Giuseppe Caliceti

Avendolo conosciuto abbastanza bene, ho motivi di credere che a Edoardo Sanguineti sarebbe interessato non poco il libro di Massimo Panarari, docente di Analisi del linguaggio politico all’Università di Modena e Reggio Emilia. Titolo: “L’egemonia sottoculturale “. Sottotitolo: “L’Italia da Gramsci al Gossip”. Editore: Einaudi. Se non altro perché Edoardo Sanguineti, qualche anno fa, sulle pagine di Liberazione e del Corriere, suscitò scalpore esortando gli intellettuali italiani a riflettere e a studiare un fenomeno mediatico di quei tempi: la Lecciso. A sporcarsi le mani con la realtà, insomma. E’ ciò che fa Panarari nel suo libro che, come l’articolo di Eco sul redivivo “Alfabeta2”, riflette sull’inattualità e il ruolo di una delle figure più bistrattate degli ultimi decenni: l’intellettuale.

Panarari ci ricorda come in Italia si sia velocemente passati da un’egemonia culturale della Sinistra, ad una sottocultura prevalentemente di destra che rispecchia quella del cosiddetto libero mercato: una sorta di plancton popolato da un asfissiante esercito di veline, tronisti, iene, grandi fratelli, vip o aspiranti tali. Pubblicità e pubblicità della pubblicità, sembrerebbe. Culla naturale del fenomeno Berlusconi. Si passa così dalla nozione di “nazional popolare” gramsciana, a quella di un Paese nazional popolare affollata di “mezzi di distrazione di massa” che permettono ai politici di praticare politiche sempre meno democratiche. Il paradosso? Molte delle tecniche di comunicazione dell’attuale, diffusa e invadente comunicazione della politica-spettacolo, – rileva Panarari, – sono nate negli anni Sessanta e dalle riflessioni sul post-moderno degli anni Ottanta. E leader e testimonial più rappresentativi di questa nuova era dell’ignoranza provengono, spesso e volentieri, proprio da sinistra; riciclati poi in una destra populista e di mercato. Panarari ne identifica alcuni: i situazionisti Antonio Ricci, Alfonso Signorini, Maria De Filippi. Manca solo Giuliano Ferrara, per rendere completo il quadretto di famiglia.

Parallelamente al trionfo del berlusconismo, l’acuto e coraggioso libro di Panarari – che dovrebbe essere letto ad alta voce alle Feste dell’Unità e in ogni sezione di partito del cosiddetto centrosinistra, almeno finché esistono, – racconta la desolante storia del centrosinistra italiano, la sua completa e drammatica disfatta. Non tanto o solo elettorale, ma assolutamente e, prima di tutto, culturale: è questa la triste e scottante verità difficile da digerire. Un centrosinistra con leader ingenui, ignoranti, supponenti e/o idioti. Un centrosinistra che ha completamente perso la bussola. Un centrosinistra di orfani di un Pci in cui i capetti, che erano soprattutto gli esecutori diligenti di una ideologia nata altrove, dopo la caduta del muro di Berlino nell”89 non sa letteralmente che pesci prendere. Perché abituato a eseguire, più che inventare. Tanto che, incapace di immaginarsi – ancora prima di lottare per, – una seria e alternativa opposizione, con i loro comportamenti riescono solo a legittimare il berlusconismo.

Uno dei clou di questo spappolamento del centrosinistra, secondo Panarari, avviene con l’atto di presenza di Fassino nella trasmissione tv “Uomini e donne” di Maria De Filippi: “E’ un’egemonia esemplarmente vittoriosa”, – scrive l’autore, – “se alla sua fascinazione non riesce a sottrarsi neppure la sinistra ex (ma proprio molto ex) comunista in cerca di riferimenti alternativi rispetto alla sua tradizione”. E infatti Pietro Fassino, tra fiumi di lacrime, riabbraccia dopo un tempo immemorabile la vecchia tata dell’infanzia sabauda.

Oggetto di qualche critica, lo stesso Fassino si difende sdegnato: “Io dico che c’è un atteggiamento un po’ diffidente e un po’ snobistico verso trasmissioni popolari come quelle che, invece, sono uno strumento per conoscere il Paese, il suo modo di pensare, il suo modo di parlare e guardare alla vita”. Bingo!

Questo l’italico andazzo, insomma. E se il leader dell’opposizione è così ottuso, non c’è da stupirsi troppo se il suo esempio viene seguito anche da nuovi ex intellettuali organici. Si possono rintracciare assonanze tra le parole di Fassino e le parole di Paolo Nori, per esempio, che invitato a collaborare con le pagine culturali di Libero, di fronte alle critiche ricevute dal critico letterario Andrea Cortellessa, risponde candido che chi scrive, non è detto che approvi le idee del direttore o del proprietario di un giornale: e cita Pasolini e Paese Sera, non a caso. Ma si potrebbe parlare anche di quel genio letterario assoluto di Aldo Busi, maestro di “Amici” e di “Isole dei famosi”, che potrebbe aggiungere: “Né del proprietario di una tv”. Troppo poco?

Dipende dai punti di vista, naturalmente. Certo siamo distanti anni luce dal motto di quasi quarant’anni fa di un certo McLuhan: “Il medium è il messaggio”, ossia: il mezzo è il messaggio. Insomma, come è possibile non rendersi conto che si parla anche attraverso gesti e comportamenti, oltre che con le parole? Come non rendersi conto che proprio questi comportamenti hanno sdoganato definitivamente l’ideologia unica berlusconiana fino a farla diventare la “realtà italiana”?

E’ vero, il libro di Panarari sembra dimenticarsi che qualsiasi cultura o sottocultura, è qualsiasi impalcatura o costruzione dell’immaginario – o, potremmo dire, senza scandalizzare o scandalizzarci troppo, qualsiasi ideologia – non avrebbe potuto avere così presa nel nostro Paese senza la potenza di fuoco delle reti tv berlusconiane. Cioè senza la costante e duratura non risoluzione del conflitto di interessi tra politica e informazione che in Italia perdura tranquillamente da decenni. Voglio dire: al valore di un Signorini, per esempio, bisognerebbe almeno togliere la “tara” della potenza di fuoco del sistema editorial-televisivo berlusconiano. Ma “L’egemonia sottoculturale” di Panarari ha il merito di tratteggiare un nuovo ruolo di intellettuale, a suo dire indispensabile, specie oggi, che avrebbe prevalentemente una funzione di mediatore culturale tra la recita di una pseudodemocrazia nazionaltelevisiva e una possibile democrazia reale. Panarari conclude evocando addirittura, a Sinistra, la ripresa di un ruolo pedagogico: qualcosa che assomiglia molto poco alla pseudo democratizzazione culturale di massa di un Walter Veltroni direttore de L’Unità che allega videocassette di film al quotidiano, e molto di più a ciò che avevano in mente i dirigenti del Pci subito dopo la fine della guerra: un nuovo mondo, che bisogna riuscire prima di tutto a immaginare, prima di porsi il problema di come realizzare. Una possibile via d’uscita alla crisi che oggi impantana il centrosinistra? Forse.

Certo, leggendo questa raccolta di brevi e affilati saggi, viene da chiedersi dove erano Sinistra e Centrosinistra mentre Berlusconi e adepti nascevano, fiorivano, si ramificavano, creavano più o meno genialmente narrazioni della realtà e sfornavano ideologia. Ecco, quello che adesso sarebbe interessante, credo, – se possiamo permetterci un consiglio all’autore, – sarebbe un’analisi altrettanto spietata di Panarari anche su quelli che sono stati i testimonial e gli intellettuali del cosiddetto centrosinistra negli ultimi vent’anni. Perché c’erano anche loro. Gente che, personalmente, credo abbia grandi responsabilità. E tutto sommato continua a pontificare o a lamentarsi come se il mondo fosse cambiato a loro insaputa. Come se loro, semplicemente, fossero invecchiati guardando alla finestra che tempo faceva. Alcuni nomi? Fabio Fazio, per esempio; in particolare il suo fortunato programma “Anima mia”. Michele Serra. Nanni Moretti. Ma anche Michele Santoro. E il bravissimo Aldo Busi, si capisce. E certamente tanti altri comici tanto ironici e scrittori- sceneggiatori sempre più sceneggiatori. E registi, editor e curatori di collane editoriali e di palinsesti tv. Tutti assolutamente di Sinistra, ci mancherebbe.

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August 1997, Colombia, Remolino, chains, feet, chained girl © ISABELLA BALENA www.isabellabalena.com

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