Maurizio Ferraris

Bagna cauda, finanziera, agnolotti alla piemontese, pisci d’ovu, babbaluci a picchipacchi, piscistocco alla ghiotta, tartaruga al madeira, poulet archiduc, canard à la presse, truffes au champagne. Confesso che anch’io ho sofferto sulle ricette disseminate da Umberto Eco in Il cimitero di Praga, ho incominciato a contarle, a un certo punto mi sembrava davvero che fossero messe lì per allungare il brodo. Poi ho capito che erano tra i pochi documenti verificabili in un libro sui falsi, e soprattutto ho capito che non è vero che tutti i personaggi sono storici tranne Simonino Simonini, che è di invenzione. Piuttosto, è il contrario. I personaggi storici sono appunto falsati dalla storia, mentre Simonini è vero per intero, ed è Umberto Eco. Simonino Simonini c’est lui, e Il cimitero di Praga è un’altra tappa di quella autobiografia incominciata con Il nome della rosa (e in realtà con Diario Minimo) e proseguita attraverso gli altri romanzi (giusto per dire, la Bompiani anni Sessanta raccontata in Il pendolo di Foucault, o la Milano anni Novanta di La misteriosa fiamma).

Verifichiamolo. Simonini è del 1830, Eco del 1932. Alessandria scompare, e le descrizioni di città incominciano con Torino, ma proprio per questo l’infanzia torinese di Simonini trascorre in casa. In fatto di infanzia piemontese (che per esempio nel Pendolo di Foucault era rappresentata da Nizza Monferrato), nel Cimitero di Praga viene menzionata Avigliana. Qui Eco andava in vacanza da bambino, vicino alla Sacra di San Michele, che è il modello del monastero del Nome della rosa, e qui viene fabbricata la canfora che è tra gli ingredienti della bomba con cui, a mo’ di Pietro Micca senza ideali, Simonini esplode alla fine del Cimitero di Praga. Restando ai luoghi, a Parigi, Simonini e il suo doppio Dalla Piccola abita (abitano?) nella Impasse Maubert, un chilometro e mezzo, 19 minuti a piedi secondo Google Maps, dai paraggi della rue du Vieux-Colombier dove ha casa Eco, i cui dintorni (Place Saint Sulpice, rue de Grenelle, rue du Four, rue du Dragon, rue de Sèvres, rue du Cherche-Midi, rue de Rennes) pullulano nella narrazione.

Dunque, due storie parallele sfalsate di cent’anni: Simonini ed Eco studiano a Torino, entrambi hanno a che fare con i mass media, i giornali, l’editoria, i best-seller, la produzione di documenti, l’ideologia. Il parallelismo si ritrova nella Storia (dai cupi anni Cinquanta alla Comune di Parigi, prefigurazione del Sessantotto, poi la reazione e l’instaurarsi di un populismo mediatico) e si nasconde anche nei dettagli. Ai tempi della Comune, proprio come Eco nei primi anni Settanta, Simonini ha la barba nera leggermente brizzolata. Si dirà che la prova è debole, ma cosa dire del fatto che, invecchiando, Simonini si munisce di un bastone animato, arma che Eco ha confessato scherzosamente di volersi procurare da quando porta il bastone? Tout se tient, e  la differenza più di sostanza è che a Simonini piace il vino rosso, notoriamente aborrito da Eco.

Ma perché identificarsi con un falsario assassino antisemita? Ci sono quelli che si esaltano nelle autobiografie, come Nietzsche. C’è chi, come Eco, si deprime, perché nessuno è grande, agli occhi di un piemontese: “Non è che si amasse particolarmente, ma il fastidio che sentiva per gli altri lo induceva persino a sopportarsi”. La musa fondamentale di Simonini, come di Eco, è l’antiromanticismo: Nievo lo esaspera perché si commuove sino al pianto “come accade ai poeti”, e tra i ristoranti che frequenta a Parigi c’è  il Lapérouse in quai des Grands-Augustins, dove nella Recherche Swann amava pranzare perché gli ricordava la via in cui abitava Odette, e in cui invece Simonini si concede un sontuoso e solitario banchetto alla faccia dei galeotti “assassini o idealisti che fossero”. Di Eco, Simonini condivide anche gli incubi: l’incubo della perdita della memoria, quello della onnipotenza dei documenti, e soprattutto l’incubo della stupidità, degli uomini che preferiscono le tenebre alla luce, la controfinalità che nega bellamente qualsiasi idea di progresso.

Sono passati trent’anni dal Nome della rosa, e non hanno portato ottimismo: c’è la satanista che si converte e pubblica le sue memorie, c’è quello che copia i dossier dai romanzi e i romanzi dai dossier, c’è il voltagabbana per interesse ma soprattutto per il gusto di farlo, c’è il despota che sale al trono grazie alla democrazia, e soprattutto c’è la gente è disposta a creder tutto. De nobis fabula narratur. Questo romanzo non è antisemita, è anti-italiano, e la critica della ideologia del Cimitero di Praga segnala quel cambio di umore che si era già registrato nelle analisi del populismo mediatico di A passo di gambero (2006), in cui Eco rivendicava una “antipatia positiva”, perché c’è poco da ridere, o da indulgere. Ma l’impianto teorico è molto più antico, e si può risalire alla “Tipologia della falsificazione”, un saggio di Eco apparso in Fälschungen im Mittelalter, atti di un convegno tenutosi a Monaco nel settembre 1986: tutto quello che viene scritto, per il solo fatto di lasciar traccia, prende una dimensione autonoma e viene creduto per vero. È una visione particolarmente apocalittica, io personalmente sono convinto che gli scritti siano anche tutto quello che resta di noi e degli altri, e credo che anche Eco sia di questo avviso, però nel romanzo drammatizza la parte negativa. Tuttavia il punto, in breve, è questo: il documento è un grande costruttore di realtà sociale, ma se si assume che non c’è una realtà indipendente dai documenti, che non ci sono fatti, solo interpretazioni, ecco che allora tutto diventa possibile.

Proprio qui, come sul vino rosso, abbiamo una divergenza tra Simonini, per il quale dopotutto non esistono fatti, solo interpretazioni, ed Eco. Già vent’anni fa con I limiti della interpretazione, Eco aveva messo in guardia contro le derive ermeneutiche.  E in Kant e l’ornitorinco, che esce proprio cent’anni dopo il fatidico 1897 in cui Simonino narra gran parte dei suoi fatti, aveva ribadito la necessità del rispetto di un reale che sta lì fuori e che resiste. Ma, per l’appunto, gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce. E una volta che, con Simonini e contro Eco, si sia ammesso che non ci sono fatti, solo interpretazioni,  tutto è possibile, compresa la creazione dei testi antisemiti dei Protocolli dei savi anziani di Sion, la soluzione finale che se ne avvale, e il revisionismo di chi afferma che le prove sono insufficienti, e che la soluzione finale non c’è stata. Ecco il messaggio che ci viene dal Cimitero di Praga. La foto del cimitero era una delle cartoline preferite proprio da Jacques Derrida, un grande filosofo che aveva sostenuto che nulla esiste al di fuori del testo. Sappiamo che gli ultimi anni di Derrida sono stati spesi proprio a rettificare gli effetti funesti di quella affermazione, e questo va a onore della sua lucidità teorica e onestà intellettuale. È merito di Eco, invece, il non aver ceduto mai alle sirene di questi effetti speciali, anche in epoche in cui non se ne sospettavano le conseguenze. Come sono le ultime parole di Simonini prima di esplodere? “E che diamine, non sono ancora un rammollito”. Certo che no, e cento di questi giorni, Capitan Simonini.

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Una Risposta a “Capitan Simonini c’est moi”

  1. Luca Bandirali scrive:

    Nel romanzo di Eco, Simonini ha un doppio, l’abate Dalla Piccola, col quale dialoga attraverso la scrittura, dando così all’impianto della documentalità un assetto strutturale che concerne non solo il mondo e le sue relazioni, ma anche il personaggio stesso. Ora sorge la questione: se Simonini è Umberto Eco, chi è Dalla Piccola?

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