Alfabeta2 è anche un sito, in quanto ci pare difficile, oggi, concepire un laboratorio d’idee, analisi e scritture in forma puramente cartacea, senza godere dell’orizzontalità, della velocità e dell’apertura consentite dalla rete. Il sito di Alfabeta2 non è la semplice replica elettronica degli articoli della rivista, ma costituisce un polo complementare di discussione, ricerca e condivisione, ambendo a porsi come uno spazio di raccordo tra diverse esperienze e soggettività. Sono consultabili articoli della rivista e loro materiali aggiuntivi (testi, immagini, link, documenti audio e video), ma anche rubriche e testi destinati esclusivamente al sito. Se la rete, in quanto universo debolmente istituzionalizzato, permette la circolazione di energie vive e spregiudicate, allora una rivista a vocazione critica non può non confrontarsi con essa. Per questo motivo Alfabeta2 assume fin da subito una duplice prospettiva: quella sintetica e formalizzante della rivista mensile, capace di focalizzare l’attenzione su aspetti cruciali della realtà contemporanea, e quella aperta, grandangolare e rizomatica del sito, che si pone come crocevia di esperienze sociali ed esperimenti cognitivi.

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40 Risposte a Il sito www.alfabeta2.it

  1. la rocca scrive:

    ho acquistato la rivista, bene.
    ho letto Eco, ottimo.
    ho dato un’occhiata ai nomi dei collaboratori, favoloso.
    trovo però il formato poco adatto alla lettura, inoltre si presta molto poco alla raccolta.
    un caro e cordiale saluto a tutta la redazione.

    • Adolfo De Turris scrive:

      Anch’io, dopo aver visto la pubblicità su Flah Art, mi sono precipitato in edicola. Ci voleva. Solo un pò di delusione quando ho visto il formato, poco pratico. Ma lo comprerò lo stesso. Però…se poteste renderlo più maneggevole…comunque grazie, ci voleva proprio.

  2. andrea inglese scrive:

    grazie la rocca, e grazie anche per le osservazioni relative al formato

  3. de marco scrive:

    Meno male che la maggior parte dei lettori di oggi ignora le firme di Alfabeta “original” (Gargani, Barthes, Foucault etc etc) così questa versione nouvella scialba e miserella può far passare oggi la sua “insigne” figura. Non si può chiedere di più del resto, degna del panorama italiano odierno. saluti.

  4. Michele scrive:

    Io che alfabeta original l’ho vista solo dentro a vecchi cassoni di vecchi come quello qua sopra, delle firme e degli articoli non mi lamento affatto.

    però il sito così in “testo bruto” fa veramente cagare.

    • andrea inglese scrive:

      tu suggerisci forse un sito in “testo gentile”… ?
      o in calligrafia primonovecentesca delle scuole regie?

      • Domenico Calcaterra scrive:

        Quello della veste grafica del sito è questione davvero poco rilevante, mi pare uno scrivere tanto per…
        Convengo con chi ha sollevato obiezioni circa la praticità del formato: avrei anch’io preferito un formato rivista-libro, meglio frubile in fase di lettura (oltre che più adatta ad essere “collezionato”). Riguardo alla rivista, saluto con apprezzamento l’”evento”; ma attendo di vedere i prossimi numeri per giudicare la bontà e la “tenuta” dell’iniziativa.
        Domenico

        • michele scrive:

          scrivo ancora tanto per, dunque.
          tanto per dire che sul mio safari il sito appariva, fino all’ultima volta che l’ho visitato, in una forma totalmente priva di impaginazione, di immagini, di leggibilità. E dopo sei videate di dibattito qua sotto su cosa vuol dire fare una rivista online, credo che si sia capito quanto sia rilevante il come si sta nella rete. Signori miei, alfabeta è stata la cosa più avanti di “quegli anni” che mi sia capitata sottomano quando mi sono messo a scavare per ritrovarli. Adesso però siamo in questi anni, per favore cerchiamo di essere avanti sulla scala di oggi.
          Guardatevi in giro, ci sono tanti esempi su come usare bene la rete. Fino ad arrivare a: carta stampatori e prezzi di copertina… alle ortiche ;)

          • Jan Reister scrive:

            Michele, sul tuo browser dal menu Safari seleziona “Vuota la cache” e riprova. Dovresti vedere il sito con i fogli di stile applicati.

  5. carmelo scrive:

    mi aspetto interventi di autori, critici, scienziati e filosofi, non solo italiani, mi aspetto un dibattito che vada oltre gli angusti confini del nostro paese

    • Domenico Calcaterra scrive:

      Sono pienamente d’accordo con Carmelo. Se ci si mantiene entro gli angusti confini del nostro paese, alfabeta2 si rivelerà nulla di nuovo. Speriamo bene!

  6. Claudia B. scrive:

    C’è parecchio da commentare su questa presentazione. Andrò per punti:
    “Alfabeta2 è anche un sito, in quanto ci pare difficile, oggi, concepire un laboratorio d’idee, analisi e scritture in forma puramente cartacea.”
    Da potenziale target della rivista online, ma assolutamente non del cartaceo, ribalterei la prospettiva: che necessità c’è del cartaceo quando il sito, oltre ad offrire lo spazio del commentario – potenzialmente moderato -, che è a tutti gli effetti il luogo dell’elaborazione collettiva dei temi che proponete – anche come agone, anche con tutte le dinamiche autoaffermative che l’utilizzo di uno strumento del genere implica – permette: a) una difusione orizzontale, ovvero una viralizzazione efficace senza limiti di target, e quindi incluso quello accademico; b) premesso che venga inserita l’ottimizzazione per la stampa, funge già anche da cartaceo, con il vantaggio che la stampa fatta in casa costa meno?
    La risposta la date voi stessi:
    “Se la rete, in quanto universo debolmente istituzionalizzato, permette la circolazione di energie vive e spregiudicate, allora una rivista a vocazione critica non può non confrontarsi con essa.”
    Excusatio non petita. Questa che avete messo in Rete è già una rivista a vocazione critica. Qualcosa suggerisce che qualche accusa vi sia già giunta, e che non si tratti di semplice digital divide: gli accademici poco avezzi ai nuovi media, e ostili in particolare al web 2.0, non faticheranno a trovare fra gli allievi dottorandi qualcuno disposto a spiegarne i principi base. Se si tratta invece, come temo, dell’ennesimo muro che si innalza fra la cultura partecipativa in Rete, cioè fra chi avanzando critiche in commentario o elaborando spin off critici in altri luoghi della Rete, fa community attorno ad un argomento e lo espande abbracciando prospettive che non erano previste, e la cultura verticale della solita torre, a cui si accede per stretta selezione ed eventuale anzi graditissima accondiscendenza.

    Mi giunge inoltre voce che il prossimo numero verterà sul tema del precariato: dunque a maggior ragione mi chiedo come pensate che il popolo dei lavoratori intellettuali sottosalariati e senza tutele, cioè quello che in altri ambienti si definisce il cognitariato precario – penso per esempio al lavoro serissimo di Andrea Fumagalli – possa permettersi la cifra che richiede il cartaceo, e se non proviate un po’ di rammarico a confinare la larga fetta di lettori colpiti dalla prossima tematica nel web 2.0, visto che si parla di loro, ovvero li si rappresenta in maniera del tutto verticale, e non di certo per via di autorappresentazione, laddove la forma dell’autorappresentazione in Rete è allo stato attuale l’unico momento di elaborazione collettiva di un trauma imposto dalla normativa vigente in tema di lavoro. Mi chiedo come sia la vista dalla finestra della torre sull’esercito precario che si autorappresenta in Rete essendo il cartaceo inadeguato all’urgenza.
    Precisando che non si tratta di sterile polemica, ma di questioni che ai precari della cultura stanno molto a cuore, ringrazio in anticipo per la risposta.

    • Jan Reister scrive:

      Claudia B.: Da potenziale target della rivista online, ma assolutamente non del cartaceo, ribalterei la prospettiva: che necessità c’è del cartaceo quando il sito, oltre ad offrire [...] il luogo dell’elaborazione collettiva dei temi che proponete [...] permette: a) una difusione orizzontale, ovvero una viralizzazione efficace senza limiti di target, e quindi incluso quello accademico; b) premesso che venga inserita l’ottimizzazione per la stampa, funge già anche da cartaceo, con il vantaggio che la stampa fatta in casa costa meno?

      I motivi sono molti. Tra questi, in Italia c’è la segregazione digitale: i cittadini che abitano fuori dai centri urbani non hanno accesso alla rete, se non in forma costosa e lenta. Portare una rivista in edicola è un modo per superare il digital divide e raggiungere i lettori in tutto il paese.

      • Claudia B. scrive:

        @Jan
        Sicuramente esiste un problema di connettività su larghe porzioni di territorio, per quanto io vivo in un comune montano di poco più di 7000 abitanti e ci sono ben 3 provider che garantiscono come minimo i 7 mega. Tuttavia, quello che tu indichincome una soluzione io la vedo come la causa potenziale di un ulteriore allontanamento delle due tipologie di lettori: quella che fa community attorno ad un progetto che unisce, apportando competenze in commentario e ampliando lo spettro critico, e quella che limititandosi al cartaceo coglie esclusivamente il lato istituzionale dell’operazione, replicando dinamiche di cui in epoca di condivisione della conoscenza e di cultura partecipativa non ha più alcun senso. Opinione mia, per carità, tuttavia staremo a vedere quanti ricercatori prevari e lavoratori intellettuali senza alcun potere contrattuale si sentiranno motivati a comprare in cartaceo uno strumento critico che io per esempio sto ora comodamente leggendo da un iPad dalla località marina dove mi trovo in vacanza, in mezzo al nulla, dove l’albergo mi ha dato il servizio wi-fi incluso nel prezzo. Voglio dire che forse è ora di pensare un po’ più avanti, anche se la fattibilità ancora non pareggia l’idea. A Venezia, per esempio, la cittadinanza digitale sta avendo grande successo, nonostante ci sia stato chi ha opposto resistenza. Naturalmente la mia critica riguarda la modalità di diffusione della rivista e non i contenuti.

        • c. scrive:

          Ci sono dei refusi, me ne scuso. C.

          • Jan Reister scrive:

            Claudia B. interessante la tua analisi dei due tipi di lettori. Considera che la rivista a stampa col suo formato grande offre cose specifiche, ed ha un modello economico noto. Sarebbe bello fare incontrare i due tipi di lettori, ed anche i due modelli economici.

    • andrea inglese scrive:

      Mi permetto anch’io, anche se con ritardo, di rispondere a Claudia.
      Posso essere d’accordo con tutto con quanto dici, tranne una cosa, però importante. La distizione che fai tra precariato intellettuale (a vocazione orizzontale e democratica) e intellettuali garantiti istituzionalmente è riduttiva e non corrisponde all’ambuiguità delle posizioni sul campo.
      (Se intanto leggi proprio il pezzo che ho scritto per questo primo numero della rivista – e che trovi in rete qui: http://www.nazioneindiana.com/2010/07/20/voci-sulla-scomparsa-dell%E2%80%99intellettuale/ – vedi come la penso sulla situazione universitaria e gli intellettuali garantiti.)

      Cosa succede sul campo:

      1) precariato lavorativo (contrattuale) dei lavoratori della conoscenza non significa sparizione dei criteri e dei valori che definiscono l’importanza, la novità, la solidità di una ricerca, di una competenza, ecc.
      non è perché sono un precario della conoscenza, che allora il mio sapere è – sempre – equiparabile a quello magari di un barone; nei saperi come nell’arte forme di gerarchia sono intrinseche alla pratica stessa del lavoro intellettuale e dell’arte; essere un lavoratore sfigato non dà nessun particolar vantaggio creativo o intellettuale – semmai darà, nel migliore dei casi, lucidità e coraggio politici

      2) i precari di oggi aspirano ad essere i garantiti di domani; nell’università ciò è palese; vivono in una condizione ambigua; un concorso li può salvare; dall’oggi al domani passi dalla vivace e rude orizzontalità del pracariato accademica all’antipatica e comoda torre d’avorio, di un contratto a tempo indeterminato;

      dico tutto questo, poi, da uno che sostiene l’esodo dei lavoratori della conoscenza al di fuori dell’università, verso – ad esmpio – la rete; benissimo; io stesso ho sperimentato questa cosa… ma una volta conquistata questa libertà, chi paga il mio lavoro? e sopratutto chi paga le mie ricerche, se voglio – come è naturale che sia – avanzare nel mio campo specifico?
      questo piccolo problemuccio non è stato ancora risolto;

      insomma, metto sul tavolo questi elementi, per rendere più articolato e prossimo alla realtà il discorso fatto da Claudia

      • Claudia B. scrive:

        @Andrea
        Rispondo di corsa perché hai toccato un punto cruciale. Poi con calma leggerò tutto il thread che hai linkato e spero che questo confronto continui, perché è sanissimo parlarne in rete e fuori dalla rete.
        Infatti, come dici tu, la rete va bene, ma chi paga il mio lavoro, chi paga per la mia ricerca, cioè l’avanzamento nella mia formazione? Lo stesso problema da ricercatrice precaria, avendo sopravvissuto un po’ con incarichi di docenza ed essendo poi passata all’insegnamento al liceo, attività che di certo non mi permette di assistere ai convegni con la frequenza a cui ero abituata, me lo pongo pure io, e rimango senza risposta, ovvero cerco finanziamenti qua e là cercando di pubblicare più possibile, ma con una fatica sempre maggiore data dal dovere svolgere due attività non del tutto incompatibili ma neppure del tutto assimilabili e delle quali una, la più faticosa non retribuita. Tuttavia quando sollevavo la questione di un intervento critico di natura partecipativa sullo stato attuale della cultura in Italia, mi riferivo ad una ulteriore attività, non certo corrispondente a quella accademica, cioè alla necessità di dare vita a uno strumento critico condiviso che divenga laboratorio formativo, come formativa in questo frangente sa essere solo la Rete. Operazione che si distanzia nettamente da quella della lettura in cartaceo di autori percepiti come “firme”. Nulla in contrario rispetto alla lettura di carta stampata, ma si tratta di attività diverse, delle quali la lettura non implica alcun tipo di coinvolgimento. Qualcuno nell’editoriale poi commentava che non ha molto senso oggi rileggere in cartaceo gli stessi nomi che negli anni ’80 hanno contribuito in maniera deleteria ad ampliare il vortice del logocentrismo. Da una prospettiva puramente culturale, secondo il mio punto di vista – che porto avanti anche in pubblicazioni a carattere scientifico, di carta e quindi non commentabili – il dramma, anzi la tragedia contemporanea è l’incapacità di uscire da quel vortice, dal nulla che permane nei discorsi sui discorsi scevri di azione, che può essere azione narrativa e non necessariamente fisica.
        Non è vero che gli anni ’80 sono eterni: sono più che passati, e quello che sta accadendo in Italia ora, come illustrato nell’editoriale non è una semplice continuazione degli ’80, ma uno stato di degenerazione dato da circostanze molto più ampie. Il postmoderno è finito da un pezzo.
        Sulla questione della precarizzazione del lavoro intellettuale risponderò separatamente

        @Andrea
        Rispondo di corsa perché hai toccato un punto cruciale. Poi con calma leggerò tutto il thread che hai linkato e spero che questo confronto continui, perché è sanissimo parlarne in rete e fuori dalla rete.
        Infatti, come dici tu, la rete va bene, ma chi paga il mio lavoro, chi paga per la mia ricerca, cioè  l’avanzamento nella mia formazione? Lo stesso problema da ricercatrice precaria, avendo sopravvissuto un po’ con incarichi di docenza ed essendo poi passata all’insegnamento al liceo, attività che di certo non mi permette di assistere ai convegni con la frequenza a cui ero abituata, me lo pongo pure io, e rimango senza risposta, ovvero cerco finanziamenti qua e là cercando di pubblicare più possibile, ma con una fatica sempre maggiore data dal dovere svolgere due attività non del tutto incompatibili ma neppure del tutto assimilabili e delle quali una, la più faticosa non retribuita. Tuttavia quando sollevavo la questione di un intervento critico di natura partecipativa sullo stato attuale della cultura in Italia, mi riferivo ad una ulteriore attività, non certo corrispondente a quella accademica, cioè alla necessità di dare vita a uno strumento critico condiviso che divenga laboratorio formativo, come formativa in questo frangente sa essere solo la Rete. Operazione che si distanzia nettamente da quella della lettura in cartaceo di autori percepiti come “firme”. Nulla in contrario rispetto alla lettura di carta stampata, ma si tratta di attività diverse, delle quali la lettura non implica alcun tipo di coinvolgimento. Qualcuno nel commentario all’editoriale, poi, commentava che non ha molto senso oggi rileggere in cartaceo gli stessi nomi che negli anni ’80 hanno contribuito in maniera deleteria ad ampliare il vortice del logocentrismo. Da una prospettiva puramente culturale, secondo il mio punto di vista - che porto avanti anche in pubblicazioni a carattere scientifico, di carta e quindi non commentabili – il dramma, anzi la tragedia contemporanea è l’incapacità di uscire da quel vortice, dal nulla che permane nei discorsi sui discorsi scevri di azione, che può e anzi deve essere azione narrativa e non necessariamente fisica.
        Non è vero che gli anni ’80 sono eterni: sono più che passati, e quello che sta accadendo in Italia ora non è una semplice continuazione degli ’80, ma uno stato di degenerazione dato da circostanze molto più ampie e globali. Il postmoderno è finito da un pezzo.
        Sulla questione della precarizzazione del lavoro intellettuale risponderò separatamente, poiché è l’argomento che mi sta più a cuore.

  7. Fabio Teti scrive:

    “meno male che”, e “mi aspetto che”, e “staremo a vedere”, eccetera. Questo sì che è angustamente italiano.

  8. andrea inglese scrive:

    a carmelo e domenico,

    per come la vedo anch’io, allargare la visuale è fondamentale; e quindi varcare la solita dogana di Chiasso, anche perché ormai persino l’Europa rischia di essere angusta; ma qualche segno in questa direzione mi sembra ci sia nel sito (Raveggi scrive dal Messico e Pieranni dalla Cina) sia nella rivista…

    l’altra sfida, è quella di convocare le intelligenze letterarie, polemiche, politiche e le competenze degli scienziati sociali, costruendo un rapporto “ordinario” tra vari saperi e varie posture nei confronti della realtà

    • Domenico Calcaterra scrive:

      Io auspicavo speranzoso; Carmelo commentava sarcastico. Nulla di necessario; speriamo bene, speriamo bene, speriamo bene…

  9. fabio teti scrive:

    Carmelo,

    ho semplicemente letto una rigidità e un sospetto preventivi nei confronti del progetto; un atteggiamento che personalmente ritengo, come più giù afferma Calcaterra, non necessario, e aggiungo assai italiano. Detto questo, il mio commentino mi pare del tutto essoterico e privo di sarcasmo. Non c’è motivo di farne una polemica, polemica che peraltro non era nelle mie intenzioni.

    serenamente,

    f.t.

  10. andrea inglese scrive:

    ok, finalmente uno scambio di commenti con quel minimo sufficiente di elettricità che caratterizza i blog in buona salute…

    adelante

  11. carmelo scrive:

    @fabio teti
    ti ringrazio per la precisazione e mi dispiace di aver dato l’impressione di una certa rigidità o sospetto preventivi. Il mio era solo un auspicio e un incorraggiamento dopo aver letto i testi di Raveggi e Pieranni ( che come ha sottolineato Inglese, spaziono dal Messico alla Cina).
    Ho molta fiducia in questa rivista perchè ho avuto il piacere di leggere la versione 1.
    A ben vedere, per la verità, quell’auspicio esprime forse, anche un forte disagio nei confronti dello stato delle cose nel nostro paese.
    Sono d’accordo infine con Inglese che “ormai persino l’Europa rischia di essere angusta e periferica aggiungo io.

  12. fabio teti scrive:

    figurati, Carmelo.

    anzi: è probabile che di rigidezza abbia peccato io, che da nato nell’85, ricordi culturali di un certo spessore non posso vantarne: di qui il mio benestare e sperare in ogni progetto di questa e anche minore portata, e il fastidio che provo quando subodoro critiche a mio parere preventive. detto questo, tutto chiarito. auspici e incoraggiamenti inclusi, of course.

    un saluto,

    f.

  13. Elio Bolivari scrive:

    Sono d’accordo con @Claudia B.
    Pure io da una rivista “nuova” dei giorni nostri mi sarei aspettato anche una controparte elettronica a costo ridotto.

  14. Claudia B. scrive:

    @Jan
    Far incontrare i due tipi di lettori nella mia esperienza richiede la volontà ferrea di non escluderli reciprocamente, che sembra una baggianata, ma se solo vai a vedere la modalità verticale con cui si è posto nei miei confronti Carmelo – dovuta ne sono certa a inesperienza di dinamica di commentario – per una rivista che si propone come spazio critico in modalità accademica si spalancano difficoltà non da poco. Una via potrebbe essere quella di suggerire esplicitamente nel rivista stampata una visita allo spazio di approfondimento nel blog, mentre il percorso inverso e pressoché scontato, ovvero chi frequenta un luogo della Rete approda in via quasi naturale alla versione a stampa, ciò vale per i libri quanto per le riviste. Il problema che si pone secondo il mio punto di vista riguarda i diversi linguaggi: chi sta in rete ed è abituato a bypassare le gerarchie accademiche facendo piuttosto attenzione ai contenuti del discorso trova abbastanza intollerabile l’inettitudine al confronto di chi è abituato ad elargire discorsi-dispositivo.

    @Elio: la controparte elettronica piuttosto che a costo ridotto direi che è senza costo. Con ciò che costa a me l’adsl al mese ci faccio ben di più che leggere e commentare tutte le riviste che voglio in tre lingue. Per esempio ci lavoro e quindi ci guadagno. Il fatto poi che la cultura la si debba pagare anche solo 5 euro perché qualche luminare ha dedicato del tempo a scrivere gli articoli per una rivista non solo inficia lo spirito con cui questo spazio era stato concepito in origine ed è ora riportato in vita, ma fa pure ridere perché le riviste letterarie sono da sempre compilate da chi ha anche un’occupazione vera, per esempio la docenza universitaria o l’insegnamento a scuola, attività che se non sbaglio sono ancora dotate di regolare stipendio e che includono nella deontologia professionale un interesse a partecipare spontaneamente alla divulgazione di strumenti culturali. Compilare e redarre una rivista letteraria può essere fatto a costo zero oggi con i nuovi media, quindi non vedo perché renderla un’operazione inutilmente costosa.

  15. carmelo scrive:

    @Claudia B.
    Non sono esperto di dinamica di commentario nè aspiro ad esserlo, ma trovo scorretto che una teorica delle modalità orizzontali bypassi il confronto leale e aperto alla discussione per giudicare, in modo arrogante e pretestuoso, una persona a sua insaputa.
    Comportamento poco educato, furbesco, infantile e, più che verticale, direi obliquo.

  16. Claudia B. scrive:

    Carmelo, sorvolo sulle offese gratuite per farti notare che non si è trattato di un gesto intenzionale, ma di un commento che potevi trovare sulla colonnina di destra del blog intitolata appunto “commenti recenti”, la quale è posta in posizione verticale e niente affatto obliqua.

  17. PrecarieMenti scrive:

    La nostra risposta all’intervento di Inglese sulla questione degli intellettuali non garantiti e il loro esodo in Rete:

    http://precariementi.splinder.com/#

  18. Michele Miccia scrive:

    Ma all’estero sta tanto meglio la Cultura?

  19. andrea inglese scrive:

    Si, Michele. In Francia, ad esempio si. Il che non la salva dalla mercificazione, dalla banalizzazione, dal controllo statale. Ma dove la cultura in qualche modo conta, come eredità, museo e repertorio, puo’ emergere più facilmente anche una cultura critica. Da noi si sta facendo il deserto in modo massiccio, partendo dai mass media e finendo con la scuola.

  20. arm-hand scrive:

    questa mattina in edicola ho trovato alfabeta2, per caso………un tuffo al cuore…… allora l’avventura continua!
    grazie!

  21. Luciano scrive:

    Adelante, anche senza juicio. Forse è meglio. Quando ero ragazzo cercavo di comprendere ciò che era scritto su Alfabeta. Assai poche volte lo comprendevo. Ma sempre mi sforzavo. Mi raccomando fate in modo che il lettore si arrabbi, si sforzi, faccia in modo di andare al di la delle 200 parole conosciute. Nulla è senza sforzo. Il formato va bene così. In bocca al lupo!!!

  22. Anna Maria Lepore scrive:

    Sono una vecchia lettrice (anche del vecchio Alfabeta).Vale la pena leggere il nuovo come quello di vent’anni fa. Ma è troppo chiedere un po’ di maggiore attenzione per evitare refusi e soprattutto sciatterie grammaticali?

  23. Paolo Cazzella scrive:

    Nell’articolo di Pippo Di Marca, pag. 34 – maggio 2011, si parla di solitudine “ontologica”.
    So bene che il mio apporto susciterrà aspre critiche da parte di una determinata intellighenzia, ma non posso farne a meno che aggiungere alle due parole “solitudine ‘ontologica’” anche ‘della comunicazione’.
    Mi pare che con questo numero, ma già in precedenza questa rivista ha diverse volte utilizzato un certo linguaggio per i così detti ‘addetti ai lavori’.
    Mi sembra infatti, che ci sia proprio, in tutta la rivista una certa solitudine ontologica della comunicazione. Il linguaggio è spesso, volutamente, forbito.
    In un periodo storico nel quale viviamo, la comunicazione è l’elemento basilare per un dialogo democratico.
    Certamente non è democratico colui che si esprime in maniera criptica, particolarmente intellettualoide.
    Mi auguro che nel futuro si possa ‘comunicare’ non a mille, nè a diecimila persone ma sempre di più a TUTTI.
    paolo cazzella

  24. [...] dunque al cuore della questione. In altro luogo, questa volta virtuale, cioè il commentario ad un articolo pubblicato sul blog di Alfabeta2, Inglese si definisce come uno “che sostiene l’esodo dei [...]

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