Una cosa che mi trovo spesso a dichiarare è che la letteratura, comunque, non è un problema di artigianato, di maestria tecnica o di stile. E, per come intendo io la letteratura, questa è un'affermazione ovvia.

La metafora artigiana, tuttavia, è un modo di interpretare la letteratura ancora molto forte. Le ragioni sono varie. Da una parte, per esempio, c'è il fatto che una rappresentazione di questo tipo sottolinea l’investimento in sapere tecnico che la letteratura, per come la conosciamo, ha comportato e che ne ha giustificato, in vari termini, la specificità ed i meccanismi di selezione e di attribuzione di ruolo a cui, come sapere appunto, ha dato luogo. Da un'altra parte ancora, nella pratica quotidiana, non si può non riconoscere che lo scrivere letterario prevede tutta una serie di operazioni “manuali”, di limatura, scelta, messa in opera etc. che vengono convenientemente rispecchiate nell’immagine artigiana. La metafora artigiana, per di più, trova una forza ulteriore nella riduzione del testo a prodotto, che a sua volta implica. Una riduzione che privilegia la parte "visibile" del testo (escludendo, per esempio, la sua continua rigenerazione in seno alla lettura - per non parlare della sua eventuale natura meramente orale) e che contribuisce a collocare la letteratura nello schema più generale di produzione/consumo in cui praticamente ogni nostra esperienza, ai tempi del capitalismo, viene inquadrata.

Si noti, a margine, che questo aspetto ha un suo sapore paradossale. Attraverso l'idea della perizia tecnica, infatti, attraverso l'immagine dell'artigiano delle parole, si colloca la (a questo punto buona) letteratura in posizione antitetica rispetto alla produzione di massa, e alle sue forme di alienazione. Così le si ridà, surrettiziamente o meno, un’aura, che va incontro ad un elitarismo sempre presente nella massificazione (e non necessariamente avanguardistico) e che risulta utile anche a coprire quello svuotamento di autorità a cui la letteratura stessa, da una cinquantina d’anni a questa parte, è stata sottoposta. Nello stesso tempo, però, dato che è comunque un bene di consumo, quella stessa letteratura artigiana porta in dote un ulteriore valore al fascino feticistico proprio della merce e permette una più agevole articolazione del prodotto letterario per le strategie di marketing.

Ferme restanti le prime considerazioni, e anche lasciando da parte la debolezza e la natura ideologica di questo artigianato letterario contrapposto alla produzione di massa, come dicevo la mia idea è che la metafora artigiana non sia sufficiente per dare conto della letteratura come pratica (umana, sociale, cognitiva, etc.). Per conto mio, la letteratura non è una questione di padronanza tecnica, appunto, né di capacità di rappresentazione/espressione, come neppure di sapienza evocativa e/o affabulativa, ma, propriamente, un’operazione sui parametri secondo cui noi ci sentiamo in vita. In altre parole, è un'attività che riguarda le questioni seguenti: quale punto di vista si istituisce, quale soggetto viene formulato, di quali relazioni è passibile, come vi vengono implicati gli eventuali altri soggetti, a che comunità ci si rivolge, che strumenti vengono forniti, come si dispone la realtà, di quali regole la si dota, e così via. In questo senso, allora, lo stile è una sorta di epifenomeno di un’operazione più ampia di istituzione di senso (o di destituzione di senso). Un’operazione che ha un fondamento essenzialmente etico-politico, ancor prima che estetico, e che è sempre un'azione su e per una realtà.

Ecco perché, a mio parere, è ovvio considerare insufficiente la metafora artigiana, tecnica, retorica: perché sembra mancare del tutto lo sforzo, il desiderio, l'esigenza e il piacere che danno, per primi, luogo alla letteratura. E questo tanto più ora, in un quadro in cui, come ho accennato, la funzione e le tecniche della letteratura sono sempre più “usurpate” (dall’industria dello spettacolo, dall’informazione, dalla pubblicità, dalla moda) e nonostante l’unica rappresentazione tangibile, propagandabile, falsificabile e quant'altro della letteratura stessa sia solo quella che esibisce le tecniche che ha accumulato nel corso dei secoli.

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2 Risposte a Non è un problema di artigianato

  1. […] in  alfabeta2.it, dal 14.08.2010,  e in gammm.org, dal […]

  2. Difficile non essere d’accordo. La mia impressione, tuttavia, è che l’autore se la prenda con un bersaglio non poi cosi’ forte, in quanto la metafora della letteratura come artigianato mi sembra assai poco diffusa, se si escludono corsi di scrittura creativa e simili. L’artigianato, tuttavia, er me conta nella misura in cui è proprio la parte più visibile dello scrivere: qualcuno potrà dire passibile di mercificazione; io direi passibile di verifica e di scrutinio sociale, democratico. Scrivere tecnicamente bene è una forma di decenza e serietà; chiaro che non basta, poi, a far letteratura.

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