Paolo Ferri, Stefano Moriggi

E’ davvero importante – come sostengono, tra gli altri, Maria Rita Parsi, Tonino Cantelmi e Francesca Orlando (L’immaginario prigioniero, Mondadori 2009) – salvaguardare i più giovani dallo spettro del digitale? Ha un senso, quindi, tentare di recuperare “il significato e il valore di quella ritualità che rafforza e che consente di affondare solide radici nell’esperienza di tutti giorni” nell’epoca delle insurrezioni popolari e culturali innescate dai social network?

I casi di Tunisia, Egitto e Libia – anche su un piano politico – stanno dimostrando, una volta di più, la concreta realtà delle comunità che si creano e si sviluppano sulla rete. La nostra impressione è che i giovani non abbiano alcuna intenzione di recuperare una presunta “esperienza di tutti i giorni” – per altro, molto spesso  contraddistinta da monotonia, ripetitività, quando non addirittura da un sentimento diffuso di precarietà, professionale ed esistenziale insieme.

Senza dubbio, esistono nuovi rischi e inedite opportunità che la vita digitale ha reso possibili. E tanto gli uni quanto le altre stanno progressivamente riscrivendo le abitudini e le priorità del nostro modo di abitare il mondo. Ma sono proprio le generazioni considerate vulnerabili di fronte alle più recenti tecnologie che, in realtà, stanno esplorando questo universo, nel quale invece gli adulti continuano a “navigare a vista”. Facendo nostre le parole che Elisabeth Eisenstein riferiva (1979) alla celebre invenzione di Gutemberg, sembra proprio di assistere a una rivoluzione inavvertita (E. Eisenstein, La rivoluzione inavvertita, tr. it. il Mulino, 1986) – e inavvertita soprattutto da quanti pretendono di comprenderla e gestirla dall’esterno, insistendo magari su improprie e improbabili contrapposizioni: naturale vs artificiale, libro vs rete, ecc.

Emblematico di tale diversa percezione della trasformazione culturale e antropologica in corso è, per esempio, il caso dei segreti del Dipartimento di Stato americano violati da un dipendente dei servizi di sicurezza. I fatti sono noti: ben 2.7 milioni di cablogrammi sono finiti nelle mani dell’ormai celebre fondatore di Wikileaks, Julian Assange, il quale non ha esitato, a partire da novembre 2010, a metterli in rete. Evidentemente, nemmeno Hilary Clinton ha realizzato la rapidità e la viralità delle informazioni quando circolano in internet – specie se, come ha dichiarato, credeva davvero di compensare il dilagante imbarazzo diplomatico sollevando la cornetta del telefono… Allo stesso modo Mubarak e Gheddafi non si sono resi del tutto conto che “staccare” la rete ai giovani dei loro rispettivi paesi non è impresa così semplice – soprattutto se proxy server “amici” riescono a mantenere attiva la comunicazione, pur trovandosi dall’altra parte del mondo.

Ma per fortuna, la potenza della rete non fa bella mostra di sé solo in casi di censura violata; anzi, i cosiddetti nativi digitali vivono “pacificamente” insieme a noi, pur condividendo una dimestichezza e una naturalità nel destreggiarsi in internet analoghe a quelle di Assange o dei loro (quasi) coetanei che sull’altra sponda del Mediterraneo sognano una libertà reale, frequentando il digitale come un concreto spazio di lotta e di manifestazione del dissenso.

Non solo. I nativi digitali, infatti, non costituiscono un’unica e indistinta tribù, come pensava il pedagogista newyorkese Marc Prensky in un ormai celebre articolo dell’ottobre 2001 (“On the Horizon”, MCB University Press, Vol. 9 N. 5, pp. 1-6). Alla luce dei più recenti studi, le evidenze relative a capacità e frequenza di utilizzo dei media ci costringono a distinguere diverse tipologie di nativi (P. Ferri, Nativi Digitali, Bruno Mondadori, 2011). Dai dati a nostra disposizione si possono riconoscere almeno tre gruppi che scandiscono la transizione dall’analogico al digitale: i nativi digitali puri (0-12 anni), i millennials (13-18 anni) e i nativi digitali spuri (19-25 anni).

Ma per polarizzare e rendere più esplicativo il ragionamento prendiamo in considerazione le differenze tra i due “estremi”: i nativi digitali puri e quelli spuri.   Gli studenti universitari, per esempio, sono integralmente transitati al digitale nelle loro pratiche comunicative e relazionali: navigano tantissimo in Internet (98%), quasi tutti utilizzano Facebook (70%) e usano il cellulare prevalentemente per sms, foto e video, piuttosto che per telefonare. Tuttavia, il loro uso del Web è ancora condizionato da un imprinting gutemberghiano. Sono loro stessi a definirsi utenti di base del Web e solo il 21% si ritiene un utente esperto.

Il fatto è che la loro capacità di gestire i tools del Web 2.0 è stata un po’ sopravvalutata, specie da noi cosiddetti immigranti digitali che ci occupiamo di nuovi media. O meglio, oggi siamo in grado di affermare che su questa generazione di confine sia stata proiettata una serie di competenze digitali, una capacità di gestione della comunicazione multimediale e una conoscenza tecnologica che è propria solo dei più piccoli: i nativi digitali puri (0-12 anni), appunto.

Se, invece, prendiamo in considerazione i bambini da 0 a 12 anni, ci rendiamo allora conto come e perché siano loro i “veri nativi”. Hanno un’esperienza diretta sempre più precoce degli schermi interattivi digitali – consolle per i videogiochi, cellulari, computer, iPod – così come della navigazione in Internet. Nelle loro case e nelle loro stanze, infatti, i media digitali sono sempre più presenti, e con essi aumentano le esperienze di intrattenimento, socializzazione e formazione mediate e vissute attraverso Internet e i social network, oltre che dalle consolle per videogiochi.

Per loro l’identità reale e l’identità virtuale sono un continuum integrato fin dalla prima infanzia, ma questo (eccezioni a parte!) non costituisce di per sé un elemento di alienazione o di dipendenza patologica. Come dimostrano i più recenti studi sulla plasticità neurale (si veda, per esempio, J. Verghese et al., “Leisure Activities and the Risk of Dementia in the Elderly”, in The New England Journal of Medicine, 348, pp. 2508-2516) le strutture cerebrali vengono modificate molto più rapidamente e sistematicamente dagli strumenti e dal contesto nel quale i soggetti si trovano a vivere e operare.

La tecnologia caratterizzante le generazioni degli immigranti era il libro, quella dei nativi sono gli schermi interattivi connessi a internet. I primi si sono formati ascoltando e leggendo, i secondi videogiocando e cliccando. E’ per questo che non deve apparire un azzardo sostenere che lo sviluppo delle connessioni neurali di chi è nato nell’epoca di internet è differente da quello dei figli e dei nipoti del libro…

Questa affermazione, che a qualcuno potrebbe suonare astratta, trova un riscontro concreto se si indagano proprio le passioni e le ossessioni relative al mondo digitale degli immigranti e dei nativi (S. Mantovani, P. Ferri, Digital Kids, Etas, Milano 2008). Genitori e insegnanti sono molto spaventati dalla rete e dagli effetti nefasti che – ai loro occhi – la frequentazione degli schermi interattivi potrebbe produrre sui loro figli e studenti. Non di rado, per loro l’universo digitale è infatti pericolosamente popolato da fantasmi inquietanti (cyber-bullismo, pornografia, pedofilia, ecc.). Quasi sempre per gli adulti i rischi eccedono le opportunità e l’ombra di condotte e contenuti “a rischio” fa per lo più prevalere l’emotività della preoccupazione sulla razionalità dell’analisi.

Se passiamo invece a esaminare la percezione del rischio e lo spettro delle opportunità che la rete offre dal punto di vista dei nativi, il panorama cambia radicalmente. Quanto ai potenziali pericoli, si esauriscono nella possibilità di prendere virus (informatici, ovviamente!), di danneggiare il computer dei propri genitori o della scuola, o nella perdita economica conseguente a un eccesso di spesa dovuto al superamento delle soglie previste dai contratti dei provider (P.C. Rivoltella, Screen Generation, Vita e Pensiero 2006).

Mentre per quel che riguarda le opportunità – oltre, ovviamente, alla comodità del poter accedere a un mondo di conoscenze (non necessariamente scolastiche) tramite un semplice click – la principale occasione che individuano nella frequentazione della rete è quella di socializzare, di mantenersi in contatto e stringere nuove e più profonde amicizie con la rete dei pari – ovvero, con il gruppo di amici che frequentano anche nella loro vita “reale”.

Inoltre, come dimostra la letteratura scientifica internazionale – ma anche una recente ricerca condotta da due psicologi italiani (M. Lancini, L. Turuani, Sempre in contatto, Franco Angeli, 2009) – esiste una correlazione diretta tra la tendenza a socializzare in presenza e quella a crearsi contatti mediante social network – e quindi, una correlazione inversa tra utilizzo dei social network e patologie legate alla depressione-ritiro o all’autismo.

Come conciliare due approcci così distanti al mondo digitale e alle sue nuove regole? Escludendo anacronistiche ipotesi “neoluddiste” e malriposte nostalgie di una presunta natura umana violata e perduta (S. Moriggi, G. Nicoletti, Perché la tecnologia ci rende umani, Sironi 2009), sarebbe invece più opportuno che genitori e insegnanti – oltre che, in un prossimo futuro, datori di lavoro e decisori istituzionali – passassero più tempo con i loro figli e i loro più giovani collaboratori allo scopo di rendersi maggiormente consapevoli che per i nativi il digitale è una “solo” una dimensione del reale. Gli immigranti dovrebbero pertanto sforzarsi a comprenderne logiche e dinamiche – se non altro per evitare di ritrovare, prima o poi, i propri piccoli segreti di famiglia pubblicati su Wikileaks…

Share →

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>

Il tuo commento dovrà essere approvato prima di apparire.

contatti

Associazione Culturale Alfabeta
Via Tadino 26 - 20124 Milano
info@alfabeta2.it

© 2010-2014 Alfabeta2 - tutti i diritti riservati