Guido Caserza

PARTE SECONDA- Dialogo ipologico fra i due maestri (parte A)

Dormono le merci, maestro?

Non mai! Se le merci dormissero sarebbe doppia follia: la loro e quella del capitale che le muove.

Ma se le merci potessero dormire…

Maestro, possono forse le merci morire?

Forse sognerebbero.

Mentre il sogno, in verità, è un presupposto della circolazione delle merci. Si colloca a uno stato anteriore dell’ontogenesi.

Con questo, maestro, vuole dirmi che la merce non è deperibile?

È deperibile e non lo è: è deperibile in quanto transustanziata in natura umana; è indeperibile in quanto autogenerantesi e autorinnovantesi.

Dunque la merce è potenza in sé?

Sì, e per questo esistono merci addestrate (trained goods) a promuovere la morale (good manners).

Da dove invece deriva la forza delle merci?

Sono vicarie del capitale e ciò che può il capitale lo può anche il suo vicario.

Può una qualunque merce (single good) essere padrona del mondo?

Sì, per la virtù che gliene deriva dall’essere ubiqua, ossia capace di spartirsi in denaro e proprietà: in questo la merce è come una fedele cortigiana.

Le merci dunque governano il mondo?

Sì.

Come possono senza il consenso del popolo?

Non hanno autorità, ma sono diffuse: in questo modo vengono trasmesse (delivered) come se fossero delle leggi, sicché tutti i campi del sapere (all kinds of literature) si trasformano in merce.

Le loro destinazioni sono assolute o arbitrarie?

Arbitrarie, perché costringono gli uomini ad avere un governo.

Ma ottenuto quel governo, le destinazioni della merce diventano assolute!

Verissimo, e potremo per questo motivo considerare la merce alla stessa stregua del capitale?

No, sebbene una lunga tradizione (custom) voglia fare coincidere merce e capitale, solo il capitale ha, naturalmente, carattere divino.

Le merci non sono dunque divine?

Esse hanno il carattere e l’attitudine del divino, ma non la natura.

Infatti, solo il capitale è duplice per sua natura, è insieme oggetto e simbolo, cosa e potenza, da questa duplicità deriva la sua natura mistica.

Vuole dire, maestro, che il capitale può essere insieme duplice e uno?

Non può essere, ma è.

La merce non è forse duplice?

Anche la merce può essere oggetto e simbolo, cosa e potenza, ma non può mai esserlo insieme. È, di volta in volta, oggetto o simbolo, cosa o potenza.

Dunque non è mistica, ma, se intendo bene, partecipa della natura del divino, nello stesso modo in cui il figlio partecipa della natura del padre.

È verita in specchio e in questa maniera appare come arcana immagine. Nasconde il volto del padre, ovvero lo manifesta pienamente e in modo acciecante.

In sostanza, il capitale è merce?

No, ne assume le sembianze per ingannare i cospiratori, mentre è sempre sé stesso, sempre vergine e incorrotto, sempre in atto e sempre immobile.

Che beneficio trae il capitale dal mostrarsi come merce?

Quello di restare pura fonte d’ogni bene: mentre i cospiratori gridano allo scandalo e al complotto, accanendosi contro apparenti mercimonii di moneta, il capitale, per vie naturali e misteriose, resta sempre disponibile, come acqua per gli assetati.

Nasce con l’uomo il capitale?

Lo precede e ne motiva le circostanze. Per questo ci si può appellare al capitale solo appellandosi a se stessi.

Maestro, vuole dire che il capitale svela l’uomo a se stesso?

Al contrario: ne mistifica la natura peritura e corruttibile.

Questo significa che il capitale nasce in natura come idolo: appellandosi a se stesso, l’uomo scopre lo spettacolo del proprio sepolcro, da cui si allontana chiamando a grande voce il potente idolo.

E i cospiratori?

La loro morte sarà miserabile.

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istanbul 1998

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