Christian Caliandro

I “giovani-vecchi” sono una delle peculiarità di questo Paese. Altrove, in Europa e nel mondo, i giovani sono ancora giovani: e non solo quelli “creativi”, secondo una qualifica di larga fortuna nell’ultimo decennio – vale a dire, quelli che inventano cose che prima non esistevano, e che danno forma il futuro – ma anche quelli che non possiedono particolari ambizioni.

In Italia no, per tutta una serie di ragioni storiche. I giovani-vecchi non amano per nulla il nuovo, inteso soprattutto come qualcosa “che disturba”, almeno al primo contatto, proprio perché sconosciuto. Ne fruiscono invece volentieri la versione più edulcorata ed innocua possibile, quella propinata dalla cultura dominante. Si relazionano con voluttà a questa cultura iper-strutturata che li vende, collettivamente, generazionalmente, a se stessi.

E il concetto stesso di “generazione”, a ben guardare, per i giovani-vecchi è sensibilmente diverso da quello che poteva essere, poniamo, anche solo venti o trenta anni fa. Non dimenticate che i giovani-vecchi sono giovani solo all’apparenza. Perciò, invece di affermare i loro gusti e le loro idee anche in opposizione a quelli delle generazioni precedenti (secondo un processo che è valido e funziona sin dalla notte dei tempi, per cui i nuovi gruppi conquistano i loro spazi), li modellano su quelli già esistenti, immancabilmente stantii.

Danno per acquisiti ed immutabili, cioè, modelli e linguaggi culturali che sono stati prodotti storicamente, in determinate circostanze e per rispondere a precise esigenze. Svuotandoli di contenuti, li praticano unicamente come rituale: la produzione e la fruizione culturale in questo Paese, lungi dal configurare una possibile presa inedita sulla realtà, sono divenute nella maggior parte dei casi e dei territori – salvo sporadiche e alte eccezioni – attività pressoché cerimoniali.

I giovani-vecchi dunque, pur indossando jeans attillati, pashmine trendy e pullover all’ultimo grido, e pur sfoggiando acconciature ardite e montature di occhiali da rivista di moda, percepiscono il mondo attorno a se stessi in modo terribilmente e letteralmente “conservatore”, come i pensionati del nostro immaginario, accanitamente ancorati alle proprie abitudini: preferiscono conservare gli schemi interpretativi che altri hanno imposto loro, per il semplice motivo che li hanno trovati così, invece di fondarne di nuovi. Più adatti a comprendere le trasformazioni che stanno accadendo sono i nostri occhi – e che in molti casi ci stanno sfuggendo, in maniera irreversibile.

I giovani-vecchi sono ovunque, camminano e vivono tra di noi, mimetizzandosi abilmente tra i giovani-veri (sempre più rari, sempre più soli, sempre più avviliti). Spopolano in televisione, che naturalmente va matta per questa nuova specie, molto più malleabile e mansueta rispetto agli intrattabili e maleducati giovani-veri. Quando non sono opinionisti carini e improvvisati, portano al parossismo le loro passioni a favore di telecamera (o di sguardo esterno): lo Spettacolo – meta indiscutibile e vaso di ogni desiderio – motiva e carica la loro gioia isterica, la loro gratitudine immotivata, la loro rabbia infantile e la loro invidia onnipresente. I giovani-vecchi vivono la loro esistenza tenendosi ben lontani da ogni forma di “attività”, e attendendo con pazienza di trasformarsi nell’altra temuta specie che ci circonda: i vecchi-giovani.


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