«Alfabeta» durò dieci anni, dal 1979 al 1988. Una rivista: un luogo d’incontro fra scrittori, intellettuali, studiosi e analisti delle più diverse discipline – e appartenenti a diverse generazioni. Dalla fine della sua avventura, di anni, ne sono passati più di venti. Riprendere un filo interrotto così a lungo può facilmente far scadere – si capisce – nella nostalgia, nel reducismo, nei lucciconi del come eravamo e di anima mia. O nell’acrimonia del quantum mutatus ab illo, della gran bontà dei cavalieri antichi. Consapevoli di questa Scilla e questa Cariddi, abbiamo comunque ritenuto opportuno affrontare la presente navigazione. Rispetto a quella stagione né reduci (nel senso che anche chi di noi già c’era, venti e trent’anni fa, sa bene come quello presente sia un altro tempo), né postumi (nel senso che anche chi è venuto dopo, o molto dopo, ancor oggi sente di poter condividere quell’urgenza, quell’apertura, quella spregiudicatezza culturale).

Anche se «Alfabeta» nasceva dai fermenti e dai furori degli anni Settanta, oggi possiamo guardare a essa come al più «giusto» prodotto del decennio seguente. Il più giusto, s’è detto: non il più caratteristico. Con ogni probabilità si sbaglia a demonizzare gli anni Ottanta, almeno quanto lo si fa con gli anni Settanta (sport assai più diffuso, peraltro). Ogni tempo ha il suo diritto e il suo rovescio, il suo bianco e il suo nero, anzi mille colori dei quali è arduo trarre una sintesi. Ecco, «Alfabeta» ci riuscì: e fu così l’ultima vera rivista di cultura del Novecento – il secolo delle riviste, e degli intellettuali. Due merci oggi estinte, si dirà. Forse solo dormienti, invece; solo in attesa dell’occasione to strike back.

Ma la sintesi che «Alfabeta» realizzò allora, senza demonizzare proprio niente (e anzi reagendo con illuministica lucidità, per esempio, alle inconsulte demonizzazioni del 7 aprile), fu fatta più di no che di sì. In altri termini «Alfabeta» capì con straordinaria tempestività che in quegli anni, insieme ai furori, si stavano spazzando sotto al tappeto dell’emergenza anche i fermenti: degli anni Settanta ma, più in generale, della modernità. E, contro un senso comune rapidissimamente impostosi, reagì in nome della complessità, dell’interdisciplinarità, dell’antropologia del presente. Anche queste, a ben vedere, parole d’ordine degli anni Ottanta (in nome di quei valori parla anche l’impaginazione della rivista di oggi, che – contro la standardizzazione della stampa periodica corrente – si rifiuta di gerarchizzare argomenti e interventi, scegliendo invece di annodarli con immagini d’autore: in ogni numero di un unico artista). Anche se oggi, in questa specie di «anni Ottanta ideali eterni» che abbiamo avuto in sorte, e che non sembrano avere nessuna voglia di passare, ce ne vengono imposte ben altre.

Ci pare infatti che il nostro, di tempo, sia contrassegnato da una nuova emergenza: di segno diametralmente, simmetricamente contrapposto a quello di allora. Un’emergenza culturale, antropologica, economica. Dunque politica. In condizioni – di degrado della convivenza civile, di apocalissi linguistica, di minaccia concreta agli ordinamenti democratici – che sono sotto gli occhi di tutti. Il giro di vite legislativo nei confronti della stampa e dell’editoria, riguardante la pubblicazione delle intercettazioni telefoniche acquisite dalle indagini giudiziarie, non è che la punta di un iceberg – fatto di limitazioni sempre meno striscianti alla libertà d’espressione, già messa concretamente a repentaglio da concentrazioni editoriali e conflitti d’interesse – nei confronti del quale aprire uno spazio di intervento e di critica privo di condizionamenti costituisce già, di per sé, un gesto di contestazione e rivolta. Più alla radice: mettere di nuovo a disposizione dei lettori un servizio di pronto intervento culturale, che sappia essere tempestivo nei confronti del presente – e dunque delle contraddizioni, delle disavventure prossime venture – non significa altro che scommettere, con ostinazione ed entusiasmo, sul valore inattuale dell’intelligenza. In un tempo che parrebbe invece – come mostrava un’ossessiva quanto rivelatoria campagna pubblicitaria di qualche tempo fa – volerci tutti «stupid».

In fondo la vera differenza, tra oggi e il 1988, è che allora eravamo alla fine di un secolo, mentre oggi siamo all’inizio di uno nuovo. E allora, valendoci ovviamente di tutti i saperi e le tecniche del tempo nuovo, sarà ancora possibile fare una rivista: da intellettuali. Anche se le prime cose a essere cambiate – in un tempo radicalmente mutato sul piano tecnologico, sociale ed economico – sono proprio la condizione e lo status dell’intellettuale. Ma anche se al giorno d’oggi appaiono – e sono – marginalizzati, precarizzati, destituiti di mandato e funzione, sta ancora e malgrado tutto ai bistrattati intellettuali esercitare la scomoda funzione di segnavento: segnalatori d’allarme e indicatori di nuove tendenze.

È per questo che danno fastidio – oggi come all’inizio del secolo scorso. Perché il tempo che abbiamo di fronte è sempre un altro: tutto da inventare.

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quindicinale sulle iniziative della rivista

Artista alfalibri: Isabella Balena

Leo 1998

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