Luca Bandirali e Enrico Terrone

Tra gli eventi del Comune di Latina per il “Giorno della Memoria”, c’è una mini-rassegna denominata “Cinema malgrado tutto” che si apre con la proiezione del Kapò (1959) di Gillo Pontecorvo. La scelta appare discutibile: il film di Pontecorvo contiene il famigerato “carrello di Kapò” che la critica francese – con i testi di Jacques Rivette (1961) e Serge Daney (1992) – ha eletto a emblema dell’immoralità cinematografica.

Il dibattito sul carrello di Kapò viene da lontano e porta lontano, ma se davvero si vuol prendere sul serio questa ricorrenza denominata “Giorno della memoria”, è bene seguirne le linee principali.

All’origine c’è la riflessione filosofica sul binomio etica/estetica, che trova la sua formulazione più lapidaria nella massima di Theodor Adorno: “Scrivere una poesia dopo Auschwitz è un atto di barbarie”. L’intervento di Rivette su Kapò precisa l’assunto adorniano: scrivere una poesia su Auschwitz  vale come una barbarie al quadrato, e il carrello cinematografico ha proprio il ruolo di una decorazione poetica dell’evento disumano: “Guardate, in Kapò, l’inquadratura in cui Emmanuelle Riva si suicida, gettandosi sul filo spinato ad alta tensione: l’uomo che decide, a questo punto, di fare un carrello in avanti per inquadrare il cadavere dal basso verso l’alto, avendo cura di porre la mano alzata esattamente in un angolo dell’inquadratura, ebbene quest’uomo merita solo il più profondo disprezzo” (“Dell’abiezione in “Cahiers du cinéma”, n. 120, giugno 1961). L’idea di Rivette è molto precisa: quando c’è da filmare una persona che muore in un campo di concentramento, non devi fare un virtuosismo con la macchina da presa, non devi cercare un effetto di composizione del quadro, non devi lasciarti andare alla sbrodolata retorica; di fronte a certi eventi occorre mantenere pudore e contegno, e questo contegno adeguato il cinema lo esprime innanzitutto attraverso la costruzione dell’immagine e la scelta del punto di vista. “Ci sono cose che non devono essere affrontate che nel timore e nel brivido” – scrive Rivette – “e la morte è una di queste”.

Dunque a partire da tale argomento singolare – rivolto contro una singola sequenza di un singolo film – si può costruire una concezione critica generale: è quanto ha provato a fare Serge Daney nel suo “Il carrello di Kapò”, un saggio cruciale che ha influenzato e continua a influenzare la riflessione sul ruolo dell’arte nella società contemporanea (si veda ad esempio Questo è il paese che non amo di Antonio Pascale, dichiaratamente ispirato a Daney).

La maggior parte delle obiezioni all’argomento del carrello si rifanno invece al dato personale e biografico: si leggano ad esempio queste parole di Tullio Kezich contro Rivette, in difesa di Pontecorvo: “indigna la condanna ‘morale’ (da che pulpito?) di un cineasta che fra l’ altro è approdato al cinema politico da un impegno resistenziale assunto a rischio della vita”.

(http://archiviostorico.corriere.it/1995/luglio/17/Verdetti_cinephiles_quel_film_non_co_0_950717866.shtml)

Ma sono argomenti fuori bersaglio. Nel testo di Rivette c’è in effetti un eccesso di virulenza che dipende dal presupposto della politique des auteurs in base al quale l’artista e l’opera sono inscindibili. L’argomento di Kezich però non fa che rovesciare le cose mantenendo immutato il presupposto “autorialista”: per Rivette se il film è abietto, anche l’uomo è abietto; per Kezich se l’uomo è integerrimo, anche il film è integerrimo. Invece l’arte ha le sue regole che non sempre sono quelle della vita ma fanno comunque parte della vita, per cui può succedere che un uomo massimamente integerrimo giri un film abietto o una sequenza abietta, e se accade è giusto deplorarlo, nell’interesse di un progresso culturale comune, senza che si debba gridare alla lesa maestà. Per stabilire da che parte sta la ragione, in fin dei conti, l’unico modo onesto è di rivolgersi all’oggetto del dibattito, nella fattispecie il carrello di Kapò:

Sarà anche vero che “la mano alzata” non si trova “esattamente in un angolo dell’inquadratura” (Rivette non aveva né il videoregistratore né YouTube), ma permane qualcosa di forzato, di enfatico, di eccessivo (in una parola: di “abietto”) in quel carrello in avanti che trasforma un corpo umano straziato in una bella composizione pittorica. Peraltro nel 2011 si può anche rilevare quanto l’analisi di Rivette fosse parziale: infatti non teneva conto del sonoro (la critica dell’epoca era tendenzialmente sorda): se oltre a guardare il carrello il critico francese si fosse messo in ascolto, ebbene, l’incedere “partecipe” delle musiche di Rustichelli non gli sarebbe sembrato meno torbido, ma soprattutto avrebbe notato in esatta corrispondenza con la posizione orrendamente “plastica” di Emmanuelle Riva, un glissando degli archi, ossia quello che nella tecnica musicale si chiama “abbellimento”.

La questione dell’abbellimento tocca sul vivo il senso di questa ricorrenza denominata “Giorno della memoria”: se il commemorarla dev’essere soltanto un abbellimento del calendario, un’occasione per gratificarsi a colpi di retorica, di arte e di poesia, allora meglio lasciar perdere. Ha senso commemorare un “Giorno della memoria” soltanto se ci si approssima alla tragedia storica con contegno e pudore, “nel timore e nel brivido”. E soltanto se ci si impegna perché questo accada per tutte le altre tragedie, in tutti gli altri giorni dell’anno.

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10 Risposte a Il giorno del carrello

  1. andrea inglese scrive:

    Segnalo, particolarmente in tema, questo pezzo:

    http://www.nazioneindiana.com/2011/01/27/notte-e-nebbia/

  2. Edoardo scrive:

    Caro Enrico, un giorno anche i critici francesi forse guariranno dall’iperbolite, che non affliggeva soltanto Derrida :-D
    Mi viene subito in mente La ricotta di Pasolini, o anche la morte di Ettore in Mamma Roma (ma i contresempi possibili saranno numerosi): cosa diciamo, che Pasolini si compiace di mostrare la morte in maniera estetizzante? Oppure critichiamo Spielberg per l’iperrealismo virtuosistico dell’incipit del Soldato Ryan?
    La critica di Rivette poteva avere senso all’epoca, ma adesso che il cinema ci ha abituati a ogni tipo di ipervisione mi pare che abbia perso tutta la sua efficacia e suoni orribilmente retorica.

  3. Mala scrive:

    La Giornata della Memoria è utilissima perchè a scuola la maggior parte dei ragazzi NON vuole sapere cosa è successo. Molti in classe chiedono se sia vero, come hanno letto su Facebook, che le foto e i filmati dei campi di concentramento sono finti, ritoccati con Photoshop!
    I gruppi che diffondono qualunquismo o che negano direttamente i fatti, con o senza “abbellimenti”, sono in vertiginosa espansione. Questi sono molto seguiti, al contrario dei “critici del capello”.

  4. Ai bordi di un inferno di nome Tijuana, in fondo all’America (o forse al suo inizio), laggiù c’è un muro. A separare i buoni dai cattivi. Raramente se ne parla perché – si sa – i muri sono passati di moda, ci son venuti a noia. I Pink Floyd troppo vecchi ormai. I musei virtuali, quelli sì, vanno, i parchi a tema, che riproducono e ricordano, ma non coinvolgono abbastanza. E il Great Mexican Wall (di fattura tutta made in USA) fa ormai anch’esso parte della tappezzeria. Chi vuole andare in Messico d’altronde ci va by plane, o passando da altri varchi. Anche gli “appassionati” del Chiapas, che spesso non disdegnano un fuori programma a Cancun o Puerto Escondido prima di tornare a casa e denunciare ingiustizie alle quali tutti, volenti o nolenti, partecipiamo. Perché questo significa vivere in una società consumistica e post-trauma, dove il trauma è differito, trasmesso, bloggato, twittato, e spesso abbellito, ce lo ritroviamo sui banchi dei supermercati e negli outlet più esclusivi. Ce lo mettiamo appunto nel carrello.
    Ma se arrivi alla frontiera dalle parti di San Diego, allora la pagina scritta assume immediatamente misure tridimensionali. A partire dal cartello appeso su una corsia della Interstate 8 che arriva fino al confine: Mexico Only, dice, No Return To USA. Tijuana, città dolente. Malgrado nella Piazzetta dell’Amicizia, lato USA, un cartello riporti una “Friendly Dedication“ che inneggia all’amicizia fra i due paesi, “i quali condividono orgogliosamente una storia e un passato comune”. E un presente di nome NAFTA (che si sta evolvendo in un futuro di nome ALCA) e che si tocca con mano solo passando da lì. Attraverso orrende gigantesche e pesanti porte girevoli fatte di sbarre di acciao. A separare l’ennesimo lato A e lato B. Da una parte Tijuana, fitta di case e palazzacci, cupole e croci, e il Tricolore messicano ad accogliere processioni continue di disperati al ritorno da una visita finesettimanale ai parenti, quelli riusciti a realizzare l’American dream. Dall’altra San Diego e i suoi giganteschi outlet dove le Polo Ralph Laurant costano il 70% di meno, per non parlare di Timberland, Levi’s, Lacoste… Tutto Made in Mexico, tutto Made in Haiti. Lato A e lato B. Loro la manodopera. Noi i clienti. Che una volta o due all’anno ci degniamo di ricordare. Ma noi tutti, nel nostro carrello, non facciamo mai mancare nulla. Nemmeno le dosi massicce di fosforo per alimentare la memoria. Meglio forse sarebbero quegli occhialetti che danno al cinema per vedere i film di fantascienza, così da restituire tridimensionalità alla realtà appiattita da noi privilegiati occidentali i mass media. E al trauma la sua portata.

  5. Enrico Terrone scrive:

    Caro Edoardo, i due finali di Pasolini che citi in effetti io li trovo orrendi, uno sfoggio di cultura pittorica di una gratuità irritante, proprio come l’uso delle musiche di Bach in Accattone (per fortuna negli ultimi film è arrivato Morricone che gli ha messo la sordina).
    L’incipit del Soldato Ryan invece è perfettamente motivato perché in quel caso lo sguardo cinematografico è dentro al mondo narrativo, anziché calare sul mondo come la pennellata di un pittore pompier.
    Per me l’argomento del carrello resta attuale: un abbellimento maldestro sottrae verità alla tragedia e sulla china del “purché se ne parli” si rischia di finire a commemorare il giorno della memoria raccontando barzellette sui campi di concentramento.

  6. Edoardo scrive:

    ok Enrico, vada, non ti va Pasolini e infatti che sia estetizzante non lo si può negare. Ma in quella spettacolare sequenza iniziale Soldato Ryan (una delle cose più forti che io abbia mai visto al cinema, e secondo me il vero film sono quei primi dieci minuti) c’è qualcosa che mi ha colpito molto, e che farebbe necesariamente cadere Spielberg sotto i colpi del tuo carrello argomentativo: a un certo punto un soldato raccoglie da terra il proprio braccio staccato di netto e lo guarda con incredulo stupore. Questo non è forse iperrealismo estetizzante? O vogliamo dire tutta la crudeltà insita nei microeventi del genere il soldato sente l’elmetto colpito dal proiettile allora si leva l’elmetto e si compiace di essere salvo e in quell’istante esatto un proettile gli perfora il cranio?
    E vogliamo parlare di Munich, che trovo un film splendido? Vogliamo parlare del volto dell’atleta israeliano con la mascella squarciata e la dentatura in vista, oppure della donna giustiziata lentamente inesorabilmente dagli agenti con le piccole cerbottane?
    Insomma, non c’è scampo: l’argomento del carrello (e ti sono grato di avermelo fatto) mi pare che sia confutato dall’attuale norma(lità) del cinema della crudeltà (non parliamo nemmeno di certe scene di Cronenberg o Lynch,o Tarantino: sarebbero tutti da carrellare…).
    Che ne dici?

  7. Enrico Terrone scrive:

    L’unica cosa che posso dirti, Edoardo, è che il carrello e la crudeltà non sono esattamente la stessa cosa. Il carrello è, diciamo così, la crudeltà più il trombonismo. O meglio ancora: la crudeltà neutralizzata dal trombonismo. In una parola: l’impostura. Infatti Serge Daney nello “Sguardo ostinato” (1994, trad. it. Castoro 1995, consigliatissimo!) contrappone al carrello di Kapò la morte crudelmente ma non trombonescamente filmata in “I racconti della luna pallida d’agosto” di Mizoguchi. Se i prendi il carrello, insomma, non sei costretto necessariamente a buttarci dentro tutto Spielberg, tutto Lych, tutto Cronenberg e tutto Tarantino: puoi sempre decidere caso per caso.

  8. paolo ferrarotti scrive:

    Caro Enri, ho (ri)visto (?!) la scena del carrello e, a parer mio – vedendo la sequenza decontestualizzata – il carrello è proprio ciò che salva invece la scena e aggiunge tragicità all’interpretazione di una “scema”, che, diversamente, più che suicidarsi, sembrerebbe volersi precipitare verso l’ultimo carrello disponibile della Koop, finendo -giustamente- abbrustolita, per non essersi accorta, nella foga dell’accaparrazione consumista, della rete elettrificata che vi si frapponeva!!! Un ancora adorniano, nonostante tutto, (ex)P(d)F.

  9. [...] e irrappresentabile innescati da cineasti-teorici come Jacques Rivette e Serge Daney contro il carrello di macchina in Kapò di Gillo Pontecorvo, polemiche riprese recentemente, in forma più [...]

  10. [...] estetica, drammaturgica, sottolineata dall’abbellimento degli archi nella colonna sonora (Luca Bandirali e Enrico Terrone, Il giorno del carrello, “Alfabeta2”, 2011). Enfasi estetica: questo carrello è un orpello che conclude la sequenza, [...]

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