Guido Vitiello

Contro una civiltà che «eleva la macchina a modello ideale e comportamentale di vita», è necessario inocularsi «il vaccino di un’adeguata porzione di piaceri sensuali assicurati, da procurarsi in lento e prolungato godimento», e tutto ciò «per un progressivo quanto progressista recupero dell’uomo, come individuo e specie». Lo storico delle idee che dovesse compiere una perizia su queste parole tolte dal «manifesto programmatico» di Slow Food vi rileverebbe senz’altro qualche traccia del Marx dei Manoscritti, nonché di un buon numero di utopisti alla Fourier; in dose ancora maggiore, le nostalgie preindustriali di un Ruskin e il droit à la paresse di Lafargue, il tutto condito dal gergo contestatario della «riappropriazione» (che sottintende l’assai dubbia premessa che una serie di buone cose ci appartenessero, prima che il capitalismo piombasse come un rapace a portarle via). Ne concluderebbe che l’ideologia dell’organizzazione di Carlo Petrini è uno strano ibrido, in bilico tra antimodernismi di sinistra e di destra. In entrambi i casi, contro il corso della storia. Proviamo però a calarci nei panni di un pubblicitario incaricato di creare una campagna di spot televisivi per Slow Food che dovesse illustrare la filosofia dell’organizzazione, magari ricorrendo a queste parole del fondatore: «Un Barolo Chinato sorseggiato assaporando una tavoletta speziata, o un Moscato Passito bevuto con un gianduiotto torinese, sono esperienze che lasciano una traccia nell’anima». Questo ipotetico pubblicitario, crediamo, farebbe ricorso a un morbido ralenti per rendere palpabile l’idea della lentezza; affiderebbe le parole di Petrini a una voce fuoricampo suadente e intima, in grado di evocare il calore di relazioni sottratte alla presa gelida della civiltà delle macchine; chiederebbe al tecnico del suono di dar risalto ai rumori che suggeriscono la consistenza, la texture dei cibi – la tavoletta che si spezza, il vino che gorgoglia nel calice – per celebrare il trionfo sinestetico ed erotico di un sensorio finalmente «disalienato». Ebbene: questo spot sarebbe poi così diverso dai tanti che erotizzano il cibo mostrando fragole che si tuffano nel latte in un ralenti estatico, o che esortano a «far l’amore con il sapore»? Al netto di tutte le differenze, l’esaltazione dei sensi incoraggiata dalle multinazionali dell’alimentazione è davvero di segno opposto rispetto a quella di Slow Food? E se sì, in che modo?

Il dilemma è tutt’altro che semplice, e il lettore che si aspetti una risposta resterà deluso. Ma può essere utile ricordare il caso del Club Méditerranée, la catena di villaggi turistici che è tra gli emblemi della civiltà del loisir e dell’edonismo di massa. Ebbene, Gilbert Trigano – che fu l’anima del Club Med fin dagli albori negli anni Cinquanta – si era abbeverato in gioventù alle dottrine di Trotzkij e Fourier. Nella sua visione, il villaggio doveva essere una microsocietà libera e senza classi, dove le note discordi dell’invidia sociale non fossero che un’eco lontana e i rapporti umani fossero affrancati dal medium gelido del denaro, sostituito da palline colorate (che si pagano in denaro, ma tant’è). L’aspirazione a creare un isolotto di vita non contaminata dalla civiltà capitalistica finisce però per ricongiungersi, per vie nemmeno troppo tortuose, alle esigenze di quella stessa civiltà, e anzi ne diventa il simbolo. Allo stesso modo, il «piacere del lento godimento» a cui inneggia il manifesto di Slow Food contro «gli efficientisti dai ritmi veloci [che] sono per lo più stupidi e tristi» non suona certo rivoluzionario in un tempo che ha fatto del «benessere» (aggiungeremmo: olistico) una delle sue parole d’ordine. Si dirà che l’organizzazione di Petrini non è solo questo, non si riduce ai proclami kitsch che sembrano scritti da Erri De Luca. Non c’è solo la retorica del consumo godereccio e degli antichi sapori: c’è un’idea della produzione, una visione della politica agricola, una critica dell’industria alimentare. Tutti aspetti di cui si è occupato Luca Simonetti in un pamphlet formidabile, Mangi chi può. Meglio, meno e piano. L’ideologia di Slow Food (Mauro Pagliai 2010), dove si sostiene peraltro che il miracolo di Slow Food consiste nell’aver conciliato il cibo e l’impegno, «il genuino desiderio di mangiare bene e l’ansia di “stare dalla parte giusta”». Un discorso che, aggiungeremo noi, si potrebbe estendere con profitto ad altri guilty pleasures redenti, specie in letteratura (tutto quel mondo di noir e romanzi-fumettone che un tempo sarebbero stati bollati come paraletteratura e che diventano piaceri legittimi se vi si annettono pretese «antagoniste»). Ma colpevoli o meno, sono i piaceri a occupare il centro della scena. La pubblicità che fa del nostro sensorio un territorio di caccia e il movimento di liberazione che vorrebbe riscattarci dal suo dominio culminano entrambi, in ultimo, nell’istante fuori dal tempo del consumo, in questo nunc stans paradossale del godimento dei sensi, assolto da ogni colpa ideologica.

Michel Houellebecq aveva notato questa concordia discorde in una digressione su Aldous Huxley nelle Particelle elementari. Nel 1932 Huxley prefigura un Mondo nuovo dove i progressi medici garantiscono l’eterna giovinezza, la libertà sessuale è totale e il dolore abolito per via farmacologica. Trent’anni dopo compare il suo ultimo libro, L’isola. È ambientato in un’isola tropicale paradisiaca dove «si è sviluppata una civiltà originale, lontana dalle grandi correnti commerciali del XXI secolo, una civiltà molto avanzata sul piano tecnologico ma al tempo stesso rispettosa della natura». Un altro mondo, certo. Ma preoccupantemente simile al primo. Huxley non sembra essersi accorto dell’analogia, «fatto sta che la società descritta in Isola è tanto vicina al Mondo nuovo quanto la società hippy libertaria lo è alla società borghese liberale». Che tra la civiltà del Fast Food e quella dello Slow Food la via sia più breve di quanto s’immagina? Chissà. Di certo il corto circuito dei due mondi sprigiona scintille che vale la pena stare a osservare.

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