Andrea Cortellessa

«Di cultura non si vive, vado alla buvette a farmi un panino alla cultura e comincio dalla Divina Commedia». Dell’ormai celebre battuta dell’effettivo leader del paese, Giulio Tremonti, nei giorni in cui affossava la funesta legge Gelmini sull’Università (solo per il momento, e comunque per le ragioni più sbagliate), prima delle parole colpisce la mimica: lo sguardo ammiccante e insieme sprezzante, il voltare di scatto le spalle all’interlocutore, l’incamminarsi risoluto per la propria strada. Inequivoco il linguaggio del corpo: abbiamo ben altro a cui pensare, noi.

L’offensiva, del resto, è in corso da un pezzo. Già durante l’agonizzare del secondo governo Prodi era stata notevole una frase del portavoce di Tremonti, Silvio Berlusconi: «Dal governo di centro-sinistra vogliamo azioni, fatti concreti, tutto il resto è poesia». Dalla quale si poteva dedurre come, per chi la pronunciava, «poesia» significasse più o meno «spazzatura». Quella stessa cioè che, per ironia della sorte, di lì a poco porterà il Portavoce di Tremonti per la quarta volta a Palazzo Chigi. Ed è stato proprio a partire dal 2008 che l’offensiva della destra contro la cultura ha conosciuto un giro di vite brutale. Artisti e intellettuali sono stati dichiarati «parassiti» e «fannulloni» dalla testa d’uovo Renato Brunetta, il quale per l’occasione non s’è peritato di restaurare il «culturame» di scelbiana memoria (manca poco, insomma, che a sentir parlare di cultura voglia mettere mano alla pistola).

Ma il disprezzo e l’odio della destra italiana per la cultura non si traducono solo nella boutade di nominare suo ministro Sandro Bondi (del quale si conoscono del resto efferate poesie, appunto, alle quali tempo fa donò un’ispirata prefazione l’ineffabile poeta e maître à penser di Cl, Davide Rondoni: lo stesso che, in stretta sinergia con le scelte gestionali tremontiane, oggi propone – in un non meno efferato pamphlet Contro la letteratura pubblicato dal Saggiatore – la facoltatività dell’insegnamento della letteratura a scuola). Essendo questo «il governo del fare», alle beffe ha aggiunto macroscopici danni: enti culturali decapitati, fondi allo spettacolo decurtati. E il centro del fronte non può che essere l’istruzione pubblica: scuole rase al suolo, università strangolata. L’anomalia italiana è anche questa: una forza economica e politica che ha fondato le sue fortune sulla comunicazione ma che non appena torna al potere, a parte leggi Bunga Bunga da promulgare in tutta fretta a pro del Portavoce, si accanisce a svilire simbolicamente, e a fattualmente svantaggiare, coloro che lavorano proprio nella comunicazione e nel linguaggio: nell’insegnamento e nella cultura, cioè, come nelle arti e nello spettacolo. In particolare l’umiliazione sistematica e l’insulto quotidiano nei confronti degli insegnanti di scuola e università (ampiamente documentati dal libro di Girolamo De Michele, La scuola è di tutti, edito da minimum fax), non possono più essere considerati un portato irriflesso del becerume di governo; li si deve riconoscere come parti di un progetto preciso. Quella che Massimiliano Panarari ha definito (in un fortunato saggio pubblicato da Einaudi) Egemonia sottoculturale non può che essere funzionale a un progetto di dominio economico, sociale e, dunque, politico: coi suoi effetti anche nei termini umilianti dell’analfabetismo di ritorno sul quale è tornato a metterci in guardia Tullio De Mauro.

Tanto le rugiadose parole in libertà di Rondoni che i tagli finanziari prosaicissimi in questi giorni prospettati, con sadica goduria, da Brunetta e Tremonti prefigurano sempre più chiaramente un modello sociale neoclassista: dove solo chi se lo potrà permettere, cioè, avrà modo di accedere all’istruzione superiore. Quella che tra gli altri avrebbe il compito di formare un’opinione pubblica critica e consapevole: per la quale si vede che – malgrado lo strapotere economico e mediatico – si continua a nutrire, evidentemente, una paura fottuta. Il diritto all’istruzione – e dunque al poter partire alla pari, almeno in teoria, nello struggle for life predicato dall’Ideologia del Libero Mercato – è ormai un ricordo. (Alla trasmissione L’infedele condotta da Gad Lerner queste orecchie hanno dovuto del resto ascoltare un altro sopracciò di Cl, Luigi Amicone, proclamare che è venuto il tempo di farla finita col «dogma dei diritti uguali per tutti»).

Va però aggiunto che, se c’è un settore nel quale – sul lungo periodo – gli orientamenti parlamentari e di governo si sono dimostrati perfettamente bipartisan, è proprio quello relativo alla politica scolastica e universitaria (come con efficacia mostrato da Pierluigi Pellini sull’ultimo numero di «alfabeta2»). A posteriori non pare per esempio così difficile identificare una simmetria, e diciamo pure una sinergia, fra il programmatico abbassamento qualitativo dell’Università pubblica – ridotta a laureificio che licenzi a pieno regime lavoratori cognitivi da precarizzare, cioè schiavizzare, in massa – e la zelante incentivazione di Scuole di Eccellenza ad altissimo costo – che hanno ovviamente la funzione di selezionare le nuove élite dirigenti, cioè una nuova razza padrona. Due bracci di una medesima tenaglia alla quale ha dato man forte, negli anni, qualificatissimo personale intellettuale: tanto di destra che di «sinistra».

Se è vero che la funzione intellettuale da tempo non appartiene più a un’élite sociale, ma al contrario essa è sempre più capillarmente diffusa nella nebulosa interclassista alla quale un po’ tutti apparteniamo, primo punto di una sua «coscienza» comune (se non, appunto, «di classe») non potrà che essere la presa d’atto dell’offensiva cui viene sottoposta: proprio dal potere che sul suo sfruttamento fa leva.

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