è immediatamente critico (“le cose stanno così”, l’accertamento non è accettazione!), l’irrealismo pone un problema. Se pensi che non ci sono fatti, solo interpretazioni, come fai a sapere che stai trasformando il mondo e non, invece, stai semplicemente immaginando di trasformarlo, sognando di trasformarlo? Nel realismo è incorporata la critica, all’irrealismo è connaturata l’acquiescenza, la favola che si racconta ai bambini perché prendano sonno.

Veniamo, infine, all’Illuminismo. La storia recente ha confermato la diagnosi di Habermas che trent’anni fa vedeva nel postmodernismo un’ondata anti-illuminista. L’Illuminismo, come diceva Kant, è osare sapere ed è l’uscita dell’uomo dalla sua infanzia. Da questo punto di vista, l’Illuminismo richiede ancora oggi una scelta di campo, e una fiducia nell’umanità, nel sapere e nel progresso. L’umanità deve salvarsi, e certo mai e poi mai potrà farlo un Dio. Occorrono il sapere, la verità e la realtà. Non accettarli, come hanno fatto il postmoderno filosofico e il populismo politico, significa seguire l’alternativa, sempre possibile, che propone il Grande Inquisitore: seguire la via del miracolo, del mistero e dell’autorità.

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15 Risposte a Manifesto del New Realism

  1. Larry Massino scrive:

    Quale verità? Quale sapere? Eventualmente quale realtà? Mi venisse il dubbio che verità, sapere e realtà sono campi definiti di volta in volta da chi comanda? Mi venisse il dubbio che nel realismo è piuttosto incorporata la censura, l’esclusione e l’elusione del nemico, come minimo confinato-esiliato nel campo dell’irrealtà?

    Il populismo politico, almeno in Italia, è stato il prodotto di chi ha gridato e grida che bisogna avvicinare di più la politica ai cittadini, i quali, invece, vanno allontanati il più possibile, perché da arraffare per tutti non c’è… nel senso che i ” cittadini ” italiani dalla politica vogliono protezione per sé e le proprie famiglie, come sa chiunque abbia frequentato un po’ i partiti o le persone di potere. Fosse nata una necessità di politica più alta i movimenti ” realisti ” si muoverebbero nel campo giuridico, nel senso del controllo delle deliberazioni e degli stessi organismi di controllo della pubblica amministrazione, che non funzionano più… il post-moderno, almeno quello di Lyotard (sarà perché il suo studio fu pagato dal governo canadese?), riconosceva dignità massima alla conoscenza e al sapere, riconosceva loro uno statuto particolare e gli assegnava valore quasi monetario, anche alla conoscenza e al sapere dei politici (immagino…). Invece i ” realisti ” indignati sostengono che la politica non ha bisogno di nessuna tecnica, di nessun sapere e conoscenza, per farla basta essere brave persone (e chi lo stabilisce chi è una brava persona e chi no?)

    Insomma, ci sarebbe da discutere ben oltre un articolo di giornale e un commentino in un blog. Dico solo che il New Realism mi convince ancora meno di quello vecchio.

  2. Luigi B. scrive:

    Il tema è importante e “scotta”. Diciamo che il fatto che il pensiero debole ed il relativismo senza se e senza ma abbia fatto dei gran casini è abbastanza oggettivo.
    È pur vero però che mentre l’acqua bagna e il fuoco scotta indipendentemente da se sappiamo o meno la composizione chimica dell’acqua e del fuoco, diventa più complicato sostenere l’ipotesi del Nw Realism in campo etico (perché è di questo che stiamo parlando), dove mi pare perda un po’ di forza.
    Leggo: la solidarietà è diventata più importante della verità. E chi decide se sia o non sia una verità la solidarietà?
    Riabilitare la nozione di verità può di certo evitare l’appigliarsi del mondo al mistero ed al miracolo ma non alla autorità. E questo è in sé un rischio, pure.
    Mi pare cosa buona e giusta tornare a separare ontologia ed epistemologia. Non mi pare cosa semplice,però, definire esattamente i termini ed i contenuti della prima.
    Il problema dei risvolti negativi di questa confusione o, se vogliamo, mistificazione postmoderna a livello socio-politico non risiede tanto nella perduta nozione di verità (che in un modo o in un altro si mantiene sempre e comunque in quanto intrinseca esigenza di qualsiasi uomo), quanto nella tecnologizazzione degli spazi etici e nella economicizazzione di quelli sociali che hanno trasformato i momenti deliberativi in campi di applicazioni di mere regole date. Per rispondere anche a Larry Massino (pessimismo e fastidio, Larry!), proprio la separazione dei cittadini dalla vita politica trasformata in un ambito tecnico per tecnici specializzati a fatto sì che lo spazio deliberativo si convertisse in campo applicativo di norme.
    A prescindere da tutto (anche perché non credo di aver sollevato un problema sconosciuto agli organizzatori di questo incontro) sono molto molto curioso di sapere cosa ne verrà fuori: siamo tutti impegnati nel cercare una soluzione, dunque meglio non escludere nulla a priori e sospendere il (pre)giudizio. Aspetto dunque di leggere ancora qualcosa in proposito.
    Grazie e in bocca al lupo!

  3. francesco scrive:

    Già qualche anno fa – diciamo il tempo di un anniversario decennale – qualcuno, più d’uno, iniziò a parlare di “ritorno alla realtà”. Da allora sono molti, soprattutto nel campo letterario, cinematografico e artistico italiano, gli studi, gli approfondimenti e le etichette per cercare di inquadrare un problema importante: dalla Fine del postmoderno al Neoneorealismo, il New Italian Epic… Riviste come Nazione Indiana e Carmilla hanno ospitato negli ultimi anni numerosi interventi e numerose discussioni sul tema. Lo spunto di Maurizio Ferraris ha il merito di riportare anche all’interno del dibattito filosofico una questione importante, e sarebbe molto bello se si riuscisse a intrecciare i campi di studio, recuperando discussioni già fatte. Mi pare tuttavia che si corra il rischio di buttare i bambini con l’acqua sporca nell’eccessivo tasso di generalizzazione della categoria “i postmoderni” e nella rappresentazione semplificante del concetto di “realtà” come ciò che “c’è”: il fuoco che brucia e l’acqua che bagna. Che cosa intende Ferraris dicendo che “l’errore dei postmoderni poggiava su una semplice confusione tra ontologia ed epistemologia, tra quello che c’è e quello che sappiamo a proposito di quello che c’è”? Ora, il problema che probabilmente dovrebbe porsi una filosofia pratica come quella auspicata è proprio di stringere i rapporti tra epistemologia e deontologia, anziché riassegnare un primato all’ontologia, intesa, come ciò che semplicemente “c’è”. L’impressione è che una spinta etica, una nuova credenza e una rinnovata fiducia nel reale, possa prendere forza soltanto all’interno di una piena consapevolezza del ruolo costruttivo dell’uomo e dei linguaggi, da ripensare, magari, ogni volta, come un rapporto debitorio nei confronti del mondo. In altre parole: è davvero possibile, oggi, aprire la finestra e tornare a guardare “la realtà”? Basta decostruire la decostruzione per guardare il sole negli occhi? O forse occorre comunque tenere ben presenti i cardini della finestra, oppure il filtro colorato dei nostri occhiali, il punto di vista dal quale guardiamo, cercando, di volta in volta, di non farci sfuggire quanto si scorge nel vicino e nel lontano?

  4. Larry Massino scrive:

    Luigi B., non vi a dubbio che le sue ottimistiche proposizioni nascondono la modestia di chi invece potrebbe ha ragione proporsi come prossimo ricambio della troppo elitaria classe dirigente hattuale. Comunque mi è handata benino: pessimista è meno peggio che disfattista…

  5. Luigi B. scrive:

    Larry Massino, se finisce le argomentazioni può dirlo ché tanto nessuno vince gnente. Ho come la sensazione che il discorso sia più importante delle mie sviste grammaticali, però posso sbagliarmi.

  6. Raul scrive:

    Scusate per il mio cambio radicale di registro, so di andare un po’ fuori tema ma il manifesto mi ha ispirato le seguenti idee che vorrei condividere.
    Luigi B., mi ritrovo nel suo penultimo paragrafo!, e mi chiedo: che c’è di male in una politica vista come semplice campo applicativo di norme, dove non ci sia spazio per l’errore umano (abuso di potere, mafia, etc…)? Forse sarà questa la prossima grande rivoluzione sociale!
    Continuo con un’ Opera in 3 atti in LA minore.
    OUVERTURE
    Verità, sapere, realtà…. Ma se in realtà non so cosa è la verità.
    Congetture, confabulazioni e demagogia.
    Ragionamenti, scoperte, tecnologia.
    Sogno o realtà,
    Menzogna o verità
    Libertà o sorte,
    Vita e puoi morte.
    PRIMO ATTO
    Il manifesto è una ulteriore prova che il linguaggio corrente va bene per fare politica, va bene per fare etica, ma non va bene per cercare di spiegare cosa è la verità o la realtà.
    SECONDO ATTO
    Le coscienze individuali o collettive di oggi (parlo per me ma questa formula dà più forza alla mia idea…) non credono più ai manifesti politici, come potrebbero? Posso essere più o meno d’accordo con il manifesto ma che impatto ha su di me? La politica soccombe oggi davanti alla forza e alla potenza di cambiamento che produce il dialogo diretto con la natura e non più con le coscienze umane! Questo dialogo con la natura (che chiamo anche scienza) è la vera grande rivoluzione.
    TERZO ATTO
    Quando smetteremo di credere di essere padroni del nostro destino?
    Sarà stato l’Illuminismo o meno ma prima o poi doveva accadere. Una volta che l’uomo diventa consapevole di essere rinchiuso in un “pianeta” finito immerso in un mare infinito di altri pianeti, si trova da solo davanti alla sua immensa solitudine. Nella vertigine di questa realtà universale la religione e la politica diventano una semplice conseguenza dell’agire su questo nuovo paradigma di “mondo”.
    Adesso navighiamo alla mercé delle nostre scoperte scientifiche, non possiamo fuggire, ci attraggono con la stessa forza con la quale vorremmo fuggire della morte. (fine tragico di quasi tutte le opere)
    EPILOGO
    La politica, la conseguenza necessaria! Ragioniamo di più sulla causa di questa conseguenza: il veloce avvicinamento all’immortalità prodotto dalla scienza e la tecnica. Nessuna religione, nessuna politica potranno mai governare questo istinto di sopravvivenza.
    Sarà un’illusione? Sarà un sogno? O sarà la verità?…
    sono tutte illusioni necessarie come quella di “libertà”.
    Il linguaggio corrente più o meno sofisticato, contestualizzato in uno scenario politico o filosofico non convincono più. La rivoluzione copernicana, o meglio ancora quantistica, hanno prodotto più cambiamenti sociali che tutte le correnti e scuole filosofiche insieme. Da allora le correnti, scuole di pensiero ed altre categorie stabilite dalla ormai decadente tradizione intellettuale, non sono altro che una conseguenza.

  7. Marco Meneghelli scrive:

    L’attuale crisi economica, che è evidentemente frutto di un grave e patologico scollamento dalla realtà del sistema economico-finanziario, si batte e si supera in un unico modo: con un ritorno alla realtà. Forse è per questo che in filosofia si sta tornando, dopo le ubriacature post moderne, ad un sano realismo. Segno che un’epoca sta finendo per davvero.

    E il realismo isterico di David Foster Wallace e soci non è che il sintomo della crisi della temperie dell’epoca post-moderna giunta alla sua fine, ma non ancora la via d’uscita. Dal realismo isterico, di nuovo patologico, si deve tornare al realismo tout court, senza ulteriori aggettivi.

  8. Leonardo scrive:

    Vorrei solamente porre una mia considerazione…
    Sono assolutamente un profano di filosofia e quanto posso osservare lo devo esclusivamente allo studio dell’arte e della fotografia, che comunque con la filosofia ha molto a che fare, almeno come espressione del clima culturale di determinate epoche.
    Ciò che mi fa balzare, almeno per assonanza, alla mente il manifesto del New Realism è un altra corrente prima di tutto artistico-letteraria, un grande movimento che ha reso celebre l’Italia nel dopoguerra: il Neorealismo. E andando più indietro nel tempo, il neorealismo, specialmente in campo fotografico e cinematografico, ha tratto grande ispirazione dal “mito americano” che è stato alimentato dalla fotografia sociale americana, dai fotografi viaggiatori come Walker Evans che, attraverso uno stile documentario, viaggiavano attraverso gli Stati uniti, immortalando e restituendo una realtà. Ancora prima, si può portare l’esempio della letteratura naturalista che così, nel 1848, Honorè de Balzac introduceva: “… il romanziere deve ispirarsi alla vita contemporanea, studiando l’uomo quale appare nella società e aveva rappresentato la società capitalistica, con un nuovo interesse per il fattore economico, di cui aveva messo in rilievo l’importanza predominante nei rapporti fra gli uomini, tenendosi vicino anche nel linguaggio e nello stile alla realtà del mondo rappresentato.”

    Cosa accomuna queste tre correnti?
    In primo luogo l’attenzione che viene riposta alla realtà, all’analisi del reale, al cercare risposta e ispirazione nell’analisi del mondo.
    In secondo luogo, e qui voglio arrivare, che tutte e tre nascono da crisi economiche e sociali destinate a cambiare il sistema in cui si sono sviluppate: in Francia, nel 1847, la crisi economica porta alla nascita della Seconda Repubblica, negli Stati Uniti nel 1929 c’è la Grande Depressione, in Italia dopo la seconda guerra mondiale si raccolgono i cocci di un paese distrutto.
    Una sorta di “oscillazione del pendolo” quindi, che fa si che quando ci sia una struttura socio-economica forte il pensiero si rivolga alla metafisica (il pensiero debole?), quando c’è una struttura socio-economica debole, il pensiero debba rivolgersi alla realtà dei fatti.

    Per questo mi viene da pensare che, se in questo momento tutto il mondo occidentale è scosso dall’avvicinarsi di una corrente filosofica che pone il realismo al centro, un motivo c’è: il sistema in cui viviamo è alle porte di una crisi tanto economica quanto strutturale piuttosto violenta. Il New Realism, forse, è l’unica reazione possibile.

  9. Marco Meneghelli scrive:

    Questo mio nuovo post potrebbe apparire un po’ off topic ma in realtà non lo è:

    Quando Wittgenstein si interrogava sui limiti del linguaggio proponeva in qualche modo, alla fine del Tractatus, un’uscita dal linguaggio. Non tutto si può dire per il tramite del linguaggio. Ora, l’arte, la letteratura, la filosofia, tutte le discipline della parola, continuino pure ad usarle, sono la loro materia. Ma per dire o meglio mostrare, ancora con Wittgenstein, il Nuovo si tratta di uscire dalla dimensione della mera parola e di entrare nel reame della figura, che è come dire, costruire una nuova semiotica. Il grande cinema questa strada la sta battendo da un po’ di tempo in qua. Uno su tutti: David Lynch. E si torni, nella comunicazione pubblica, ad un uso ordinario del linguaggio, cioè non metafisico, non metalinguaggio, non il parlarsi addosso dentro all’universo della semiosi (concetto un po’ datato carissimo Eco) come fanno ormai troppe trasmissioni televisive. Tornare ai referenti, alle rose (alle cose) e non (solo) ai loro nomi.

  10. La posizione di Ferraris mi sembra ancora molto nebulosa e irrisolta. E inoltre, considerando i tempi contemporanei, la via proposta dal “new realism” risulta impraticabile e semplicemente passatista. Non si può mai tornare indietro. La parola-chiave è ancora superamento. E avanguardia.

    Qui le mie considerazioni più estese: http://liberidallaforma.blogspot.com/2011/09/postmoderno-new-realism-serve-una-terza.html

  11. [...] trovo a discutere qui con l’amico Max Giuliani in merito a new realism e narrazioni. Max è quello che io definireri un relativista, ma non ho mai capito davvero in quale [...]

  12. Mauro Menoni scrive:

    Via metempsicosi un bentornato al New Platone…presumibilmente libero dalla caverna e dai mille simulacri…finalmente alle cose stesse…
    Son certo che nella luce del sole…senza occhiali sarebbe un pò meno miope…
    ma…?!

  13. [...] anti-postmoderna di tutt’altra portata– l’ontologia degli oggetti sociali di Ferraris, ora New Realism) era esattamente la risposta forte che si attendeva per opporsi al dominio incontrastato del [...]

  14. Silvano Bordignon scrive:

    Grazie per questo contributo chiaro. Avevo letto l’articolo di Sandro Modeo “Il suicidio della filosofia”,inserto Letture del Corriere del 1 aprile 2012, ed ero riamsto disorientato. Ho insegnato filosofia e psicologia in un liceo sperimenale tanti anni. Adesso faccio lo psicologo. La mia impostazione è “realistica”: i problemi, le emozioni, le paure, quando li si provano, ci sono e basta. Laprima cosa è prenderne atto, senza senza di colpa o altro. Poi da lì si inizia a modificare la realtà. Credo che davvero, come diceva Gabelli, la partenza dai fatti reali ci abitui al rispetto delle cose, della natura, degli altri e quindi, sempre secondo Gabelli, alla democrazia.

  15. Johnny scrive:

    Veramente interessante, stavo consultando per caso su google delle frasi sul realismo e mi sono imbattuto in questa notizia… complimenti per l’ articolo

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