Mario Tronti

Celebrano un loro trentennale. Vogliono festeggiare l’anniversario della riscossa Fiat del 1980: la madre delle sconfitte operaie, almeno in Italia. Allora si trattava di chiudere un ciclo di lotte che dagli anni Sessanta ai Settanta aveva strappato conquiste, messo in subalternità il padronato, espresso egemonia del lavoro, non solo in fabbrica, ma nella società e nel sistema politico. Missione compiuta. Da quel momento, in progresso, la centralità dell’impresa è diventata sempre più democraticamente assoluta.

Ma che cosa vogliono oggi? Non si sono preso già quasi tutto? Ecco, appunto, quasi. C’è un residuo da eliminare, un’ultima resistenza da schiacciare. Si sceglie allora un punto, per mostrare simbolicamente l’efficacia di un decisionismo del potere privato rispetto alla manifesta indecisione del potere pubblico. Vedete, come si fa? Non si tratta prima con la controparte, queste sono cose d’altri tempi, roba da Novecento, adesso un accordo non si discute, si impone. E si impone con un ben raccontato ricatto: questo è quello a cui dovete sottostare; l’alternativa è che prendo Pomigliano e me lo porto in Polonia. Cari operai, decidete per referendum su questo quesito: volete essere licenziati subito, per chiusura immediata della fabbrica o fra tre anni, quando la fabbrica chiuderà comunque, perché non solo la Polonia, ma chissà quanti altri paesi della comunità europea e oltre offriranno migliori condizioni di profitto. Ma qualcuno sa, o interessa, che per un operaio tre anni di lavoro sono tre anni di vita?

Ora il plebiscito dei sì non c’è stato. Residua, anche qui, malgrado tutto, un pezzo di resistenza operaia. L’ordine non regna ancora in fabbrica. La verità è che il mago Marchionne è uscito allo scoperto, con una operazione politica nella tradizione Fiat, alla Valletta o alla Romiti di un tempo. Si tratta di dare un colpo definitivo al sindacato di conflitto per sostituirlo con il sindacato di collaborazione, o «cooperativo». E i sindacati di Sua Maestà si sono subito allineati. Chi resiste, chi si oppone, deve subire l’affronto del sì dei lavoratori all’accordo, contro il no del loro sindacato più rappresentativo. Ecco allora come la raccontano: a Pomigliano Fiom non Fiat minaccia i posti di lavoro. È la via maestra per la delegittimazione della rappresentanza sindacale. C’è, ci deve essere, una sola rappresentanza dei lavoratori, quella padronale. Questo è l’aspetto più grave di tutta la vicenda. Le forzature del diktat – le turnazioni selvagge, la scusa dell’assenteismo, la negazione del diritto alla salute, l’attacco al diritto di sciopero, le deroghe da principi costituzionali inderogabili – non hanno una motivazione produttiva, hanno una ragione politica. Nel merito si doveva trattare sulle soluzioni, non dettare condizioni.

Esattamente lo stesso comportamento dell’attuale governo. Lo Statuto dei lavoratori va degradato a Statuto dei lavori, perché non è più la persona che conta, ma la funzione che assolve. L’art. 18, siccome non può essere abolito, va aggirato con un articolato che costringe il lavoratore a rinunciarci se vuole essere assunto. L’art. 41 della Costituzione va stravolto, perché la proprietà privata non può essere più legata ai lacci e lacciuoli della utilità sociale. Dietro c’è il sogno dei capitalisti uniti di tutto il mondo: abolizione del contratto collettivo. Il capitale è quello dei molti azionisti, il lavoro è quello del singolo operaio. Allora: la Fiom è isolata, in un angolo. Dal risultato del referendum non sembra poi tanto. Ma comunque, meglio in un angolo, isolati, che al centro della scena, responsabili e rinunciatari. Questa è una battaglia, ripeto, politica e, aggiungo, culturale. Ne va di tutti noi. È un destino ineluttabile essere sudditi passivi in una dittatura della competitività, a cui va sacrificato tutto, dignità della persona, libertà dell’individuo, possibilità di lotta, volontà di cambiamento? Ad attacco simbolico risposta simbolica. Grazie, Fiom, per averlo capito e per avercelo fatto capire.

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August 2000, Nagorno Karabak, stepanakert, children, shoes © ISABELLA BALENA www.isabellabalena.com

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