Gherardo Bortolotti

Riporto una citazione dal famoso articolo di Fredric Jameson, Postmodernism, or The cultural logic of late Capitalism (datato 1984):

What has happened is that aesthetic production today has become integrated into commodity production generally: the frantic economic urgency of producing fresh waves of ever more novel-seeming goods (from clothing to airplaines), at ever greater rates of turnover, now assigns an increasingly essential structural function and position to aesthetic innovation and experimentation.

Questo sarebbe il quadro socioeconomico generale in cui il postmoderno si instaura. Non entro nel merito ma riporto la citazione perché ritengo opinione condivisibile che la “frantic economic urgency” sia ancora in moto, eventualmente accelerato, e che, nei suoi ultimi passaggi, abbia generato quella specie di catastrofe semiotica che è la produzione di contenuti sul web.

La differenza introdotta, rispetto alla nascita del postmoderno, sarebbe di scala, ovvero nella quantità ancor più ingente dei prodotti estetici. Addirittura, la quantità di contenuti (è questo che diventano, sul web, tali prodotti) richiesta è tale che si è introdotto nel ciclo di produzione anche lo user-generated content, ovvero il contenuto generato dall’utente.

L’economia che tiene in piedi il web si configura come una sterminata offerta di contenuti multimediali, dal testo all’audio e al video. Questi contenuti, negli effetti, sono in gran parte prodotti dagli utenti stessi. Messi a disposizione on line, attraggono il pubblico, ovvero altri utenti, che, a loro volta, producono nuovi contenuti e così via. Il traffico che si genera viene venduto agli inserzionisti, secondo una modalità che non è la sola fonte di reddito in rete ma che è certamente la più caratteristica.

In prima battuta, potrebbe sembrare un meccanismo analogo a quello della televisione, in cui agli inserzionisti vengono vendute le “teste” attirate con i contenuti gratuiti dei palinsesti. Tuttavia, l’introduzione dei contenuti generati dagli utenti lo modifica in modo peculiare.

Rifacendosi al caso della letteratura, se un editore vende un testo e, mercificando quel pezzo, innesta nell’economia il circuito di produzione-fruizione a cui appartiene (influenzandolo, per altro, in modo specifico), un provider che offre un servizio di blogging, per esempio, vende l’intero circuito di produzione e fruizione (con altrettanta influenza, si suppone). All’interno del ciclo, dando luogo ad un piccolo paradosso, vige una specie di territorio de-mercificato (sottilmente surreale come un territorio de-nuclearizzato), dato che la fruizione è nella maggior parte dei casi gratuita e l’oggetto offerto, dall’utente all’utente, non è una merce.

Questo aspetto ha diverse conseguenze: la validità semi-automatica dei contenuti, a cui si è spesso accennato, in forza di una necessità strutturale che oblitera ogni altro set di parametri; la validazione conseguente degli utenti che li producono, riconosciuti nel loro ruolo di produttori di discorso senza bisogno di alcun meccanismo di selezione ma in funzione della semplice connessione; la riproposizione di uno scambio culturale basato almeno in parte sulla gratuità; il rafforzamento dei meccanismi di comunità attorno ai contenuti e ai produttori, essendo l’aggregazione diventata il meccanismo di ordinamento più “forte” all’interno dell’accumulo continuo dei contenuti.

In riferimento alla questione del postmoderno, tuttavia, è interessante notare soprattutto che il massiccio ricorso ai contenuti generati dagli utenti, e le dinamiche che essi implicano, comportano un passaggio ben più radicale che non l’azzeramento delle differenze tra cultura “alta” e cultura “bassa” a cui il postmoderno, tra le altre cose, sembrava aver dato luogo. Nel momento in cui ogni prodotto estetico viene riportato al grado zero del suo valore di contenuto, non solo ogni gerarchia corrente viene smontata ma si deve accettare anche l’impossibilità di istituirne altre. Quello a cui si dà luogo non è una rielaborazione, anche radicale, del canone ma la generazione di un contesto in cui il canone non è istituibile.

Considerando che chi naviga on line, legge anche libri o, più in generale, formula delle esigenze culturali non legate solo alla rete, sarà interessante in questi e nei prossimi anni vedere gli effetti di scala della “rieducazione”, indotta dall’uso di internet, sulle aspettative e sull’adeguamento ai ruoli imposti dall’industria culturale per come l’abbiamo conosciuta. E, allargando ulteriormente la questione, sarà interessante vedere cosa succederà alle poetiche di stampo più o meno formalista, che seppur in declino hanno segnato la letteratura dell’ultimo secolo. Costruite sulla nozione di linguaggio poetico come lingua “altra”, ora si dovranno misurare con testi destinati ad uno spazio in cui la logica neutralizzante dei motori di ricerca ed il grado zero della riduzione a contenuti consuma qualunque differenza tra i discorsi.

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Artista alfalibri: Isabella Balena

August 2000, Nagorno Karabak, stepanakert, children, shoes © ISABELLA BALENA www.isabellabalena.com

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